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Full text of "Il comento alla Divina Commedia e gli altri scritti intorno a Dante"

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I 

SCRITTORI  D'ITALIA 

GIOVANNI  BOCCACCIO 


!l  TOMENTO  ALLA  DIVINA  COMMEDIA 

E  GLI  ALTRI  SCBITTI  INTORNO  A  DANTE 


A    CURA   DI 

DOMENICO  GUERRI 

VOLUME   PRIMO 


BARI 
GIUS.  LATERZA  &  FIGLI 

TI  POGR  AFI-EDITORI  -LIBRA  I 
I918 


SCRITTORI  D'ITALIA 


G.  BOCCACCIO 

OPERE  VOLGARI 
XII 


l\ 


GIOVANNI  BOCCACCIO 

IL  COMENTO  ALLA  DIVINA  COMMEDIA 

E  GLI  ilLTRI  SCRITTI  INTORNO  A  BAKTE 

A    CURA   DI 

DOMENICO   GUERRI 

VOLUME  PRIMO 


.       \ 


BARI 

GIUS.    LATERZA    &     PAIOLI 

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 
I918 


PROPRIETÀ    LETTERARIA 


GIUGNO    MCMXVIII    -    49526 


A 

PIO  RAJNA  E  GIROLAMO  VITELLI 


VITA  DI  DANTE 


PROPOSIZIONE 


Solone,  il  cui  petto  un  umano  tempio  di  divina  sapienzia 
fu  reputato,  e  le  cui  sacratissime  leggi  sono  ancora  alli  presenti 
uomini  chiara  testimonianza  dell'antica  giustizia,  era,  secondo 
che  dicono  alcuni,  spesse  volte  usato  di  dire  ogni  republica, 
si  fome  noi,  andare  e  stare  sopra  due  piedi;  de' quali,  con 
matura  gravità,  affermava  essere  il  destro  il  non  lasciare  alcun 
difetto  commesso  impunito,  e  il  sinistro  ogni  ben  fatto  remune- 
rare ;  aggiugnendo  che,  qualunque  delle  due  cose  già  dette  per 
vizio  o  per  nigligenzia  si  sottraeva,  o  meno  che  bene  si  servava, 
senza  niun  dubbio  quella  republica,  che  '1  faceva,  convenire  an- 
dare sciancata:  e  se  per  isciagura  si  peccasse  in  amendue,  quasi 
certissimo  avea,   quella  non  potere  stare   in  alcun  modo. 

Mossi  adunque  più  cosi  egregi  come  antichi  popoli  da  questa 
laudevole  sentenzia  e  apertissimamente  vera,  alcuna  volta  di 
deità,  altra  di  marmorea  statua,  e  sovente  di  celebre  sepultura,  e 
tal  fiata  di  triunfale  arco,  e  quando  di  laurea  corona  secondo  i 
meriti  precedenti  onoravano  i  valorosi:  le  pene,  per  opposito, 
a'  colpevoli  date  non  curo  di  raccontare.  Per  li  quali  onori  e 
purgazioni  la  assiria,  la  macedonica,  la  greca  e  ultimamente  la 
romana  republica  aumentate,  con  l'opere  le  fini  della  terra,  e 
con  la  fama  toccaron  le  stelle.  Le  vestigie  de'  quali  in  cosi  alti 
esempli,  non  solamente  da'  successori  presenti,  e  massimamente 
da'  miei  fiorentini,  sono  male  seguite,  ma  in  tanto  s'è  disviato 
da  esse,  che  ogni  premio  di  virtù  possiede  l'ambizione;  per  che. 


4  I  -  VITA    DI    DANTE 

si  come  e  io  e  ciascun  altro  che  a  ciò  con  occhio  ragione- 
vole vuole  guardare,  non  senza  grandissima  afflizione  d'animo 
possiamo  vedere  li  malvagi  e  perversi  uomini  a'  luoghi  eccelsi 
Zea'  sommi  ofici  e  guiderdoni  elevare,  e  li  buoni  scacciare,  de- 
\  primere  e  abbassare.  Alle  quali  cose  qual  fine  serbi  il  giudicio 
di  Dio,  coloro  il  veggiano  che  il  timone  governano  di  questa 
nave:  percioché  noi,  più  bassa  turba,  siamo  trasportati  dal 
fiotto,  della  fortuna,  ma  non  della  colpa  partecipi.  E,  comeché 
con  infinite  ingratitudini  e  dissolute  perdonanze  apparenti  si  po- 
tessero le  predette  cose  verificare,  per  meno  scoprire  li  nostri 
difetti  e  per  pervenire  al  mio  principale  intento,  una  sola  mi  fia 
assai  avere  raccontata  (né  questa  fia  poco  o  picciola),  ricordando 

^  l'esilio  del  chiarissimo  uomo  Dante  Alighieri.  Il  quale,  antico 
cittadino  né  d'oscuri  parenti  nato,  quanto  per  vertù  e  per  scien- 
zia  e  per  buone  operazioni  meritasse,  assai  il  mostrano  e  mo- 
streranno le  cose  che  da  lui  fatte  appaiono:  le  quali,  se  in  una 
republica  giusta  fossero  state  operate,  niuno  dubbio  ci  è  che 
esse  non  gli  avessero  altissimi  meriti  apparecchiati. 

Oh  scellerato  pensiero,  oh  disonesta  opera,  oh  miserabile 
esemplo  e  di  futura  ruina  manifesto  argomento  !  In  luogo  di 
quegli,  ingiusta  e  furiosa  dannazione,  perpetuo  sbandimento, 
alienazione  de'  paterni  beni,  e,  se  fare  si  fosse  potuto,  macula- 
zione  della  gloriosissima  fama,  con  false  colpe  gli  fùr  donate. 
Delle  quali  cose  le  recenti  orme  della  sua  fuga  e  l'ossa  nelle 
altrui  terre  sepulte  e  la  sparta  prole  per  l'altrui  case,  alquante 
ancora  ne  fanno  chiare.  Se  a  tutte  l'altre  iniquità  fiorentine 
fosse  possibile  il  nascondersi  agli  occhi  di  Dio,  che    veggono 

^  i tutto,  non  dovrebbe  quest'una  bastare  a  provocare  sopra  sé  la 
rsua  ira?  Certo  si.  Chi  in  contrario  sia  esaltato,  giudico  che  sia 
onesto  il  tacere.  Si  che,  bene  ragguardando,  non  solamente  è  il 
presente  mondo  del  sentiero  uscito  del  primo,  del  quale  di 
sopra  toccai,  ma  ha  del  tutto  nel  contrario  vòlti  i  piedi.  Per  che 
assai  manifesto  appare  che,  se  noi  e  gli  altri  che  in  simile  modo 
vivono,  contro  la  sopra  toccata  sentenzia  di  Solone,  sanza  ca- 
dere stiamo  in  piede,  ninna  altra  cosa  essere  di  ciò  cagione,  se 
non  che  o  per  lunga  usanza    la   natura   delle    cose   è    mutata. 


1   -  VITA    DI    DANTE  5 

come  sovente  veggiamo  avvenire,  o  è  speziale  miracolo,  nel 
quale,  per  li  meriti  d'alcuno  nostro  passato.  Dio,  contra  ogni 
umano  avvedimento  ne  sostiene,  o  è  la  sua  pazienzia,  la  quale 
forse  il  nostro  riconoscimento  attende;  il  quale  se  a  lungo 
andare  non  seguirà,  niuno  dubiti  che  la  sua  ira,  la  quale  con 
lento  passo  procede  alla  vendetta,  non  ci  serbi  tanto  più  grave 
tormento,  che  appieno  supplisca  la  sua  tardità.  Ma,  percioché, 
come  che  impunite  ci  paiono  le  mal  fatte  cose,  quelle  non  so- 
lamente dobbiamo  fuggire,  ma  ancora,  bene  operando,  d'amen- 
darle  ingegnarci  ;  conoscendo  io  me  essere  di  quella  medesima 
città,  avvegnaché  picciola  parte,  della  quale,  considerati  li  me- 
riti, la  nobiltà  e  la  vertù,  Dante  Alighieri  fu  grandissima,  e  per 
questo,  si  come  ciascun  altro  cittadino,  a'  suoi  onori  sia  in  so- 
lido obbligato  ;  comeché  io  a  tanta  cosa  non  sia  sofficiente, 
nondimeno  secondo  la  mia  picciola  facultà,  quello  ch'essa  do- 
vea  verso  lui  magnificamente  fare,  non  avendolo  fatto,  m'in- 
gegnerò di  far  io;  non  con  istatua  o  con  egregia  sepoltura, 
delle  quali  è  oggi  appo  noi  spenta  l'usanza,  né  basterebbono 
a  ciò  le  mie  forze,  ma  con  lettere  povere  a  tanta  impresa. 
Di  queste  ho,  e  di  queste  darò,  accioché  igualmente,  e  in 
tutto  e  in  parte,  non  si  possa  dire  fra  le  nazioni  strane,  verso 
cotanto  poeta  la  sua  patria  essere  stata  ingrata.  E  scriverò  in 
istilo  assai  umile  e  leggiero,  peroché  più  alto  noi  mi  presta 
lo  'ngegnor'e""TTer  nostro  fiorentino  idioma,  accioché  da  quello, , 
ch'egli  usò  nella  maggior  parte  delle  sue  opere,  non  discordi, [ 
quelle  cose  le  quali  esso  di  sé  onestamente  tacette:  cioè  la  no- 
biltà della  sua  origine,  la  vita,  gli  studi,  i  costumi;  raccogliendo 
appresso  in  uno  l'opere  da  lui  fatte,  nelle  quali  esso  sé  si 
chiaro  ha  renduto  a'  futuri,  che  forse  non  meno  tenebre  che 
splendore  gli  daranno  le  lettere  mie,  come  che  ciò  non  sia  di 
mio  intendimento  né  di  volere;  contento  sempre,  e  in  questo 
e  in  ciascun'altra  cosa,  da  ciascun  più  savio,  là  dove  io  di- 
fettuosamente  parlassi,  essere  corretto^  Il  che  accioché  non 
avvenga,  umilemente  priego  Colui  che  lui  trasse  per  si  alta  scala 
a  vedersi,  come  sappiamo,  che  al  presente  aiuti  e  guidi  lo  'nge- 
gno  mio  e  la  debole  mano. 


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VITA    DI    DANTE 


II 

PATRIA  E  MAGGIORI  DI  DANTE 

Fiorenza,  intra  l'altre  città  italiane  più  nobile,  secondo  che 
l'antiche  istorie  e  la  comune  opinione  de'  presenti  pare  che  vo- 
gliano, ebbe  inizio  da' romani;  la  quale  in  processo  di  tempo 
aumentata,  e  di  popolo  e  di  chiari  uomini  piena,  non  solamente 
città,  ma  potente  cominciò  a  ciascun  circunstante  ad  apparere. 
Ma  qual  si  fosse,  o  contraria  fortuna  o  avverso  cielo  o  li  loro 
meriti,  agli  alti  inizi  dì  mutamento  cagione,  ci  è  incerto;  ma 
certissimo  abbiamo,  essa  non  dopo  molti  secoli  da  Attila,  cru- 
delissimo re  de'  vandali  e  generale  guastatore  quasi  di  tutta  Italia, 
uccisi  prima  e  dispersi  tutti  o  la  maggior  parte  di  quegli  cit- 
tadini, che  ['n]  quella  erano  o  per  nobiltà  di  sangue  o  per 
qualunque  altro  stato  d'alcuna  fama,  in  cenere  la  ridusse  e  in 
ruine:  e  in  cotale  maniera  oltre  al  trecentesimo  anno  si  crede 
che  dimorasse.  Dopo  il  qual  termine,  essendo  non  senza  ca- 
gione di  Grecia  il  romano  imperio  in  Gallia  translatato,  e  alla 
imperiale  altezza  elevato  Carlo  magno,  allora  clementissimo  re 
de'  franceschi  ;  più  fatiche  passate,  credo  da  divino  spirito  mosso, 
alla  reedificazione  della  desolata  città  lo  'mperiale  animo  dirizzò; 
e  da  quegli  medesimi  che  prima  conditori  n'erano  stati,  come 
che  in  picciol  cerchio  di  mura  la  riducesse,  in  quanto  potè, 
simile  a  Roma  la  fé'  reedificare  e  abitare;  raccogliendovi  nondi- 
meno dentro  quelle  poche  reliquie,  che  si  trovarono  de'  discen- 
denti degli  antichi  scacciati. 

Ma  intra  gli  altri  novelli  abitatori,  forse  ordinatore  della 
reedificazione,  partitore  delle  abitazioni  e  delle  strade,  e  datore 
al  nuovo  popolo  delle  leggi  opportune,  secondo  che  testimonia 
la  fama,  vi  venne  Hp  pnma  i^n  nnhilissimQ  p-invìino  per  ivichiatta 
de'  FrangiapaoL  e  nominato  da  tutti  Eliseo;  il  quale  per  av- 
ventura, poi  eh'  ebbe  la  principale  cosa,  per  la  quale  venuto 
v'era,    fornita,    o    dall'amore    della    città    nuovamente   da   lui 


I  -  VITA    DI    DANTE  7 

ordinata,  o  dal  piacere  del  sito,  al  quale  forse  vide  nel  futuro 
dovere  essere  il  cielo  favorevole,  o  da  altra  cagione  che  si  fosse, 
tratto,  in  quella  divenne  perpetuo  cittadino,  e  dietro  a  sé  di 
figliuoli  e  di  discendenti  lasciò  non  picciola  né  poco  laudevole 
schiatta:  li  quali,  l'antico  sopranome  de'  loro  maggiori  abban- 
donato, per  sopranome  presero  il  nome  di  colui  che  quivi  loro 
aveva  dato  cominciamento,  e  tutti  insieme  si  chiamar  gli  Elisei. 
De'  quali  di  tempo  in  tempo,  e  d'uno  in  altro  discendendo,  tra 
gli  altri  nacque  e  visse  uno  cavaliere  per  arme  e  per  senno 
ragguardevole  e  valoroso,  il  cui  nome  fu  Cacciaguida;  al  quale 
nella  sua  giovanezza  fu  data  da'  suo'  maggior  per  isposa  una 
donzella  nata  degli  Aldighieri  di  Ferrara,  cosi  per  bellezza  e 
per  costumi,  come  per  nobiltà  di  sangue  pregiata,  con  la  quale 
più  anni  visse,  e  di  lei  generò  più  figliuoli.  E  comeché  gli  altri 
nominati  si  fossero,  in  uno,  si  come  le  donne  sogliono  esser 
vaghe  di  fare,  le  piacque  di  rinnovare  il  nome  de'  suoi  passati, 
e  nominollo  Aldighieri;  comeché  il  vocabolo  poi,  per  sottrazione 
di  questa  lettera  «  d  »  corrotto,  rimanesse  Alighieri.  Il  valore 
di  costui  fu  cagione  a  quegli  che  discesero  di  lui,  di  lasciare 
il  titolo  degli  Elisei,  e  di  cognominarsi  degli  Alighieri;  il 
che  ancora  dura  infino  a  questo  giorno.  Del  quale,  comeché 
alquanti  figliuoli  e  nepoti  e  de'  nepoti  figliuoli  discendessero, 
regnante  Federico  secondo  imperadore,  uno  ne  nacque,  il  cui 
nome  fu  Alighieri,  il  quale  più  per  la  futura  prole  che  per  sé 
doveva  esser  chiaro  ;  la  cui  donna  gravida,  non  guari  lontana 
al  tempo  del  partorire,  per  sogno  vide  quale  doveva  essere  il 
frutto  del  ventre  suo;  comeché  ciò  non  fosse  allora  da  lei 
conosciuto  né  da  altrui,  ed  oggi,  per  lo  effetto  seguito,  sia 
manifestissimo  a  tutti. 

Pareva  alla  gentil  donna  nel  suo  sonno  essere  sotto  uno 
altissimo  alloro,  sopra  uno  verde  prato,  allato  ad  una  chiarissima 
fonte,  e  quivi  si  sentia  partorire  un  figliuolo,  il  quale  in  bre- 
vissimo tempo,  nutricandosi  solo  dell'orUbche,  le  quali  dell'alloro 
cadevano,  e  dell'onde  della  chiara  fonte,  le  parea  che  divenisse 
un  pastore,  e  s'ingegnasse  a  suo  potere  d'avere  delle  fronde 
dell'albero,  il  cui  frutto  l'avea  nudrito;  e,  a  ciò  sforzandosi,   le 


\^ 


8  I  -  VITA    DI    DANTE 

parea  vederlo  cadere,  e  nel  rilevarsi  non  uomo  più,  ma  uno 
paone  il  vedea  divenuto.  Della  qual  cosa  tanta  ammirazione  le 
giunse,  che  ruppe  il  sonno;  né  guari  di  tempo  passò  che  il 
termine  debito  al  suo  parto  venne,  e  partorì  uno  figliuolo,  il 
quale  di  comune  consentimento  col  padre  di  lui  per  nome  chia- 
maron  Dante:  e  meritamente,  percioché  ottimamente,  si  come 
si  vedrà  procedendo,  segui  al  nome  l'effetto. 

Questi  fu  quel  Dante,  del  quale  è  il  presente  sermone;  questi 
fu  quel  Dante,  che  a'  nostri  seculi  fu  conceduto  di  speziale 
grazia  da  Dio;  questi  fu  quel  Dante,  il  qual  primo  doveva  al 
ritorno  delle  muse,  sbandite  d'Italia,  aprir  la  via.  Per  costui  la 
chiarezza  del  fiorentino  idioma  è  dimostrata;  per  costui  ogni 
V  Ò^  bellezza  di  volgar  parlare  sotto  debiti  numeri  è  regolata;  per 
costui  la  morta  poesi  meritamente  si  può  dir  suscitata:  le  quali 
cose,  debitamente  guardate,  lui  niuno  altro  nome  che  Dante 
poter  degnamente  avere  avuto  dimostreranno. 


.^-i\ 


^ 

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III 

SUOI  STUDI 

Nacque  questo  singulare  splendore  italico  nella  nostra  città, 
vacante  il  romano  imperio  per  la  morte  di  Federigo  già  detto, 
negli    anni    della    salutifera    incarnazione  del  Re  dell'universo 
MCCLXV,    sedente    Urbano   papa   quarto   nella   cattedra   di   san 
Piero,  ricevuto  nella  paterna  casa  da  assai  lieta  fortuna:  lieta, 
dico,  secondo  la  qualità  del  mondo  che  allora  correa.  Ma,  quale 
che  ella  si  fosse,  lasciando  stare  il  ragionare  della  sua  infanzia, 
nella  quale  assai  segni  apparirono  della  futura  gloria  del  suo 
ingegno,  dico  che  dal  principio  della  sua  puerizia,  avendo  già        >. 
li  primi  elementi  delle  lettere  impresi,  non,  jso^iidcJLcosiiime-  ^%^- 
de'  nobili  odierni,  si  diede  alle  fanciullesche  lascivie  e  agli  ozi,  l  \ 
nel    grembo   della   madre  impigrendo,  ma  nella  propia  patria 
tutta  la  sua  puerizia  con  istudio  continuo  diede  alle  liberali  arti, 
e  in  quelle  mirabilmente  divenne  esperto.  E  crescendo  insieme 


I  -  VITA    DI    DANTK 


con  gli  anni  T'animo  e  lo   'ngegno,  non  a'  lucrativi  studi,  alli    [¥^ 
quali  ^eneralmenteoggi  corre  ciascuno,  si  dispose,  ma  da  una 
laudevole  vaghezza  di  perpetua  fama  [tratto],  sprezzando  le  tran- 
sitorie ricchezze,  liberamente  si  diede  a  volere  aver  piena  notizia 
delle  fizioni  poetiche  e  dell'artificioso  dimostramento  di  quelle. 
Nel   quale  esercizio  familiarissimo  divenne  di  Virgilio,  d'Orazio, 
d'Ovidio,  di  Stazio  e  di  ciascun  altro  poeta  famoso;  non  sola- 
mente  avendo   caro  il  conoscergli,  ma  ancora,  altamente^can-  I   L^"^ 
tando,  s'ingegnò  d'imitarli,  come  le  sue  opere  mostrano,  delle 
quali  appresso  a  suo  tempo  favelleremo.  E,  avvedendosi  le  poe-| 
tiche  opere  non  essere  vane  o  semplici  favole  o  maraviglie,  come  l     ^^ 
molti    stolti    estimano,    ma   sotto  sé  dolcissimi   frutti  di   verità  \        ^ 
istoriografe  o  filosofiche  avere  nascosti  ;  per  la  quale  cosa  pie-   I 
namente,  sanza   le   istorie  e  la  morale  e  naturale   filosofia,    le 
poetiche   intenzioni   avere   non  si  potevano  intere;  partendo   i 
tempi  debitamente,  le  istorie  da  sé,  e  la  filosofia  sotto  diversi 
dottori  s'argomentò,  non  sanza  lungo  studio  e  affanno,  d'inten- 
dere.  E,  preso  dalla  dolcezza  del  conoscere  il  vero  delle  cose 
racchiuse  dal  cielo,  niuna  altra  più  cara  che  questa  trovandone 
in  questa    vita,   lasciando  del  tutto  ogni  altra  temporale  solle- 
citudine,  tutto  a  questa  sola  si  diede.  E,  accioché  niuna  parte 
di  filosofia  non  veduta  da  lui  rimanesse,  nelle  profondità  altis- 
sime  della    teologia   con   acuto   ingegno  si  mise.    Né   fu  dalla 
intenzione  l'effetto  lontano,  percioché,    non    curando   né   caldi 
né  freddi,  vigilie  né  digiuni,  né  alcun  altro  corporale  disagio, 
con  assiduo  studio  pervenne  a  conoscere  della  divina  essenzia 
e  dell'altre  separate   intelligenzie  quello    che   per  umano  inge- 
gno qui    se    ne  può  comprendere.  E  cosi  come  in  varie  etadi 
varie   scienze  furono  da  lui  conosciute  studiando,  cosi  in  vari 
studi  sotto  vari  dottori  le  comprese. 

Egli  li  primi  inizi,  si  come  di  sopra  è  dichiarato,  prese  nella 
propia  patria,  e  di  quella,  si  come  a  luogo  più  fertile  di  tal 
rjhn,  n 'gridò  a  Bologna;  e  già  vicino  alll  sua  vecchiezza  n'andò 
a  Parigi,  dove,  con  tanta  gloria  di  sé,  disputando,  più  volte 
mostrò  l'altezza  del  suo  ingegno,  che  ancora,  narrandosi,  se 
ne   maravigliano  gli    uditori.    E    di   tanti  e   si    fatti   studi    non 


IO  I   -  VITA    DI    DANTE 

ingiustamente  meritò  altissimi  titoli  :  percioché  alcuni  il  chiama- 
rono sempre  «  poeta  »,  altri  «  filosofo  »  e  molti  «  teologo  »,  men- 
tre visse.  Ma,  percioché  tanto  è  la  vittoria  più  gloriosa  al  vinci- 
tore, quanto  le  forze  del  vinto  sono  state  maggiori,  giudico  esser 
convenevole  dimostrare,  di  come  fluttuoso  e  tempestoso  mare 
costui,  gittato  ora  in  qua  ora  in  là,  vincendo  l'onde  parimente 
e'  venti  contrari,  pervenisse  al  salutevole  porto  de*  chiarissimi 
titoli  già  narrati. 

IV 

IMPEDIMENTI  AVUTI  DA  DANTE  AGLI  STUDI 

Gli  Studi  generalmente  sogliono  solitudine  e  rimozione  di 
sollecitudine  e  tranquillità  d'animo  disiderare,  e  massimamente 
gli  speculativi,  a'  quali  il  nostro  Dante,  si  come  mostrato  è, 
si  diede  tutto.  In  luogo  della  quale  rimozione  e  quiete,  quasi 
dallo  inizio  della  sua  vita  infino  all'ultimo  della  morte,  Dante 
ebbe  fierissima  e  importabile  passione  d'amore,  moglie,  cura 
familiare  e  publica,  esilio  e  povertà;  l'altre  lasciando  più  par- 
ticulari,  le  quali  di  necessità  queste  si  traggon  dietro:  le  quali, 
accioché  più  appaia  della  loro  gravezza,  partitamente  conve- 
nevole giudico  di  spiegarle. 


V 
AMORE  PER   BEATRICE 

Nel  tempo  nel  quale  la  dolcezza  del  cielo  riveste  de'  suoi 
ornamenti  la  terra,  e  tutta  per  la  varietà  de'  fiori  mescolati  fra 
le  verdi  frondi  la  fa  ridente,  era  usanza  della  nostra  città,  e 
degli  uomini  e  delle  donne,  nelle  loro  contrade  ciascuno  in 
distinte  compagnie  festeggiare;  per  la  qual  cosa,  infra  gli  altri 
per  avventura.  Folco  Portinari,  uomo  assai  orrevole  in  que' 
tempi  tra'  cittadini,  il  primo  di  di  maggio    aveva  i    circustanti 


I  -  VITA    DI    DANTE  II 

vicini  raccolti  nella  propia  casa  a  festeggiare,  infra  li  quali 
era  il  già  nominato  Alighieri.  Al  quale,  si  come  i  fanciulli  pic- 
coli, e  spezialmente  a'  luoghi  festevoli,  sogliono  li  padri  seguire, 
Dante,  il  cui  nono  anno  non  era  ancora  finito,  seguito  avea  ; 
e  quivi  mescolato  tra  gli  altri  della  sua  età,  de'  quali  cosi  maschi 
come  femmine  erano  molti  nella  casa  del  festeggiante,  servite 
le  prime  mense,  di  ciò  che  la  sua  picciola  età  poteva  operare, 
puerilmente  si  diede  con  gli  altri  a  trastullare. 

Era  intra  la  turba  de'  giovinetti  una  figliuola  del  sopradetto 
Folco,  il  cui  nome  era  Bice,  comeché  egli  sempre  dal  suo  pri- 
mitivo, cioè  Beatrice,  la  nominasse,  la  cui  età  era  forse  d'otto 
anni,  leggiadretta  assai  secondo  la  sua  fanciullezza,  e  ne'  suoi  l 
atti  gentilesca  e  piacevole  molto,  con  costumi  e  con  parole  assai  j  V 
più  gravi  e  modeste  che  il  suo  picciolo  tempo  non  richiedea  ;  ' 
e,  oltre  a  questo,  aveva  le  fattezze  del  viso  dilicate  molto  e  ' 
ottimamente  disposte,  e  piene,  oltre  alla  bellezza,  di  tanta  onesta 
vaghezza,  che  quasi  una  angioletta  era  reputata  da  molti.  Costei 
adunque,  tale  quale  io  la  disegno,  o  forse  assai  più  bella,  ap- 
parve in  questa  festa,  non  credo  primamente,  ma  prima  possente 
ad  innamorare,  agli  occhi  del  nostro  Dante:  il  quale,  ancoraché 
fanciul  fosse,  con  tanta  affezione  la  bella  imagine  di  lei  ricevette 
nel  cuore,  che  da  quel  giorno  innanzi,  mai,  mentre  visse,  non 
se  ne  diparti.  Quale  ora  questa  si  fosse,  ninno  il  sa;  ma,  o 
conformità  di  complessioni  o  di  costumi  o  speziale  influenzia 
del  cielo  che  in  ciò  operasse,  o,  si  come  noi  per  esperienza 
veggiamo  nelle  feste,  per  la  dolcezza  de'  suoni,  per  la  generale 
allegrezza,  per  la  dilicatezza  de'  cibi  e  de'  vini,  gli  animi  ezian- 
dio degli  uomini  maturi,  non  che  de'  giovinetti,  ampliarsi  e 
divenire  atti  a  poter  essere  leggiermente  presi  da  qualunque 
cosa  che  piace;  è  certo  questo  esserne  divenuto,  cioè  Dante 
nella  sua  pargoletta  età  fatto  d'amore  ferventissimo  servidore. 
Ma,  lasciando  stare  il  ragionare  de'  puerili  accidenti,  dico  che 
con  l'età  multiplicarono  l'amorose  fiammfe,  in  tanto  che  niun'al- 
tra  cosa  gli  era  piacere  o  riposo  o  conforto,  se  non  il  vedere 
costei.  Per  la  qual  cosa,  ogni  altro  affare  lasciandone,  sollecitis- 
simo andava  là  dovunque  credeva  potere  vederla,  quasi  del  viso 


12  I  -  VITA    DI    DANTE 

o  degli  occhi  di  lei  dovesse  attignere  ogni  suo  bene  e  intera 
consolazione. 

Oh  insensato  giudici©  degli   amanti!  chi  altri  che  essi  esti- 
merebbe   per   aggiugnimento    di   stipa   fare  le  fiamme  minori? 
Quanti  e  quali  fossero  li  pensieri,  li  sospiri,  le  lagrime  e  l'altre 
passioni  gravissime   poi  in    più    provetta  età   da   lui    sostenute 
per   questo   amore,   egli   medesimo  in  parte   il    dimostra  nella 
sua    Vita   nova,    e  però  più  distesamente  non  curo  di  raccon- 
tarle. Tanto  solamente  non  voglio  che  non  detto  trapassi,  cioè 
che,  secondo  che  egli  scrive  e   che   per   altrui,    a  cui  fu  noto 
1  suo  disio,  si  ragiona,  onestissimo  fu  questo  amore,  né  mai 
apparve,    o   per   isguardo  o    per  parola  o  per   cenno,   alcuno 
libidinoso  appetito  né  nello  amante  né  nella  cosa  amata:  non 
picciola   maraviglia  al  mondo  presente,  del  quale  è  si   fuggito 
ogni  onesto  piacere,  e  abituatosi  l'avere  prima  la  cosa  che  piace 
JqA  1/  I  conformata   alla    sua  lascivia  che   diliberato   d'amarla,    che   in 
[j\  miracolo  è  divenuto,  si  come  cosa  rarissima,  chi  amasse  altra- 

mente. Se  tanto  amore  e  si  lungo  potè  il  cibo,  i  sonni  e  cia- 
scun'altra  quiete  impedire,  quanto  si  dee  potere  estimare  lui 
essere  stato  avversario  agli  sacri  studi  e  allo  'ngegno?  Certo, 
non  poco;  comeché  molti  vogliano  lui  essere  stato  incitatore 
di  quello,  argomento  a  ciò  prendendo  dalle  cose  leggiadramente 
nel  fiorentino  idioma  e  in  rima,  in  laude  della  donna  amata,  e 
accioché  li  suoi  ardori  e  amorosi  concetti  esprimesse,  già  fatte 
da  lui;  ma  certo  io  noi  consento,  se  io  non  volessi  già  affer- 
mare l'ornato  parlare  essere  sommissima  parte  d'ogni  scienza; 
che  non  è  vero. 


VI 
DOLORE  DI  DANTE  PER  LA  MORTE  DI  BEATRICE 

Come  ciascuno  puote  evidentemente  conoscere,  ninna  cosa 
è  stabile  in  questo  mondo;  e,  se  ninna  leggermente  ha  muta- 
mento, la  nostra   vita  è  quella.  Un  poco  di  soperchio    freddo 


I  -  VITA    DI    DANTE  1  3 

o  di  caldo  che  noi  abbiamo,  lasciando  stare  gli  altri  infiniti 
accidenti  e  possibili,  da  essere  a  non  essere  sanza  diffìcultà  ci 
conduce:  né  da  questo  gentilezza,  ricchezza,  giovanezza,  né 
altra  mondana  dignità  è  privilegiata;  della  quale  comune  legge 
la  gravità  convenne  a  Dante  prima  per  l'altrui  morte  provare 
che  per  la  sua.  Era  quasi  nel  fine  del  suo  vigesimoquarto  anno 
la  bellissima  Beatrice,  quando,  si  come  piacque  a  Colui  che 
tutto  puote,  essa,  lasciando  di  questo  mondo  l'angosce,  n'andò 
a  quella  gloria  che  li  suoi  meriti  l'avevano  apparecchiata.  Della 
qual  partenza  Dante  in  tanto  dolore,  in  tanta  afflizione,  in  tante 
lagrime  rimase,  che  molti  de'  suoi  più  congiunti  e  parenti  ed 
amici  ninna  fine  a  quelle  credettero  altra  che  solamente  la 
morte;  e  questa  estimarono  dover  essere  in  brieve,  vedendo  lui 
a  niun  conforto,  a  ninna  consolazione  pòrtagli  dare  orecchie. 
Gli  giorni  erano  alle  notte  iguali  e  agli  giorni  le  notti;  delle 
quali  niuna  ora  si  trapassava  senza  guai,  senza  sospiri  e  senza 
copiosa  quantità  di  lagrime  ;je  parevano  li  suoi  occhi  due  ab-  jj 
bondantissime  fontane  d'acqua  siirgenfe^  in  tanto  che  più  sii 
maravigliarono  donde  tanto  umore  egli  avesse  che  al  suo  pianto 
bastasse.  Ma,  si  come  noi  veggiamo,  per  lunga  usanza  le  pas- 
sioni divenire  agevoli  a  comportare,  e  similmente  nel  tempo 
ogni  cosa  diminuire  e  perire;  avvenne  che  Dante  infra  alquanti 
mesi  apparò  a  ricordarsi,  senza  lagrime.  Beatrice  esser  morta, 
e  con  più  dritto  giudicio,  dando  alquanto  il  dolore  luogo  alla 
ragione,  a  conoscere  li  pianti  e  li  sospiri  non  potergli,  né  ancora 
alcuna  altra  cosa,  rendere  la  perduta  donna.  Per  la  qual  cosa 
con  più  pazienza  s'acconciò  a  sostenere  l'avere  perduta  la  sua 
presenzia;  né  guari  di  spazio  passò  che,  dopo  le  lasciate  lagrime, 
li  sospiri,  li  quali  già  erano  alla  loro  fine  vicini,  cominciarono 
in  gran  parte  a  partirsi  sanza  tornare. 

Egli  era  si  per  lo  lagrimare,  si  per  l'afflizione  che  il  cuore 
sentiva  dentro,  e  si  per  lo  non  avere  di  sé  alcuna  cura,  di  fuori 
divenuto  quasi  una  cosa  salvatica  a  rigulirdare:  magro,  barbuto 
e  quasi  tutto  trasformato  da  quello  che  avanti  esser  solca;  in- 
tanto che  '1  suo  aspetto,  nonché  negli  amici,  ma  eziandio  in 
ciascun  altro  che  il  vedea,  a  forza  di  sé  metteva  compassione  ; 


14  I  -  VITA    DI    DANTK 

comeché   egli    poco,  mentre    questa   vita  cosi  lagrimosa  durò, 
altrui  che  ad  amici  veder  sì  lasciasse. 

Questa  compassione  e  dubitanza  di  peggio  facevano  li  suoi 
parenti  stare  attenti  a' suoi  conforti;  li  quali,  come  alquanto 
videro  le  lagrime  cessate  e  conobbero  li  cocenti  sospiri  alquanto 
dare  sosta  al  faticato  petto,  con  le  consolazioni  lungamente  per- 
dute rincominciarono  a  sollecitare  lo  sconsolato;  il  quale,  come 
che  infino  a  quella  ora  avesse  a  tutte  ostinatamente  tenute  le 
orecchie  chiuse,  alquanto  le  cominciò  non  solamente  ad  aprire, 
ma  ad  ascoltare  volentieri  ciò  che  intorno  al  suo  conforto  gli 
fosse  detto.  La  qual  cosa  veggendo  i  suoi  parenti,  accioché 
del  tutto  non  solamente  de'  dolori  il  traessero,  ma  il  recassero 
in  allegrezza,  ragionarono  insieme  di  volergli  dar  moglie; 
accioché,  come  la  perduta  donna  gli  era  stata  di  tristizia  ca- 
gione, cosi  di  letizia  gli  fosse  la  nuovamente  acquistata.  E, 
trovata  una  giovane,  quale  alla  sua  condizione  era  decevole, 
con  quelle  ragioni  che  più  loro  parvero  induttive,  la  loro  inten- 
zion  gli  scoprirono.  E,  accioché  io  particularmente  non  tocchi 
ciascuna  cosa,  dopo  lunga  tenzone,  senza  mettere  guari  di  tempo 
in  mezzo,  al  ragionamento  segui  l'effetto:  e  fu  sposato. 


VII 
DIGRESSIONE  SUL  MATRIMONIO 

Oh  menti  cieche,  oh  tenebrosi  intelletti,  oh  argomenti  vani  di 
molti  mortali,  quanto  sono  le  riuscite  in  assai  cose  contrarie  a' 
vostri  avvisi,  e  non  sanza  ragion  le  più  volte!  Chi  sarebbe  co- 
lui che  del  dolce  aere  d'Italia,  per  soperchio  caldo,  menasse 
alcuno  nelle  cocenti  arene  di  Libia  a  rinfrescarsi,  o  dell'isola 
di  Cipri,  per  riscaldarsi,  nelle  eterne  ombre  de'  monti  Rodopei? 
qual  medico  s'ingegnerà  di  cacciare  l'aguta  febbre  col  fuoco, 
o  il  freddo  delle  medoUa  dell'ossa  col  ghiaccio  o  con  la  neve? 
Certo,  ninno  altro,  se  non  colui  che  con  nuova  moglie  crederà 
l'amorose  tribulazion  mitigare.   Non  conoscono  quegli,  che  ciò 


I  -  VITA    DI    DANTE  I5 

credono  fare,  la  natura  d'amore,  né  quanto  ogni  altra  passione 
aggiunga  alla  sua.  Invano  si  porgono  aiuti  o  consigli  alle  sue 
forze,  se  egli  ha  ferma  radice  presa  nel  cuore  di  colui  che  ha 
lungamente  amato.  Cosi  come  ne'  principi  ogni  picciola  resi- 
stenza è  giovevole,  cosi  nel  processo  le  grandi  sogliono  essere 
spesse  volte  dannose.  Ma  da  ritornare  è  al  proposito,  e  da 
concedere  al  presente  che  cose  sieno,  le  quali  per  sé  possano 
l'amorose  fatiche  fare  obliare. 

Che  avrà  fatto  però  chi,  per  trarmi  d'un  pensiero  noioso, 
mi  metterà  in  mille  molto  maggiori  e  di  più  noia?  Certo  niuna 
altra  cosa,  se  non  che  per  giunta  del  male  che  m'avrà  fatto, 
mi  farà  disiderare  di  tornare  in  quello,  onde  m'ha  tratto; 
il  che  assai  spesso  veggiamo  addivenire  a'  più,  li  quali  o  per 
uscire  o  per  essere  tratti  d'alcune  fatiche,  ciecamente  o  s'am- 
mogliano o  sono  da  altrui  ammogliati  ;  né  prima  s'avveggiono, 
d'uno  viluppo  usciti,  essere  intrati  in  mille,  che  la  pruova, 
sanza  potere,  pentendosi,  indietro  tornare,  n'ha  data  esperienza. 
Dierono  gli  parenti  e  gli  amici  moglie  a  Dante,  perché  le  lagrime 
cessassero  di  Beatrice.  Non  so  se  per  questo,  comeché  le  la- 
grime passassero,  anzi  forse  eran  passate,  si  passò  l'amorosa 
fiamma  ;  che  noi  credo  ;  ma,  conceduto  che  si  spegnesse,  nuove 
cose  e  assai  poterono  più  faticose  sopravvenire.  Egli,  usato  di 
vegghiare  ne'  santi  studi,  quante  volte  a  grado  gli  era,  cogl'im- 
peradori,  co'  re  e  con  qualunque  altri  altissimi  prencipi  ragio- 
nava, disputava  co'  filosofi,  e  co'  piacevolissimi  poetisi  dilettava, 
e  l'altrui  angosce  ascoltando,  mitigava  le  sue.  Ora,  quanto  alla 
nuova  donna  piace,  è  con  costoro,  e  quel  tempo,  ch'ella  vuole 
''Ito  da  cosi  celebre  compagnia,  gli  conviene  ascoltare  i  femmi- 
:Ii  ragionamenti,  e  quegli,  se  non  vuol  crescer  la  noia,  contra 
il  suo  piacere  non  solamente  acconsentir,  ma  lodare.  Egli,  co- 
stumato, quante  volte  la  volgar  turba  gli  rincresceva,  di  ritrarsi 
in  alcuna  solitaria  parte  e,  quivi  speculando,  vedere  quale  spi- 
rito muove  il  cielo,  onde  venga  la  vita  «gli  animali  che  sono 
in  terra,  quali  sieno  le  cagioni  delle  cose,  o  premeditare  alcune 
invenzioni  peregrine  o  alcune  cose  comporre,  le  quali  appo 
li  futuri  facessero  lui  morto  viver  per  fama;  ora  non  solamente 


l6  1  -  VITA    DI    DANTE 

dalle  contemplazioni  dolci  è  tolto  quante  volte  voglia  ne  viene 
alla  nuova  donna,  ma  gli  conviene  essere  accompagnato  di 
compagnia  male  a  cosi  fatte  cose  disposta.  Egli,  usato  libera- 
mente di  ridere,  di  piagnere,  di  cantare  o  di  sospirare,  secondo 
che  le  passioni  dolci  e  amare  il  pungevano,  ora  o  non  osa,  o 
gli  conviene  non  che  delle  maggiori  cose,  ma  d'ogni  picciol 
sospiro  rendere  alla  donna  ragione,  mostrando  che  '1  mosse, 
donde  venne  e  dove  andò;  la  letizia  cagione  dell'altrui  amore, 
la  tristizia  esser  del  suo  odio  estimando. 

Oh  fatica  inestimabile,  avere  con  cosi  sospettoso  animale  a 
vivere,  a  conversare,  e  ultimamente  a  invecchiare  o  a  morirei  . 
Io  voglio  lasciare  stare  la  sollecitudine  nuova  e  gravissima,  la 
quale  si  conviene  avere  a'  non  usati  (e  massimamente  nella  no- 
stra città),  cioè  onde  vengano  ì  vestimenti,  gli  ornamenti  e  le 
camere  piene  di  superflue  dilicatezze,  le  quali  le  donne  si  fanno 
a  credere  essere  al  ben  vivere  opportune;  onde  vengano  li  servi, 
le  serve,  le  nutrici,  le  cameriere;  onde  vengano  i  conviti,  i  doni, 
i  presenti  che  fare  si  convengono  a'  parenti  delle  novelle  spose, 
a  quegli  che  vogliono  che  esse  credano  da  loro  essere  amate; 
e  appresso  queste,  altre  cose  assai  prima  non  conosciute  da'  li- 
beri uomini;  e  venire  a  cose  che  fuggir  non  si  possono.  Chi 
dubita  che  della  sua  donna,  che  ella  sia  bella  o  non  bella,  non 
caggia  il  giudicio  nel  vulgo .-^  Se  bella  fia  reputata,  chi  dubita 
che  essa  subitamente  non  abbia  molti  amadori,  de'  quali  alcuno 
con  la  sua  bellezza,  altri  con  la  sua  nobiltà,  e  tale  con  mara- 
vigliose  lusinghe,  e  chi  con  doni,  e  quale  con  piacevolezza  in- 
festissimamente combatterà  il  non  stabile  animo?  E  quel,  che 
molti  disiderano,  malagevolmente  da  alcuno  si  difende.  E  alla 
pudicizia  delle  donne  non  bisogna  d'essere  presa  più  che  una 
volta,  a  fare  sé  infame  e  i  mariti  dolorosi  in  perpetuo.  Se  per 
isciagura  di  chi  a  casa  la  si  mena,  fia  sozza,  assai  aperto  veg- 
giamo  le  bellissime  spesse  volte  e  tosto  rincrescere  ;  che  dunque 
dell'altre  possiamo  pensare,  se  non  che,  non  che  esse,  ma  an- 
cora ogni  luogo  nel  quale  esse  sieno  credute  trovare  da  coloro, 
a'  quali  sempre  le  conviene  aver  per  loro,  è  avuto  in  odio? 
Onde  le  loro  ire  nascono,  né  alcuna  fiera  £_BÌù_né  tanto  crudgje 


I  -  VITA    DI    DANTE  I7 

quanto  la  femmina  adirata>  né  può  viver  sicuro  di  sé,  chi  sé 
commette  ad  alcuna,  alla  quale  paia  con  ragione  esser  crucciata; 
che  pare  a  tutte. 

Che  dirò  de*  loro  costumi?  Se  io  vorrò  mostrare  come  e 
quanto  essi  sieno  tutti  contrari  alla  pace  e  al  riposo  degli 
uomini,  io  tirerò  in  troppo  lungo  sermone  il  mio  ragionare;  e 
però  uno  solo,  quasi  a  tutte  generale,  basti  averne  detto.  Esse 
immaginano  il  bene  operare  ogni  menomo  servo  ritener  nella 
casa,  e  il  contrario  fargli  cacciare;  per  che  estimano,  se  ben 
fanno,  non  altra  sorte  esser  la  lor  che  d'un  servo:  per  che  allora 
par  solamente  loro  esser  donne,  quando,  male  adoperando,  non 
vengono  al  fine  che'  fanti  fanno.  Perché  voglio  io  andare  dimo- 
strando particularmente  quello  che  gli  più  sanno?  Io  giudico 
che  sia  meglio  il  tacersi  che  dispiacere,  parlando,  alle  vaghe 
donne.  Chi  non  sa  che  tutte  l'altre  cose  si  pruovano,  prima  che 
colui,  di  cui  debbono  esser,  comperate,  le  prenda,  se  non  la 
moglie,  accioché  prima  non  dispiaccia  che  sia  menata?  A  cia- 
scuno che  la  prende,  la  conviene  avere  non  tale  quale  egli  la 
vorrebbe,  ma  quale  la  fortuna  gliele  concede.  E  se  le  cose  che 
di  sopra  son  dette  son  vere  (che  il  sa  chi  provate  l'ha),  possiamo 
pensare  quanti  dolori  nascondano  le  camere,  li  quali  di  fuori, 
da  chi  non  ha  occhi  la  cui  perspicacità  trapassi  le  mura,  sono 
reputati  diletti.  Certo  io  non  affermo  queste  cose  a  Dante  essere 

vvenute,  che  noi  so;  comeché  vero  sia  che,  o  simili  cose  a 
queste,  o  altre  che  ne  fosser  cagione,  egli,  una  volta  da  lei  par- 
titosi, che  per  consolazione  de'  suoi  affanni  gli  era  stata  data, 
mai  né  dove  ella  fosse  volle  venire,  né  sofferse  che  là  dove  egli 
fosse  ella  venisse  giammai  ;  con  tutto  che  di  più  figliuoli  egli 
insieme  con  lei  fo.sse  parente.   Né  creda  alcuno  che  io  per  le 

11  dette  cose  voglia  conchiudere  gli  uomini  non  dover  tórre 
moglie;  anzi  il  lodo  molto,  ma  non  a  ciascuno.  Lascino  i  filo- 
sofanti lo  sposarsi  a'  ricchi  stolti,  a'  signori  e  a'  lavoratori,  e 
essi  con  la  filosofia  si  dilettino,  molto  minore  sposa  che  alcuna 
altra. 


G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi -i. 


l8  1  -  VITA    DI    DANTE 

Vili 
OPPOSTE  VICENDE  DELLA  VITA  PUBBLICA  DI  DANTE 

Natura  generale  è  delle  cose  temporali,  l'una  l'altra  tirarsi 
di  dietro.  La  familiar  cura  trasse  Dante  alla  publica,  nella  quale 
tanto  l'avvilupparono  li  vani  onori  che  alli  publici  ofici  con- 
giunti sono,  che,  senza  guardare  donde  s'era  partito  e  dove 
andava  con  abbandonate  redine,  quasi  tutto  al  governo  di  quella 
si  diede  ;  e  fugli  tanto  in  ciò  la  fortuna  seconda,  che  ninna  le- 
gazion  s'ascoltava,  a  ninna  si  rispondea,  ninna  legge  si  fer- 
mava, ninna  se  ne  abrogava,  ninna  pace  si  faceva,  ninna  guerra 
publica  s'imprendeva,  e  brievemente  niuna  diliberazione,  la 
quale  alcuno  pondo  portasse,  si  pigliava,  s'egli  in  ciò  non  di- 
yi  cesse  prima  la  sua  sentenzia.  In  lui  tutta  la  publica  fede,  in  lui 
ogni  speranza,  in  lui  sommariamente  le  divine  cose  e  l'umane 
parevano  esser  fermate.  Mala  Fortuna,  volgitrice  de'  nostri  con- 
sigli e  inimica  d'ogni  umano  stato,  comeché  per  alquanti  anni 
nel  colmo  della  sua  rota  gloriosamente  reggendo  il  tenesse,  assai 
diverso  fine  al  principio  recò  a  lui,  in  lei  fidantesi  di  soperchio. 


IX 


COME  LA  LOTTA  DELLE  PARTI  LO  COINVOLSE 

Era  al  tempo  di  costui  la  fiorentina  cittadinanza  in  due  parti 
perversissimamente  divisa,  e,  con  l'operazioni  di  sagacissimi  e 
avveduti  prencipi  di  quelle,  era  ciascuna  assai  possente  ;  intanto 
che  alcuna  volta  l'una  e  alcuna  l'altra  reggeva  oltre  al  pia- 
cere della  sottoposta.  A  volere  riducere  a  unità  il  partito  corpo 
della  sua  republica,  pose  Dante  ogni  suo  ingegno,  ogni  arte, 
ogni  studio,  mostrando  a'  cittadini  più  savi  come  le  p^ran  cose 


I  -  VITA    DI    DANTE  I9 

per  la  discordia  in  brieve  tempo  tornano  al  niente,  e  le  picciole  •  / 
per  la  concordia  crescere  in  infinito.  Ma,  poi  che  vide  essere  vana 
la  sua  fatica,  e  conobbe  gli  animi  degli  uditori  ostinati;  creden- 
dolo giudici©  di  Dio,  prima  propose  di  lasciar  del  tutto  ogni 
publico  oficio  e  vivere  seco   privatamente;  poi   dalla  dolcezza 
della  gloria   tirato   e  dal  vano  favor  popolesco  e  ancora  dalle 
persuasioni  de' maggiori;  credendosi,  oltre  a  questo,  se  tempo 
gli    occorresse,  molto  più  di  bene  potere  operare  per   la   sua 
città,  se  nelle  cose  publiche  fosse  grande,  che  a  sé  privato  e 
da  quelle  del  tutto  rimosso  (oh  stolta  vaghezza  degli  umani  splen- 
dori, quanto  sono  le  tue  forze  maggiori,  che  creder  non  può 
chi  provati  non  gli  ha!):  il  maturo  uomo  e  nel  santo  seno  della 
filosofia  allevato,  nutricato  e  ammaestrato,  al  quale  erano  da-      /  ,    ijt 
vanti  dagli  occhi  i  cadimenti  de'  re  antichi   e   de'  moderni,  le    (  ^  (/    ^ 
desolazioni  de'  regni,  delle  province   e   delle   città  e  li  furiosi       /^m^  ; 
impeti  della  Fortuna,  niun  altro  cercanti  che  l'alte   cose,  non  A  .    r 

si  seppe  o  non  si  potè  dalla  tua  dolcezza  guardare.  tiuvv^  f" 

rprmrmqi  pdunque^  Dante  a  volere  seguire  gli  onori  caduchi^  ^^-t*^^  ) 
e  la  vana  pompa  dei  publici  ofici;  e.  veggendo  che  per  se  me- 
desimo non  potea  una  terza  parte  tenere,  la  quale,  giustissima, 
l'ingiustizia  dell'altre  due  abbattesse,  tornandole  ad  unità;  con 
quella  s'accostò,  nella  quale,  secondo  il  suo  giudicio,  era  più 
di  ragione  e  di  giustizia;  operando  continuamente  ciò  che  sa- 
lutevole alla  sua  patria  e  a'  cittadini  conoscea.  Ma  gli  umani 
consigli  le  più  delle  volte  rimangon  vinti  dalle  forze  del  cielo. 
Gli  odii  e  l'animosità  prese,  ancora  che  sanza  giusta  cagione 
nati  fossero,  di  giorno  in  giorno  divenivan  maggiori,  in  tanto 
che  non  senza  grandissima  confusione  de'  cittadini,  più  volte  si 
venne  all'arme  con  intendimento  di  por  fine  alla  lor  lite  col 
fuoco  e  col  ferro:  si  accecati  dall'ira,  che  non  vedevano  sé  con 
quella  miseramente  perire.  Ma,  poi  che  ciascuna  delle  parti  ebbe 
più  volte  fatta  pruova  delle  sue  forze  con  vicendevoli  danni 
dell'una  e  dell'altra;  venuto  il  tempo  cìfe  gli  occulti  consigli 
della  minacciante  fortuna  si  doveano  scoprire,  la  fama,  parimente 
del  vero  e  del  falso  rapportatrice,  nunziando  gli  avversari  della 
parte  presa  da  Dante,  di  maravigliosi  e  d'astuti  consigli  esser 


20  I  -  VITA    DI    DANTE 

^  forte   e   di   grandissima   moltitudine    d'armati,    si   gli    prencipi 
(  de'  collegati  di  Dante  spaventò,  che  ogni  Consilio,  ogni  avve- 
dimento e  ogni  argomento  cacciò  da  loro,  se  non  il  cercare  con 
X  /*fuga  la  loro  salute;  co' quali  insieme  Dante,   in  un  momento 

Y  A^  prostrato  della  sommità  del  reggimento  della  sua  città,  non  so- 
lamente gittato  in  terra  si  vide,  ma  cacciato  di  quella.  Dopo 
questa  cacciata  non  molti  di,  essendo  già  stato  dal  popolazzo 
corso  alle  case  de'  cacciati,  e  furiosamente  votate  e  rubate,  poi 
che  i  vittoriosi  ebbero  la  città  riformata  secondo  il  loro  giudicio, 
furono  tutti  i  prencipi  de'  loro  avversari,  e  con  loro,  non  come 
de'  minori  ma  quasi  principale.  Dante,  si  come  capitali  nemici 
della  republica  dannati  a  perpetuo  esilio,  e  li  loro  stabili  beni 
\  o  in  publico  furon  ridotti,  o  alienati  a'  vincitori. 


J 


SI  MALEDICE  ALL'INGIUSTA  CONDANNA  D'ESILIO 

Questo  merito  riportò  Dante  del  tenero  amore  avuto  alla  sua 
patria!  questo  merito  riportò  Dante  dell'affanno  avuto  in  voler 
tórre  via  le  discordie  cittadine!  questo  merito  riportò  Dante 
dell'avere  con  ogni  sollecitudine  cercato  il  bene,  la  pace  e  la 
tranquiUità  de'  suoi  cittadini  !  Per  che  assai  manifestamente  ap- 
pare quanto  sieno  vóti  di  verità  i  favori  de'  popoli,  e  quanta 
fidanza  si  possa  in  essi  avere.  Colui,  nel  quale  poco  avanti  pa- 
reva ogni  publica  speranza  esser  posta,  ogni  affezione  cittadina, 
ogni  rifugio  populare;  subitamente,  senza  cagione  legittima, 
senza  offesa,  senza  peccato,  da  quel  romore,  il  quale  per  ad- 
drieto  s'era  molte  volte  udito  le  sue  laude  portare  infino  alle 
stelle,  è  furiosamente  mandato  in  inrevocabile  esilio.  Questa  fu 
la  marmorea  statua  fattagli  ad  eterna  memoria  della  sua  virtù  ! 
',  con  queste  lettere  fu  il  suo  nome  tra  quegli  de*  padri  della  patria 
scritto  in  tavole  d'oro!  con  cosi  favorevole  romore  gli  furono 
rendute  grazie   de'  suoi  benefici!  Chi  sarà  dunque  colui  che,  a 


VITA    DI    DANTK 


queste  cose  guardando,  dica  la  nostra  republica  da  questo  pie    j^^^"^ 
non  andare  jgjancata?  ^ 

Oh  vana  fidanza  de'  mortali,  da  quanti  esempli  altissimi  se' 
tu  continuamente  ripresa,  ammonita  e  gastigata !  Deh!  se  Cam- 
mino,  Rutilio,   Coriolano,   e  l'uno  e  l'altro  Scipione,  e  gli  altri  £^A^-^ 
antichi  valenti  uomini  per  la  lunghezza  del  tempo  interposto  ti     eJ-'^X 
sono  della  memoria  caduti,  questo  ricente  caso  ti  faccia  con  più  U 
temperate  redine  correr  ne'  tuoi  piaceri.  Ninna  cosa  ci  ha  meno 
stabilita  che  la  popolesca  grazia;  ninna  più  pazza  speranza,  niuno 
più  folle  consiglio  che  quello  che  a  crederle  conforta  nessuno. 
Levinsi  adunque  gli  animi  al  cielo,  nella   cui    perpetua  legge, 
nellicui  eterni  splendori,   nella  cui  vera  bellezza  si  potrà  senza 
alcuna  oscurità  conoscere  la  stabilità  di  Colui  che  lui  e  le  altre     .  «(v 
cose  con  ragione  muove;  accioché,  si  come  in  termine   fisso, 
lasciando  le  transitorie  cose,  in  lui  si  fermi  ogni  nostra  speranza, 


u^-^ 


se  trovare  non  ci  vogliamo  ingannati.  *  ,y,.y^>^       ^ 

XI 

LA  VITA  DEL  POETA  ESULE 
SINO  ALLA  VENUTA  IN  ITALIA  DI  ARRIGO  SETTIMO 


Uscito  adunque  in  cotal  maniera  Dante  di  quella  città,  della 
quale  egli  non  solamente  era  cittadino,  ma  n'erano  li  suoi  mag-         .VnJ^-^' 
glori  stati  reedificatori,  e  lasciatavi  la  sua  donna,  insieme  con 
l'altra  famiglia,  male  per  picciola  età  alla  fuga  disposta;  di  lei     v      Ir»*^" 
sicuro,    percioché   di    consanguinità   la   sapeva   ad   alcuno    de'    (  ^'^ 
prencipi  della^,naLte  avversa  conHunta.  di  se  medesimo  or  qua    -^y^^*  ^    \ 
or  là  incerto,  andava  vagando  per  Toscana.  Era  alcuna  parti-       ,. - 
cella  delle  sue  possessioni  dalla  donna  col  titolo  della  sua  dote 
dalla  cittadina  rabbia  stata  con  fatica  dife^,  de'  frutti  della  quale 
essa  sé  e  i  piccioli  figliuoli  di  lui  assai  sottilmente  reggeva;  per 
la  qual  cosa  povero,  con  industria  disusata  gli  convenia  il  sosten- 
tamento di  se  medesimo  procacciare.  Oh  quanti  onesti  sdegni 


2  2  I  -  VITA    DI    DANTE 

gli  convenne  posporre,  più  duri  a  lui  che  morte  a  trapassare, 
promettendogli  la  speranza  questi  dover  esser  brievi,  e  prossima 
la  tornata!  Egli,  oltre  al  suo  stimare,  parecchi  anni,  tornato  da 
Verona  (dove  nel  primo  fuggire  a  messer  Alberto  della  Scala 
n'era  ito,  dal  quale  benignamente  era  stato  ricevuto),  quando 
col  conte  Salvatico  in  Casentino,  quando  col  marchese  Morruello 
Malespina  in  Lunigiana,  quando  con  quegli  della  Faggiuola  ne* 
monti  vicini  ad  Orbino,  assai  convenevolmente,  secondo  il  tempo 
e  secondo  la  loro  possibilità,  onorato  si  stette.  Quindi  poi  se 
n'andò  a  Bologna,  dove  poco  stato  n'andò  a  Padova,  e  quindi 
da  capo  si  ritornò  a  Verona.  Ma  poi  ch'egli  vide  da  ogni  parte 
chiudersi  la  via  alla  tornata,  e  di  di  in  di  più  divenire  vana  la 
sua  speranza;  non  solamente  Toscana,  ma  tutta  Italia  abbando- 
Inata,  passati  i  monti  che  quella  dividono  dalla  provincia  di  Gallia, 
come  potè,  se  n'andò  a  Parigi;  e  quivi  tutto  si  diede  allo  studio 
e  della  filosofia  e  della  teologia,  ritornando  ancora  in  sé  dell'altre 
scienzie  ciò  che  forse  per  gli  altri  impedimenti  avuti  se  ne  era 
partito.  E  in  ciò  il  tempo  studiosamente  spendendo,  avvenne 
che  oltre  al  suo  avviso,  Arrigo,  conte  di  Luzimborgo,  con  vo- 
lontà e  mandato  di  Clemente  papa  V,  il  quale  allora  sedea,  fu 
eletto  in  re  de'  romani,  e  appresso  coronato  imperadore.  Il  quale 
sentendo  Dante  della  Magna  partirsi  per  soggiogarsi  Italia,  alla 
sua  maestà  in  parte  rebelle,  e  già  con  potentissimo  braccio 
tenere  Brescia  assediata,  avvisando  lui  per  molte  ragioni  dover 
essere  vincitore;  prese  speranza  con  la  sua  forza  e  dalla  sua 
giustizia  di  potere  in  Fiorenza  tornare,  comeché  a  lui  la  sen- 
tisse contraria.  Perché  ripassate  l'alpi,  con  molti  nemici  di 
fiorentini  e  di  lor  parte  congiuntosi,  e  con  ambascerie  e  con 
lettere  s'ingegnarono  di  tirare  lo  'mperadore  da  l'assedio  di 
Brescia,  accioché  a  Fiorenza  il  ponesse,  si  come  a  principale 
jmembro  de'  suoi  nemici  ;  mostrandogli  che,  superata  quella, 
-ninna  fatica  gli  restava,  o  piccola,  ad  avere  libera  ed  espedita 
la  possessione  e  il  dominio  di  tutta  Italia.  E  comeché  a  lui 
e  agli  altri  a  ciò  tenenti  venisse  fatto  il  trarloci,  non  ebbe  perciò 
la  sua  venuta  il  fine  da  loro  avvisato:  le  resistenze  furon  gran- 
dissime, e  assai  maggiori  che  da  loro  avvisate  non  erano  ;  per  che. 


1  -  VITA    DI    DANTE  23 

senza  avere  niuna  notevole  cosa  operata,  lo  'mperadore,  parti- 
tosi quasi  disperato,  verso  Roma  drizzò  il  suo  cammino.  E  come 
che  in  una  parte  e  in  altra  più  cose  facesse,  assai  ne  ordinasse 
e  molte  di  farne  proponesse,  ogni  cosa  ruppe  la  troppo  avac- 
ciata  morte  di  lui  :  per  la  qual  morte  generalmente  ciascuno  che 
a  lui  attendea  disperatosi,  e  massimamente  Dante,  sanza  andare 
di  suo  ritorno  più  avanti  cercando,  passate  l'alpi  d'Appennino, 
se  ne  andò  in  Romagna,  là  dove  l'ultimo  suo  di,  e  che  alle 
sue  fatiche  doveva  por  fine,  l'aspettava. 


XII 
DANTE  OSPITE  DI  GUIDO  NOVEL  DA  POLENTA 

Era  in  que'  tempi  signore  di  Ravenna,  famosa  e  antica  città 
di  Romagna,  uno  nobile  cavaliere,  il  cui  nome  era  Guido  Novel 
da  Polenta  ;  il  quale,  ne'  liberali  studi  ammaestrato,  sommamente 
i  valorosi  uomini  onorava,  e  massimamente  quegli  che  per 
iscienza  gli  altri  avanzavano.  Alle  cui  orecchie  venuto  Dante, 
fuori  d'ogni  speranza,  essere  in  Romagna  (avendo  egli  lungo 
tempo  avanti  per  fama  conosciuto  il  suo  valore)  in  tanta  dispe- 
razione, si  dispose  di  riceverlo  e  d'onorarlo.  Né  aspettò  di  ciò 
da  lui  essere  richiesto,  ma  con  liberale  animo,  considerata  qual  <^ 

sia  a'  valorosi  la  vergogna  del  domandare,  e  con  proferte,  gli  >'^ 
si  fece  davanti,  richiedendo  di  speziai  grazia  a  Dante  quello  1  c-*-"^^^ 
ch'egli  sapeva  che  Dante  a  lui  dovea  dimandare:  cioè  che  seco 
li  piacesse  di  dover  essere.  Concorrendo  adunque  i  due  voleri 
a  un  medesimo  fine,  e  del  domandato  e  del  domandatore,  e 
piacendo  sommamente  a  Dante  la  liberalità  del  nobile  cavaliere, 
e  d'altra  parte  il  bisogno  strignendolo,  senza  aspettare  più  inviti 
che  '1  primo,  se  n'andò  a  Ravenna,  dove  onorevolemente  dal 
signore  di  quella  ricevuto,  e  con  piace\^li  conforti  risuscitata 
la  caduta  speranza,  copiosamente  le  cose  opportune  donandogli, 
in  quella  seco  per  più  anni  il  tenne,  anzi  infino  a  l'ultimo  della 
vita  di  lui. 


24  I  -  VITA    DI    DANTE 

XIII 
SUA  PERSEVERANZA  AL  LAVORO 


""^    Non  poterono  gli  amorosi  disiri,  né  le  dolenti  lagrime,   né 
/  \*    la  sollecitudine  casalinga,  né  la  lusinghevole  gloria  de'  publici 
(^  ofici,  né  il  miserabile  esilio,  né  la  intollerabile  povertà  giammai 

^ ^  "^       con  le  lor  forze  rimuovere  il  nostro  Dante  dal  principale  intento, 
)/    ^y      y/\  cioè  da'  sacri  studi  ;  percioché,  si  come  si  vederà  dove  appresso 
ó**  .v>*^       ^  partitamente  dell'opere  da  lui  fatte  si  farà  menzione,  egli,  nel 
'     y^  mezzo  di  qualunque  fu  più  fiera  delle   passioni  sopradette,    si 

troverà  componendo  essersi  esercitato.  E  se,  obstanti  cotanti  e 
cosi  fatti  avversari,  quanti  e  quali  di  sopra  sono  stati  mostrati, 
egli  per  forza  d'ingegno  e  di  perseveranza  riusci  chiaro  qual 
N^  noi  veggiamo  ;  che  si  può  sperare  ch'esso  fosse  divenuto,  avendo 
avuti  altrettanti  aiutatori,  o  almeno  ninno  contrario,  o  pochis- 
simi, come  hanno  molti?  Certo,  io  non  so;  ma  se  licito  fosse 
7^      ì/        I  a  dire,  io  direi  ch'egli  fosse  in  terra  divenuto  uno  iddio. 


XIV 
GRANDEZZA  DEL  POETA  VOLGARE  -  SUA  MORTE 

Abitò  adunque  Dante  in  Ravenna,  tolta  via  ogni  speranza 
di  ritornare  mai  in  Firenze  (comeché  tolto  non  fosse  il  disio) 
più  anni  sotto  la  protezione  del  grazioso  signore  ;  e  quivi  con 
le  sue  dimostrazioni  fece  più  scolari  in  poesia  e  massimamente 
nella  volgare;  la  quale,  secondo  il  mio  giudicio,  egli  primo 
j  non  altramenti  fra  noi  italici  esaltò  e  recò  in  pregio,  che,  la  ru^ 
\  Omero  tra'  greci  o  Virgilio  traMatini^_pavanti  a  costui,  come 
che  per  poco  spazio  d'anni  si  creda  che  innanzi  trovata  fosse, 
ninno  fu  che  ardire  o  sentimento  avesse,  dal  numero  delle 
sillabe  e  dalla  consonanza  delle  parti  estreme  in  fuori,  di  farla 


VITA    DI    DANTE  25 


k^ 


-^.      .    .  .     .        .    iJ 


essere  strumento  d'alcuna  I  artificiosa^  materia  ;  anzi  solamente 
in  leggerissime  cose  d'amore  con  essa  s'esercitavano.  Costui 
mostrò  con  effetto  con  essa  ogni  alta  materia  potersi  trattare, 
e  glorioso  sopra  ogni  altro  fece  il  volgar  nostro. 

Ma,  poiché  la  sua  ora  venne  segnata  a  ciascheduno,  essendo 
e.y:li  già  nel  mezzo  o  presso  del  cinquantesimo  sesto  suo  anno 
infermato,  e  secondo  la  cristiana  religione  ogni  ecclesiastico 
sacramento  umilmente  e  con  divozione  ricevuto,  e  a  Dio  per 
contrizione  d'ogni  cosa  commessa  da  lui  centra  al  suo  piacere, 
si  come  da  uomo,  riconciliatosi;  del  mese  di  settembre  negli 
anni  di  Cristo  mcccxxi,  nel  di  che  la  esaltazione  della  santa 
Croce  si  celebra  dalla  Chiesa,  non  sanza  grandissimo  dolore 
del  sopradetto  Guido,  e  generalmente  di  tutti  gli  altri  citta- 
dini ravignani,  al  suo  Creatore  rendè  il  faticato  spirito;  il 
quale  non  dubitt)  che  ricevuto  non  fosse  nelle  braccia  della 
sua  nobilissima  Beatrice,  con  la  quale  nel  cospetto  di  Colui 
eh' è  sommo  bene,  lasciate  le  miserie  della  presente  vita,  ora 
lietissimamente  vive  in  quella,  alla  cui  felicità  fine  giammai 
non  s'aspetta. 


XV 
SEPOLTURA  E  ONORI  FUNEBRI 

Fece  il  magnanimo  cavaliere  il  morto  corpo  di  Dante  d'or- 
namenti poetici  sopra  uno  funebre  letto  adornare;  e  quello 
fatto  portare  sopra  gli  omeri  de'  suoi  cittadini  più  solenni, 
infino  al  luogo  de*  frati  minori  in  Ravenna,  con  quello  onore 
che  a  si  fatto  corpo  degno  estimava,  infino  quivi  quasi  con 
publico  pianto  seguitolo,  in  una  arca  lapidea,  nella  quale  an- 
cora giace,  il  fece  porre.  E,  tornato  alla  casa  nella  quale  Dante 
era  prima  abitato  ;  secondo  il  ravignano*  costume,  esso  mede- 
simo, si  a  commendazione  dell'alta  scienzia  e  della  vertù  del 
defunto,  e  si  a  consolazione  de'  suoi  aniici,  li  quaU  egli  avea 
in  amarissima   vita    lasciati,    fece  un  (prnato\  e  lungo  sermone  ; 


t<{ 


26  I  -  VITA    DI    DANTE 

disposto,  se  lo  stato  e  la  vita  fossero  durati,  di  si  egregia 
sepoltura  onorarlo,  che,  se  mai  alcuno  altro  suo  merito  non 
l'avesse   memorevole   renduto  a'  futuri,  quella  l'avrebbe  fatto. 


XVI 
GARA  DI  POETI  PER  L'EPITAFIO  DI  DANTE 

Questo  laudevole  proponimento  infra  brieve  spazio  di  tempo 
fu  manifesto  ad  alquanti,  li  quali  in  quel  tempo  erano  in  poesi 
solennissimi  in  Romagna  ;  per  che  ciascuno  si  per  mostrare  la 
sua  sofficienzia,  si  per  rendere  testimonianza  della  portata  be- 
nivolenzia  da  loro  al  morto  poeta,  si  per  captare  la  grazia  e 
l'amore  del  signore,  il  quale  ciò  sapevano  dislderare,  ciascuno 
per  sé  fece  versi,  li  quali,  posti  per  epitafio  alla  futura  sepul- 
tura,  con  debite  lode  facessero  la  posterità  certa  chi  dentro 
da  essa  giacesse;  e  al  magnifico  signore  gli  mandarono.  Il  quale 
con  gran  peccato  della  fortuna  non  dopo  molto  tempo,  toltogli 
lo  Stato,  si  mori  a  Bologna;  per  la  qual  cosa  e  il  fare  il  se- 
polcro e  il  porvi  li  mandati  versi  si  rimase.  Li  quali  versi 
stati  a  me  mostrati  poi  più  tempo  appresso,  e  veggendo  loro 
avere  avuto  luogo  per  lo  caso  già  dimostrato,  pensando  le 
presenti  cose  per  me  scritte,  comeché  sepoltura  non  sieno 
corporale,  ma  sieno,  si  come  quella  sarebbe  stata,  perpetue 
conservatrici  della  colui   memoria;    imaginai  non  essere  scon- 


venevole  quegli  aggiugnere  a  queste  cose.  Ma,  percioché  più 
che  quegli  che  l'uno  di  coloro  avesse  fatti  (che  furon  più)  non 
si  sarebbero  ne'  marmi  intagliati,  cosi  solamente  quegli  d'uno 
qui  estimai  che  fosser  da  scrivere  ;  per  che,  tutti  meco  esami- 
natigli, per  arte  e  per  intendimento  più  degni  estimai  che  fossero 
quattordici  fattine  da  maestro  Giovanni  del  Virgilio  bolognese, 
allora  famosissimo  e  gran  poeta,  e  di  Dante  stato  singularissimo 
amico;  li  quali  sono  questi  appresso  scritti: 


1  -  VITA    DI    DANTE  27 

XVII 
EPITAFIO 

Theologus  Dantes,  nullius  dogmatis  èxpers, 

quod  foveat  darò  phiLosophia  sinu  : 
gloria  musarum,  vulgo  gratissimus  auctor, 

hic  iacet,  et  fama  pulsai  utrumque  polum: 
qui  loca  defunctis  gladiis  regnumque  gemellis 

distribuii,  laicis  rhetoricisque  modis. 
Pascua  Pieriis  demum  resonabat  avenis  ; 

Atropos  heu  laeturn  livida  rupit  opus. 
Huic  ingrata  tulit  tristem  Flore ntia  fructum, 

e.vilium,  vati  patria  cruda  suo. 
Quem  pia  Guidonis  gremio  Ravenna  Novelli 

gaudet  honorati  continuisse  ducis, 
mille  trecentenis  ter  septem  Numinis  annis, 

ad  sua  seplembris  idibus  astra  redit. 


XVIII 


RIMPROVERO  AI  FIORENTINI 

Oh  ingrata  patria,  quale  demenzia,  qual  trascutaggine  ti  te- 
neva, quando  tu  il  tuo  carissimo  cittadino,  il  tuo  benefattore 
precipuo,  il  tuo  unico  poeta  con  crudeltà  disusata  mettesti  in 
fuga;  o  poscia  tenuta  t'ha?  Se  forse  per  la  comune  furia  di 
quel  tempo  mal  consigliata  ti  scusi;  che,  tornata,  cessate  l'ire, 
la  tranquillità  dell'animo,  ripentùtati  del  fatto,  noi  rivocasti? 
Deh!  non  ti  rincresca  lo  stare  con  meco,  che  tuo  figliuol  sono, 
alquanto  a  ragione,  e  quello  che  giusta  indegnazion  mi  fa  dire, 
come  da  uomo  che  ti  ramendi  disidera  e  non  che  tu  sii  punita, 
piglierai.   Parti  egli   essere  gloriosa  di  tanti  titoli  e  di  tali  che 


28  I  -  VITA    DI    DANTE 

tu  quello  uno  del  quale  non  hai  vicina  città  che  di  simile  si 
possa  esaltare,  tu  abbi  voluto  da  te  cacciare?  Deh!  dimmi:  di 
qua*  vittorie,   di  qua'  triunfi,  di  quali   eccellenzie,  di  quali   va- 

(lorosi  cittadini  se*  tu  splendente?  Le  tue  ricchezze,  cosa  mobile 
e  incerta;  le  tue  bellezze,  cosa  fragile  e  caduca;  le  tue  dilica- 
tezze,  cosa  vituperevole  e  femminile,  ti  fanno  nota  nel  falso 
giudicio  de*  popoli,  il  quale  più  ad  apparenza  che  ad  esistenza 
sempre  riguarda.  Deh!  gloriera*ti  tu  de*  tuoi  mercatanti  e  de' 
molti  artisti,  donde  tu  se' piena?  Scioccamente  farai:  l'uno  fu, 
continuamente  Tavarizia  operandolo,  mestiere  servile;  l'arte, 
la  quale  un  tempo  nobilitata  fu  dagl'ingegni,  intanto  che  una 
seconda  natura  la  fecero,  dall'avarizia  medesima  è  oggi  cor- 
rotta, e  niente  vale.  Gloriera*ti  tu  della  viltà  e  ignavia  di  co- 
loro li  quali,  percioché  di  molti  loro  avoli  si  ricordano,  vo- 
gliono dentro  da  te  della  nobiltà  ottenere  il  principato,  sempre 
con  ruberie  e  con  tradimenti  e  con  falsità  contra  quella  ope- 
ranti? Vana  gloria  sarà  la  tua,  e  da  coloro,  le  cui  sentenzie 
hanno  fondamento  debito  e  stabile  fermezza,  schernita.  Ahi! 
misera  madre,  apri  gli  occhi  e  guarda  con  alcuno  rimordiniento 
quello  che  tu  facesti;  e  vergognati  almeno,  essendo  reputata 
savia  come  tu  se*,  d'avere  avuta  ne' falli  tuoi  falsa  elezione! 
Deh!  se  tu  da  te  non  avevi  tanto  consiglio,  perché  non  imitavi 
^  tu  gli  atti  di  quelle  città,  le  quali  ancora  per  le  loro  laude  voli 
.1/  .  opere  son  famose?  Atene,  la  quale  fu  l'uno  degli  occhi  di  Grecia, 
y^V  allora  che  in  quella  era  la  monarchia  del  mondo,  per  iscienzia, 
^  per  eloquenzia  e  per  milizia  splendida  parimente  ;  Argos,  ancora 

pomposa  per  li  titoli  de' suoi  re;  Smirna,  a  noi  reverenda  in 
perpetuo  per  Niccolaio  suo  pastore;  Pilos,  notissima  per  Io 
vecchio  Nestore;  Chimi,  Chios  e  Colofon,  città  splendidissime 
per  adietro,  tutte  insieme,  qualora  più  gloriose  furono,  non  si 
vergognarono  né  dubitarono  d'avere  agra  quistione  della  ori- 
gine del  divino  poeta  Omero,  aFermando  ciascuna  lui  di  sé 
averla  tratta;  e  si  ciascuna  fece  con  argomenti  forte  la  sua  in- 
tenzione, che  ancora  la  quistion  vive;  né  è  certo  donde  si 
fosse,  perché  parimente  di  cotal  cittadino  cosi  l'una  come 
l'altra   ancor   si   gloria.    E    Mantova,    nostra   vicina,    di   quale 


I  -  VITA    DI    DANTE  29 

altra  cosa  l'è  più  alcuna  fama  rimasa,  che  l'essere  stato  Vir- 
gilio mantovano?  il  cui  nome  hanno  ancora  in  tanta  reverenzia, 
e  si  è  appo   tutti   accettevole,    che    non    solamente    ne'  publici  ^ 

luoghi,  ma  ancora  in  molti  privati  si  vede  la  sua  imaginc  ef-  ^^■^^^'^ 
figiata;  mostrando  in  ciò  che,  non  ostante  che  il  padre  di  lui 
fosse  lutifigolo,  esso  di  tutti  loro  sia  stato  nobilitatore.  Sulmona 
d'Ovidio,  Venosa  d'Orazio,  Aquino  di  Giovenale,  e  altre  molte, 
ciascuna  si  gloria  del  suo,  e  della  loro  sufficienzia  fanno  qui- 
stione.  L'esemplo  di  queste  non  t'era  vergogna  di  seguitare; 
le  quali  non  è  verisimile  sanza  cagione  essere  state  e  vaghe  e 
tènere  di  cittadini  cosi  fatti.  Esse  conobbero  quello  che  tu  me- 
desima potevi  conoscere  e  puoi  ;  cioè  che  le  costoro  perpetue 
operazioni  sarebbero  ancora  dopo  la  lor  ruina  ritenitrici  eterne 
del  nome  loro;  cosi  come  al  presente  divulgate  per  tutto  il 
mondo  le  fanno  conoscere  a  coloro  che  non  le  vider  giammai. 
Tu  sola,  non  so  da  qual  cechità  adombrata,  hai  voluto  tenere 
altro  cammino,  e,  quasi  molto  da  te  lucente,  di  questo  splendore 
non  hai  curato:  tu  sola,  quasi  i  Camilli,  i  Publicoli,  i  Torquati, 
i  Fabrizi,  i  Catoni,  i  Fabi  e  gli  Scipioni  con  le  loro  magnifiche 
opere  ti  facessero  famosa  e  in  te  fossero  ;  non  solamente,  aven- 
doti lasciato  l'antico  tuo  cittadino  Claudiano  cader  delle  mani, 
non  hai  avuto  del  presente  poeta  cura;  ma  l'hai  da  te  cacciato, 
sbandito  e  privatolo,  se  tu  avessi  potuto,  del  tuo  sopranome. 
Io  non  posso  fuggire  di  vergognarmene  in  tuo  servigio.  Ma 
ecco:  non  la  fortuna,  ma  il  corso  della  natura  delle  cose  è  stato  ,  U^ 
al  tuo  disonesto  appetito  favorevole  in  tanto,  in  quanto  quello  ^  ^  ji^ 
che  tu  volentieri,  bestialmente  bramosa,  avresti  fatto  se  nelle  |  V^^-"^^  .^^  '^ 
mani  ti  fosse  venuto,  cioè  uccisolo,  egli  con  la  sua  eterna  legge  '  W  jì/^ 

l'ha   operato.    Morto  è  il  tuo  Dante    Alighieri  in  quello  esilio  ^^^ 

che  tu  ingiustamente,  del  suo  valore  invidiosa,  gli  désti.  Oh 
peccato  da  non  ricordare,  che  la  madre  alle  virtù  d'alcuno 
suo  figliuolo  porti  livore!  Ora  adunque  se'  di  sollicitudine  libera, 
ora  per  la  morte  di  lui  vivi  ne'  tuoi  difetti  sicura,  e  puoi  alle 
tue  lunghe  e  ingiuste  persecuzioni  porre  fine.  Egli  non  ti  può 
far,  morto,  quello  che  mai,  vivendo,  non  t'avria  fatto;  egli 
giace  sotto  altro  cielo  che  sotto  il  tuo,  né  più  dèi  aspettar  di 


30  I  -  VITA    DI    DANTE 

vederlo  giammai,  se  non  quel  di,  nei  quale  tutti  li  tuoi  citta- 
dini veder  potrai,  e  le  lor  colpe  da  giusto  giudice  esaminate 
€  punite. 

Adunque   se   gli   odii,    l'ire  e  le  inimicizie   cessano   per  la 
morte  di  qualunque  è  che  muoia,    come  si  crede,   comincia  a 
tornare  in  te   medesima  e    nel   tuo   diritto   conoscimento;    co- 
mincia a  vergognarti  d'avere  fatto  centra  la  tua  antica  umanità; 
I  comincia  a  volere  apparir  madre  e  non    più  inimica  ;    concedi 
le  debite  lagrime  al  tuo  figliuolo;  concedigli  la  materna  pietà; 
e  colui,  il  quale  tu  rifiutasti,  anzi  cacciasti  vivo  si  come  sospetto, 
disidera  almeno  di  riaverlo   morto;    rendi   la  tua  cittadinanza, 
il  tuo  seno,  la  tua  grazia  alla  sua  memoria.    In   verità,  quan- 
tunque  tu  a   lui    ingrata  e    proterva   fossi,    egli   sempre   come 
V\   figliuolo  ebbe  te  in  reverenza,  né  mai  di  quello  onore  che  per 
le  sue  opere  seguire  ti  dovea,  volle  privarti,  come  tu  lui  della 
ij^    <^tua  cittadinanza  privasti.  Sempre  fiorentino,  quantunque  l'esilio 
^\     Vs*     fosse  lungo,   si  nominò  e  volle  essere  nominato,  sempre  a  ogni 
j^^  altra  ti  prepose,  sempre  t'amò.  Che  dunque  farai?  starai  sempre 

nella  tua  iniquità  ostinata?  sarà  in  te  meno  d'umanità  che  ne' 
barbari,  li  quali  troviamo  non  solamente  aver  li  corpi  delli  lor 
morti  raddomandati,  ma  per  riavergli  essersi  virilmente  disposti 
a  morire?  Tu  vuogli  che  '1  mondo  creda  te  essere  nepote  della 
famosa  Troia  e  figliuola  di  Roma:  certo,  i  figliuoli  deono  essere 
a'  padri  e  agli  avoli  simiglianti.  Priamo  nella  sua  miseria  non 
solamente  raddomandò  il  corpo  del  morto  Ettore,  ma  quello 
con  altrettanto  oro  ricomperò.  Li  romani,  secondo  che  alcuni 
pare  che  credano,  feciono  da  Linterno  venire  l'ossa  del  primo 
Scipione,  da  lui  a  loro  con  ragione  nella  sua  morte  vietate.  E 
come  che  Ettore  fosse  con  la  sua  prodezza  lunga  difesa  de* 
troiani,  e  Scipione  liberatore  non  solamente  di  Roma,  ma  di 
tutta  Italia  (delle  quali  due  cose  forse  cosi  propiamente  ninna 
si  può  dire  di  Dante),  egli  non  è  perciò  da  posporre;  niuna 
volta  fu  mai  che  l'armi  non  dessero  luogo  alla  scienzia.  Se  tu 
primieramente,  e  dove  più  si  saria  convenuto,  l'esemplo  e 
l'opere  delle  savie  città  non  imitasti,  amenda  al  presente,  se- 
guendole.   Niuna   delle    sette   predette    fu  che  o  vera  o  fittizia 


I  -  VITA    DI    DANTE  31 

sepultura  non  facesse  ad  Omero.  E  chi  dubita  che  i  mantovani, 
li  quali  ancora  in  Piettola  onorano  la  povera  casetta  e  i  campi 
che  fùr  di  Virgilio,  non  avessero  a  lui  fatta  onorevole  sepol- 
tura, se  Ottaviano  Augusto,  il  quale  da  Brandizio  a  Napoli  le 
sue  ossa  avea  trasportate,  non  avesse  comandato  quello  luogo 
dove  poste  l'avea,  volere  loro  essere  perpetua  requie?  Sermona 
niun'altra  cosa  pianse  lungamente,  se  non  che  l'isola  di  Ponto 
tenga  in  certo  luogo  il  suo  Ovidio;  e  cosi  di  Cassio  Parma 
si  rallegra  tenendolo.  Cerca  tu  adunque  di  volere  essere  deljv/ 
tuo  Dante  guardiana;  raddomandalo ;  mostra  questa  umanità, 
presupposto  che  tu  non  abbi  voglia  di  riaverlo  ;  togli  a  te  me- 
desima con  questa  fizione  parte  del  biasimo  per  adietro  acqui- 
stato. Raddomandalo.  Io  son  certo  ch'egli  non  ti  fia  renduto; 
e  a  una  ora  ti  sarai  mostrata  pietosa,  e  goderai,  non  riaven- 
dolo, della  tua  innata  crudeltà.  Ma  a  che  ti  conforto  io?  Appena 
le  io  creda,  se  i  corpi  morti  possono  alcuna  cosa  sentire, 
che  quello  di  Dante  si  potesse  partire  di  là  dove  è,  per  dovere 
a  te  tornare.  Egli  giace  con  compagnia  troppo  più  laudevole 
che  quella  che  tu  gli  potessi  dare.  Egli  giace  in  Ravenna, 
molto  più  per  età  veneranda  di  te;  e  comeché  la  sua  vec- 
chiezza alquanto  la  renda  deforme,  ella  fu  nella  sua  giovanezza 
troppo  più  florida  che  tu  non  se'.  Ella  è  quasi  un  generale 
sepolcro  di  santissimi  corpi,  né  ninna  parte  in  essa  si  calca, 
dove  su  per  reverendissime  ceneri  non  si  vada.  Chi  dunque 
disidererebbe  di  tornare  a  te  per  dovere  giacere  fra  le  tue,  le 
quali  si  può  credere  che  ancora  servino  la  rabbia  e  l'iniquità 
nella  vita  avute,  e  male  concorde  insieme  si  fuggano  l'una 
da  l'altra,  non  altramenti  che  facessero  le  fiamme  de'  due  te- 
bani?  E  comeché  Ravenna  già  quasi  tutta  del  prezioso  sangue 
di  molti  martiri  si  bagnasse,  e  oggi  con  reverenzia  servi  le  loro 
reliquie,  e  similemente  i  corpi  di  molti  magnifici  imperadori  e 
d'altri  uomini  chiarissimi  e  per  antichi  avoli  e  per  opere  vir- 
tuose, ella  non  si  rallegra  poco  d'esserle  stato  da  Dio,  oltre 
a  l'altre  sue  dote,  conceduto  d'essere  perpetua  guardiana  di 
cosi  fatto  tesoro,  come  è  il  corpo  di  colui,  le  cui  opere  ten- 
gono in  ammirazione  tutto  il  mondo,  e  del  quale  tu  non  ti  se' 


32  I  -  VITA    DI    DANTE 

saputa  far  degna.  Ma  cefto  egli  non  è  tanta  l'allegrezza  d'averlo, 
quanta  la  invidia  ch'ella  ti  porta  che  tu  t'intitoli  della  sua  ori- 
gine, quasi  sdegnando  che  dove  ella  sia  per  l'ultimo  di  di  lui 
ricordata,  tu  allato  a  lei  sii  nominata  per  lo  primo.  E  perciò 
con  la  tua  ingratitudine  ti  rimani,  e  Ravenna  de'  tuoi  onori  lieta 
si  glori  tra'  futuri. 


XIX 
BREVE  RICAPITOLAZIONE 

Cotale,  quale  di  sopra  è  dimostrata,  fu  a  Dante  la  fine  della 
vita  faticata  da'  vari  studi;  e,  percioché  assai  convenevolemente 
le  sue  fiamme,  la  familiare  e  la  publica  sollecitudine  e  il  mi- 
serabile esilio  e  la  fine  di  lui  mi  pare  avere  secondo  la  mia 
promessa  mostrate,  giudico  sia  da  pervenire  a  mostrare  della 
statura  del  corpo,  dell'abito,  e  generalmente  de'  più  notabili 
modi  servati  nella  sua  vita  da  lui  ;  da  quegli  poi  immediata- 
mente vegnendo  all'opere  degne  di  nota,  compilate  da  esso  nel 
tempo  suo,  infestato  da  tanta  turbine  quanta  di  sopra  brieve- 
mente è  dichiarata. 


XX 

FATTEZZE  E  COSTUMI  DI  DANTE 

Fu  adunque  questo  nostro  poeta  di  mediocre  statura,  e,  poi 
che  alla  matura  età  fu  pervenuto,  andò  alquanto  curvetto,  ed 
era  il  suo  andare  grave  e  mansueto,  d'onestissimi  panni  sempre 
vestito  in  quell'abito  che  era  alla  sua  maturità  convenevole.  Il 
suo  volto  fu  lungo,  e  il  naso  aquilino,  e  gli  occhi  anzi  grossi 
che  piccioli,  le  mascelle  grandi,  e  dal  labbro  di  sotto  era  quel 
^  di  sopra  avanzato;  e  il  colore  era  bruno,  e  i  capelli  e  la  barba 
^'^      spessi,  neri  e  cresci,  e  sempre  nella  faccia  malinconico  e  pensoso. 


I  -  VITA    DI    DANTE  33 

Per  la  qual  cosa  avvenne  un  giorno  in  Verona,  essendo  già 
divulgata  pertutto  la  fama  delle  sue  opere,  e  massimamente 
quella  parte  della  sua  Comedia,  la  quale  egli  intitola  Inferno, 
ed  esso  conosciuto  da  molti  e  uomini  e  donne,  che,  passando 
egli  davanti  a  una  porta  dove  più  donne  sedevano,  una  di  quelle 
pianamente,  non  però  tanto  che  bene  da  lui  e  da  chi  con  lui 
era  non  fosse  udita,  disse  all'altre  donne:  —  Vedete  colui  che  va 
nell'inferno,  e  torna  quando  gli  piace,  e  qua  su  reca  novelle 
di  coloro  che  là  giù  sono?  —  Alla  quale  una  dell'altre  rispose 
semplicemente:  —  In  verità  tu  dèi  dir  vero:  non  vedi  tu  com'egli 
ha  !a  barba  crespa  e  il  color  bruno  per  lo  caldo  e  per  lo  fummo 
che  è  là  giù?  —  Le  quali  parole  udendo  egli  dir  dietro  a  sé,  e 
conoscendo  che  da  pura  credenza  delle  donne  venivano,  pia- 
cendogli, e  quasi  contento  ch'esse  in  cotale  opinione  fossero, 
sorridendo  alquanto,   passò  avanti. 

Ne'  costumi  domestici  e  publici  mirabilmente  fu  ordinato  e 
composto,  e  in  tutti  più  che  alcun  altro  cortese  e  civile. 

Nel  cibo  e  nel  poto  fu  modestissimo,  si  in  prenderlo  all'ore 
ordinate  e  si  in  non  trapassare  il  segno  della  necessità,  quel  pren- 
dendo; né  alcuna  curiosità  ebbe  mai  più  in  uno  che  in  uno 
altro:  li  dilicati  lodava,  e  il  più  si  pasceva  di  grossi,  oltremodo 
biasimando  coloro,  li  quali  gran  parte  del  loro  studio  pongono 
e  in  avere  le  cose  elette  e  quelle  fare  con  somma  diligenzia 
apparare;  affermando  questi  cotali  non  mangiare  per  vivere, 
ma  più  tosto  vivere  per  mangiare. 

Niuno  altro  fu  più  vigilante  di  lui  e  negli  studi  e  in  qualunque 
altra  sollecitudine  il  pugnesse;  intanto  che  più  volte  e  la  sua 
famiglia  e  la  donna  se  ne  dolfono,  prima  che,  a'  suoi  costumi 
adusate,  ciò  mettessero  in   non  calere. 

Rade  volte,  se  non  domandato,  parlava,  e  quelle  pesatamente 
e  con  voce  conveniente  alla  materia  di  che  diceva;  non  pertanto, 
là  dove  si  richiedeva,  eloquentissimo  fu  e  facundo,  e  con  ottima 
e  pronta  prelazione. 

Sommamente  si  dilettò  in  suoni  e  in  canti  nella  sua  giova- 
nezza, e  a  ciascuno  die  a  que'  tempi  era  ottimo  cantatore  o 
sonatore  fu  amico  e  ebbe  sua  usanza  ;  e  assai  cose,  da  questo 

U.  Boccaccio,  Scritti  danteschi -\.  3 


34  I  -  VITA    DI    DANTE 

diletto  tirato  compose,  le  quali  di  piacevole  e  maestrevole  nota 
a  questi  cotali  facea  rivestire. 

Quanto  ferventemente  esso  fosse  ad  amor  sottoposto,  assai 
chiaro  è  già  mostrato.  Questo  amore  è  ferma  credenza  di  tutti 
che  fosse  movitore  del  suo  ingegno  a  dovere,  prima  imitando, 
divenir  dicitore  in  volgare;  poi,  per  vaghezza  di  più  solenne- 
mente mostrare  le  sue  passioni,  e  di  gloria,  sollecitamente  eserci- 
tandosi in  quella,  non  solamente  passò  ciascuno  suo  contempo- 
.  ranco,  ma  in  tanto  la  dilucidò  e  fece  bella,  che  molti  allora 
le  poi  di    dietro  a  sé  n'ha  fatti  e  farà   vaghi    d'essere    esperti. 

Dilettossi  similemente  d'essere  solitario  e  rimoto  dalle  genti, 
accioché  le  sue  contemplazioni  non  gli  fossero  interrotte  ;  e  se 
pure  alcuna  che  molto  piaciuta  gli  fosse  ne  gli  veniva,  essendo 
esso  tra  gente,  quantunque  d'alcuna  cosa  fosse  stato  addoman- 
dato,  giammai  infino  a  tanto  che  egli  o  fermata  o  dannata  la  sua 
imaginazione  avesse,  non  avrebbe  risposto  al  dimandante:  il  che 
molte  volte,  essendo  egli  alla  mensa,  ed  essendo  in  cammino 
con  compagni,  e  in  altre  parti,   domandato,  gli  avvenne. 

Ne'  suoi  studi  fu  assiduissimo,  quanto  è  quel  tempo  che  ad 
essi  si  disponea,  in  tanto  che  niuna  novità  che  s'udisse,  da 
quegli  il  poteva  rimuovere.  E,  secondo  che  alcuni  degni  di  fede 
raccontano  di  questo  darsi  tutto  a  cosa  che  gli  piacesse,  egli, 
essendo  una  volta  tra  l'altre  in  Siena,  e  avvenutosi  per  acci- 
dente alla  stazzone  d'uno  speziale,  e  quivi  statogli  recato  uno 
libretto  davanti  promessogli,  e  tra'  valenti  uomini  molto  famoso, 
né  da  lui  stato  giammai  veduto,  non  avendo  per  avventura 
spazio  di  portarlo  in  altra  parte,  sopra  la  panca  che  davanti 
allo  speziale  era,  si  pose  col  petto,  e,  messosi  il  libretto  davanti, 
rauello  cupidissimamente  cominciò  a  vedere.  E  comeché  poco 
appresso  in  quella  contrada  stessa,  e  dinanzi  da  lui,  per  alcuna 
general  festa  de'  sanesi  si  cominciasse  da  gentili  giovani  e  fa- 
^  Y  cesse  una  grande  armeggiata,  e  con  quella  grandissimi  romori 
\/y  da'  circustanti  (si  come  in  cotal  casi  con  istrumenti  vari  e  con 
voci  applaudenti  suol  farsi),  e  altre  cose  assai  v'avvenissero 
^.^^  da  dover  tirare  altrui  a  vedersi,  si  come  balli  di  vaghe  donne 
^      y  -^Q  giuochi   molti  di    giovani;    mai  non  fu  alcuno    che  muovere 

Y  Y 


I  -  VITA    DI    DANTE  35 

quindi  il  vedesse,  né  alcuna  volta  levare  gli  occhi  dal  libro  : 
anzi,  postovisi  quasi  a  ora  di  nona,  prima  fu  passato  vespro, 
e  tutto  l'ebbe  veduto  e  quasi  sommariamente  compreso,  che 
egli  da  ciò  si  levasse;  affermando  poi  ad  alcuni,  che  il  doman- 
davano come  s'era  potuto  tenere  di  riguardare  a  cosi  bella  festa 
come  davanti  a  lui  s'era  fatta,  sé  niente  averne  sentito;  per 
che  alla  prima  maraviglia  non  indebitamente  la  seconda  s'ag- 
giunse a'  dimandanti. 

Fu  ancora  questo  poeta  di  maravigliosa  capacità  e  di  me- 
moria fermissima  e  di  perspicace  intelletto,  intanto  che,  essendo 
egli  a  Parigi,  e  quivi  sostenendo  in  una  disputazione  de  quolibet 
che  nelle  scuole  della  teologia  si  facea,  quattordici  quistioni 
da  diversi  valenti  uomini  e  di  diverse  materie,  con  gli  loro 
argomenti  prò  e  contra  fatti  dagli  opponenti,  senza  mettere  in 
mezzo  raccolse,  e  ordinatamente,  come  poste  erano  state,  recitò; 
quelle  poi,  seguendo  quello  medesimo  ordine,  sottilmente  sol- 
vendo e  rispondendo  agli  argoménti  contrari.  La  qual  cosa  // 
quasi  miracolo  da  tutti  i  circustanti  fu  reputata. 

D'altissimo  ingegno  e  di  sottile  invenzione  fu  similmente,  si 
come  le  sue  opere  troppo  più    manifestano   agl'intendenti  che         lPi>^ 
non  potrebbono  fare  le  mie  lettere.  ^  ^ 

Vaghissimo   fu  e  d'onore   e   di    pompa   per   avventura   più  [  ^y^ 
che   alla   sua   inclita   virtù   non  si  sarebbe   richiesto.  Ma  che?  f    ^ 
qual    vita  è  tanto    umile,  che  dalla   dolcezza   della   gloria    non 
sia   tócca?    E    per   questa   vaghezza    credo    che   oltre   a    ogni    q  ^j 
altro  studio  amasse  la  poesia,  veggendo,  comeché  la  filosofìa        ^ 
ogni  altra  trapassi  di  nobiltà,  la  eccellenzia  di  quella  con  pochi 
potersi  comunicare,  e  esserne  per  lo  mondo  molti  famosi:  eia  i^' 

poesia  più  essere  apparente  e  dilettevole  a  ciascuno,  e  li  poeti       it;*^^  0 
rarissimi.   E  perciò,  sperando  per  la  poesi  allo  inusitato  e  pom- 1.  ^      ^^^ 
poso  onore  della  coronazione  dell'alloro  poter  pervenire,   tutto  ||       ^, 
a  lei  si  diede  e  istudiando  e  componendo.  E  certo  il  suo  disi-      A    y^J^ 
derio  veniva  intero,  se  tanto  gli  fosse  stata  la  fortuna  graziosa,     ^P^ lU'^ 
che  egli  fosse  giammai   potuto  tornare  in  Firenze,  nella  quale     ^  ^^ 


^ 


sola  sopra  le  fonti  di  San  Giovanni  s'era  disposto  di  coronare;    ^ 
accioché   quivi,    dove   per   lo  battesimo   aveva   preso  il  primo     *'^  i^t^A 


4 


36  I  -  VITA    DI    DANTE 

nome,  quivi  medesimo  per  la  coronazione  prendesse  il  secondo. 

Ma  cosi  andò  che,  quantunque  la  sua  sufficienzia  fosse  molta, 

e  per  quella  in  ogni  parte,  ove  piaciuto  gli  fosse,  avesse  potuto 

)s^  l'onore  della  laurea  pigliare  (la  quale   non   iscienzia   accresce, 

^       ma  è  dell'acquistata  certissimo  testimonio  e  ornamento);  pur, 

J^        [quella  tornata,  che  mai  non  doveva  essere,  aspettando,  altrove 

^pigliar  non  la  volle;  e  cosi,  senza  il  molto  disiderato  onore  avere, 

/si  mori.  Ma,  percioché  spessa  quistione  si  fa  tra  le  genti,  e  che 
cosa  sia  la  poesi  e  che  il  poeta,  e  donde  sia  questo  nome  ve- 
nuto e  perché  di  lauro  sieno  coronati  i  poeti,  e  da  pochi  pare 
essere  stato  mostrato  ;  mi  piace  qui  di  fare  alcuneftransgressione;) 
nella  quale  io  questo  alquanto  dichiari,  tornando,  come  più  tosto 
potrò,  al  proposito. 


XXI 

DIGRESSIONE  SULL'ORIGINE  DELLA  POESIA 

La    prima    gente    ne'  primi    secoli,    comeché    rozzissima   e 
inculta  fosse,  ardentissima  fu  di  conoscere  il  vero  con  istudio, 
si  come   noi    veggiamo   ancora   naturalmente  disiderare  a  cia- 
scuno. La  quale  veggendo  il  cielo  muoversi  con  ordinata  legge 
continuo,  e  le  cose  terrene  avere  certo  ordine  e  diverse  ope- 
oj^    razioni  in  diversi  tempi,  pensarono  di  necessità  dovere  essere 
alcuna  cosa,  dalla  quale  tutte  queste  cose  procedessero,  e  che 
<;wr  Qi        tutte  l'altre  ordinasse,  si  come  superiore  potenzia  da  niun'altra 
<y     .^ -4  potenziata.  E,  questa  investigazione  seco  diligentemente  avuta, 
^     Ti     \J^    s'immaginarono  quella,  la  quale  «  divinità  »  ovvero  «  deità  »  no- 
jy    .Q         ^minarono,  con  ogni  cultivazione,  con  ogni  onore  e  con  più  che 
V  ^    '   u^mano   servigio   esser    da   venerare.    E    perciò    ordinarono,    a 

/reverenza  del  nome  di  questa  suprema  potenzia,  ampissime  ed 
egregie  case,  le  quali   ancora   estimarono    fossero  da  separare 
^  Jr   ,  cosi    di  nome,    come  di  forma    separate  erano,   da  quelle    che 

y  \/y  generalmente    per    gli    uomini    si    abitavano;    e    nominaronle 

^  «templi»,   E  similmente  avvisarono  doversi  [ordinar]   ministri. 


I  -  VITA    DI    DANTE       ^    *A  AQK^        37 

li  quali  fossero  sacri  e,  da  ogni  altra  mondana  sollecitudine 
rimoti,  solamente  a'  divini  servigi  vacassero,  per  maturità,  per 
età  e  per  abito,  più  che  gli  altri  uomini,  reverendi;  gli  quali 
appellarono  «  sacerdoti  ».  E  oltre  a  questo,  in  rappresentamento 
della  immaginata  essenzia  divina,  fecero  in  varie  forme  ma- 
gnifiche statue,  e  a'  servigi  di  quella  vasellamenti  d'oro  e  mense 
marmoree  e  purpurei  vestimenti  e  altri  apparati  assai  perti- 
nenti a'  sacrifici  per  loro  istabiliti.  E,  accioché  a  questa  cotale 
potenzia  tacito  onore  o  quasi  mutolo  non  si  facgsse,  parve 
loro  che  con  parole  d'alto  suono  essa  fosse  rJP  ^n-Tìliare^  e  allp 
loro  nec^fjffitp  rpnHprF>  mm:t!ZÌfL  E  cosi  come  essi  estimavano 
questa  eccedere  ciascuna  altra  cosa  di  nobilita,  cosi  vollono 
che,  di  lungi  da  ogni  plebeio  o  publico  stilo  di  parlare,  si  tro- 
vassero parole  degne  di  ragionare  dinanzi  alla  divinità,  nelle 
quali  le  si  porgessero  sacrate  lusinghe.  E  oltre  a  questo,  accio- 
ché queste  parole  paressero  aver  pin  d'effiraria.  vollero  che 
fossero  sotto  legge  di  certi  numeri  composte,  per  li  quali  alcuna 
dolcezza  si  sentisse,  e  cacciassesi  il  rincrescimento  e  la  noia. 
E  certo,  questo  non  in  volgar  forma  o  usitata,  ma  con  artifi- 
ciosa ed  esquisita  e  nuova  convenne  che  si  facesse.  La  qual 
forma  li  greci  appellano  «  j!!'^<?/^j' »  ;  laonde  nacque,  che  quello 
che  in  cotale  forma  fatto  fosse  s'appellasse  «  poesis  »  ;  e  quegli, 
che  ciò  facessero  o  cotale  modo  di  parlare  usassono,  si  chia- 
massero  «  poeti  ». 

Questa  adunque  fu  la  prima  origine  del  nome  della  poesia,  e 
per  consequente  de'  poeti,  comeché  altri  n'assegnino  altre  ra- 
gioni, forse   buone:  ma  questa  mi  piace  più. 

Questa  buona  e  laudevole  intenzione  della  rozza  età  mosse 
molti  a  diverse  invenzioni  nel  mondo  multiplicante  per  appa- 
rerei e  dove  i  primi  una  sola  deità  onoravano,  mostrarono  i 
seguenti  molte  esserne,  comeché  quella  una  dicessono  oltre 
ad  ogni  altra  ottenere  il  principato;  le  quali  molte  vollero  che 
fossero  il  Sole,  la  Luna,  Saturno,  Giove  e  ciascuno  degli  altri 
de'  sette  pianeti,  dagli  loro  effetti  dando  argomento  alla  loro 
deità;  e  da  questi  vennero  a  mostrare  ogni  cosa  utile  agli 
uomini,  quantunque  terrena  fosse,  deità  essere,  si  come  il  fuoco. 


fxJt' 


'J. 


38  I  -  VITA    DI    DANTE 

l'acqua,  la  terra  e  simiglianti.  Alle  quali  tutte  e  versi  e  onori 
e  sacrifici  s'ordinarono.  E  poi  susseguentemente  cominciarono 
diversi  in  diversi  luoghi,  chi  con  uno  ingegno,  chi  con  un 
altro,  a  farsi  sopra  la  moltitudine  indòtta  della  sua  contrada 
maggiori;  diffinendo  le  rozze  quistioni,  non  secondo  scritta  legge, 
che  non  l'aveano  ancora,  ma  secondo  alcuna  naturale  equità, 
della  quale  più  uno  che  un  altro  era  dotato  ;  dando  alla  loro 
vita  e  alli  loro  costumi  ordine,  dalla  natura  medesima  più  il- 
luminati ;  resistendo  con  le  loro  corporali  forze  alle  cose  avverse 
possibili  ad  avvenire  ;  e  a  chiamarsi  re  ;  e  mostrarsi  alla  plebe 
e  con  servi  e  con  ornamenti  non  usati  infino  a  que'  tempi  dagli 
uomini  a  farsi  ubbidire;  e  ultimamente  a  farsi  adorare.  Il  che, 
solo  che  fosse  chi  '1  presumesse,  sanza  troppa  difficultà  avvenia; 
percioché  a'  rozzi  popoli  parevano,  cosi  vedendogli,  non  uomini 
ma  iddii.  Questi  cotali,  non  fidandosi  tanto  delle  lor  forze, 
cominciarono  ad  aumentare  le  religioni,  e  con  la  fede  di  quelle 
j  a  impaurire  i  suggetti  e  a  strignere  con  sacramenti  alla  loro 
L/^^  /  obbedienza  quegli  li  quali  non  vi  si  sarebbono  potuti  con  forza 
J^  ^  "-^-costrignere.  E  oltre  a  questo  diedono  opera  a  deificare  li  lor 
padri,  li  loro  avoli  e  li  loro  maggiori,  accioché  più  fossero  e 
temuti  e  avuti  in  reverenzia  dal  vulgo.  Le  quali  cose  non  si 
i  poterono  ^comodamente  farejenza  J'oficio  de  poeti,  li  qualTT 
si  per  ampliare  la  loro  fama,  si  per  compiacere  a'  prencipi,  si 
per  dilettare  i  sudditi,  e  si  per  persuadere  il  virtuosamente 
operare  a  ciascuno;  quello  che  con  aperto  parlare  saria  suto 
della  loro  intenzione  contrario,  con  fizioni  varie  e  maestrevoli, 
male  da'  grossi  oggi  non  che  a  quel  tempo  intese,  facevano 
credere  quello  che  li  prencipi  volevan  che  si  credesse  ;  servando 
negli  nuovi  iddii  e  negli  uomini,  gli  quali  degl'iddìi  nati  finge- 
vano, quello  medesimo  stile  che  nel  vero  Iddio  solamente  e 
nel  suo  lusingarlo  avevan  gli  primi  usato.  Da  questo  si  venne 
allo  adequare  i  fatti  de'  forti  uomini  a  quegli  degl'iddìi;  donde 
nacque  il  cantare  con  eccelso  verso  le  battaglie  e  gli  altri  no- 
tabili fatti  degli  uomini  mescolatamente  con  quegli  degl'iddìi; 
il  quale  e  fu  ed  è  oggi,  insieme  con  l'altre  cose  di  sopra 
dette,   uficio  ed  esercizio  di  ciascuno  poeta.  E  percioché  molti 


I  -  VITA    DI    DANTE  39 

non  intendenti  credono  la  poesia  ninna  altra  cosa  essere  che 
solamente  un  fabuloso  parlare,  oltre  al  promesso  mi  piace  brie- 
vemente quella  essere  teologia  dimostrare,  prima  ch'io  vegna 
a  dire  perché  di  lauro  si  coronino  i  poeti. 


XXII 
DIFESA  DELLA  POESIA 

Se  noi  vorremo  por  giù  gli  animi  e  con  ragion  riguardare, 
io  mi  credo  che  assai  leggiermente  potremo  vedere  gli  antichi 
poeti  avere  imitate,  tanto  quanto  a  lo  'ngegno  umano  è  possi- 
bile, le  vestigie  dello  Spirito  santo  ;  il  quale,  si  come  noi  nella 
divina  Scrittura  veggiamo,  per  la  bocca  di  molti,  i  suoi  altissimi 
secreti  revelò  a'  futuri,  facendo  loro  sotto  velame  parlare  ciò 
che  a  debito  tempo  per  opera,  senza  alcuno  velo,  intendeva 
di  dimostrare.  Impercioché  essi,  se  noi  ragguarderemo  ben  le 
loro  opere,  accioché  lo  imitatore  non  paresse  diverso  dallo 
imitato,  sotto  coperta  d'alcune  fizioni,  quello  che  stato  era,  o 
che  fosse  al  loro  tempo  presente,  o  che  disideravano  o  che 
presumevano  che  nel  futuro  dovesse  avvenire,  discrissono  ; 
per  che,  come  che  ad  uno  fine  l'una  scrittura  e  l'altra  non  ri- 
guardasse, ma  solo  al  modo  del  trattare,  al  che  più  guarda  al 
presente  l'animo  mio,  ad  amendune  si  potrebbe  dare  una  me- 
desima laude,  usando  di  Gregorio  le  parole.  Il  quale  della 
sacra  Scrittura  dice  ciò  che  ancora  della  poetica  dir  si  puote, 
cioè  che  essa  in  un  medesimo  sermone,  narrando,  apre  il  testo 
e  il  misterio  a  quel  sottoposto;  e  cosi  ad  un'ora  coll'uno  gli 
savi  esercita  e  con  l'altro  gli  sempHci  riconforta,  e  ha  in  pu- 
blico  donde  li  pargoletti  nutrichi,  e  in  occulto  serva  quello 
onde  essa  le  menti  de'  sublimi  intenditori  con  ammirazione 
tenga  sospese.  Percioché  pare  essere  Un  fiume,  accioché  io 
cosi  dica,  piano  e  profondo,  nel  quale  il  piccioletto  agnello  con 
gli  pie  vada,  e  il  grande  elefante  ampissimamente  nuoti.  Ma 
da  procedere  è  al  verificare  delle  cose  proposte. 


40  I  -  VITA    DI    DANTE 

Intende  la  divina  Scrittura,  la  qual  noi  «  teologia  »  appel- 
liamo, quando  con  figura  d'alcuna  istoria,  quando  col  senso 
d'alcuna  visione,  quando  con  lo  'ntendimento  d'alcun  lamento, 
e  in  altre  maniere  assai,  mostrarci  l'alto  misterio  della  incar- 
nazione del  Verbo  divino,  la  vita  di  quello,  le  cose  occorse 
nella  sua  morte,  e  la  resurrezione  vittoriosa,  e  la  mirabile 
ascensione,  e  ogni  altro  suo  atto,  per  lo  quale  noi  ammaestrati, 
possiamo  a  quella  gloria  pervenire,  la  quale  Egli  e  morendo  e 
resurgendo  ci  aperse,  lungamente  stata  serrata  a  noi  per  la 
colpa  del  primiero  uomo.  Cosi  li  poeti  nelle  loro  opere,  le 
quali  noi  chiamiamo  «  poesia  »,  quando  con  fizioni  di  vari 
iddii,  quando  con  trasmutazioni  d'uomini  in  varie  forme,  e 
quando  con  leggiadre  persuasioni,  ne  mostrano  le  cagioni  delle 
cose,  gli  effetti  delle  virtù  e  de'  vizi,  e  che  fuggire  dobbiamo 
e  che  seguire,  accioché  pervenire  possiamo,  virtuosamente 
operando,  a  quel  fine,  il  quale  essi,  che  il  vero  Iddio  debita- 
mente non  conosceano,  somma  salute  credevano.  Volle  lo 
Spirito  santo  mostrare  nel  rubo  verdissimo,  nel  quale  Moisé 
vide,  quasi  come  una  fiamma  ardente.  Iddio,  la  verginità  di 
Colei  che  più  che  altra  creatura  fu  pura,  e  che  dovea  essere 
abitazione  e  ricetto  del  Signore  della  natura,  non  doversi,  per 
la  concezione  né  per  lo  parto  del  Verbo  del  Padre,  contaminare. 
Volle  per  la  visione  veduta  da  Nabucodònosor,  nella  statua 
di  più  metalli  abbattuta  da  una  pietra  convertita  in  monte, 
mostrare  tutte  le  preterite  età  dalia  dottrina  di  Cristo,  il  quale 
fu  ed  è  viva  pietra,  dovere  summergersi  ;  e  la  cristiana  religione, 
nata  di  questa  pietra,  divenire  una  cosa  immobile  e  perpetua, 
si  come  gli  monti  veggiamo.  Volle  nelle  lamentazioni  di  leremia, 
l'eccidio  futuro  di  lerusalem  dichiarare. 

Similemente  li  nostri  poeti,  fingendo  Saturno  avere  molti 
figliuoli,  e  quegli,  fuori  che  quattro,  divorar  tutti,  niuna  altra 
cosa  vollono  per  tale  fizione  farci  sentire,  se  non  per  Saturno 
il  tempo,  nel  quale  ogni  cosa  si  produce,  e  come  ella  in  esso 
è  prodotta,  cosi  è  esso  di  tutte  corrompitore,  e  tutte  le  riduce 
a  niente.  I  quattro  suoi  figliuoli  non  divorati  da  lui,  è  l'uno 
Giove,  cioè  l'elemento  del  fuoco;   il  secondo  è  Giunone,   sposa 


I  -  VITA    DI    DANTE  41 

e  sorella  di  Giove,  cioè  l'aere,  mediante  la  quale  il  fuoco 
quaggiù  opera  li  suoi  elTetti:  il  terzo  è  Nettuno,  iddio  del  mare,  j  V^ 
cioè  l'elemento  dell'acqua;  e  il  quarto  e  ultimo  è  Plutone,  ' 
iddio  del  ninferno,  cioè  la  terra,  pili  bassa  che  alcuno  altro 
elemento.  Similemente  fingono  li  nostri  poeti  Ercule  d'uomo 
essere  in  dio  trasformato,  e  Licaone  in  lupo:  moralmente  vo- 
lendo mostrarci  che,  virtuosamente  operando,  come  fece  Ercule, 
l'uomo  diventa  iddio  per  participazione  in  cielo;  e,  viziosamente 
operando,  come  Licaone  fece,  quantunque  egli  paia  uomo,  nel 
vero  si  può  dire  quella  bestia,  la  quale  da  ciascuno  si  conosce 
per  effetto  più  simile  al  suo  difetto  :  si  come  Licaone  per  rapa- 
cità e  per  avarizia,  le  quali  a  lupo  sono  molto  conformi,  si 
finge  in  lupo  esser  mutato.  Similemente  fingono  li  nostri  poeti 
la  bellezza  de'  campi  elisi,  per  la  quale  intendo  la  dolcezza  del 
paradiso;  e  la  oscurità  di  Dite,  per  la  quale  prendo  l'amari- 
tudine dello 'nferno;  uccioché  noi,  tratti  dal  piacere  dell'uno, 
e  dalla  noia  dell'altro  spaventati,  seguitiamo  le  virtù  che  in 
Eliso  ci  meneranno,  e  i  vizi  fuggiamo  che  in  Dite  ci  farieno 
trarupare.  Io  lascio  il  tritare  con  più  particulari  esposizioni 
queste  cose,  percioché,  se  quanto  si  converrebbe  e  potrebbe 
le  volessi  chiarire,  comeché  elle  più  piacevoli  ne  divenissero 
e  più  facessero  forte  il  mio  argomento,  dubito  non  mi  tirassero 
più  oltre  molto  che  la  principale  materia  non  richiede  e  che 
io  non  voglio  andare.  E  certo,  se  più  non  se  ne  dicesse  che 
quello  eh' è  detto,  assai  si  dovrebbe  comprendere  la  teologia 
e  la  poesia  convenirsi  quanto  nella  forma  dell'operare,  ma  nel 
suggetto  dico  quelle  non  solamente  molto  essere  diverse,  ma 
ancora  avverse  in  alcuna  parte:  percioché  il  suggetto  delia  \ 
sacra  teologia  è  la  divina  verità,  quello  dell'antica  poesi  sono 
gl'iddii  de' gentili  e  gli  uomini.  Avverse  sono,  in  quanto  la 
teologia  ninna  cosa  presuppone  se  non  vera  ;  la  poesia  ne  sup-  f 
pone  alcune  per  vere,  le  quali  sono  falsissime  ed  erronee  e  ' 
contra  la  cristiana  religione.  Ma,  perci(*hé  alcuni  disensati  si 
levano  contra  li  poeti,  dicendo  loro  sconce  favole  e  male  a 
ninna  verità  consonanti  avere  composte,  e  che  in  altra  forma 
che   con    favole   dovevano    la    loro    sofficienzia    mostrare  e   a' 


^ 


42  I   -  VITA    DI    DANTE 

mondani  dare  la  loro  dottrina  ;  voglio  ancora  alquanto  più  oltre 
procedere  col  presente  ragionamento. 

Guardino  adunque  questi  cotali  le  visioni  di  Daniello,  quelle 
d' Isaia,  quelle  d'  Ezechiel  e  degli  altri  del  Vecchio  Testamento 
con  divina  penna  discritte,  e  da  Colui  mostrate  al  quale  non 
fu  principio  né  sarà  fine.  Guardinsi  ancora  nel  Nuovo  le  vi- 
sioni dell'evangelista,  piene  agl'intendenti  di  mirabile  verità; 
e,  se  niuna  poetica  favola  si  truova  tanto  di  lungi  dal  vero  o 
dal  verisimile,  quanto  nella  corteccia  appaiono  queste  in  molte 
parti,  concedasi  che  solamente  i  poeti  abbiano  dette  favole  da 
non  potere  dare  diletto  né  frutto.  Senza  dire  alcuna  cosa  alla 
riprensione  che  fanno  de'  poeti,  in  quanto  la  loro  dottrina  in 
favole  ovvero  sotto  favole  hanno  mostrata,  mi  potrei  passare; 
conoscendo  che,  mentre  che  essi  mattamente  gli  poeti  ripren- 
dono di  ciò,  incautamente  caggiono  in  biasimare  quello  Spirito, 
il  quale  nulla  altra  cosa  è  che  via,  vita  e  verità:  ma  pure 
alquanto  intendo  di  soddisfargli. 

Manifesta  cosa  è  che  ogni  cosa,  che  con  fatica  s'acquista, 
avere  alquanto  più  di  dolcezza  che  quella  che  vien  senz'af- 
fanno. La  verità  piana,  percioch'è  tosto  compresa  con  piccole 
forze,  diletta  e  passa  nella  memoria.  Adunque,  accioché  con 
fatica  acquistata  fosse  più  grata,  e  perciò  meglio  si  conservasse, 
li  poeti  sotto  cose  molto  ad  essa  contrarie  apparenti,  la  na- 
scosero; e  perciò  favole  fecero,  più  che  altra  coperta,  perché 
la  bellezza  di  quelle  attraesse  coloro,  li  quali  né  le  dimostra- 
zioii  filosofiche,  né  le  persuasioni  avevano  potuto  a  sé  tirare. 
Che  dunque  direm  de'  poeti.?  terremo  ch'essi  sieno  stati  uo- 
mini insensati,  come  li  presenti  dissensati,  parlando  e  non 
sappiendo  che,  gli  giudicano?  Certo,  no;  anzi  furono  nelle  loro 
operazioni  di  profondissimo  sentimento,  quanto  è  nel  frutto 
nascoso,  e  d'eccellentissima  e  d'ornata  eloquenzia  nelle  cortecce 
e  nelle  frondi  apparenti.   Ma  torniamo  dove  lasciammo. 

Dico  che  la  teologia  e  la  poesia  quasi  una  cosa  si  possono 
dire,  dove  uno  medesimo  sia  il  suggetto;  anzi  dico  più,  che 
la  teologia  niun'altra  cosa  è  che  una  poesia  di  Dio.  E  ch'altra 
cosa  è  che  poetica  fizione  nella  Scrittura  dire  Cristo  essere  ora 


I  -  VITA    DI    DANTE  45 

leone  e  ora  agnello  e  ora  vermine,  e  quando  drago  e  quando 
pietra,  e  in  altre  maniere  molte,  le  quali  voler  tutte  raccontare 
sarebbe  lunghissimo?  che  altro  suonano  le  parole  del  Salva- 
tore nello  evangelio,  se  non  uno  sermone  da'  sensi  alieno?  il 
quale  parlare  noi  con  più  usato  vocabolo  chiamiamo  «  alle- 
goria ».  Dunque  bene  appare,  non  solamente  la  poesi  essere 
teologia,  ma  ancora  la  teologia  essere  poesia.  E  certo,  se  le 
mie  parole  meritano  poca  fede  in  si  gran  cosa,  io  non  me  ne 
turberò;  ma  credasi  ad  Aristotile,  degnissimo  testimonio  a  ogni 
gran  cosa,  il  quale  afferma  sé  aver  trovato  li  poeti  essere  stati  /• 
li  primi  teologizzanti.  E  questo  basti  quanto  a  questa  parte;  e 
torniamo  a  mostrare  perché  a'  poeti  solamente,  tra  gli  scien- 
ziati, l'onore  della  corona  dell'alloro  conceduto  fosse. 


XXIII 


DELL'ALLORO  CONCEDUTO  AI  POETI 


Tra  l'altre  nazioni,  le  quali  sopra  il  circuito  della  terra  son 
molte,  li  greci  si  crede  che  sieno  quegli  alli  quali  primiera- 
mente la  filosofia  sé  e  li  suoi  segreti  aprisse;  de' tesori  della 
quale  essi  trassero  la  dottrina  militare,  la  vita  politica  e  altre 
care  cose  assai,  per  le  quali  essi  oltre  a  ogni  altra  nazione  di- 
vennero famosi  e  reverendi.  Ma  intra  l'altre,  tratte  del  costei 
tesoro  da  loro,  fu^  la  santissima  sentenzia  di  Solone  nel  prin- 
cipio posta  di  questa  operetta;  e  accioché  la  loro  republica, 
la  quale  più  che  altra  allora  fioriva,  diritta  e  andasse  e  stesse 
sopra  due  piedi,  e  le  pene  a'  nocenti  e  i  meriti  ai  valorosi 
magnificamente  ordinarono  e  osservarono.  Ma,  intra  gli  altri 
meriti  stabiliti  da  loro  a  chi  bene  adoperasse,  fu  questo  il  pre- 
cipuo: di  coronare  in  publico,  e  con  fKiblico  consentimento, 
di  frondi  d'alloro  li  poeti  dopo  la  vittoria  delle  loro  fatiche,  e 
gl'imperadori,  li  quali  vittoriosamente  avessero  la  republica 
aumentata;  giudicando   che  igual    gloria  si   convenisse  a  colui 


44  I  -  VITA    DI    DANTE 

per  la  cui  virtù  le  cose  umane  erano  e  servate  e  aumentate, 
che  a  colui  da  cui  le  divine  eran  trattate.  E  comeché  di 
questo  onore  li  greci  fossero  inventori,  esso  poi  trapassò  a' 
latini,  quando  la  gloria  e  l'arme  parimente  di  tutto  il  mondo 
diedero  luogo  al  romano  nome;  e  ancora,  almeno  nelle  coro- 
nazioni de'  poeti,  comeché  rarissimamente  avvenga,  vi  dura. 
Ma,  perché  a  tale  coronazione  più  il  lauro  che  altra  fronda 
eletto  sia,  non  dovrà  essere  a  veder  rincresce vole. 


XXIV 

ORIGINE  DI  QUESTA  USANZA 

Sono  alcuni  li  quali  credono,  percioché  sanno  Danne  amata 
da  Febo  e  in  lauro  convertita,  essendo  Febo  e  il  primo  au- 
tore e  fautore  de'  poeti  stato  e  similmente  triunfatore,  per  amore 
a  quelle  frondi  portato,  di  quelle  le  sue  cetere  e  i  triunfi  aver 
coronati;  e  quinci  essere  stato  preso  esemplo  dagli  uomini,  e 
per  conseguente  essere  quello,  che  da  Febo  fu  prima  fatto, 
cagione  di  tale  coronazione  e  di  tai  frondi  infmo  a  questo  giorno 
a'  poeti  e  agl'imperadori.  E  certo  tale  opinione  non  mi  spiace, 
né  nego  cosi  poter  essere  stato;  ma  tuttavia  me  muove  altra 
ragione,  la  quale  è  questa.  Secondo  che  vogliono  coloro,  li 
quali  le  virtù  delle  piante  ovvero  la  loro  natura  investigarono, 
il  lauro  tra  l'altre  più  sue  proprietà  n'ha  tre  laudevoli  e  notevoli 
moltdi^la  prima  si  è,  come  noi  yeggiamo,  che  mai  egli  non 
perde  né  verdezza,  né  fronda  ria  seconda  si  è,  che  non  si 
truova  questo  albore  mai  essere  .stato  fulminato,  il  che  di  niuno 
altro  leggiamo  essere  avvenuto  ;M^a  terza,  che  egli  è  odorifero 
molto,  si  come  noi  sentiamo  :  le  quali  tre  proprietà  estimarono 
gli  antichi  inventori  di  questo  onore  convenirsi  con  le  virtuose 
opere  de'  poeti  e  de*  vittoriosi  imperadori.  E  primieramente  la 
perpetua  viridità  di  queste  frondi  dissono  dimostrare  la  fama 
delle  costoro  opere,    cioè  di  coloro  che   d'esse  si  coronavano 


I  -  VITA    DI    DANTE  45 

o  coronerebbono  nel  futuro,  sempre  dovere  stare  in  vita.  Ap- 
presso estimarono  l'opere  di  questi  cotali  essere  di  tanta  po- 
tenzia, che  né  il  fuoco  della  invidia,  né  la  folgore  della  lunghezza 
del  tempo,  la  quale  ogni  cosa  consuma,  dovesse  mai  queste 
potere  fulminare,  se  non  come  quello  albero  fulminava  la  ce- 
leste folgore.  E  oltre  a  questo  diceano  queste  opere  de'  già 
detti  per  lunghezza  di  tempo  mai  dover  divenire  meno  piacevoli 
e  graziose  a  chi  l'udisse  o  le  leggesse,  ma  sempre  dovere  essere 
accettevoli  e  odorose.  Laonde  meritamente  si  confaceva  la  co- 
rona di  cotai  frondi,  più  ch'altra,  a^cotali  uomini,  gli  cui  effetti,  ^^y^vv^ 
in  tanto  quanto  vedere  possiamo,  erano  a  lei  conformi.  Per  che 


"f>^ 


nnp  gpnyn  ff^crinne  il  nostro  Dante  era  ardentissimo  disideratore  \\/j 

di  tale  onore  ovvero  di  cotale  testimonia  di  tanta  vertù,  quale    *  jl   ^^^^^^  .^ 

questa  è  a  coloro,  li  quali  degni  si  fanno  di  doversene  ornare       ^  uA^^^ 

le  tempie.  Ma  tempo  è  di  tornare  là  onde,  intrando  in  questo, 

ci  dipartimmo. 


XXV 
CARATTERE  DI  DANTE 

Fu  il  nostro  poeta,  oltre  alle  cose  predette,  d'animo  alto  e 
disdegnoso  molto;  tanto  che,  cercandosi  per  alcun  suo  amico, 
il  quale  ad  istanzia  de'  suoi  prieghi  il  facea,  che  egli  potesse 
ritornare  in  Fiorenza,  il  che  egli  oltre  ad  ogni  altra  cosa  som- 
mamente disiderava,  né  trovandosi  a  ciò  alcun  modo  con  coloro 
li  quali  il  governo  della  republica  allora  aveano  nelle  mani, 
se  non  uno,  il  quale  era  questo:  che  egli  per  certo  spazio  stesse 
in  prigione,  e  dopo  quello  in  alcuna  solennità  publica  fosse 
[ì  misericordievolmente  alla  nostra  principale  ecclesia  offerto,  e 
per  conseguente  libero  e  fuori  d'ogni  condennagione  per  adietro 
fatta  di  lui;  la  qual  cosa  parendogli  «jflnvenirsi  e  usarsi  in 
qualunque  e  depressi  e  infami  uomini,  e  non  in  altri:  perche 
oltre  al  suo  maggiore  disiderio,  preelesse  di  stare  in  esilio,  anzi 
che  per  cotal  via    tornare  in   casa  sua.   Oh  isdegno  laudevoje 


46  I  -  VITA    DI    DANTE 

di  magnanimo,  quanto  virilmente  operasti,  reprimendo  l'ardente 


disio  del  ritornare  per  via  meno  che  degna  ad  uomo  nel  grembo 
della  filosofia  nutricato  1 

Molto  simigliantemente  presunse  di  sé,  né  gli  parve  meno 
valere,  secondo  che  li  suoi  contemporanei  rapportano,  che  el 
valesse;  la  qual  cosa,  tra  l'altre  volte,  apparve  una  notabil- 
mente, mentre  ch'egli  era  con  la  sua  setta  nel  colmo  del  reg- 
gimento della  republica.  Che,  conciofossecosaché  per  coloro 
li  quali  erano  depressi  fosse  chiamato^  mediante  Bonifazio  papa 
ottavo,  a  ridirizzare  lo  stato  della  nostra  città,  un  fratello  ov- 
vero congiunto  di  Filippo  allora  re  di  Francia,  il  cui  nome 
fu  Carlo  ;  si  ragunarono  a  uno  consiglio  per  provedere  a  questo 
fatto  tutti  li  prencipi  della  setta,  con  la  quale  esso  tenea;  e 
quivi  tra  l'altre  cose  providero,  che  ambasceria  si  dovesse 
mandare  al  papa,  il  quale  allora  era  a  Roma,  per  la  quale 
s'inducesse  il  detto  papa  a  dovere  ostare  alla  venuta  del  detto 
Carlo,  ovvero  lui,  con  concordia  della  setta,  la  quale  reggeva, 
far  venire.  E  venuto  al  diliberare  chi  dovesse  esser  prencipe 
di  cotale  legazione,  fu  per  tutti  detto  che  Dante  fosse  desso. 
Alla  quale  richiesta  Dante,  alquanto  sopra  a  sé  stato,  disse: 
I  —  Se  io  vo,  chi  rimane?  se  io  rimango,  chi  va?,  —  quasi  esso 
fjf!  ^.  solo  fosse  colui  che  tra  tutti  valesse,  e  per  cui  tutti  gli  altri  va- 
lessero. Questa  parola  fu  intesa  e  raccolta,  ma  quello  che  di  ciò 
seguisse  non  fa  al  presente  proposito,  e  però,  passando  avanti, 
il  lascio  stare. 

Oltre  a  queste  cose,  fu  questo  valente  uomo  in  tutte  le  sue 
avversità  fortissimo:  solo  in  una  cosa  non  so  se  io  mi  dica  fu 
impaziente  o  animoso,  cioè  in  opera  pertenente  a  parte,  poi 
che  in  esilio  fu,  troppo  più  che  alla  sua  suflìcienzia  non  ap- 
partenea,  e  ch'egli  non  volea  che  di  lui  per  altrui  si  credesse. 
E  accioché  a  qual  parte  fosse  cosi  animoso  e  pertinace  appaia, 
mi  pare  sia  da  procedere  alquanto  più  oltre  scrivendo. 

Io  credo  che  giusta  ira  di  Dio  permettesse,  già  è  gran  tempo, 
quasi  tutta  Toscana  e  Lombardia  in  due  parti  dividersi:  delle 
quali,  onde  cotali  nomi  s'avessero,  non  so;  ma  l'una  si  chiamò 
€  chiama  «parte  guelfa»,  e  l'altra  fu   «ghibellina»  chiamata. 


I  -  VITA    DI    DANTE  47 

E  di  tanta  efficacia  e  reverenzia  furono  negli  stolti  animi  di 
molti  questi  due  nomi,  che,  per  difendere  quello  che  alcuno 
avesse  eletto  per  suo  contra  il  contrario,  non  gli  era  di  perdere 
gli  suoi  beni  e  ultimamente  la  vita,  se  bisogno  fosse  fatto,  ma- 
lagevole. E  sotto  questi  titoli  molte  volte  le  città  italiche  so- 
stennero di  gravissime  pressure  e  mutamenti;  e  intra  l'altre 
la  nostra  città,  quasi  capo  e  dell'uno  nome  e  dell'altro,  secondo 
il  mutamento  de' cittadini;  intanto  che  gli  maggiori  di  Dante 
per  guelfi  da'  ghibellini  furono  due  volte  cacciati  di  casa  loro, 
ed  egli  similemente,  sotto  il  titolo  di  guelfo,  tenne  i  freni  della 
republica  in  Firenze.  Della  quale  cacciato,  come  mostrato  è, 
non  da'  ghibellini  ma  da'  guelfi,  e  veggendo  sé  non  potere 
ritornare,  in  tanto  mutò  l'animo,  che  ninno  più  fiero  ghibellino  ^\ 
e  a'  guelfi  avversario  fu  conìe  lui  ;  e  quello  di  che  io  più  mi  ,  ^ 
vergogno  in  servigio  della  sua  memoria  è  che  publichissima 
cosa  è  in  Romagna,  lui  ogni  femminella,  ogni  piccol  fanciullo 
ragionante  di  parte  e  dannante  la  ghibellina,  l'avrebbe  a  tanta  j  / 
insania  mosso,  che  a  gittare  le  pietre  l'avrebbe  condotto,  non 
avendo  taciuto.  E  con  questa  animosità  si  visse  infino  alla  morte. 

Certo,  io  mi  vergogno  dovere  con  alcuno  difetto  maculare  la 
fama  di  cotanto  uomo;  ma  il  cominciato  ordine  delle  cose  in 
alcuna  parte  il  richiede;  percioché,  se  nelle  cose  meno  che 
laudevoli  in  lui,  mi  tacerò,  io  torrò  molta  fede  alle  laudevoli 
già  mostrate.  A  lui  medesimo  adunque  mi  scuso,  il  quale  per 
avventura  me  scrivente  con  isdegnoso  occhio  d'alta  parte  del 
cielo  ragguarda. 

Tra  cotanta  virtù,  tra  cotanta  scienzia,  quanta  dimostrato  è 
di  sopra  essere  stata  in  questo  mirifico  poeta,  trovò  ampissimo 
luogo  la  lussuria,  e  non  solamente  ne'  giovani  anni,  ma  ancora 
ne'  maturi.   Il  quale  vizio,   comeché  naturale  e  comune  e  quasi 
necessario  sia,   nel  vero  non  che  commendare,  ma  scusare  non 
si  può  degnamente.   Ma   chi  sarà    tra'  mortali  giusto  giudice  a    ,  V* 
condennarlo?   Non  io.  Oh  poca  fermezzf,  oh  bestiale  appetito  \y^  / 
degli  uomini,    che  cosa  non  possono  le  femmine  in  noi,  s'eile   '      .f* 
vogliono,  che,  eziandio   non    volendo,  posson  gran  cose?  Esse      '^     ' 
hanno    la  vaghezza,    la   bellezza  e  il  naturale   appetito  e  altre 


/'. 


48  1  -  VITA    DI    DANTE 

cose  assai  continuamente  per  loro  ne'  cuori  degli  uomini  pro- 
curanti ;  e  che  questo  sia  vero,  lasciamo  stare  quello  che  Giove 
per  Europa,  o  Ercule  per  Iole,  o  Paris  per  Elena  facessero; 
che,  percioché  poetiche  cose  sono,  molti  di  poco  sentimento 
le  dirien  favole;  ma  mostrisi  per  le  cose  non  convenevoli  ad 
alcuno  di  negare.  Era  ancora  nel  mondo  più  che  una  femmina 
'quando  il  nostro  primo  padre,  lasciato  il  comandamento  fattogli 
/dalla  propia  bocca  di  Dio,  s'accostò  alle  persuasioni  di  lei? 
Certo  no.  E  David,  non  ostante  che  molte  n'avesse,  solamente 
veduta  Bersabé,  per  lei  dimenticò  Iddio,  il  suo  regno,  sé  e  la 
sua  onestà,  e  adultero  prima  e  poi  omicida  divenne:  che  si  dee 
credere  ch'egli  avesse  fatto,  se  ella  alcuna  cosa  avesse  coman- 
dato? E  Salomone,  al  cui  senno  niuno,  dal  figliuolo  di  Dio  in 
fuori,  aggiunse  mai,  non  abbandonò  colui  che  savio  l'aveva 
fatto,  e  per  piacere  a  una  femmina  s'inginocchiò  e  adorò 
Baalim?  Che  fece  Erode?  che  altri  molti,  da  niuna  altra  cosa 
tirati  che  dal  piacer  loro?  Adunque  tra  tanti  e  tali  non  iscu- 
sato,  ma,  accusato  con  assai  meno  curva  fronte  che  solo,  può 
passare  il  nostro  poeta.  E  questo  basti  al  presente  de'  suoi 
costumi  pili  notabili  avere  contato. 


XXVI 
DELLE  OPERE  COMPOSTE  DA  DANTE 

Compose  questo  glorioso  poeta  più  opere  ne*  suoi  giorni, 
delle  quali  fare  ordinata  memoria  credo  che  sia  convenevole, 
accioché  né  alcuno  delle  sue  s' intitolasse,  né  a  lui  fossero  per 
avventura  intitolate  l'altrui.  Egli  primieramente,  duranti  ancora 
le  lagrime  della  morte  della  sua  Beatrice,  quasi  nel  suo  ven- 
tesimosesto anno  compose  in  un  volumetto,  il  quale  egli  intitolò 
Vùa  nova,  certe  operette,  si  come  sonetti  e  canzoni,  in  di- 
versi tempi  davanti  in  rima  fatte  da  lui,  maravigliosamente 
belle  ;  di  sopra  da  ciascuna  partitamente  e  ordinatamente  scri- 
vendo   le    cagioni    che    a    quelle    fare     l'avean    mosso,    e    di 


I  -  VITA    DI    DANTE  49 

dietro  ponendo  le  divisioni  delle  precedenti  opere.  E  comeché 
egli  d'avere  questo  libretto  fatto,  negli  anni  più  maturi  si  ver- 
gognasse molto,  nondimeno,  considerata  la  sua  età,  è  egli  assai 
bello  e  piacevole,  e  massimamente  a*  volgari. 

Appresso  questa  compilazione  più  anni,  raguardando  egli 
della  sommità  del  governo  della  republica,  sopra  la  quale  stava, 
e  veggendo  in  grandissima  parte,  cosi  come  di  si  fatti  luoghi  si 
vede,  qual  fosse  la  vita  degli  uomini,  e  quali  fossero  gli  errori 
del  vulgo,  e  come  fossero  pochi  i  disvianti  da  quello  e  di 
quanto  onore  degni  fossero,  e  quegli,  che  a  quello  s'accostas- 
sero, di  quanta  confusione;  dannandogli  studi  di  questi  cotali 
e  molto  più  li  suoi  commendando,  gli  venne  nell'animo  un  alto 
pensiero,   per  lo  quale  a  un'ora,  cioè  in  una  medesima  opera, 

propose,    mostrando    la    sua    SOfficl.^?^''^,   di  mr^rr^prp'    rnn    gravìg-  j 

si  me  pene  i  viziosi,  e  con  altissimi  prgmi  li  voloroci  nnnrnrp. 
e  a  sé  perpetua  gloria  apparecchiare.  E,  percioché,  come  già 
è  mostrato,  egli  aveva  a  ogni  studio  preposta  la  ^esia,)  poe- 
tica opera  estimò  di  comporre.  E,  avendo  molto  davanti  pre- 
meditato quello  che  fare  dovesse,  nel  suo  trentacinquesimo 
anno  si  cominciò  a  dare  al  mandare  ad  effetto  ciò  che  davanti 
premeditato  avea,  cioè  a  volere  secondo  i  meriti  e  mordere  e 
premiare,  secondo  la  sua  diversità,  la  vita  degli  uomini.  La 
quale,  percioché  conobbe  essere  di  tre  maniere,  cioè  viziosa, 
o  da*  vizi  partentesi  e  andante  alla  vertù,  o  virtuosa;  quella 
in  tre  libri,  dal  mordere  la  viziosa  cominciando  e  finendo  nel 
premiare  la  virtuosa,  mirabilmente  distinse  in  un  volume,  il 
quale  tutto  intitolò  Cornedia.  De'  quali  tre  libri  egli  ciascuno 
distinse  per  canti  e  i  canti  per  rittimi,  si  come  chiaro  si  vede; 
e  quello  in  rima  volgare  compose  con  tanta  arte,  con  si  mira- 
bile ordine  e  con  si  bello,  che  niuno  fu  ancora  che  giustamente 
quello  potesse  in  alcuno  atto  riprendere.  Quanto  sottilmente 
egli  in  esso  poetasse  pertutto,  coloro,  alli  quali  è  tanto  ingegno 
prestato  che  'ntendano,  il  possono  vedere.  Ma,  si  come  noi 
veggiamo  le  gran  cose  non  potersi  in  brieve  tempo  comprendere, 
e  per  questo  conoscer  dobbiamo  cosi  alta,  cosi  grande,  cosi 
escogitata  impresa,  come  fu  tutti  gli  atti  degli  uomini  e  i  loro 

G.   Boccaccio,  Scritti  danteschi  -  \.  4 


50  I  -  VITA    DI    DANTE 

meriti  poeticamente  volere  sotto  versi  volgari  e  rimati  racchiu- 
dere, non  essere  stato  possibile  in  picciolo  spazio  avere  al  suo 
fine  recata;  e  massimamente  da  uomo,  il  quale  da  molti  e  vari 
casi  della  fortuna,  pieni  tutti  d'angoscia  e  d'amaritudine  vene- 
nati,  sia  stato  agitato  (come  di  sopra  mostrato  è  che  fu  Dante)  : 
per  che  dall'ora  che  di  sopra  è  detta  che  egli  a  cosi  alto  lavorio 
si  diede  infino  allo  stremo  della  sua  vita,  comeché  altre  opere, 
come  apparirà,  non  ostante  questa,  componesse  in  questo  mezzo, 
gli  fu  fatica  continua.  Né  fia  di  soperchio  in  parte  toccare  d'al- 
cuni accidenti  intorno  al  principio  e  alla  fine  di  quella  avvenuti. 
J*"^  Dico  che,  mentre  che  egli  era  più  attento  al  glorioso  lavoro, 
e  già  della  prima  parte  di  quello,  la  quale  intitola  Inferno, 
aveva  composti  sette  canti,  mirabilmente  fingendo,  e  non  mica 
come  gentile,  ma  come  cristianissimo  poetando,  cosa  sotto 
questo  titolo  mai  avanti  non  fatta;  sopravvenne  il  gravoso 
accidente  della  sua  cacciata,  o  fuga  che  chiamar  si  convegna, 
per  lo  quale  egli  e  quella  e  ogni  altra  cosa  abbandonata,  in- 
certo di  se  medesimo,  più  anni  con  diversi  amici  e  signori 
andò  vagando.  Ma,  come  noi  dovemo  certissimamente  credere 
I  ^''^    a  quello  che  Iddio  dispone  niuna  cosa  contraria  la  fortuna  pn- 

y^         I    tere  operare,    per   la  quale,  e  se  forse  vi    può  porre   indugio, 

^       \  istòria  possa  dal  debito  fine;  avvenne   che   alcuno    per  alcuna 

\  1^   J<9^^  scrittura  forse  a  lui  opportuna,  cercando  fra  cose  di  Dante 

^^  .  \5^in  certi  forzieri  state  fuggite  subitamente  in  luoghi  sacri,  nel 
qJ^         tempo  che  tumultuosamente  la  ingrata  e  disordinata   plebe  gli 

'^  r^yT^  era,  più  vaga  di  preda  che  di  giusta  vendetta,  corsa  alla  casa, 

(/  trovò   li  detti   sette   canti   stati   da    Dante   composd,    gli   quali 

con  ammirazione,  non  sappiendo  che  si  fossero,  lesse,  e,  pia- 
cendogli sommamente,  e  con  ingegno  sottrattigli  del  luogo 
dove  erano,  gli  portò  ad  un  nostro  cittadino,  il  cui  nome  fu 
Dino  di  messer  Lambertuccio,  in  quegli  tempi  famosissimo  di- 
citore per  rima  in  Firenze,  e  mostrogliele.  Li  quali  veggendo 
Dino,  uomo  d'alto  intelletto,  non  meno  che  colui  che  portati 
gliele  avea,  si  maravigliò  si  per  lo  bello  e  puTito  e  orbato  stile 
del  dire,  si  per  la  profondità  del  senso,  il  quale  sotto  la  bella 
corteccia  delle  parole  gli  pareva  sentire   nascoso:  per  le  quali' 


I  -  VITA    DI    DANTE  5I 

cose  agevolmente  insieme  col  portatore  di  quegli,  e  si  ancora 
per  lo  luogo  onde  tratti  gli  avea,  estimò  quegli  essere,  come 
erano,  opera  stata  di  Dante.  E,  dolendosi  quella  essere  imper- 
fetta rimasa,  comeché  essi  non  potessero  seco  presumere  a  qual 
fine  fosse  il  termine  suo,  fra  loro  diiiberarono  di  sentire  dove 
Dante  fosse,  e  quello,  che  trovato  avevan,  mandargli,  accioché, 
se  possibile  fosse,  a  tanto  principio  desse  lo  'mmaginato  fine. 
E,  sentendo  dopo  alcuna  investigazione  lui  essere  appresso  il 
marchese  Morruello,  non  a  lui,  ma  al  marchese  scrissono  il 
loro  disidefìo,  e  mandarono  li  sette  canti;  gli  quali  poi  che  il 
marchese,  uomo  assai  intendente,  ebbe  veduti  e  molto  seco 
lodatigli,  gli  mostrò  a  Dante,  domandandolo  se  esso  sapea  cui 
opera  stati  fossero;  li  quali  Dante  riconosciuti  subito,  rispose 
che  sua.  Allora  il  pregò  il  marchese  che  gli  piacesse  di  non 
lasciare  senza  debito  fine  si  alto  principio.  —  Certo  —  disse 
Dante,  —  io  mi  credea  nella  ruina  delle  mie  cose  questi  con 
molti  altri  miei  libri  avere  perduti,  e  perciò,  si  per  questa  ere 
denza  e  si  per  la  moltitudine  dell'altre  fatiche  per  lo  mio  esilio 
sopravvenute,  del  tutto  avea  l'alta  fantasia,  sopra  quest'opera 
presa,  abbandonata;  ma,  poiché  la  fortuna  inopinatamente  me  gli 
ha  ripinti  dinanzi,  e  a  voi  aggrada,  io  cercherò  di  ritornarmi  a 
memoria  il  primo  proposito,  e  procederò  secondo  che  data  mi 
fia  la  grazia.  —  E  reassunta,  non  sanza  fatica,  dopo  alquanto 
tempo  la  fantasia  lasciata,  segui:  «  lo  dico,  seguitando,  ch'assai 
prima  »  ecc.  ;  dove  assai  manifestamente,  chi  ben  riguarda,  può  / 
la  ricongiunzione  dell'opera  intermessa  conoscere. 

Ricominciata  adunque  da  Dante  la  magnifica  opera,  non 
forse,  secondo  che  molti  estimerebbono,  senza  più  interromperla  • 
la  perdusse  alla  fine,  anzi  più  volte,  secondo  che  la  gravità 
de'  casi  sopravvegnenti  richiedea,  quando  mesi  e  quando  anni, 
senza  potervi  operare  alcuna  cosa,  mise  in  mezzo;  né  tanto 
si  potè  avacciare,  che  prima  noi  sopraggiugnesse  la  morte, 
ch'egli  tutta  publicare  la  potesse.  Egli  era  suo  costume,  qua- 
lora sei  o  otto  o  più  o  meno  canti  fatti  n'avea,  quegli,  prima 
che  alcun  altro  gli  vedesse,  donde  che  egli  fosse,  mandare  a 
messer  Cane  della  Scala,  il  quale  egli  oltre  a  ogni  altro  uomo 


52  I  -  VITA    DI    DANTE 

avea  in  reverenza;  e,  poi  che  da  lui  eran  veduti,  ne  facea  copia 
a  chi  la  ne  volea.  E  in  cosi  fatta  maniera  avendogliele  tutti, 
fuori  che  gli  ultimi  tredici  canti,  mandati,  e  quegli  avendo  fatti, 
né  ancora  mandatigli;  avvenne  ch'egli,  senza  avere  alcuna 
memoria  di  lasciargli,  si  mori.  E,  cercato  da  que'  che  rimasero, 
e  figliuoli  e  discepoli,  più  volte  e  in  più  mesi,  fra  ogni  sua 
scritLura,  se  alla  sua  opera  avesse  fatta  alcuna  fine,  né  trovan- 
dosi per  alcun  modo  li  canti  residui,  essendone  generalmente 
ogni  suo  amico  cruccioso,  che  Iddio  non  l'aveva  almeno  tanto 
prestato  al  mondo  ch'egli  il  picciolo  rimanente  della  sua  opera 
avesse  potuto  compiere,  dal  più  cercare,  non  trovandogli, 
s'erano,   disperati,   rimasi. 

Eransi  Iacopo  e  Piero,  figliuoli  di  Dante,  de'  quali  ciascuno 
era  dicitore  in  rima,  per  persuasioni  d'alcuni  loro  amici,  messi 
a  volere,  in  quanto  per  loro  si  potesse,  supplire  la  paterna 
opera,  accioché  imperfetta  non  procedesse;  quando  a  Iacopo, 
il  quale  in  ciò  era  molto  più  che  l'altro  fervente,  apparve  una 
mirabile  visione,  la  quale  non  solamente  dalla  stolta  presunzione 
il  tolse,  ma  gli  mostrò  dove  fossero  li  tredici  canti,  li  quali  alla 
divina    Comedia   mancavano,   e  da    loro  non    saputi  trovare. 

Raccontava  uno  valente  uomo  ravignano,  il  cui  nome  fu  Piero 
Giardino,  lungamente  discepolo  stato  di  Dante,  che,  dopo  l'ot- 
tavo mese  della  morte  del  suo  maestro,  era  una  notte,  vicino 
all'ora  che  noi  chiamiamo  «  matutino  »,  venuto  a  casa  sua  il  pre- 
detto Iacopo,  e  dettogli  sé  quella  notte,  poco  avanti  a  quell'ora, 
avere  nel  sonno  veduto  Dante  suo  padre,  vestito  di  candidissimi 
vestimenti  e  d'una  luce  non  usata  risplendente  nel  viso,  venire 
a  lui;  il  quale  gli  parca  domandare  s'egli  vivea,  e  udire  da 
lui  per  risposta  di  si,  ma  della  vera  vita,  non  della  nostra; 
per  che,  oltre  a  questo,  gli  pareva  ancora  domandare,  s'egli 
avea  compiuta  la  sua  opera  anzi  il  suo  passare  alla  vera  vita, 
e,  se  compiuta  l'avea,  dove  fosse  quello  che  vi  mancava,  da 
loro  giammai  non  potuto  trovare.  A  questo  gli  parca  la  seconda 
volta  udire  per  risposta:  —  Si,  io  la  compie'  — ;  e  quinci  gli  parca 
che  '1  prendesse  per  mano  e  menasselo  in  quella  camera  dove 
era  uso  di  dormire    quando  in  questa    vita    vivea;  e,  toccando 


I   -  VITA    DI    DANTE  53 

una  parte  di  quella,  dicea:  —  Egli  è  qui  quello  che  voi  tanto 
avete  cercato.  —  E  questa  parola  detta,  ad  una  ora  il  sonno  e 
Dante  gli  parve  che  si  partissono.  Per  la  qual  cosa  affermava, 
sé  non  esser  potuto  stare  senza  venirgli  a  significare  ciò  che 
veduto  avea,  accioché  insieme  andassero  a  cercare  nel  luogo 
mostrato  a  lui,  il  quale  egli  ottimamente  nella  memoria  aveva 
segnato,  a  vedere  se  vero  spirito  o  falsa  delusione  questo  gli 
avesse  disegnato.  Per  la  quale  cosa,  restando  ancora  gran  pezzo 
di  notte,  mossisi^ insieme,  vennero  al  mostrato  luogo,  e  quivi 
trovarono  una  (stupia^l  muro  confitta,  la  quale  leggermente 
levatane,  videro  nel  muro  una  finestretta  da  ninno  di  loro  mai 
più  veduta,  né  saputo  ch'ella  vi  fosse,  e  in  quella  trovarono 
alquante  scritte,  tutte  per  l'umidità  del  muro  muffate  e  vicine 
al  corrompersi,  se  guari  più  state  vi  fossero;  e  quelle  piana- 
mente  dalla  muffa  purgate,  leggendole,  videro  contenere  li  tredici 
canti  tanto  da  loro  cercati.  Per  la  qual  cosa  lietissimi,  quegli 
riscritti,  secondo  l'usanza  dell'autore  prima  gli  mandarono  a 
messer  Cane,  e  poi  alla  imperfetta  opera  ricongiunsono  come 
si  convenia.  In  cotale  maniera  l'opera,  in  molti  anni  compilata, 
si  vide  finita. 

Muovono  molti,  e  intra  essi  alcuni  savi  uomini  generalmente 
una  quistione  cosi    fatta:    che   conciofossecosa    Dante  fosse   in  ; 

iscienzia  solennissimo  uomo,   perché  a  comporre  cosi  grande,  .  -^  «J^'*"*^*^ 
di  si   alta  materia  e   si  notabile   libro,    come  è  questa  sua   Co-' 
media,  nel  fiorentino  idioma  si  disponesse;  perché  non  più  tosto' 
in  versi  latini,  come  gli  altri  poeti  precedenti  hanno  fatto.  A  cosi 
fatta  domanda  rispondere,  tra  molte  ragioni,  due  a  l'altre  prin- 
cipali me  ne  occorrono.  Delle  quali  la  prima  è  per  fare  utilità    "^ 
più  comune  a'  suoi  cittadini  e  agli  altri  italiani:  conoscendo  che,     ^ 
se  metricamente  in  latino,  come  gli  altri  poeti  passati,  avesse 
scritto,   sólamente  a'  letterati  avrebbe"  fatto   utile;   scrivendo   in 
volgare  fece  opera  mai  più  non  fatta,  e^on  tolse  il  non  potere 
esser   inteso  da'  letterati,  e    mostrando   la    bellezza  del    nostro 
idioma  e  la  sua  eccellente  arte  in  quello,  e  diletto  e  intendimento 
di  sé  diede  agl'idioti,  abbandonati  per  adrieto  da  ciascheduno. 
La  seconda  ragione,  che  a  questo  il  mosse,  fu  questa.  Vedendo 


54  I  -  VITA    DI    DANTE 

/ 

y  egli  li  liberali  studi  del  tutto  abbandonati,  e  massimamente  da* 
prencipi  e  dagli  altri  grandi  uomini,  a'  quali  si  solcano  le  poe- 
tiche fatiche  intitolare,  e  per  questo  e  le  divine  opere  di  Virgilio 
e  degli  altri  solenni  poeti  non  solamente  essere  in  poco  pregio 
divenute,  ma  quasi  da'  più  disprezzate  ;  avendo  egli  incominciato, 
secondo  che  l'altezza  della  materia  richiedea,  in  questa  guisa: 

Ultima  regna  canam,  Jluido  contermina  m,undo, 
spiritibus  quae  lata  patent,  qucs  premia  solvimi 
prò  merilis  cuicumgue  suis,  ecc. 

il  lasciò  stare;  e,  immaginando  invano  le  croste  del  pane  porsi 
alla  bocca  di  coloro  che  ancora  il  latte  suggano,  in  istile  atto  a' 
moderni  sensi  ricominciò  la  sua  opera  e  perseguilla  in  volgare. 

Questo  libro  della  Comedta,  secondo  ì\  ragionare  d'alcuno, 
intitolò  egli  a  tre  solennissimi  uomini  italiani,  secondo  la  sua 
triplice  divisione,  a  ciascuno  la  sua,  in  questa  guisa  :  la  prima 
parte,  cioè  lo  'Nferno,  intitolò  a  Uguiccione  della  Faggiuola,  il 
quale  allora  in  Toscana  signore  di  Pisa  era  mirabilmente  glo- 
rioso; la  seconda  parte,  cioè  il  Purgatoro,  intitolò  al  marchese 
Moruello  Malespina;  la  terza  parte,  cioè  il  Paradiso,  a  Federigo 
terzo  re  di  Cicilia.  Alcuni  vogliono  dire  lui  averlo  intitolato  tutto 
a  messer  Cane  della  Scala;  ma,  quale  si  sia  di  queste  due  la 
verità,  ninna  cosa  altra  n'abbiamo  che  solamente  il  volontario 
ragionare  di  diversi;  né  egli  è  si  gran  fatto  che  solenne  inve- 
stigazione ne  bisogni. 

Similemente  questo  egregio  autore  nella  venuta  d'  Arrigo  set- 
timo imperadore  fece  un  libro  in  latina  prosa,  il  cui  titolo  è  Mo- 
narchia, il  quale,  secondo  tre  quistioni  le  quali  in  esso  ditermina. 
in  tre  libri  divise.  Nel  primo,  loicalmente  disputando,  pruova 
che  a  ben  essere  del  mondo  sia  di  necessità  essere  imperio  ;  la 
quale  è  la  prima  quistione.  Nel  secondo,  per  argomenti'  istorio- 
grafi  procedendo,  mostra  Roma  di  ragione  ottenere  il  titolo 
dello  imperio;  eh* è  la  seconda  quistione.  Nel  terzo,  per  argo- 
menti teologi  pruova  l'autorità  dello  'mperio  immediatamente 
procedere  da  Dio,  e  non  mediante  alcuno  suo  vicario,  come  li 
cherici  pare  che  vogliano;   eh 'è  la  terza  quistione. 


1  -  VITA    DI    DANTE  55 

Questo  libro  più  anni  dopo  la  morte  dell'autore  fu  dannato  da 
messer  Beltrando  cardinale  del  Poggetto  e  legato  di  papa  nelle 
parti  di  Lombardia,  sedente  Giovanni  papa  ventesimosecondo.  E 
la  cagione  fu  però  che  Lodovico  duca  di  Baviera,  dagli  elettori 
della  Magna  eletto  in  re  de'  romani,  e  venendo  per  la  sua  corona- 
zione a  Roma,  contra  il  piacere  del  detto  Giovanni  papa  essendo 
in  Roma,  fece  contra  gli  ordinamenti  ecclesiastici  un  frate  minore, 
chiamato  frate  Pietro  della  Corvara,  papa,  e  molti  cardinali  e 
vescovi;  e  quivi  a  questo  papa  si  fece  coronare.  E,  nata  poi  in  .j,^ 

molti  casi  della  sua  autorità  quistione,  egli  e'  suoi  seguaci,  tro-  j     ^      ^ 
vato  questo  libro,  a  difensione   di   quella  e  di    sé   molti   degli    i  ^  ^jj^ 
argomenti  in  esso  posti  cominciarono  a  usare;  per  la  qual  cosaj 
il  libro,  il  quale  infino  allora  appena  era  saputo,  divenne  molto 
famoso.  Ma  poi,   tornatosi  il  detto  Lodovico  nella  Magna,  e  li 
suoi  seguaci,  e  massimamente  i  cherici,  venuti  al  dichino  e  di- 
spersi; il  detto  cardinale,  non  essendo  chi  a  ciò  s'opponesse, 
avuto  il  soprascritto  libro,  quello  in  publico,  si  come  cose  ere- 
tiche contenente,  dannò  al  fuoco.   E  '1  simigliante  si   sforzava 
di  fare  dell'ossa  dell'autore  a  eterna  infamia  e  confusione  della 
sua  memoria,  se  a  ciò  non  si  fosse  opposto  un  valoroso  e  no- 
bile cavaliere  fiorentino,  il  cui  nome  fu  Pino  della  Tosa,  il  quale 
allora  a  Bologna,  dove  ciò  si  trattava,  si  trovò,  e  con  lui  messer 
Ostagio  da  Polenta,  potente  ciascuno  assai  nel  cospetto  del  car- 
dinale di  sopra  detto. 

Oltre  a  questi  compose  il  detto  Dante  due  egloghe  assai 
belle,  le  quali  furono  intitolate  e  mandate  da  lui,  per  risposta 
di  certi  versi  mandatigli,  a  maestro  Giovanni  del  Virgilio,  del 
quale  di  sopra  altra  volta  è  fatta  menzione. 

Compuose  ancora  un  comento  in  prosa  in  fiorentino  volgare 
sopra  tre  delle  sue  canzoni  distese,  comeché  egli  appaia  luì  avere 
avuto  intendimento,  quando  il  cominciò,  di  commentarle  tutte, 
benché  poi,  o  per  mutamento  di  proposito  o  per  mancamento  di 
tempo  che  avvenisse,  più  commentate  non  se  ne  truovano  da  lui  ; 
e  questo  intitolò   Convivio,  assai  bella  e  laudevole  operetta. 

Appresso,  già  vicino  alla  sua  morte,  compuose  uno  libretto 
in    prosa    latina,    il    quale  egli   intitolò    De  vulgari   eloquentia, 


56  I  -  VITA    DI    DANTE 

dove  intendea  di  dare  dottrina,  a  chi  imprendere  la  volesse,  del 
dire  in  rima;  e  comeché  per  lo  detto  libretto  apparisca  lui 
avere  in  animo  di  dovere  in  ciò  comporre  quattro  libri,  o  che 
più  non  ne  facesse  dalla  morte  soprapreso,  o  che  perduti  sieno 
gli  altri,  più  non  appariscono  che  due  solamente. 

Fece  ancora  questo  valoroso  poeta  molte  pistole  prosaiche 
in  latino,  delle  quali  ancora  appariscono  assai.  Compuose  molte 
canzoni  distese,  sonetti  e  ballate  assai  e  d'amore  e  morali,  oltre 
a  quelle  che  nella  sua   Vita  Nova  appariscono  ;  delle  quali  cose 
non  curo  di  fare  speziai  menzione  al  presente. 

In  cosi  fatte  cose,  quali  di  sopra  sono  dimostrate,  consumò 
il  chiarissimo  uomo  quella  parte  del  suo  tempo,  la  quale  egli 
agli  amorosi  sospiri,  alle  pietose  lacrime,  alle  sollecitudini  pri- 
vate e  publiche  e  a'  vari  fluttuamenti  della  iniqua  fortuna  potè 
imbolare:  opere  troppo  più  a  Dio  e  agli  uomini  accettevoli  che 
gl'inganni,  le  fraudi,  le  menzogne,  le  rapine  e' tradimend,  li 
quali  la  maggior  parte  degli  uomini  usano  oggi,  cercando  per 
diverse  vie  un  medesime  termine,  cioè  il  divenire  ricco,  quasi 
in  quelle  ogni  bene,  ogni  onore,  ogni  beatitudine  stea.  Oh  menti 
sciocche,  una  brieve  particella  di  una  ora,  separare  dal  caduco 
corpo  lo  spirito,  e  tutte  queste  vituperevoli  fatiche  annullerà,  e 
il  tempo,  nel  quale  ogni  cosa  suol  consumarsi,  o  annullerà  pre- 
stamente la  memoria  del  ricco,  o  quella  per  alcuno  spazio  con 
gran  vergogna  di  lui  serverà!  Che  del  nostro  poeta  certo  non 
avverrà,  anzi,  si  come  noi  veggiamo  degli  strumenti  bellici  ad- 
divenire, che  per  l'usargli  diventan  più  chiari,  cosi  avverrà  del 
suo  nome:  egli^  ppr  pggprp  stropirrlfltn  Hai  tempo  g^mprp  di- 
venterà più  lucente.  £  perciò  fatichi  chi  vuole  nelle  sue  vanità, 
e  bastigli  l'esser  lasciato  fare,  senza  volere,  con  riprensione  da 
se  medesimo  non  intesa,  l'altrui  virtuoso  operare  andar  mordendo. 


I  -  VITA    DI    DANTE  57 

XXVII 

RICAPITOLAZIONE 

Mostrato  è  sommariamente  qual  fosse  l'origine,  gli  studi  e 
la  vita  e'  costumi,  e  quali  sieno  l'opere  state  dello  splendido 
uomo  Dante  Alighieri,  poeta  chiarissimo,  e  con  esse  alcuna  altra 
cosa,  facendo  transgressione,  secondo  che  conceduto  m'ha  Colui 
che  d'ogni  grazia  è  donatore.  Ben  so,  per  molti  altri  molto 
meglio  e  più  discretamente  si  saria  potuto  mostrare;  ma  chi  fa 
quel  che  sa,  più  non  gli  è  richiesto.  Il  mio  avere  scritto  come 
io  ho  saputo,  non  toglie  il  poter  dire  a  un  altro,  che  meglio 
ciò  creda  di  scrivere  che  io  non  ho  fatto;  anzi  forse,  se  io  in 
parte  alcuna  ho  errato,  darò  materia  altrui  di  scrivere,  per  dire 
il  vero,  del  nostro  Dante,  ove  infino  a  qui  niuno  truovo  averlo 
fatto.  Ma  la  mia  fatica  non  è  ancora  alla  sua  fine.  Una  particella, 
nel  processo  promessa  di  questa  operetta,  mi  resta  a  dichiarare, 
cioè  il  sogno  della  madre  del  nostro  poeta,  quando  in  lui  era 
gravida,  veduto  da  lei;  del  quale  io,  quanto  più  brievemente 
saprò  e  potrò,  intendo  di  dilivrarmi,  e  porre  fine  al  ragionare. 


XXVIII 
ANCORA  IL  SOGNO  DELLA   MADRE  DI  DANTE 

Vide  la  gentil  donna  nella  sua  gravidezza  sé  a  pie  d'uno 
altissimo  alloro,  allato  a  una  chiara  fontana  partorire  un  figliuolo, 
il  quale  di  sopra  altra  volta  narrai,  in  br^eve  tempo,  pascendosi 
delle  bache  di  quello  alloro  cadenti  e  dell'onde  della  fontana, 
divenire  un  gran  pastore  e  vago  molto  delle  frondi  di  quello 
alloro  sotto  il  quale  era;  alle  quali  avere  mentre  ch'egli  si  sfor- 
zava, le  parea  ch'egli  cadesse;  e  subitamente   non  lui,   ma  di 


58  I  -  VITA    DI    DANTE 

lui  un  bellissimo  paone  le  parca  vedere.  Dalla  quai  maraviglia 
la  gentil  donna  commossa,  ruppe,  senza  vedere  di  lui  più  avanti, 
il  dolce  sonno. 


XXIX 
SPIEGAZIONE  DEL  SOGNO 

La  divina  bontà,  la  quale  ab  aeterno,  si  come  presente  ogni 
cosa  futura  previde,  suole,  da  sua  propra  benignità  mossa, 
qualora  la  natura,  sua  generale  ministra,  è  per  producere  alcuno 
inusitato  effetto  infra'  mortali,  di  quello  con  alcuna  dimostrazione 
o  in  segno  o  in  sogno  o  in  altra  maniera  farci  avveduti,  accio- 
ché  dalla  predimostrazione  argomento  prendiamo  ogni  cono- 
scenza consistere  nel  Signore  della  natura  producente  ogni  cosa  ; 
la  quale  predimostrazione,  se  ben  si  riguarda,  ne  fece  nella  ve- 
nuta del  poeta,  del  quale  tanto  di  sopra  è  parlato,  nel  mondo. 
E  a  quale  persona  la  poteva  egli  fare  che  con  tanta  affezione 
e  veduta  e  servata  l'avesse,  quanto  colei  che  della  cosa  mostrata 
doveva  essere  madre,  anzi  già  era?  Certo  a  niuna.  Mostrollo 
dunque  a  lei,  e  quello  ch'egli  a  lei  mostrasse  ci  è  già  manifesto 
per  la  scrittura  di  sopra;  ma  quello  ch'egli  intendesse  con  più 
aguto  occhio  è  da  vedere.  Parve  adunque  alla  donna  partorire 
un  figliuolo,  e  certo  cosi  fece  ella  infra  picciolo  termine  dalla 
veduta  visione.  Ma  che  vuole  significare  l'alto  alloro  sotto  il 
•     quale  il  partorisce,  è  da  vedere. 

Opinione  è  degli  astrologi  e  di  molti  naturali  filosofi,  per  la 
vertù  e  influenzia  de'  corpi  superiori  gl'inferiori  e  producersi  e 
nutricarsi,  e,  se  potentissima  ragione  da  divina  grazia  illuminata 
non  resiste,  guidarsi.  Per  la  qual  cosa,  veduto  quale  corpo  su- 
periore sia  più  possente  nel  grado  che  sopra  l'orizzonte  sale 
in  quella  ora  che  alcun  nasce,  secondo  quello  cotal  corpo  più 
possente,  anzi  secondo  le  sue  qualità,  dicono  del  tutto  il  nato 
disporsi.  Per  che  per  lo  alloro,  sotto  il  quale  alla  donna  pareva 
il  nostro  Dante  dare  al  mondo,  mi  pare  che  sia  da  intendere 


I   -  VITA    DT    DANTE  59 

la  disposizione  del  cielo  la  quale  fu  nella  sua  natività,  mostrante 
sé  essere  tale  che  magnanimità  e  eloquenzia  poetica  dimostrava  ; 
le  quali  due  cose  significa  l'alloro,  àlbore  di  Febo,  e  delle  cui 
fronde  li  poeti  sono  usi  di  coronarsi,  come  di  sopra  è  già  mo- 
strato assai. 

Le  bache,  delle  quali  nutrimento  prendeva  il  fanciullo  nato, 
gli  effetti  da  cosi  fatta  disposizione  di  cielo,  quale  è  mostrata, 
già  proceduti,  intendo;  li  quali  sono  i  libri  poetici  e  le  loro 
dottrine,  da'  quali  libri  e  dottrine  fu  altissimamente  nutricato, 
cioè  ammaestrato  il  nostro  Dante. 

Il  fonte  chiarissimo,  della  cui  acqua  le  parea  che  questi  be- 
vessCi^niuna  altra  cosa  giudico  che  sia  da  intendere  se  non 
l'ubertà^Mella  filosofica  dottrina  morale  e  naturale;  la  quale  si 
come  dalla  ubertà  nascosa  nel  ventre  della  terra  procede,  cosi 
e  queste  dottrine  dalle  copiose  ragioni  dimostrative,  che  terrena 
ubertà  si  possono  dire,  prendono  essenza  e  cagione:  senza  le 
quali,  cosi  come  il  cibo  non  può  bene  disporsi,  senza  bere,  negli 
stomaci  di  chi  '1  prende,  non  si  può  alcuna  scienziabene  negl'in- 
telletti adattare  di  nessuno,  se  dalli  filosofici  dimostrameli  non 
v'è  ordinata  e  disposta.  Per  che  ottimamente  possiamo  dire,  lui 
con  le  chiare  onde,  cioè  con  la  filosofia,  disporre  nel  suo  sto- 
maco, cioè. nel  suo  intelletto,  le  bache  delle  quali  si  pasce,  cioè 
la  poesia,  la  quale,  come  già  è  detto,  con  tutta  la  sua  sollecitu- 
dine studiava. 

Il  divenire  subitamente  pastore  ne  mostra  la  eccellenzia  del 
suo  ingegno,  in  quanto  subitamente;  il  quale  fu  tanto  e  tale,  che 
in  brieve  spazio  di  tempo  comprese  per  istudio  quello  che  op- 
portuno era  a  divenire  pastore,  r>J5ìè  (^^^^re^  di  pastura  agli  «Uri  1  v/ 


'"SSgTii  di  ..giò  bisognosi.  E  si  come  assai  leggermente  ciascuno 
può  comprendere,  due  maniere  sono  di  pastori:  l'una  sono  pa- 
stori corporali,  l'altra  spirituali.  Li  corporali  pastori  sono  di  due 
maniere,  delle  quali  la  prima  è  quella  di  ^oloro  che  volgarmente 
da  tutti  sono  appellati  «  pastori  »,  cioè  i  guardatori  delle  pecore  o 
de'  buoi  o  di  qualunque  altro  animale;  la  seconda  maniera  sono 
i  padri  delle  famiglie,  dalla  sollecitudine  de'  quali  convegnono 
essere  e  pasciuti  e  guardati  e  governati    la  gregge  de'  figliuoli 


6o  I  -  VITA    DI    DANTE 

e  de'  servidori  e  degli  altri  suggetti  di  quegli.  Li  spirituali  pastori 
similmente  si  possono  dire  di  due  maniere,  delle  quali  l'una  è 
quella  di  coloro  li  quali  pascolano  l'anime  de'  viventi  della  pa- 
rola di  Dio;  e  questi  sono  i  prelati,  li  predicatori  e' sacerdoti, 
nella  cui  custodia  sono  commesse  l'anime  labili  di  qualunque 
sotto  il  governo  a  ciascuno  ordinato  dimora:  l'altra  è  quella  di 
coloro  li  quali,  d'ottima  dottrina,  o  leggendo  quello  che  gli  pas- 
sati hanno  scritto,  o  scrivendo  di  nuovo  ciò  che  loro  pare  o 
non  tanto  chiaro  mostrato  o  omesso,  informano  e  l'anime  e 
gl'intelletti  degli  ascoltanti  o  de'  leggenti,  li  quali  generalmente 
dottori,  in  qual  che  facultà  si  sia,  sono  appellati.  Di  questa 
maniera  di  pastori  subitamente,  cioè  in  poco  tempo,  divenne 
il  nostra  poeta.  E  che  ciò  sia  vero,  lasciando  stare  l'altre  opere 
compilate  da  lui,  riguardisi  la  sua  Comedia,  la  quale  con  la 
dolcezza  e  bellezza  del  testo  pasce  non  solamente  gli  uomini, 
ma  i  fanciulli  e  le  femine;  e  con  mirabile  soavità  de'  profon- 
dissimi sensi  sotto  quella  nascosi,  poi  che  alquanto  gli  ha  tenuti 
sospesi,  ricrea  e  pasce  gli  solenni  intelletti. 

Lo  sforzarsi  ad  avere  di  quelle  frondi,  il  frutto  delle  quali 
l'ha  nutricato,  niun'altra  cosa  ne  mostra  che  l'ardente  diside- 
rio  avuto  da  lui,  come  di  sopra  si  dice,  della  corona  laurea; 
la  quale  per  nulla  altro  si  disidera,  se  non  per  dare  testimo- 
nianza del  frutto.  Le  quali  frondi  mentre  ch'egli  più  ardente- 
mente disiderava,  lui  dice  che  vide  cadere;  il  quale  cadere  ninna 
altra  cosa  fu  se  non  quello  cadimento  che  tutti  facciamo  senza 
levarci,  cioè  il  morire  ;  il  quale,  se  bene  si  ricorda  di  ciò  che  di 
sopra  è  detto,  gli  avvenne  quando  più  la  sua  laureazione  disiava. 

Seguentemente  dice  che  di  pastore  subitamente  il  vide  dive- 
nuto un  paone  ;  per  lo  qual  mutamento  assai  bene  la  sua  po- 
sterità comprendere  possiamo,  la  quale,  come  che  nell'altre 
sue  opere  stea,  sommamente  vive  nella  sua  Comedia,  la  quale, 
secondo  il  mio  giudicio,  ottimamente  è  conforme  al  paone,  se 
le  propietà  de  l'uno  e  de  l'altra  si  guarderanno.  Il  paone  tra 
l'altre  sue  propietà,  per  quello  che  appaia,  n'ha  quattro  nota- 
bili. La  prima  si  è  ch'egli  si  ha  penna  angelica,  e  in  quella 
ha  cento  occhi;  la  seconda  si  è  ch'egli  ha  sozzi  piedi  e  tacita 


I  -   VITA    DI    DANTE  6l 

andatura;  la  terza  si  è  ch'egli  ha  voce  molto  orribile  a  udire; 
la  quarta  e  ultima  si  è  che  la  sua  carne  è  odorifera  e  incor- 
ruttibile.  Queste  quattro  cose  pienamente  ha  in  sé  la   Comedia 
del  nostra  poeta;  ma,   percioché  acconciamente  l'ordine  posto 
di  quelle  non  si  può  seguire,   come  verranno  più  in  concio  or 
l'una  ora  l'altra  le  verrò  adattando,  e  comincerommi  da  l'ultima. 
Dico   che  il   senso  della   nostra   Comedia  è  simigliante   alla 
carne   del    paone,  percioché   esso,  o  morale  o  teologo  che  tu 
il  dèi  a  quale  parte  più  del  libro  ti  piace,  è  semplice  e  immuta- 
bile verità,  la  quale  non  solamente  corruzione  non  può  ricevere, 
ma  quanto  più  si  ricerca,   maggiore  odore  della   sua  incorrut- 
tibile soavità  porge  a'  riguardanti.  E  di  ciò  leggermente  molti 
esempli  si  mostrerebbero,  se  la  presente  materia  il  sostenesse; 
e  però,  senza  porne  alcuno,    lascio    il   cercarne    agl'intendenti. 
Angelica    penna    dissi    che    copria    questa    carne;     e    dico 
«  angelica  »,  non  perché  io  sappia  se  cosi  fatte  o  altramenti  gli 
angeli  n'abbiano  alcuna,  ma,  congetturando  a  guisa  de'  mortali, 
udendo  che  gli  angeli  volino,  avviso  loro  dovere  avere  penne; 
e,  non  sappiendone  alcuna    fra   questi  nostri  uccelli    più  bella, 
né  più  peregrina,  né  cosi  come  quella  del  paone,  imagino  loro 
cosi  doverle  avere  fatte;  e  però  non  quelle  da  queste,  ma  queste 
da  quelle  dinomino,   perché  più  nobile  uccello  è  l'angelo  che 
'l  paone.   Per  le  quali  penne,  onde  questo  corpo  si  cuopre,  in- 
tendo la  bellezza   della    peregrina  istoria,   che   nella    superfìcie 
della  lettera   della    Comedia  suona:  si  come  l'essere  disceso  in 
inferno   e  veduto  l'abito  del  luogo  e  le  varie  condizioni  degli 
abitanti  ;    essere  ito  su  per  la  montagna  del   purgatorio,    udite 
le  lagrime  e  i  lamenti  di  coloro  che  sperano  d'essere  santi;  e 
quindi  salito  in  paradiso  e  la  ineffabile  gloria  de'  beati  veduta: 
istoria  tanto  bella  e  tanto  peregrina,  quanto  mai  da  alcuno  più 
non  fu  pensata  non  che  udita,  distinta  in  cento  canti,  si  come 
alcuni  vogliono  il  paone  avere  nella  coda  cento  occhi.  Li  quali 
canti  cosi  provvedutamente  distinguono  le  varietà  del   trattato 
opportune,  come  gli  occhi  distinguono  i  colori  o  la    diversità 
delle  cose  obiette.  Dunque  bene  è  d'angelica  penna  coperta  la 
carne  del  nostro  paone. 


i 


62  1   -   VITA    DI    DANTE 

Sono  similmente  a  questo  paone  li  pie  sozzi  e  l'andatura 
queta:  le  quali  cose  ottimamente  alla  Comedia  del  nostro  autore 
si  confanno,  percioché,  si  come  sopra  i  piedi  pare  che  tutto  il 
corpo  si  sostenga,  cosi  prima  facie  pare  che  sopra  il  modo  del 
parlare  ogni  opera  in  iscrittura  composta  si  sostenga;  e  il  parlare 
volgare,  nel  quale  e  sopra  il  quale  ogni  giuntura  della  Comedia 
si  sosdene,  a  rispetto  dell'alto  e  maestrevole  stilo  letterale  che 
usa  ciascun  altro  poeta,  è  sozzo,  comeché  egli  sia  più  che  gli 
altri  belli  agli  odierni  ingegni  conforme.  L'andar  queto  significa 
l'umiltà  dello  stilo,  il  quale  nelle  commedie  di  necessità  si  richie- 
de, come  color  sanno  che  intendono  che  vuole  dire  «  comedia  ».. 

Ultimamente  dico  che  la  voce  del  paone  è  orribile  ;  la  quale, 
come  che  la  soavità  delle  parole  del  nostro  poeta  sia  molta 
quanto  alla  prima  apparenza,  sanza  ninno  fallo  a  chi  bene  le  me- 
dolle  dentro  ragguarderà,  ottimamente  a  lui  si  confà.  Chi  più  or- 
ribilmente grida  di  lui,  quando  con  invezione  acerbissima  morde 
le  colpe  di  molti  viventi,  e  quelle  de'  preteriti  gastiga?  Qual 
voce  è  più  orrida  che  quella  del  gastigante  a  colui  eh'  è  disposto 
a  peccare?  Certo  ninna.  Egli  a  un'ora  colle  sue  dimostrazioni 
spaventa  i  buoni  e  contrista  i  malvagi;  per  la  qual  cosa  quanto 
in  questo  adopera,  tanto  veramente  orrida  voce  si  può  dire 
avere.  Per  la  qual  cosa,  e  per  l'altre  di  sopra  toccate,  assai 
appare,  colui,  che  fu  vivendo  pastore,  dopo  la  morte  essere  di- 
venuto paone,  si  come  credere  si  puote  essere  stato  per  divina 
spirazione  nel  sonno  mostrato  alla  cara  madre. 

Questa  esposizione  del  sogno  della  madre  del  nostro  poeta 
conosco  essere  assai  superficialmente  per  me  fatta;  e  questo  per 
più  cagioni.  Primieramente,  perché  forse  la  sufficienzia,  che  a 
tanta  cosa  si  richiederebbe,  non  c'era;  appresso,  posto  che 
stata  ci  fosse,  la  principale  intenzione  noi  patia;  ultimamente, 
quando  e  la  sufficienzia  ci  fosse  stata  e  la  materia  l'avesse  pa- 
tito, era  ben  fatto  da  me  non  essere  più  detto  che  detto  sia, 
accioché  ad  altrui  più  di  me  sofficiente  e  più  vago  alcuno  luogo 
si  lasciasse  di  dire.  E  perciò  quello,  che  per  me  detto  n'è, 
quanto  a  me  dee  convenevolmente  bastare,  e  quel,  che  manca, 
rimanga  nella  sollecitudine  di  chi  segue. 


VITA    DI    DANTE  63 


XXX 

CONCLUSIONE 

La  mia  piccioletta  barca  è  pervenuta  al  porto,  al  quale  ella 
dirizzò  la  proda  partendosi  dallo  opposito  lito:  e  comeché  il 
peleggio  sia  stato  picciolo,  e  il  mare,  il  quale  ella  ha  solcato, 
basso  e  tranquillo,  nondimeno,  di  ciò  che  senza  impedimento 
è  venuta,  ne  sono  da  rendere  grazie  a  Colui  che  felice  vento 
ha  prestato  alle  sue  vele.  Al  quale  con  quella  umiltà,  con  quella 
divozione,  con  quella  affezione  che  io  posso  maggiore,  non 
quelle,  né  cosi  grandi  come  si  converrieno,  ma  quelle  che  io 
posso,  rendo,  benedicendo  in  eterno  il  suo  nome  e  '1  suo  valore. 


II 
REDAZIONI  COMPENDIOSE 

DELLA  VITA  DI  DANTE 

(PRIMO  E  SECONDO  COMPENDIO) 


G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi  -  i. 


AVVERTENZA 


Nel  testo  si  è  dato  il  secondo  compendio  :  le  varianti  del  primo  sono 
riferite  a  pie  di  pagina. 


PROPOSIZIONE 


Solone,  il  cui  petto  un  umano  tempio  di  divina  sapienza  fu 
reputato,  e  le  cui  sacratissime  leggi  sono  ancora  testimonianza 
dell'antica  giustizia  e  della  sua  gravità,  era,  secondo  che  dicono 
alcuni,  usato  talvolta  di  dire  ogni  republica,  si  come  noi,  andare 
e  stare  sopra  due  piedi;  de'  quali  con  maturità  affermava  essere 
il  destro  il  non  lasciare  alcun  difetto  commesso  impunito,  e  il 
sinistro  ogni  ben  fatto  remunerare;  aggiugnendo  che,  qualunque 
delle  due  cose  mancava,  senza  dubbio  da  quel  pie  la  republica 
zoppicare. 

Dalla  quale  laudevole  sentenza  mossi  alcuni  cosi  egregi  come 
antichi  popoli,  alcuna  volta  di  deità,  altra  di  marmorea  statua, 
e  sovente  di  celebre  sepoltura,  di  triunfale  arco,  di  laurea  corona 
o  d'altra  spettabile  cosa,  secondo  i  meriti,  onoravano  i  valorosi; 
per  opposito  agrissime  pene  a'  colpevoli  infligendo.  Per  li  quali 
meriti  l'assiria,  la  macedonica  e  ultimamente  la  romana  repu- 
blica aumentate,  con  l'opere  li  fini  della  terra,  e  con  la  fama 
toccaron  le  stelle.  Le  vestigie  de'  quali  non  solamente  da'  suc- 
cessor  presenti,  e  massimamente  da'  miei  fiorentini,  sono  mal 
seguite,  ma  in  tanto  s'è  disviato  da  ess^  che  ogni  premio  di 
virtù  possiede  l'ambizione.  Il  che,  se  ogni  altra  cosa  occullasse, 
non  lascerà  nascondere  l'esilio  ingiustamente  dato  al  chiarissimo 
uomo  Dante  Alighieri,  uomo  di  sangue  nobile,  ragguardevole 
per   scienza  e    per   operazioni    laudevole   e   degno   di  glorioso 


68  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

onore.  Intorno  alla  quale  opera  pessimamente  fatta  non  è  la 
presente  mia  intenzione  di  volere  insistere  con  debite  riprensioni, 
ma  più  tosto  in  quella  parte,  che  le  mie  piccole  forze  possono, 
quella  emendare;  percioché,  quantunque  picciol  sia,  pur  di 
quella  [città]  son  cittadino,  e  agli  onor  d'essa  mi  conosco  in 
solido  obbligato. 

Quello  adunque  che  la  nostra  città  dovria  verso  il  suo  va- 
loroso cittadino  magnificamente  operare,  accioché  in  tutto  non 
sia  detto  noi  esorbitare  dagli  antichi,  intendo  di  fare  io,  non 
con  istatua  o  con  egregia  sepoltura,  delle  quali  è  oggi  dell'una 
appo  noi  spenta  l'usanza,  né  all'altra  basterieno  le  mie  facultadi, 
ma  con  povere  lettere  a  tanta  impresa,  volendo  più  tosto  di 
presunzione  che  d'ingratitudine  potere  esser  ripreso.  Scriverò 
adunque  in  istilo  assai  umile  e  leggiero,  peroché  più  sublime 
noi  mi  presta  lo  'ngegno,  e  nel  nostro  fiorentino  idioma,  accio- 
ché da  quello  che  Dante  medesimo  usò  nella  maggior  parte 
delle  sue  opere  non  discordi,  quelle  cose,  le  quali  esso  di  sé 
onestamente  tacette,  cioè  la  nobiltà  della  sua  origine,  la  vita, 
gli  studi  e  i  costumi;  raccogliendo  appresso  in  uno  l'opere  da 
lui  fatte,  nelle  quali  esso  sé  chiaro  ha  renduto  a'  futuri.  Il  che 
accioché  compiutamente  si  possa  fare,  umilmente  priego  Colui, 
il  quale  di  speziai  grazia  lui  trasse,  come  leggiamo,  per  si  alta 
scala  a  contemplarsi,  che  me  al  presente  aiuti,  e,  in  onore  e 
gloria  del  suo  santissimo  nome,  e  la  debole  mano  guidi,  e 
regga  lo  'ngegno  mio. 


II 

PATRIA  E  MAGGIORI  DI  DANTE 

Fiorenza,  intra  l'altre  città  italiane  più  nobile,  secondo  la 
generale  opinione  de' presenti,  ebbe  inizio  da' romani  ;  e  in 
processo  di  tempo  aumentata  di  popoli  e  di  chiari  uomini  e 
già  potente  parendo,  o  contrario  cielo,  o  i  lor  meriti,  che  in 
sé  l'ira  di  Dio  provocassero,  non  dopo  molti  secoli  da  Attila, 


DELLA    VITA    DI    DANTE  69 

crudelissimo  re  de'  vandali  e  general  guastatore  quasi  di  tutta 
Italia,  molti  de'  cittadini  uccisi,  quella  ridusse  in  cenere  e  in 
ruine.  Poi,  trapassato  già  il  trecentesimo  anno,  e  Carlomagno, 
clementissimo  re  de'  franceschi,  essendo  all'altezza  del  romano 
imperio  elevato,  avvenne  che,  o  per  propio  movimento,  forse 
da  Dio  a  ciò  spirato,  o  per  prieghi  pòrtigli  da  alcuni,  che  il 
detto  Carlo  alla  reedificazione  della  detta  città  l'animo  dirizzò, 
e  a  coloro  medesimi,  li  quali  primi  conditori  n'erano  stati,  la 
fatica  commise.  Li  quali  in  piccol  cerchio  riducendola,  quanto 
poterono,  si  come  ancora  appare,  a  Roma  la  fér  simigliante, 
seco  raccogliendovi  dentro  quelle  poche  reliquie  che  de'  discen- 
denti degli  antichi  scacciati  si  poter  ritrovare. 

Vennevi,  secondo  che  testimonia  la  fama,  tra'  novelli  reedi- 
ficatori un  giovane,  per  origine  de'  Frangiapani,  nominato  Eliseo  ; 
il  quale,  che  che  cagion  sei  movesse,  di  quella  divenne  per- 
petuo cittadino;  del  quale  rimasi  laudevoli  discendenti  ed  ono- 
rati molto,  non  l'antico  cognome  ritennero,  ma,  da  colui,  che 
quivi  loro  aveva  dato  principio,  prendendolo,  si  chiamar  gli  Elisei. 
De'  quali,  di  tempo  in  tempo  e  d'uno  in  altro  discendendo,  tra 
gli  altri  nacque  e  visse  un  cavaliere  per  arme  e  per  senno  rag- 
guardevole, il  cui  nome  fu  Cacciaguida;  il  quale  per  isposa  ebbe 
una  donzella  nata  degli  Aldighieri  di  Ferrara,  della  quale  forse  più 
figliuoli  ricevette.  Ma,  come  che  gli  altri  nominati  si  fossero,  in 
uno,  si  come  le  donne  sogliono  esser  vaghe  di  fare,  le  piacque 
di  rinnovare  il  nome  de'  suoi  maggiori,  e  nominollo  Aldighieri; 
comeché  il  vocabol  poi,  per  sottrazione  d'alcuna  lettera,  rima- 
nesse Alighieri.  Il  valor  del  quale  fu  cagione  a  quegli,  che 
disceser  di  lui,  di  lasciare  il  titolo  degli  Elisei  e  di  cognomi- 
narsi degli  Alighieri.  Del  quale,  come  che  alquanti  e  figliuoli 
e  nepoti  e  de'  nepoti  figliuoli  discendessero,  regnante  Federigo 
secondo  imperadore,  uno  ne  nacque,  il  quale  dal  suo  avolo 
nominato  fu  Alighieri,  più  per  colui  di  cui  fu  padre  che  per 
sé  chiaro.  Questi  nella  sua  donna  genera  colui  del  quale  dee 
essere  il  futuro  sermone.  Né  pretermise  il  nostro  signore  Iddio, 
che  alla  madre  nel  sonno  non  dimostrasse  cui  ella  portasse  nel 
ventre.   Il  che  allora  poco  inteso  e  non  curato,  in  processo  di 


70  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

tempo  e  nella  vita  e  nella  morte  di  colui,  che  nascer  doveva  di 
lei,  chiarissimamente  si  manifestò,  si  come  con  la  grazia  di  Dio 
mostreremo  vicino  al  fine  della  presente  operetta. 

Venuto  adunque  il  tempo  del  parto,  partorì  la  donna  questa 
futura  chiarezza  della  nostra  città,  e  di  pari  consentimento  il 
padre  ed  ella,  non  senza  divina  disposizione,  si  come  io  credo, 
il  nominaron  Dante,  volendone  Iddio  per  cotal  nome  mostrare 
lui  dovere  essere  di  maravigliosa  dottrina  datore. 


Ili 
SUOI  STUDI 

Nacque  adunque  questo  singulare  splendore  italico  nella  no- 
stra città,  vacante  il  romano  imperio  per  la  morte  di  Federigo, 
negli  anni  della  salutifera  incarnazione  del  Re  dell'universo 
MCCLXV,  sedente  Urbano  papa  quarto,  ricevuto  nella  paterna  casa 
da  assai  lieta  fortuna:  lieta,  dico,  secondo  la  qualità  del  mondo 
che  allora  s'usava.  E  nella  sua  puerizia  cominciò  a  dare,  a  chi 
avesse  a  ciò  riguardato,  manifesti  segni  qual  dovea  la  sua  ma- 
tura età  divenire;  peroché,  lasciata  ogni  pueril  moUizie,  nella 
propria  patria  con  istudio  continuo  tutto  si  diede  alle  liberali 
arti,  e,  in  quelle  già  divenuto  esperto,  non  alle  lucrative  facultadi, 
alle  quali  oggi  ciascun  cupido  di  guadagnare  s'avventa  innanzi 
tempo,  ma  da  laudevole  vaghezza  di  perpetua  fama  tratto,  alle 
speculative  si  diede.  E,  peroché  a  ciò,  si  come  appare,  era 
dal  ciel  produtto,  a  vedere  con  aguto  intelletto  e  le  fizioni  e 
l'artificio  mirabile  de' poeti  si  mise;  e  in  brieve  tempo,  non 
trovandogli  semplicemente  favolosi,  come  si  parla,  familiarissimo 
divenne  di  tutti,  e  massimamente  de'  più  famosi.  E,  come  già 
è  detto,  conoscendo  le  poetiche  opere  non  esser  vane  o  stolte 
favole,  come  molti  dicono,  ma  sotto  sé  dolcissimi  frutti  di  verità 
istoriografe  o  filosofiche  aver  nascosti,  accioché  piena  notizia 
n'avesse,  e  alle  istorie  e  alla  filosofia,  i  tempi  debitamente 
partiti,  si  diede;  e  già  divenuto  di  quelle  e  di  questa  esperto, 


DELLA   VITA    DI    DANTE  71 

cresciuta,  con  la  dolcezza  del  conoscere  la  verità  delle  cose,  la 
vaghezza  del  più  sapere,  a  voler  investigar  quello  che  per 
umano  ingegno  se  ne  può  comprendere  delle  celestiali  intelli- 
genzie  e  della  prima  causa  con  ogni  sollecitudine  tutto  si  diede. 
Né  questi  studi  in  picciol  tempo  si  feciono,  né  senza  grandissimi 
disagi  s'esercitarono,  né  nella  patria  sola  s'acquistò  il  frutto  di 
quegli.  Egli,  si  come  a  luogo  più  fertile  del  cibo  che  '1  suo 
alto  intelletto  disiderava,  a  Bologna  andatone,  non  piccol  tempo 
vi  spese;  e,  già  vicino  alla  sua  vecchiezza,  non  gli  parve  grave 
l'andarne  a  Parigi,  dove,  non  dopo  molta  dimora,  con  tanta 
gloria  di  sé,  disputando,  più  volte  mostrò  l'altezza  del  suo  in- 
gegno, che  ancora  narrandosi  se  ne  maravigliano  gli  uditori. 
Di  tanti  e  si  fatti  studi  non  ingiustamente  il  nostro  Dante  me- 
ritò altissimi  titoli:  percioché  alcuni  assai  chiari  uomini  in 
scienza  il  chiamavano  sempre  «  maestro  »,  altri  l'appellavan 
*  filosofo  »,  e  di  tali  furono  che  «  teologo  »  il  nominavano,  e 
quasi  generalmente  ogn'uomo  il  diceva  «  poeta  »,  si  come  an- 
cora è  appellato  da  tutti.  Ma,  percioché  tanto  è  la  vittoria  più 
gloriosa  quanto  le  forze  del  vinto  sono  state  maggiori,  giudico 
esser  convenevole  dimostrare  di  come  fluttuoso  anzi  tempestoso 
mare  costui,  ora  in  qua  e  ora  in  là  ributtato,  con  forte  petto 
parimente  le  traverse  onde  e  i  contrari  venti  vincendo,  perve- 
nisse al  salutevole  porto  de'  chiarissimi  titoli  già  narrati. 


IV 
IMPEDIMENTI  AVUTI  DA  DANTE  AGLI  STUDI 

Gli  Studi  generalmente  sogliono  solitudine  e  rimozion  di  sol- 
lecitudine disiderare  e  tranquillità  d'animo,  e  massimamente 
gli  speculativi,  a'  quali,  si  come  mostrato  è,  il  nostro  Dante, 
in  quanto  la  possibilità  permetteva,  s'eraMonato.  In  luogo  della 
quale  rimozione  e  quiete,  quasi  dallo  inizio  della  sua  puerizia 
infino  allo  stremo  della  sua  vita.  Dante  ebbe  fierissima  e  im- 
portabile passion  d'amore.    Ebbe  oltre   a  ciò  moglie;   le  quali 


72  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

chi  '1  pruova  sa  come  capitali  nemiche  sieno  dello  studio  della 
filosofia.  Similmente  ebbe  ad  aver  cura  della  re  familiare  e 
oltre  a  ciò  della  republica,  e,  sopr'a  tutte  queste,  lungamente 
sostenne  esilio  e  povertà;  accioché  io  lasci  stare  l'altre  parti- 
culari  noie,  che  queste  si  tirano  appresso.  Le  quali,  per  mostrare 
quanta  in  sé  superficialmente  di  gravezza  portassono  e  accio- 
ché per  questo  parte  della  promessa  fatta  s'osservi,  giudico 
convenevole  sia  alquanto  più  distesamente  spiegarle. 


V 

AMORE  PER  BEATRICE 

Era  usanza  nella  nostra  città  e  degli  uomini  e  delle  donne, 
come  il  dolce  tempo  della  primavera  ne  veniva,  nelle  lor  con- 
trade ciascuno  per  distinte  compagnie  festeggiare.  Per  la  qual 
cosa  infra  gli  altri  Folco  Portinari,  onorevole  cittadino,  il  primo 
di  di  maggio  aveva  i  suoi  vicini  nella  propria  casa  raccolti  a 
festeggiare,  infra' quali  era  il  sopradetto  Alighieri;  e  lui,  si 
come  far  sogliono  i  piccoli  figliuoli  i  lor  padri,  e  massimamente 
alle  feste,  seguito  avea  il  nostro  Dante,  la  cui  età  ancor  non 
aggiungnea  all'anno  nono.  Il  quale  con  gli  altri  della  sua  età, 
che  nella  casa  erano,  puerilmente  si  diede  a  trastullare. 

Era  tra  gli  altri  una  figliuola  del  detto  Folco,  chiamata  Bice, 
la  quale  di  tempo  non  passava  l'anno  ottavo,  leggiadretta  assai 
e  ne'  suoi  costumi  piacevole  e  gentilesca,  bella  nel  viso,  e 
nelle  sue  parole  con  più  gravezza  che  la  sua  piccola  età  non 
richiedea.  La  quale  riguardando  Dante  e  una  e  altra  volta, 
con  tanta  affezione,  ancor  che  fanciul  fusse,  piacendogli,  la 
ricevette  nell'animo,  che  mai  altro  sopra vvegnente  piacere  la 
bella  imagine  di  lei  spegnere  né  potè  né  cacciare.  E,  lasciando 
stare  de'  puerili  accidenti  il  ragionare,  non  solamente  conti- 
nuandosi, ma  crescendo  di  giorno  in  giorno  l'amore,  non  avendo 
ninno  altro  disidèro  maggiore  né  consolazione  se  non  di  ve- 
der costei,  gli  fu  in  più  provetta   età  di  cocentissimi  sospiri  e 


DELLA    VITA    DI    DANTE  73 

d'amare  lagrime  assai  spesso  dolorosa  cagione,  si  come  egli 
in  parte  nella  sua  Fz/a  nuova  dimostra.  Ma  quello  che  rade 
volte  suole  negli  altri  cosi  fatti  amori  intervenire,  in  questo 
essendo  avvenuto,  non  è  senza  dirlo  da  trapassare.  Fu  questo 
amor  di  Dante  onestissimo,  qual  che  delle  parti,  o  forse  amendue, 
fosse  di  ciò  cagione.  Egli  quantunque,  almeno  dalla  parte  di 
Dante,  ardentissimo  fosse,  ninno  sguardo,  ninna  parola,  niun 
cenno,  niun  sembiante,  altro  che  laudevole,  per  alcun  se  ne 
vide  giammai.  Che  più?  Dal  viso  di  questa  giovine  donna,  la 
quale  non  Bice,  ma  dal  suo  primitivo  sempre  chiamò  Beatrice, 
fu  primieramente  nel  petto  suo  desto  lo  'ngegno  al  dovere  pa- 
role rimate  comporre.  Delle  quali,  si  come  manifestamente 
appare,  in  sonetti,  ballate  e  canzoni  e  altri  stili,  molte  in  laude 
di  questa  donna  eccellentissimamente  compose,  e  tal  maestro, 
sospingnendolo  Amor,  ne  divenne,  che,  tolta  di  gran  lunga  la 
fama  a'  dicitor  passati,  mise  in  opinion  molti  che  ninno  nel 
futuro  esser  ne  dovesse,  che  lui  in  ciò  potesse  avanzare. 


VI 
DOLORE  DI  DANTE  PER  LA  MORTE  DI  BEATRICE 


Gravi  erano  stati  i  sospiri  e  le  lagrime,  mosse  assai  sovente 
dal  non  potere  aver  veduto,  quanto  il  concupiscibile  appetito 
disiderava,  il  grazioso  viso  della  sua  donna  ;  ma  troppo  più 
ponderosi  gliele  serbava  quella  estrema  e  inevitabile  sorte  che, 
mentre  viver  dovesse,  ne  '1  doveva  privare.  Avvenne  adunque 
che,  essendo  quasi  nel  fine  del  suo  vigesimoquarto  anno  la 
bellissima  Beatrice,  piacque  a  Colui  che  tutto  puote  di  trarla 
delle  temporali  angosce  e  chiamarla  alla  sua  eterna  gloria.  La 
partita  della  quale  tanto  impazientemente  sostenne  il  nostro 
Dante,  che,  oltre  a'  sospiri  e  a'  pianti  continui,  assai  de'  suoi 
amici  lui  quel  senza  morte  non  dover  finire  estimarono.  Lunghe 
furono  e  molte  [le  sue   lagrime],   e  per   lungo    spazio  ad  ogni 


74  n  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

conforto  datogli  tenne  gli  orecchi  serrati.  Ma  pur  poi,  in  pro- 
cesso di  tempo  maturatasi  alquanto  l'acerbità  del  dolore,  e 
facendo  alquanto  la  passion  luogo  alla  ragione,  cominciò  senza 
pianto  a  potersi  ricordare  che  morta  fosse  la  donna  sua,  e  per 
conseguente  ad  aprir  gli  orecchi  a'  conforti  ;  ed  essendo  lun- 
gamente stato  rinchiuso,  incominciò  ad  apparire  in  publico 
tra  le  genti.  Né  fu  solo  da  questo  amor  passionato  il  nostro 
poeta,  anzi,  inchinevole  molto  a  questo  accidente,  per  altri 
obietti  in  più  matura  età  troviam  lui  sovente  aver  sospirato,  e 
massimamente  dopo  il  suo  esilio,  dimorando  in  Lucca,  per 
una  giovine,  la  quale  egli  nomina  Pargoletta.  E  oltre  a  ciò, 
vicino  allo  stremo  della  sua  vita,  nell'alpi  di  Casentino  per 
una  alpigina,  la  quale,  se  mentito  non  m'è,  quantunque  bel 
viso  avesse,  era  gozzuta.  E,  per  qualunque  fu  l'una  di  queste, 
compose  più  e  più  laudevoli  cose  in  rima. 


VII 

MATRIMONIO  DI  DANTE 

« 

Agro  e  valido  nemico  degli  studi  è  amore,  come  veramente 
testificar  può  ciascuno  che  a  tal  passione  è  soggiaciuto  ;  percio- 
ché,  poi  che  con  lusinghevole  speranza  ha  tutta  la  mente  oc- 
cupata di  chi  nel  principio  non  l' ha  con  forte  resistenza  scac- 
ciato, niun  pensiero,  ninna  meditazione,  niuno  appetito  in  quella 
patisce  che  stea  se  non  quelle  sole,  le  quali  esso  medesimo  vi 
reca  ;  e  chenti  queste  siano  e  come  contrarie  allo  specular  filo- 
sofico o  alle  poetiche  invenzioni,  si  manifesto  mi  pare,  che  su- 
perfluo estimo  sarebbe  il  metterci  tempo  a  più  chiarirlo. 

A  questo  stimolo  un  altro  forse  non  minore  se  n'aggiunse; 
percioché,  poi  che,  allenate  le  lagrime  della  morte  di  Beatrice, 
diede  agli  amici  suoi  alcuna  speranza  della  sua  vita,  inconta- 
nente loro  entrò  nell'animo  che,  dandogli  per  moglie  una  gio- 
vane, colei  del  tutto  se  ne  potesse  cacciare,  che,  benché  partita 
del    mondo   fosse,   gli  avea  nel   petto  la  sua  imagine   lasciata 


DELLA    VITA    DI    DANTE  75 

perpetua  donna:  e,  lui   a   dò   inclinato,  senza  alcuno   indugio 
misero  ad  effetto  il  lor  pensiero. 

Saranno  per  avventura  di  quegli  che  laudevole  diranno  cotal 
consiglio;  e  questo  avverrà  perché  non  considereranno  quanto 
pericolo  porti  lo  spegnere  il  fuoco  temporal  con  l'eterno.  Era 
a  Dante  l'amore,  il  quale  a  Beatrice  portava,  per  lo  suo  troppo 
focoso  disiderio  spesse  volte  noioso  e  grave  a  sofferire;  ma 
pur  talvolta  alcun  soave  pensiero,  alcuna  dolce  speranza,  qual- 
che dilettevole  imaginazion  ne  traeva;  dove  della  compagnia 
della  moglie,  secondo  che  coloro  afferman  che  *1  pruovano, 
altro  che  sollecitudine  continua  e  battaglia  senza  intermission 
non  si  trae.  Ma  lasciamo  star  quello  che  la  moglie  in  qualunque 
meccanico  possa  adoperare,  e  a  quel  vegniamo  che  la  presente 
materia  richiede. 

vili 

DIGRESSIONE  SUL  MATRIMONIO 

Quanto  le  mogli  sieno  nimiche  degli  studi  assai  leggermente 
puote  apparire  a*  riguardanti.  Rincresce  spesse  volte  a'  filoso- 
fanti la  turba  volgare:  per  che,  da  essa  partendosi  e  raccol- 
tosi in  alcuna  solitaria  parte  della  sua  casa,  sé  contra  sé  con 
la  considerazion  trasportando,  talvolta  ragguarda  quale  spirito 
muove  il  cielo,  onde  venga  la  vita  agli  animali,  quali  sieno  delle 
cose  le  prime  cagioni;  e  talvolta  nello  splendido  consistoro  de' 
filosofi  mischiatosi  col  pensiero,  con  Aristotile,  con  Socrate,  con 
Platone  e  con  gli  altri  disputerà  della  verità  d'alcuna  conclusione 
acutissimamente;  e  spesse  fiate  con  sottilissima  meditazione  se 
ne  entrerà  sotto  la  corteccia  d'alcuna  poetica  Azione,  e,  con  gran- 
dissimo suo  piacere,  quanto  sia  diverso  lo  'ntrinseco  dalla  crosta 
riguarderà.  Né  fia  che  non  avvenga,  quando  vorrà,  che  gl'im- 
peradori  eccelsi,  i  potentissimi  re  e  fwencipi  gloriosi  con  lui 
nella  solitudine  non  si  convengano,  e  con  lui  ragionino  de'  go- 
vernameli publici,  dell'arti  delle  guerre  e  dei  mutamenti  della 
fortuna.  Alle  quali  eccelse  e  piacevoli  cose  sopravverrà  la  donna 


76  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

e,  cacciata  via  la  contemplazion  laude vole  e  tanta  e  tal  compa- 
gnia, biasimerà  il  suo  star  solitario  e  '1  suo  pensiero,  e  spesse 
volte,  sospicando,  dirà  questo  non  solergli  avvenire  avanti  ch'ella 
a  lui  venisse,  e  però  assai  manifestamente  apparire  lui  esser  di 
lei  pessimamente  contento.  E,  postasi  quivi  a  sedere,  non  prima 
si  leverà  che,  esaminati  i  pensieri  del  marito,  lui  di  piacevo- 
lissima considerazione  in  noiosa  turbazione  avrà  recato.  Che 
dirò  dell'odio  ch'elle  portano  a'  Hbri,  qualora  alcuno  ne  veg- 
giono  aprire?  che  delle  notturne  vigilie,  non  solamente  utili, 
ma  opportune  agli  studianti?  Tutto  a'  suoi  diletti  quel  tempo 
esser  tolto,  lagrimando,  confermano.  Lascio  le  notturne  battaglie, 
li  loro  costumi  gravi  a  sostenere,  la  spesa  inestimabile  che  nelli 
loro  ornamenti  richeggiono:  tutte  cose,  quanto  esser  possono, 
avverse  a' contemplativi  pensieri.  Che  dirò  se  gelosia  v'inter- 
viene? che,  se  cruccio  che  per  lunghezza  si  converta  in  odio? 
Io  corro  troppo  questa  materia,  percioché  bastar  dee  agl'inten- 
denti averne  superficialmente  toccato.  Ma,  chenti  che  l'altre  si 
sieno,  accioché  io  quando  che  sia  mi  riduca  al  proposito,  tal 
fu  quella  che  a  Dante  fu  data,  che,  da  lei  una  volta  partitosi, 
né  volle  mai  dove  ella  fosse  tornare,  né  che  ella  andasse  là 
dove  egli  fosse.  Né  creda  alcuno  che  io  per  le  sudette  cose 
voglia  conchiuder  gli  uomini  non  dover  tórre  moglie;  anzi  il 
lodo,  ma  non  a  tutti.  I  filosofanti,  che.'l  mio  giudicio  in  questo 
seguiteranno,  lasceranno  lo  sposarsi  a'  ricchi  stolti  e  a*  signori 
e  similmente  ai  lavoratori  ;  ed  essi  con  la  filosofia  si  diletteranno, 
molto  più  piacevole  e  migliore  sposa  che  alcuna  altra. 


IX 

CURE  FAMILIARI  E  PUBBLICHE 

Tirò  appresso  di  sé  lo  stimolo  della  moglie  al  nostro  poeta 
un'altra  quasi  inevitabil  gravezza,  e  questa  fu  la  sollecitudine 
d'allevare  i  figliuoli,  percioché  in  brieve  tempo  padre  di  fa- 
miglia divenne;  e,  strignendolo  la  domestica  cura,  quel  tempo. 


DELLA    VITA    DI    DANTE  77 

che  alle  eccelse  meditazioni,  soluto,  soleva  prestare,  costretto 
da  necessità,  conveniva  che  egli  concedesse  a'  pensieri  donde 
dovessero  i  salari  delle  nutrici  venire,  i  vestimenti  de'  figliuoli, 
e  l'altre  cose  opportune  a  chi  più  secondo  la  opinion  del  vulgo 
che  secondo  la  filosofica  verità  convien  che  viva.  Il  che  quanto 
d'impedimento  alli  suoi  studi  prestasse,  assai  leggermente  co- 
noscer si  dee  da  ciascuno. 

Da  questa  per  avventura  ne  gli  nacque  una  maggiore  ;  per- 
cioché  l'altiero  animo  avendo  le  minor  cose  in  fastidio,  e  per 
le  maggiori  estimando  quelle  potersi  cessare,  dalla  familiar  cura 
transvolò  alla  publica:  nella  qual  tanto  e  subitamente  si  l'av- 
vilupparono i  vani  onori,  che,  senza  guardare  donde  s'era  par- 
tito e  dove  andava  con  abbandonate  redine,  messa  la  filosofia 
in  oblio,  quasi  tutto  della  republica  con  gli  altri  cittadin  più 
solenni  al  governo  si  diede.  E  lugli  tanto  in  ciò  alcun  tempo 
la  fortuna  seconda,  che  di  tutte  le  maggior  cose  occorrenti  la 
sua  diliberazion  s'attendeva.  In  lui  tutta  la  publica  fede,  in  lui 
tutta  la  speranza  publica,  in  lui  sommariamente  le  divine  co"se 
e  l'umane  parevano  esser  fermate.  Che  questa  gloria  vana, 
questa  pompa,  questo  vento  fallace  gonfi  maravigliosamente  i 
petti  de'  mortali;  e  gli  atti  e  portamenti  di  coloro,  che  ne'  reg- 
gimenti delle  città  son  maggiori,  e  il  fervente  appetito,  che  di 
quegli  hanno  generalmente  gli  stolti,  assai  leggermente  agli 
occhi  de'  savi  il  possono  dimostrare.  E  come  si  dee  credere 
che  intra  tanto  tumulto,  intra  tanto  rivolgimento  di  cose,  quanto 
dee  continuamente  essere  nelle  gonfiate  menti  de*  presidenti, 
deano  potere  aver  luogo  le  considerazion  filosofiche,  le  quali, 
come  già  detto  è,  somma  pace  d'animo  vogliono?  In  queste 
tumultuosità  fu  il  nostro  Dante  inviluppato  più  anni,  e  tanto 
più  che  un  altro,  quanto  il  suo  disiderio  tutto  tirava  al  ben 
publico,  dove  quello  degli  altri  o  della  maggior  parte  tiranne- 
scamente al  privato  badava:  per  che,  oltre  all'altre  sollecitudini, 
in  continua  battaglia  esser  gli  conveniva.  Ma  la  fortuna,  volgi- 
trice  de'  nostri  consigli  e  inimica  d'ogni  umano  stato,  assai 
diverso  fine  pose  al  principio.  Al  qual  voler  dimostrare,  un  po- 
chetto  s'amplierà  la  novella. 


78  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 


COME  LA  LOTTA  DELLE  PARTI  LO  COINVOLSE 

Era  ne'  tempi  del  glorioso  stato  del  nostro  poeta  la  fio- 
rentina cittadinanza  in  due  parti  perversissimamente  divisa,  alle 
quali  parti  riducere  ad  unità  Dante  invano  si  faticò  molte  volte. 
Di  che  poi  che  s'accorse,  prima  seco  propose,  posto  giù  ogni 
uficio  publico,  di  viver  seco  privatamente;  ma,  dalla  dolcezza 
della  gloria  tratto  e  dal  favor  popolesco,  e  ancora  dalle  persua- 
sioni de'  maggiori,  sperando  di  potere,  se  tempo  gli  fosse  pre- 
stato, molto  di  bene  adoperare,  lasciò  la  disposizione  utile  e 
perseverando  seguitò  la  dannosa.  E,  accorgendosi  che  per  se 
medesimo  non  poteva  una  terza  parte  tenere,  la  quale,  giusta, 
la  ingiustizia  dell'altre  due  abbattesse,  con  quella  s'accostò  nella 
quale,  secondo  il  suo  giudici©,  era  meno  di  malvagità.  E,  aumen- 
tandosi per  vari  accidenti  continuamente  gli  odii  delle  parti,  e 
il  tempo  vegnendo  che  gli  occulti  consigli  della  minacciante 
fortuna  si  doveano  scoprire,  nacque  una  voce  per  tutta  la  città: 
la  parte  avversa  a  quella,  con  la  qual  Dante  teneva,  grandis- 
sima multitudine  d'armati  in  disfacimento  de'  loro  avversari 
aver  nelle  case  loro.  La  qual  cosa  creduta  spaventò  si  i  collegati 
di  Dante,  che,  ogni  altro  consiglio  abbandonato  che  di  fuggire, 
non  cacciati  s'usciron  dalla  città  e,  con  loro  insieme,  Dante.  Né 
molti  di  trapassarono  che,  avendo  i  lor  nemici  il  reggimento 
tutto  della  città,  come  nemici  publici  tutti  quegli,  che  fuggiti 
s'erano,  furono  in  perpetuo  esilio  dannati,  e  i  lor  beni  ridotti 
in  publico  o  conceduti  a'  vincitori. 


DELLA    VITA    DI    DANTE  79 


XI 


LA  VITA  DEL  POETA  ESULE 
SINO  ALLA  VENUTA  IN  ITALIA  DI  ARRIGO  SETTIMO 

Questo  fine  ebbe  la  gloriosa  maggioranza  di  Dante,  e  da' 
suoi  cittadini  le  sue  pietose  fatiche  questo  merito  riportare. 
Lasciati  adunque  la  moglie  e  i  piccioli  figliuoli  nelle  mani  della 
fortuna,  e  uscito  di  quella  città,  nella  qual  mai  tornar  non 
dovea,  sperando  in  brieve  dovere  essere  la  ritornata,  più  anni 
per  Toscana  e  per  Lombardia,  quasi  da  estrema  povertà  co- 
stretto, gravissimi  sdegni  portando  nel  petto,  s'andò  avvolgendo. 
Egli  primieramente  rifuggi  a  Verona.  Quivi  dal  signor  della 
terra  e  ricevuto  e  onorato  fu  volentieri  e  sovvenuto.  Quindi 
in  Toscana  tornatosene,  per  alcun  tempo  fu  col  conte  Salvatico 
in  Casentino.  Di  quindi  fu  col  marchese  Moruello  Malespina  in 
Lunigiana.  E  ancora  per  alcuno  spazio  fu  co'  signori  della  Fag- 
giuola ne'  monti  vicini  ad  Orbino.  Quindi  n'andò  a  Bologna,  e 
da  Bologna  a  Padova,  e  da  Padova  ancor  si  ritornò  a  Verona. 
Ma,  essendo  già  dopo  la  sua  partita  di  Firenze  più  anni  passati, 
né  apparendo  alcuna  via  da  potere  in  quella  tornare,  ingannato 
trovandosi  del  suo  avviso,  e  quasi  del  mai  dovervi  tornar  di- 
sperandosi, si  dispose  del  tutto  d'abbandonare  Italia;  e,  passati 
gli  Alpi,  come  potè  se  n'andò  a  Parigi,  accioché,  quivi  a  suo 
potere  studiando,  alla  filosofia  il  tempo,  che  nell'altre  sollecitu- 
dini vane  tolto  le  avea,  restituisse.  Udi  adunque  quivi  e  filosofia 
e  teologia  alcun  tempo,  non  senza  gran  disagio  delle  cose  op- 
portune alla  vita.  Da  questo  il  tolse  una  speranza  presa  di  po- 
tere in  casa  sua  ritornare  con  la  forza  d'Arrigo  di  Luzimborgo 
imperadore.  Per  che,  lasciati  gli  studi  e  in  Italia  tornatosi,  e  con 
certi  rubelli  de'  fiorentini  congiuntosi,  con  loro  insieme  con 
prieghi,  con  lettere  e  con  ambasciate  ^ingegnò  di  rimuovere 
il  detto  Arrigo  dallo  assedio  di  Brescia  e  di  conducerio  intorno 
alla  sua  città,  estimando  quella  contro  a  lui  non  potersi  tenere. 
Ma  la  riuscita  contraria  gli  fece  palese  il  suo  avviso  essere  stato 


8o  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

vano.  Assediò  Arrigo  la  città  di  Fiorenza;  e  ultimamente,  vana 
vedendo  la  stanza,  se  ne  parti  e,  non  dopo  molto  tempo  pas- 
sando di  questa  vita,  ogni  speranza  ruppe  nel  nostro  poeta,  il 
quale  in  Romagna  se  ne  passò,  dove  l'ultimo  suo  di,  il  quale 
alle  sue  fatiche  doveva  por  fine,  l'aspettava. 


XII 

DANTE  OSPITE  DI  GUIDO  NOVEL  DA  POLENTA 

Era  in  que'  tempi  signor  di  Ravenna,  antichissima  città  di 
Romagna,  un  nobile  cavaliere,  il  cui  nome  era  Guido  Novel 
da  Polenta,  ne*  liberali  studi  ammaestrato  e  amatore  degli  scen- 
ziati  uomini.  Il  quale,  udendo  Dante,  cui  per  fama  lungamente 
avanti  avea  conosciuto,  come  disperato  essersene  venuto  in  Ro- 
magna, conoscendo  la  vergogna  de'  valorosi  nel  domandare, 
con  liberale  animo  si  fece  incontro  al  suo  bisogno,  e  lui,  di  ciò 
volonteroso,  onorevolmente  ricevette  e  tenne,  infino  all'ultimo 
di  di  lui. 

Assai  credo  che  manifesto  sia  da  quanti  e  quali  accidenti 
contrari  agli  studi  fosse  infestato  il  nostro  poeta.  Il  quale  né 
gli  amorosi  disiri,  né  le  dolenti  lagrime,  né  gli  stimoli  della 
moglie,  né  la  sollecitudine  casalinga,  né  la  lusinghevole  gloria 
de'  publici  ofici,  né  il  sùbito  e  impetuoso  mutamento  della  for- 
tuna, né  le  faticose  circuizioni,  né  il  lungo  e  misero  esilio,  né 
la  intollerabile  povertà,  tutte  imbolatrici  di  tempo  agli  studiami, 
non  poterono  con  le  lor  forze  vincere,  né  dal  principale  intento 
rimuovere,  cioè  da'  sacri  studi  della  filosofia,  si  come  assai  chia- 
ramente dimostrano  l'opere  che  da  lui  composte  leggiamo.  Che 
diranno  qui  coloro,  agli  studi  de'  quali  non  bastando  della  lor 
casa,  cercano  le  solitudini  delle  selve?  che  coloro,  a'  quali  è 
riposo  continuo,  e  a*  quali  l'ampie  facultà  senza  alcun  lor  pen- 
siero ogni  cosa  opportuna  ministrano?  che  coloro  che,  soluti 
da  moglie  e  da  figliuoli,  liberi  posson  vacare  a'  lor  piaceri?  De' 
quali  assai  sono  che,  se  ad  agio  non  sedessero,  o  udissero  un 


DELLA    VITA    DI    DANTE  8l 

mormorio,  non  potrebbono,  non  che  meditare,  ma  leggere,  né 
scrivere,  se  non  stasse  il  gomito  riposato.  Certo  niuna  altra 
cosa  potranno  dire,  se  non  che  il  nostro  poeta,  e  per  gli  im- 
peti superati  e  per  l'acquistata  scienza,  sia  di  doppia  corona  da 
onorare.   Ma  da  ritornare  è  alla  intralasciata  materia. 


XIII 
MORTE  DI  DANTE 

Abitò  adunque  Dante  in  Ravenna  più  anni  nella  grazia  di 
quel  signore,  e  quivi  a  molti  dimostrò  la  ragione  del  dire  in 
rima,  la  quale  maravigliosamente  esaltò.  Ed  essendo  già  al  cin- 
quantesimosesto anno  della  sua  età  pervenuto,  infermò,  e  come 
fedel  cristiano  riconciliatosi,  per  vera  contrizione  e  confessione 
delle  colpe  conmiesse,  a  Dio,  del  mese  di  settembre,  correnti 
gli  anni  di  Cristo  Mcccxxi,  il  di  che  la  esaltazione  della  santa 
Croce  si  celebra,  passò  della  presente  vita.  La  cui  anima  creder 
possiamo  essere  stata  nelle  braccia  della  sua  nobile  Beatrice  ri- 
cevuta e  presentata  nel  cospetto  di  Dio,  accioché  quivi  in  riposo 
perpetuo  prenda  merito  delle  fatiche  passate. 

Fu  la  morte  del  nostro  poeta  al  magnifico  cavaliere  assai 
gravosa.  Il  quale,  fatto  il  corpo  del  defunto  ornare  d'ornamenti 
poetici,  e  quello  porre  sopra  un  funebre  letto,  sopra  gli  omeri 
de'  più  eccellenti  ravignani  il  fece  alla  chiesa  de'  frati  minori, 
con  quello  onore  che  a  tanto  uomo  si  conveniva,  portare,  e  quivi 
in  una  arca  lapidea  seppellire,  con  animo  di  fargli  una  egregia 
e  notabile  sepoltura.  Quindi  alla  casa,  nella  quale  era  Dante 
prima  abitato,  tornandosi,  secondo  il  ravignan  costume,  esso 
medesimo,  a  commendazione  del  trapns.sato  poeta  e  a  consola- 
zione de'  figliuoli  e  degli  amici  che  dopo  lui  rimanieno,  fece  uno 
esquisito  e  lungo  sermone.  Ma  poi,  infra  brieve  spazio  essen- 
dogli tolto  lo  Stato,  cessò  il  proponimento  della  magnifica  se- 
poltura; per  la  qual  cosa  ancora  in  quella  arca,  dove  fu  posto, 
le  venerabili  ossa  dimorano. 

G    Boccaccio,  Scritti  danteschi -\.  6 


82  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

XIV 
GARA  DI  POETI  PER  L' EPITAFIO  DI  DANTE 

Furono  in  que'  tempi  più  uomini  nell'arte  metrica  ammae- 
strati, li  quali,  sentendo  che  far  si  dovea  al  corpo  di  Dante 
una  mirabile  sepoltura,  fecero  versi  per  porre  in  quella,  testi- 
ficanti e  la  scienza  e  alcun  de'  più  memorabili  casi  di  Dante, 
de'  quali  niun  vi  si  pose  per  lo  sopradetto  accidente.  Nondi- 
meno, più  tempo  poi,  me  ne  furono  monstrati:  de'  quali  alquanti, 
fattine  dal  maestro  Giovanni  del  Virgilio,  si  come  più  laudevoli 
al  mio  giudicio,  ne  elessi;  ed  estimando  questa  operetta  quello 
testificare,  che  in  parte  avrebbe  fatto  la  sepoltura,  di  porglici 
diliberai  come  segue: 

Theologiis  Dantes  nuUius  dogmatis  expers, 

qiiod  foveat  darò  philosophia  sinu: 
gloria  inusarum,  vulgo  gratissimus  aiiclor, 

hic  iacet,  et  fama  pulsai  utrumque  poluni: 
qui  loca  defunctis  gladiis  regnumque  gemellis 

distribuii,  laicis  rhetoricisque  modis. 
Pascua  Pieriis  demum  resonabat  avenis  ; 

Atropos  heu!  laetum  livida  rupit  opus. 
Huic  ingrata  tulit  tristem  Florentia  fructum, 

exilium,  vati  patria  cruda  suo. 
Quem  pia  Guidonis  gretuio  Ravenna  Novelli 

gaudet  honorati  continuisse  ducis, 
mille  trecentenis  ter  septem  NumÌ7iis  annis, 

ad  sua  septembris  idibus  astra  redit. 


XV 
RIMPROVERO  AI  FIORENTINI 

Sogliono  gli  odii  nella  morte  degli  odiati  finirsi;  il  che  nel 
trapassamento  di  Dante  non  si  trovò  avvenire.  L'ostinata  ma- 
livolenzade'  suoi  cittadini  nella  sua  rigidezza  stette  ferma;  ninna 


DELLA    VITA    DI    DANTE  83 

publica  lagrima  gli  fu  conceduta,  né  alcuno  uficio  funebre  fatto. 
Nella  qual  pertinacia  assai  manifestamente  si  dimostrò,  i  fio- 
rentini tanto  essere  dal  cognoscimento  della  scienzia  rimoti, 
che  fra  loro  ninna  distinzion  fosse  da  un  vilissimo  calzolaio 
ad  un  solenne  poeta.  Ma  essi  con  la  lor  superbia  riman- 
gansi;  e  noi,  avendo  gli  affanni  dimostrati  di  Dante  e  il  suo 
fine,  all'altre  cose  che  di  lui,  oltre  alle  dette,  dir  si  possono, 
ci  volgiamo. 


XVI 

FATTEZZE  E  COSTUMI  DI  DANTE 

Fu  il  nostro  poeta  di  mediocre  statura,  ed  ebbe  il  volto 
lungo  e  il  naso  aquilino,  le  mascelle  grandi,  e  il  labbro  di  sotto 
proteso  tanto,  che  alquanto  quel  di  sopra  avanzava;  nelle  spalle 
alquanto  curvo,  e  gli  occhi  anzi  grossi  che  piccoli,  e  il  color 
bruno,  e  i  capelli  e  la  barba  crespi  e  neri,  e  sempre  malin- 
conico e  pensoso.  Per  la  qual  cosa  avvenne  un  giorno  in 
Verona  (essendo  già  divulgata  per  tutto  la  fama  delle  sue  opere, 
ed  esso  conosciuto  da  molti  e  uomini  e  donne)  che,  passando 
egli  davanti  ad  una  porta,  dove  più  donne  sedevano,  una  di 
quelle  pianamente,  non  però  tanto  che  bene  da  lui  e  da  chi 
con  lui  era  non  fosse  udita,  disse  all'altre  donne:  —  Vedete 
colui  che  va  in  inferno,  e  torna  quando  gli  piace,  e  qua  su 
reca  novelle  di  coloro  che  la  giù  sono!  —  Alla  quale  semplice- 
mente una  dell'altre  rispose:  —  In  verità  egli  dee  cosi  essere: 
non  vedi  tu  come  egli  ha  la  barba  crespa  e  il  color  bruno 
per  lo  caldo  e  per  lo  fummo  che  è  là  giù? —  Di  che  Dante, 
perché  da  pura  credenza  venir  lo  sentia,  sorridendo  passò 
avanti. 

Li  suoi  vestimenti  sempre  onestissimf  furono,  e  l'abito  con- 
veniente alla  maturila,  e  il  suo  andare  grave  e  mansueto,  e  ne' 
domestici  costumi  e  ne'  publici  mirabilmente  fu  composto  e 
civile. 


84  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

Nel  cibo  e  nel  poto  fu  modestissimo.  Né  fu  alcuno  più 
vigilante  di  lui  e  negli  studi  e  in  qualunque  altra  sollecitudine 
il  pugnesse. 

Rade  volte,  se  non  domandato,  parlava,  quantunque  eloquen- 
tissimo  fosse. 

Sommamente  si  dilettò  in  suoni  e  in  canti  nella  sua  giova- 
nezza, e,  per  vaghezza  di  quegli,  quasi  di  tutti  i  cantatori  e 
sonatori  famosi  suoi  contemporanei  fu  dimestico. 

Quanto  ferventemente  esso  fosse  da  amor  passionato,  assai  è 
dimostrato  di  sopra. 

Solitario  fu  molto  e  di  pochi  dimestico.  E  negli  .studi,  quel 
tempo  che  lor  poteva  concedere,  fu  assiduo  molto. 

Fu  ancora  Dante  di  maravigliosa  capacità  e  di  memoria  fer- 
missima, come  più  volte  nelle  disputazioni  in  Parigi  e  altrove 
mostrò. 

Fu  similmente  d'intelletto  perspicacissimo  e  di  sublime  in- 
gegno e,  secondo  che  le  sue  opere  dimostrano,  furono  le  sue 
invenzioni  mirabili  e  pellegrine  assai. 

Vaghissimo  fu  e  d'onore  e  di  pompa,  per  avventura  più 
che  non  si  appartiene  a  savio  uomo.  Ma  qual  vita  è  tanto 
umile,  che  dalla  dolcezza  della  gloria  non  sia  tócca?  Questa 
vaghezza  credo  che  cagion  gli  fosse  d'amare  sopra  ogni  altro 
studio  quel  della  poesia,  accioché  per  lei  al  pomposo  e  inu- 
sitato onore  della  coronazion  pervenisse.  Il  quale  senza  fillo, 
si  come  degno  n'è,  avrebbe  ricevuto,  se  fermato  nell'animo 
non  avesse  di  quello  non  prendere  in  altra  parte,  che  nella 
sua  patria  e  sopra  il  fonte  nel  quale  il  battesimo  avea  ricevuto; 
ma  dallo  esilio  impedito  e  dalla  morte  prevenuto,  noi  fece. 
Ma,  peroché  spessa  quistion  si  fa  tra  le  genti,  e  che  cosa  sia 
la  poesi  e  che  il  poeta,  e  donde  questo  nome  venuto,  e  perché 
di  lauro  sieno  coronati  i  poeti,  e  da  pochi  pare  esser  mostrato, 
mi  piace  qui  di  fare  alcuna  transgressione,  nella  quale  questo 
alquanto  dichiari,  e  quindi  prestamente  tornare  al  proposito. 


DELLA    VITA    DI    DANTE  85 

XVII 
DIGRESSIONE  SULL'ORIGINE  DELLA  POESIA 

La  prima  gente  ne'  primi  secoli,  comeché  rozzissima  e 
inculta  fosse,  ardentissima  fu  di  conoscere  il  vero  con  istudio, 
si  come  noi  veggiamo  ancora  naturalmente  disiderare  a  cia- 
scuno. La  quale  veggendo  il  ciel  moversi  con  ordinata  legge 
continuo,  e  le  cose  terrene  aver  certo  ordine  e  diverse  ope- 
razioni in  diversi  tempi,  pensarono  di  necessità  dovere  essere 
alcuna  cosa,  dalla  quale  tutte  queste  cose  procedessero  e  che 
tutte  l'altre  ordinasse,  si  come  superiore  potenza  da  niuna  altra 
l)Otenziata.  E,  questa  investigazione  seco  diligentemente  avuta, 
s'imaginaron  quella,  la  quale  «divinità»  ovvero  «deità»  ap- 
pellarono, con  ogni  cultivazione,  con  ogni  onore  e  con  più 
die  umano  servigio  esser  da  venerare.  E  perciò  ordinarono,  a 
reverenzia  di  questa  suprema  potenza,  ampissime  ed  egregie 
case,  le  quali  ancora  estimaron  fossero  da  separare  cosi  di  nome, 
come  di  forma  separate  erano,  da  quelle  che  generalmente 
per  gli  uomini  si  abitano;  e  nominaronle  «  templi  ».  E  simil- 
mente avvisaron  doversi  ministri,  li  quali  fossero  sacri  e,  da 
ogni  altra  mondana  sollecitudine  rimoti,  solamente  a'  divini 
servigi  vacassero,  per  maturità,  per  età  e  per  abito,  più  che 
gli  altri  uomini,  reverendi;  li  quali  appellaron  «sacerdoti».  E 
oltre  a  questo,  in  rappresentamento  della  imaginata  essenzia 
divina,  fecero  in  varie  forme  magnifiche  statue,  e  a'  servigi 
di  quelle  vasellamenti  d'oro  e  mense  marmoree  e  purpurei 
vestimenti  e  altri  apparati  assai  pertinenti  a*  sacrifici  stabiliti 
per  loro.  E  accioché  a  questa  cotal  potenzia  tacito  onore  o 
quasi  mutolo  non  si  facesse,  parve  loro  che  con  parole  d'alto 
suono  essa  deità  fosse  da  umiliare  e  alle  loro  necessità  render 
propizia.  E  cosi  come  essi  estimarono  questa  eccedere  ogni 
altra  cosa  di  nobiltà,  cosi  vollono  che,  di  lungi  ad  ogni  plebeio 
o  publico  stile  di  parlare,  si  trovasser  parole  degne  di  pro- 
ferire  dinanzi   alla   divinità,    nelle   quali,   oltre   alle   sue    lode. 


86  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

si  porgessero  sacrate  lusinghe.  E  oltre  a  questo,  accioché 
queste  parole  potessero  avere  più  d'efficacia,  vollero  che  fos- 
sero sotto  legge  di  certi  numeri,  corrispondenti  per  brevità  e 
per  lunghezza  a  certi  tempi  ordinati,  composte,  per  li  quali 
alcuna  dolcezza  si  sentisse,  e  cacciassesi  il  rincrescimento  e 
la  noia;  e  questo  non  in  volgar  forma  o  usitata,  come  dicemmo, 
ma  con  artificiosa  ed  esquisita  di  modi  e  di  vocaboli,  convenne 
che  si  facesse.  La  qual  forma,  cioè  di  parlare  esquisito,  li  greci 
appellan  ^  poetes  ^\  laonde  nacque,  che  quello  parlare,  che  in 
cotal  modo  fatto  fosse,  «  poesie  »  s'appellasse;  e  quegli,  che 
ciò  facessero  o  cotal  modo  di  parlare  usassero,  si  chiamasson 
«  poeti  ». 

Questa  adunque  fu  la  prima  origine  della  poesia  e  del  suo 
nome,  e  per  conseguente  de'  poeti,  come  che  altri  n'assegnino 
altre  ragioni  forse  buone:   ma  questa  mi  piace  più. 

Adunque  questa  buona  e  laudevole  intenzione  della  rozza 
età  mosse  molti  a  diverse  invenzioni  nel  mondo  multiplicante 
per  apparere;  e,  dove  i  primi  una  sola  deità  adoravano,  stol- 
tamente mostrarono  a'  seguenti  esserne  molte,  comeché  quella 
una  dicessero,  oltre  ad  ogni  altra,  ottenere  il  principato.  Tra 
le  quali  molte,  mostrarono  essere  il  Sole,  la  Luna,  Saturno, 
Giove  e  qualunque  altro  pianeto,  la  loro  erronea  dimostrazion 
roborando  da'  loro  effetti.  E  da  questi  vennero  a  mostrare, 
ogni  cosa  utile  agli  uomini,  quantunque  terrena  fosse,  in  sé 
occulta  deità  conservare;  alle  quali  tutte  e  versi  e  onori  e  sa- 
crifici divini  s'ordinarono.  E  poi  susseguentemente  avendo 
già  comincialo  diversi  in  diversi  luoghi,  chi  con  uno  ingegno 
e  chi  con  un  altro,  a  farsi,  sopra  la  moltitudine  indòtta  della 
sua  contrada,  maggiori  e  a  chiamarsi  «  re  »  e  mostrarsi  alla  plebe 
con  servi  e  con  ornamenti,  e  a  farsi  ubbidire,  e  talvolta  a 
farsi  come  Dio  adorare;  li  quali,  non  fidandosi  tanto  delle  lor 
forze,  cominciarono  ad  aumentare  le  religioni,  e  con  la  fede 
di  quelle  ad  impaurire  i  suggetti  e  a  strignere  con  sacramenti 
alla  loro  obbedienza  quegli,  li  quali  non  vi  si  sarebbon  con  le 
forze  recati.  E,  oltre  a  questo,  diedono  opera  a  deificare  li  lor 
padri,  li  loro  avoli,  li  lor  maggiori,   o  a  dimostrare  sé  figliuoli 


DELLA    VITA    DI    DANTE  87 

degli  iddiì,  accioché  più  fosson  temuti  e  avuti  in  reverenza 
dal  vulgo.  Le  quali  cose  non  si  poterono  commodamente  fare 
senza  l'oficio  de'  poeti,  li  quali,  si  per  ampliar  la  lor  fama, 
si  per  compiacere  a'  prencipi,  si  per  dilettare  i  sudditi,  e  si 
ancora   per  suadere    agl'intendenti    il    virtuosamente    operare, 

luello  che  con  aperto  parlare  saria  suto  della  loro  intenzion 
contrario,  con  fizioni  varie  e  maestrevoli,  male  da'  grossi,  oggi 
non  che  a  quel  tempo,  intese,  facean  credere  quello  che  i 
prencipi  voleano  si  credesse;  servando  nelli  nuovi  iddìi  e  negli 
uomini,  li  quali  degli  iddii  nati  fingevano,  quello  medesimo 
stilo  che  in  quello,    che  vero    Iddio  primieramente  credettero, 

usavano.  Da  questo  si  venne  allo  adequare  i  fatti  de'  forti 
uomini  a  quegli  degl' iddii:  donde  nacque  il  cantare  con  ec- 
celso verso  le  battaglie  e  gli  altri  notabili  fatti  degli  uomini 
mescolatamente  con  quegli  degli  iddii.  Per  che  si  può  delle 
predette  cose  comprendere  uficio  essere  del  poeta  alcuna  verità 
sotto  fabulosa  fizion  nascondere  con  ornate  ed  esquisite  parole. 
E,  percioché  molti  ignoranti  credono  la  poesia  ninna  altra  cosa 
essere,  che  semplicemente  un  favoloso  e  ornato  parlare;  oltre 
al  promesso,  mi  piace  brievemente  mostrare  la  poesi  esser 
teologia,  o,  pili  propiamente  parlando,  quanto  più  può  simi- 
gliante  di  quella,  prima  che  io  vegna  a  dichiarare  perché  di 
lauro  si  coronino  i  poeti. 


XVIII 
CHE  LA  POESIA  È  SIMIGLIANTE  ALLA  TEOLOGIA 

Se  noi  vorrem  por  giù  gli  animi  e  con  ragion  riguardare, 
io  mi  credo  che  assai  leggermente  potrem  vedere  gli  antichi 
poeti  avere  imitate,  tanto  quanto  all'umana  ingegno  è  possibile, 
le  pedate  dello  Spirito  santo;  il  quale, %i  come  noi  nella  di- 
vina Scrittura  veggiamo,  per  la  bocca  di  molti  i  suo'  altissimi 
segreti  rivelò  a'  futuri,  facendo  loro  sotto  velame  parlare  ciò 
che  a  debito  tempo    per  opera,    senza   alcun   velo,    intendeva 


88  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

di  dimostrare.  Impercioclié  essi,  se  noi  riguarderem  bene  le 
loro  opere,  accioché  lo  imitatore  non  paresse  diverso  dallo 
imitato,  sotto  coperta  d'alcune  Azioni,  quello  che  stato  era, 
o  che  fosse  al  lor  tempo  presente,  o  che  disideravano,  o  che 
presumevano  che  nel  futuro  dovesse  avvenire,  discrissono. 
Per  che,  comeché  ad  un  fine  l'una  scrittura  e  l'altra  non  ri- 
guardasse, ma  solo  al  modo  del  trattare,  quello  del  poetico 
stilo  dir  si  potrebbe  che  della  sacra  Scrittura  dice  Gregorio, 
cioè  che  essa  in  un  medesimo  sermone,  narrando,  apre  il 
testo  e  il  misterio  a  quello  sottoposto;  e  cosi  ad  un'ora  con 
l'uno  li  savi  esercita  e  con  l'altro  li  semplici  riconforta,  e  ha 
in  publico  donde  li  pargoli  nutrichi,  e  in  occulto  serva  quello 
onde  assai  le  menti  dei  sublimi  intenditori  con  ammirazione 
tenga  sospese.  Percicché  pare  essere  un  fiume  piano  e  pro- 
fondo, nel  quale  il  piccioletto  agnello  con  gli  pie  vada  e  il 
grande  elefante  ampissimamente  nuoti.  Ma  da  verificar  sono  le 
cose  predette  con  alcune  dimostrazioni. 


XIX 

DIMOSTRAZIONE  DELLA  PREDETTA  SENTENZA 

Intende  la  divina  Scrittura,  l'esplicazion  della  quale  insieme 
con  essa  noi  «  teologia  »  appelliamo,  quando  con  figura  d'alcuna 
istoria,  quando  col  senso  d'alcuna  visione,  quando  con  lo  'nten- 
dimento  d'alcuna  lamentazione,  e  in  altre  maniere  assai,  mo- 
strarci molti  secoli  avanti  esser  dallo  Spirito  santo  a*  futuri 
nunziato  l'alto  misterio  della  incarnazione  del  Verbo  divino, 
la  vita  di  quello,  le  cose  occorse  nella  sua  morte,  e  la  re- 
surrezione vittoriosa,  e  la  mirabile  ascensione,  e  ogni  altro 
suo  atto,  per  lo  quale  noi  ammaestrati,  possiamo  a  quella  gloria 
pervenire,  la  quale  Egli  e  morendo  e  risurgendo  ci  aperse, 
lungamente  stata  serrata  per  la  colpa  del  primo  uomo.  Cosi 
i  poeti  nelle  loro  invenzioni,  quando  con  Azioni  di  vari  iddii, 
quando  con  trasformazioni  d'uomini  in  varie    forme  e  quando 


DELLA    VITA    DI    DANTE  89 

con  leggiadre  persuasioni  ne  mostrarono,  sotto  la  corteccia  di 
quelle,  le  cagioni  delle  cose,  gli  effetti  delle  virtù  e  de'  vizi 
e  che  fuggir  dobbiamo  e  che  seguire,  accioché  pervenir  pos- 
siamo, virtuosamente  operando,  a  Dio;  il  quale  essi,  che  lui 
non  debitamente  conoscieno,  somma  salute  credeano.  Volle  lo 
Spirito  santo  monstrare  nel  rubo  verdissimo,  nel  quale  Moisé 
vide,  quasi  come  una  fiamma  ardente.  Iddio,  la  verginità  di 
Colei  che  più  che  altra  creatura  fu  pura,  e  che  dovea  essere 
abitazione  e  ricetto  del  Signore  della  natura,  non  doversi  per 
la  concezione,  né  per  lo  parto  del  Verbo  del  Padre  in  alcuna 
parte  diminuire.  Volle  per  la  visione  veduta  da  Nabucdonosor, 
nella  statua  di  più  metalli  abbattuta  da  una  pietra  convertita 
poi  in  un  monte,  mostrare  tutte  le  religioni,  leggi  e  dottrine 
delle  preterite  età  dalla  dottrina  di  Cristo,  il  qual  fu  ed  è  viva 
pietra,  [dovere  essere  sommerse;  e  la  cristiana  religione,  nata 
di  questa  pietra,]  divenire  una  cosa  grande,  immobile  e  perpetua, 
si  come  li  monti  veggiamo.  Volle  nelle  lamentazioni  di  leremia 
l'eccidio  futuro  di  lerusalem  dichiarare,  e  quello,  per  la  sua 
ingratitudine  e  crudeltà  in  Cristo,   avvenire. 

Similemente  li  nostri  poeti,  fingendo  Saturno  aver  molti 
figliuoli,  e  quegli,  fuor  che  quattro,  divorar  tutti,  niuna  altra 
cosa  vollono  per  tal  fizion  farci  sentire,  se  non  per  Saturno  il 
tempo,  nel  quale  ogni  cosasi  produce;  e  come  ella  in  esso  è 
prodotta,  cosi  in  esso,  di  tutto  corrompitore,  viene  al  niente.  I 
quattro  figliuoli  dal  tempo  non  divorati  sono  i  quattro  elementi,  li 
quali  niuna  diminuzione  avere  per  lunghezza  di  tempo  veggiamo. 
Similmente  fingono  li  nostri  poeti  Ercule  d'uomo  essere  in  Dio 
transformato,  e  Licaone  re  d'Arcadia  transmutato  in  lupo:  nulla 
altro  volendo  mostrarci,  se  non  che,  virtuosamente  operando 
come  fece  Ercule,  l'uomo  diventa  Iddio  per  participazione ; 
e  viziosamente  operando,  come  Licaon  fece,  cade  in  infamia, 
e,  quantunque  nel  primo  aspetto  paia  uomo,  quella  bestia  è 
dinominato,  i  vizi  della  quale  sono  a' sufei  simiglianti:  Licaone, 
percioché  rapace  e  avaro  e  ingluvioso  fu,  vizi  familiarissimi  al 
lupo,  in  lupo  transformato  si  disse.  Li  nostri  poeti  ancora  discris- 
sero mirabile  la  bellezza  de'  campi  elisi,  e  in  quegli  dissono  dopo 


90  li  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

la  morte  l'anime  de'  pietosi  uomini  e  valenti  abitare:  per  li  quali 
il  cristiano  uomo  meritamente  potrà  intendere  la  dolcezza  del 
paradiso  solamente  alle  pietose  anime  conceduta.  E,  oltre  a  ciò, 
oscura  ed  orrida  e  nel  centro  della  terra  fìnsero  la  città  di  Dite, 
e  quivi  sotto  vari  tormenti  l'anime  de'  crudeli  e  malvagli  uomini 
tormentarsi:  per  la  quale  chi  sarà  che  non  prenda  l'amaritudine 
dello  'nferno  e  i  supplici  de*  dannati  tanto  quanto  più  esser 
possono  rimoti  da  Dio?  Nelle  quali  fizioni  assai  chiaro  mostrano 
d'ingegnarsi,  con  la  bellezza  dell'uno,  di  trar  gli  uomini  a  vir- 
tuosamente operare  per  acquistarlo,  e,  con  la  oscurità  dell'altro, 
spaventargli,  accioché  per  paura  di  quella  si  ritraggano  da' 
vizi  e  seguitin  le  virtù.  Io  lascio  il  tritare  con  più  particulari 
esposizioni  queste  cose,  per  non  lasciarmi  si  oltre  nella  trans- 
gression  trasportare,  che  la  principale  materia  patisca  («),  e  per 
venire  a  dimostrare  perché  di  lauro  si  coronino  i  poeti. 


(a)  fidandomi  ancora  che  gl'intendenti,  per  quello  che  detto  è, 
conosceranno  quanta  forza,  più  trite,  al  mio  argomento  aggiugne- 
rieno.  Assai  adunque  per  le  cose  dette  credo  che  è  chiaro  la 
teologia  e  la  poesia  nel  modo  del  nascondere  i  suoi  concetti  con 
simile  passo  procedere,  e  però  potersi  dire  simiglianti.  È  il  vero 
che  il  subietto  della  sacra  teologia  e  quello  della  poesia  de'  poeti 
gentili  è  molto  diverso,  percioché  quella  nulla  altra  cosa  nasconde 
che  vera,  ove  questa  assai  erronee  e  contrarie  alla  cristiana  reli- 
gione ne  discrive:  né  è  di  ciò  da  maravigliarsi  molto,  peroché 
quella  fu  dettata  dallo  Spirito  santo,  il  quale  è  tutto  verità,  e  questa 
fu  trovata  dallo  'ngegno  degli  uomini,  li  quali  di  quello  Spirito  o 
non  ebbono  alcuna  conoscenza  o  non  l'ebbono  tanto  piena. 

XIX  bis 
PERCHÉ  I  POETI  NASCONDONO  IL  VERO  SOTTO  FIZIONI 

Io  poteva  per  avventura  procedere  ad  altro,  se  alcuni  disensati 
ancora  un  pochette  intorno  a  questo  ragionamento  non  mi  aves- 
sero ritirato.  Sono  adunque  alcuni  li  quali,  senza  aver  mai  veduto 
o  voluto  vedere  poeta  (o,  se  veduto  n'hanno  alcuno,  non  l'hanno 
inteso  o  non  l'hanno  voluto  intendere),  e  di  ciò  estimandosi  molto 


DELLA    VITA    DI    DANTE  91 

XX 
DELL'ALLORO  CONCEDUTO  AI  POETI 

Tra  l'altre  genti,  alle  quali  più  apri  la  filosofia  i  suoi  tesori, 
i  greci  si  crede  che  fosser  quegli  li  quali  d'essi  trassero  la 
dottrina  militare  e  la  vita  politica,  oltre  alla  notizia  delle  cose 


reputati  migliori,  con  ampia  bocca  dannano  quello  che  ancora  co- 
nosciuto non  hanno,  cioè  le  opere  de'  poeti  e  i  poeti  medesimi, 
dicendo  le  lor  favole  essere  opere  puerili  e  a  ninna  verità  conso- 
nanti; e,  oltre  a  ciò,  se  essi  erano  uomini  d'altissimo  sentimento, 
in  altra  maniera  che  favoleggiando  dovevano  la  loro  dottrina 
mostrare.  Grande  presunzione  è  quella  di  molti  volere  delle  que- 
stioni giudicare  prima  che  abbiano  conosciuti  i  meriti  delle  parti  : 
ma,  poiché  sofìerire  si  conviene,  a  questi  cotali,  senza  altro  mar- 
tirio, confesso  le  fizioni  poetiche  nella  prima  faccia  avere  ninna 
consonanza  col  vero.  Ma,  se  per  questo  elle  sono  da  dannare,  che 
diranno  costoro  delle  visioni  di  Daniello,  che  di  quelle  di  Ezechiel, 
che  dell'altre  del  vecchio  Testamento,  scritte  con  divina  penna, 
che  di  quelle  di  Giovanni  evangelista?  Diremo,  percioché  somi- 
glianza di  vero  in  assai  cose  nella  corteccia  non  hanno,  sieno, 
come  stoltamente  dette,  da  rifiutare?  Noi  consentirà  mai  chi  fic- 
cherà gli  occhi  dello  'ntelletto  nella  midolla.  E  questo  voglio  ancora 
che  basti  per  risposta  alla  seconda  opposizione  a  questi  giudici 
senza  legge:  cioè  che,  se  lo  Spirito  santo  è  da  commendare  d'avere 
i  suoi  alti  misteri  dato  sotto  coverta,  accioché  le  gran  cose  poste 
con  troppa  chiarezza  nel  cospetto  di  ogni  intelletto  non  venissono 
in  vilipensione,  e  che  la  verità,  con  fatica  e  perspicacità  d'ingegno 
tratta  di  sotto  le  scrupolose  ma  ponderose  parole,  fosse  più  cara 
e  più  e  con  più  diletto  entrasse  nella  memoria  del  trovatore  ;  perché 
saranno  da  biasimare  i  poeti,  se  sotto  favolosi  parlari  avranno 
nascosi  gli  alti  effetti  della  natura,  le  moralità  e  i  gloriosi  fatti 
degli  uomini,  mossi  dalle  sopradette  cagioni?  Certo  io  noi  conosco. 
Perché  sotto  cosi  fatta  forma  i  poeti  dessero  la  loro  dottrina, 
oltre  a  ciò  che  detto  n'è,  ne  possono  le  ragioni  essere  queste: 


92  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

superiori;  e,  tra  l'altre  cose,  la  santissima  sentenzia  di  Solone 
nel  principio  della  presente  operetta  discritta  ;  la  quale  ottima- 
mente e  lungo  tempo  servarono,  fiorendo  la  loro  republica. 
Alla  quale  osservare,  considerati  con  gran  diligenzia  i  meriti 
degli  uomini,  con  publico  consentimento  ordinarono  che,  per 
più  degno  guidardon  che  alcuno  altro,  si  come  a  più  utile  e 
più  onorevole  fatica  alla  republica,  li  poeti  dopo  la  vittoria 
delle  lor  fatiche,  cioè  dopo  la  perfezione  de'  lor  poemi,  e,  oltre 
a  ciò,  gl'imperadori  dopo  la  vittoria  avuta  de'  nimici  della 
republica,   fossono  coronati   d'alloro;   estimando  dovere   d'un 


o  per  imitare  più  nobile  autore,  o  perché  forse  in  altra  forma  non 
erano  ammaestrati.  Ma  di  questo  non  mi  pare  da  dovere  far  troppo 
agra  quistione,  conciosiacosaché  ciascuno  in  cosi  fatte  elezioni 
più  tosto  il  suo  giudicio  séguiti  che  l'altrui  ;  e  però  più  tosto  si  potrà 
dimandare  se  cotal  tradizione  è  utile  o  disutile.  Alla  quale  mi  pare 
che  rispondere  si  possa  questa  utile  essere  stata,  dove  i  nostri 
giudici  nel  gridare  la  dimostrano  disutile;  e  la  ragione  puote  es- 
sere questa.  Certissima  cosa  è  che,  come  gli  ingegni  degli  uomini 
sono  diversi,  cosi  esser  convengono  diverse  le  maniere  del  dare 
la  dottrina.  Assai  se  ne  sono  già  veduti,  a'  quali  niuna  sillogistica 
dimostrazione  ha  potuto  far  comprendere  il  vero  d'alcuna  conclu- 
sione; la  qual  poi  per  ragioni  persuasive  hanno  subitamente  com- 
presa. Che  dunque  con  questi  cotali  varrà  il  sillogizzare  d'Aristotile? 
Certo,  niente.  Cosi  al  contrario  alcuni  vilipendono  tanto  le  persua- 
sioni, che  nulla  crederanno  essere  vero,  se  sillogizzando  non  ne 
son  convinti.  Sono  altri,  li  quali  solo  il  nome  della  filosofia,  non 
che  la  dottrina,  spaventa,  e  che  con  sommo  diletto  alle  lezioni 
delle  favole  correranno,  non  estimando  sotto  quella  alcuna  parti- 
cella di  filosofia  potersi  nascondere;  che,  se  '1  credessero,  non  le 
vorrebbono  udire.  Di  questi  cotali,  non  è  dubbio,  già  assai,  dalla 
novità  delle  favole  mossi,  divennero  investigatori  della  verità  e  do- 
mestici della  filosofia,  del  cui  nome  altra  volta  aveano  avuto  paura. 
In  questi  cotali  adunque  non  furono  dannosi  i  poeti,  né  disutile 
il  modo  del  loro  trattare,  il  qual  per  certo,  a  chi  non  lo  intende, 
non  può  dare  altro  piacere  che  faccia  il  suono  della  cetera  al- 
l'asino. E  questo  al  presente  basti;  e  vegniamo  a  mostrare  perché 
i  poeti  si  coronino  d'alloro.   Tra  l'altre  genti  ecc. 


DELLA    VITA    DI    DANTE  93 

medesimo  onore  esser  degno  colui  per  la  cui  virtù  le  cose  publiche 
erano  e  servate  e  aumentate,  e  colui  per  li  cui  versi  le  ben  fatte 
cose  eran  perpetuate,  e  vituperate  le  avverse.  La  quale  remu- 
nerazione poi  parimente  con  la  gloria  dell'arme  trapassò  a'  la- 
tini, e  ancora,  e  massimamente  nelle  coronazioni  de'  poeti,  come 
che  rarissimamente  avvengano,  vi  dimora.  Ma  perché  a  tal  co- 
ronazion  più  l'alloro,  che  fronda  d'altro  albero,  eletto  sia  (a), 
pare  la  ragion  questa. 

Vogliono  coloro,  li  quali  le  virtù  e  le  nature  delle  piante 
hanno  investigate,  il  lauro,  si  come  noi  medesimi  veggiamo, 
giammai  verdezza  non  perdere:  per  la  quale  perpetua  viridità 
vollero  i  greci  intendere  la  perpetuità  della  fama  di  coloro  che 
di  coronarsi  d'esso  si  fanno  degni.  Appresso  affermano  li  predetti 
investigatori  non  trovarsi  il  lauro  essere  stato  mai  fulminato, 
il  che  d'alcuno  altro  albero  non  si  crede:  e  per  questo  vollono 
gli  antichi  mostrare  che  l'opere  di  coloro,  che  di  quello  si  co- 
ronano, esser  di  tanta  potenza  dotate  da  Dio,  che  né  il  fuoco 
della  'nvidia,  né  la  folgore  della  lunghezza  del  tempo,  la  quale 
ogni  altra  cosa  consuma,  quelle  debba  potere  offuscare,  rodere 
o  diminuire.  Dicono,  oltre  a  ciò.  i  predetti  quello  che  noi  tutto 
il  giorno  sentiamo,  cioè  il  lauro  essere  odorifero  molto:  e  per 
quello  vogliono  intendere  i  passati,  l'opere  di  colui,  che  degna- 
mente se  ne  corona,  sempre  dovere  esser  piacevoli  e  graziose 
e  odorifere  di  laudevole  fama  {à).  E  perciò  era  non  senza  cagione 


(a)  non  dovrà  parere  a  udire  rincrescevole. 

Sono  alcuni  li  quali  credono,  percioché  Dafne,  amata  da  Febo 
e  in  lauro  convertita,  fu  da  lui  eletta  a  coronare  le  sue  vittorie, 
e  i  poeti  sono  a  lui  consacrati,  quindi  tale  coronazione  avere  ori- 
gine avuta:  la  quale  opinione  non  mi  spiace,  né  niego  cosi  poter 
essere  stato;  ma  tuttavia  mi  muove  altra  ragione.  Secondo  che 
vogliono  coloro,  ecc. 

(ó)  Similemente  una  quarta  proprietà,  e  maravigliosa,  gli  ag- 
giungono; e  questa  è  che  dicono  essere  una  specie  di  lauro,  la 
cui  pianta  non  fa  mai  che  tre  radici,  delle  frondi  del  quale  qua- 
lunque persona  n'avesse  alla  testa  legale  e  dormisse,  vedrebbe 


94  "  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

il  nostro  Dante,  si  come  merito  poeta,  di  questa  laurea  disioso. 
Della  quale  percioché  assai  avem  parlato,  estimo  sia  onesto  di 
tornare  al  proposito. 


XXI 
CARATTERE  DI  DANTE 

Fu  adunque  il  nostro  poeta,  oltre  alle  cose  di  sopra  dette, 
d'animo  altiero  e  disdegnoso  molto:  tanto  che,  cercandosi  per 
alcuno  amico  come  egli  potesse  in  Firenze  tornare,  né  altro 
modo  trovandosi,  se  non  che  egli  per  alcuno  spazio  di  tempo 
stato  in  prigione,  fosse  misericordievolmente  offerto  a  San  Gio- 
vanni, calcato  ogni  fervente  disio  del  ritornarvi,  rispose  che 
Iddio  togliesse  via  che  colui,  che  nel  seno  della  filosofia  cre- 
sciuto era,  divenisse  cero  del  suo  comune. 

Oltre  a  questo,  di  se  stesso  presunse  maravigliosamente  tanto, 
che  essendo  egli  glorioso  nel  colmo  del  reggimento  della  repu- 
biica,  e  ragionandosi  tra'  maggior  cittadini  di  mandar,  per  alcuna 
gran  bisogna,  ambasciata  a  Bonifazio  papa  ottavo,  e  che  pren- 
cipe  dell'ambasciata  fosse  Dante,  ed  egli  a  ciò  in  presenza  di 
tutti  quegli,  che  sopra  ciò  consigliavan,  richiesto,  avvenne  che, 
soprastando  egli  alla  risposta,  alcun  disse:  —  Che  pensi?  — 
Alle  quali  parole  egli  rispose:  —  Penso:  se  io  vo,  chi  rimane? 


veracissimi  sogni  delle  cose  future  mostranti:  per  la  quale  pro- 
prietà intesero  i  nostri  maggiori  una  dimostrarsene,  la  quale  es- 
sere ne'  poeii  si  vede.  Perciò  i  poeti,  discrivendo  l'operazioni 
d'alcuno,  delle  quali  solamente  gli  effetti  nudi  avrà  uditi,  cosi  le 
particulari  incidenzie  mai  non  vedute  né  udite  discriverà,  come 
se  all'operazione  fosse  stato  presente;  e  percioché  veridichi  in  ciò 
assai  volte  sono  stati  trovati,  parendo  quella  essere  stata  specie 
di  divinazione,  furono  chiamati  «  vati  »,  cioè  profeti,  ed  estimarono 
gli  uomini  loro  di  lauro  coronare,  a  mostrare  la  proprietà  della 
divinazione,  nella  quale  paiono  al  lauro  simiglianti.  E  perciò,  ecc. 


DELLA    VITA    DI    DANTE  95 

e  se  io  rimango,  chi  va?  —  quasi  esso  solo  fosse  colui  che  tra 
tutti  valesse  e  per  cui  tutti  gli  altri  valessero. 

Appresso,  comeché  il  nostro  poeta  nelle  sue  avversità  pa- 
ziente o  no  si  fosse,  in  una  fu  impazientissimo:  egli  infino  al 
cominciamento  del  suo  esilio,  come  i  suoi  passati,  stato  guelfis- 
simo,  non  essendogli  aperta  la  via  a  ritornare  in  casa  sua,  si 
fuor  di  modo  diventò  ghibellino,  che  ogni  femminella,  ogni 
piccol  fanciullo,  e  quante  volte  avesse  voluto,  ragionando  di 
parte  e  la  guelfa  preponendo  alla  ghibellina,  l'avrebbe  non 
solamente  fatto  turbare,  ma  a  tanta  insania  commosso,  che,  se 
taciuto  non  fosse,  a  gittar  le  pietre  l'avrebbe  condotto. 

Certo  io  mi  vergogno  di  dovere  con  alcun  difetto  ma- 
culare la  chiara  fama  di  cotanto  uomo;  ma  il  cominciato  or- 
dine delle  cose  in  alcuna  parte  il  richiede,  percioché,  se  nelle 
cose  meno  laudevoli  mi  tacerò,  io  torrò  molta  fede  alle  laude- 
voli  già  mostrate.  A  lui  medesimo  adunque  mi  scuso,  il  quale 
per  avventura  me  scrivente  con  isdegnoso  occhio  d'alta  parte 
del  ciel  mi  riguarda. 

Tra  cotanta  vertù,  tra  cotanta  scienza,  quanta  dimostrato  è  di 
sopra  essere  stata  in  questo  mirifico  poeta,  trovò  ampissimo 
luogo  la  lussuria,  e  non  solamente  ne'  giovani  anni,  ma  ancora 
ne'  maturi.  E  questo  basii  al  presente  de'  siaoì  costumi  più  no- 
tabili aver  contato,  e  all'opere  da  lui  composte  vegniamo. 


XXII 

LA  «VITA  NUOVA»   E  LA  «COMMEDIA» 

INCIDENTI  OCCORSI   NELLA  COMPOSIZIONE 

DI  QUESTA  OPERA 

Compose  questo  glorioso  poeta  più  opere  ne'  suoi  giorni, 
tra  le  quali  si  crede  la  prima  un  libretto  volgare,  che  egli  intitola 
Vi/a  nuova',  nel  quale  egli  e  in  prosa  #  in  sonetti  e  in  canzoni 
gii  accidenti  dimostra  dell'amore,   il  quale  portò  a  Beatrice. 

Appresso  più  anni,  guardando  egli  della  sommità  del  go- 
verno  della   sua    città,  e  veggendo   in    gran    parte    qual    fosse 


96  II  -  rp:dazioni  compendiose 

la  vita  degli  uomini,  quanti  e  quali  gli  error  del  vulgo,  e  i 
cadimenti  ancora  de'  luoghi  sublimi  come  fussero  inopinati,  gli 
venne  nell'animo  quello  laudevol  pensiero  che  a  compor  lo 
'ndusse  la  Comedia.  E,  lungamente  avendo  premeditato  quello 
che  in  essa  volesse  descrivere,  in  fiorentino  idioma  e  in  rima  la 
cominciò:  ma  non  avvenne  il  poterne  cosi  tosto  vedere  il  fine, 
come  esso  per  avventura  imaginò;  percioché,  mentre  egli  era 
più  attento  al  glorioso  lavoro,  avendo  già  di  quello  sette  canti 
composti,  de'  cento  che  diliberato  avea  di  farne,  sopravvenne 
il  gravoso  accidente  della  sua  cacciata,  ovver  fuga,  per  la  quale 
egli,  quella  e  ogni  altra  cosa  abbandonata,  incerto  di  se  me- 
desimo, più  anni  con  diversi  amici  e  signori  andò  vagando. 
Ma  non  potè  la  nimica  fortuna  al  piacer  di  Dio  contrastare. 
Avvenne  adunque  che  alcun  parente  di  lui,  cercando  per  alcuna 
scrittura  in  forzieri,  che  in  luoghi  sacri  erano  stati  fuggiti  nel 
tempo  che  tumultuosamente  la  ingrata  e  disordinata  plebe  gli 
era,  più  vaga  di  preda  che  di  giusta  vendetta,  corsa  alla  casa, 
trovò  un  quadernuccio,  nel  quale  scritti  erano  li  predetti  sette 
canti.  Li  quali  con  ammirazion  leggendo,  né  sappiendo  che  fos- 
sero, del  luogo  dove  erano  sottrattigli,  gli  portò  ad  un  nostro 
cittadino,  il  cui  nome  fu  Dino  di  messer  Lambertuccio,  in  quegli 
tempi  famosissimo-  dicitore  in  rima,  e  gliel  mostrò.  Li  quali 
avendo  veduti  Dino,  e  maravigliatosi  si  per  lo  bello  e  pulito 
stilo,  si  per  la  profondità  del  senso,  il  quale  sotto  la  ornata 
corteccia  delle  parole  gli  pareva  sentire,  senza  fallo  quegli  es- 
sere opera  di  Dante  imaginò;  e,  dolendosi  quella  essere  rimasa 
imperfetta,  e  dopo  alcuna  investigazione  avendo  trovato  Dante 
in  quel  tempo  essere  appresso  il  marchese  Moruello  Malespina, 
non  a  lui,  ma  al  marchese,  e  l'accidente  e  il  desiderio  suo  scrisse, 
e  mandògli  i  sette  canti.  Gli  quali  poi  che  il  marchese,  uomo 
assai  intendente,  ebbe  veduti,  e  molto  seco  lodatigli,  gli  mostrò 
a  Dante,  domandandolo  se  esso  sapea  cui  opera  stati  fossero. 
Li  quali  Dante  riconosciuti,  subito  rispose  che  sua.  Allora  i) 
pregò  il  marchese  che  gli  piacesse  di  non  lasciar  senza  debito 
fine  si  alto  principio.  —  Certo  —  disse  Dante  —  io  mi  credea 
nella  ruina  delle  mie  cose  questi  con  molti  altri  miei  libri  aver 


DELLA    VITA    DI    DANTE  97 

perduti;  e  perciò,  si  per  questa  credenza,  e  si  per  la  moltitudine 
delle  fatiche  sopravvenute  per  lo  mio  esilio,  del  tutto  avea  la 
fantasia,  sopra  questa  opera  presa,  abbandonata.  Ma,  poiché 
inopinatamente  innanzi  mi  son  ripinti,  e  a  voi  aggrada,  io  cer- 
cherò di  rivocare  nella  mia  memoria  la  imaginazione  di  ciò 
prima  avuta,  e  secondo  che  grazia  prestata  mi  fia,  cosi  avanti 
procederò.  —  Creder  si  dee  lui  non  senza  fatica  aver  la  intra- 
lasciata fantasia  ritrovata;  la   qual   seguitando,  cosi  cominciò: 

Io  dico,  seguitando,  ch'assai  prima,  ecc.; 

dove  assai  manifestamente,  chi  ben  guarda,  può  la  ricongiun- 
zione dell'opera  intermessa  riconoscere. 

Ricominciato  adunque  Dante  il  magnifico  lavoro,  non  forse, 
secondo  che  molti  stimano,  senza  più  interromperlo  il  perdusse 
a  fine;  anzi  più  volte,  secondo  che  la  gravità  de' casi  soprav- 
vegnenti  richiedea,  quando  mesi  e  quando  anni,  senza  potervi 
adoperare  alcuna  cosa,  interponeva;  intanto  che,  più  avacciar 
non  potendosi,  avanti  che   tutto    il    publicasse  il   sopraggiunse 

1  morte.  Egli  era  suo  costume,  come  sei  o  otto  canti  fatti  n'avea, 
quegli,  prima  che  alcun  gli  vedesse,  mandare  a  messer  Can  della 
Scala,  il  quale  egli  oltre  ad  ogni  altro  uomo  in  reverenza  avea; 
e,  poi  che  da  lui  eran  veduti,  ne  faceva  copia  a  chi  la  volea.  E  in 
cosi  fatta  maniera  avendogliele  tutti,  fuori  che  gli  ultimi  tredici 
canti,  mandati,  ancora  che  questi  tredici  fatti  avesse,  avvenne  che 
senza  farne  alcuna  memoria  si  mori  ;  né,  più  volte  cercati  da'  fi- 
gliuoli, mai  furon  potuti  trovare;  per  che  Iacopo  e  Piero,  suoi 
figliuoli,  e  ciascun  dicitore,  dagli  amici  pregati  che  l'opera 
terminasser  del  padre,  a  ciò,  come  sapean,  s'eran  messi.  Ma 
una  mirabile  visione  a  Iacopo,  che  in  ciò  più  era  fervente,  appa- 
rita, lui  e  '1  fratello  non  solamente  della  stolta  presunzion  levò, 

ìa  mostrò  dove  fossero  li  tredici   canti  tanto  da  lor  cercati. 
Raccontava  uno  valente  uom  ravignano,  il  cui  nome  fu  Pier 

•  iardino,  lungamente  stato  discepolo  di  Dante,  grave  di  costumi 
degno  di  fede,  che  dopo  l'ottavo  mese  dal  di  della  morte  del 

no  maestro,  venne  una  notte,  vicino  all'ora  che  noi  chiamiamo 

mattutino  »,  alla  casa  sua  Iacopo  di  Dante,  e  dissegli  sé  quella 

G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi -\.  n 


98  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

notte  poco  avanti  a  quell'ora  avere  nel  sonno  veduto  Dante  suo 
padre,  vestito  di  candidissimi  vestimenti  e  d'una  luce  non  usata 
risplendente  nel  viso,  venire  a  lui;  il  quale  gli  parca  doman- 
dare se  '1  vivea,  e  udire  da  lui  per  risposta  di  si,  ma  della  vera 
vita,  non  della  nostra.  Per  che,  oltre  a  questo,  gli  pareva  ancor 
domandare  se  egli  avea  compiuta  la  sua  opera  avanti  il  suo 
passare  alla  vera  vita;  e,  se  compiuta  l'avea,  dove  fosse  quello 
che  vi  mancava,  da  loro  giammai  non  potuto  trovare.  A  questo 
gli  pareva  similemente  udir  per  risposta:  —  Si,  io  la  compie';  — 
e  quinci  gli  parca  che  il  prendesse  per  mano,  e  menasselo  in 
quella  camera  dove  era  uso  di  dormire  quando  in  questa  vita 
vivea,  e  toccando  una  parte  di  quella,  diceva:  —  Egli  è  qui  quello 
che  voi  tanto  avete  cercato.  —  E,  questa  parola  detta,  ad  un'ora 
il  sonno  e  Dante  gli  parve  che  si  partissono.  Per  la  qual  cosa 
affermava  sé  non  esser  potuto  stare  senza  venirgli  a  significare 
ciò  che  veduto  avea,  accioché  insieme  andassero  a  cercare  il 
luogo  mostrato  a  lui,  il  quale  egli  ottimamente  nella  memoria 
avea  segnato,  a  vedere  se  véro  spirito  o  falsa  delusione  questo 
gli  avesse  disegnato.  Per  la  qual  cosa,  comeché  ancora  assai  fosse 
di  notte,  mossisi  insieme,  vennero  alla  casa  nella  quale  Dante 
quando  mori  dimorava;  e,  chiamato  colui  che  allora  in  essa  stava 
e  dentro  da  lui  ricevuti,  al  mostrato  luogo  n'andarono,  e  quivi 
trovarono  una  stuoia  al  muro  confitta,  si  come  per  lo  passato 
continuamente  veduta  v'aveano.  La  quale  leggiermente  in  alto 
levata,  vidon  nel  muro  una  finestretta  da  niun  di  loro  mai  più 
veduta,  né  saputo  che  ella  vi  fosse,  e  in  quella  trovaron  più 
scritte,  tutte  per  l'umidità  del  muro  muffate  e  vicino  al  corrom- 
persi se  guari  più  state  vi  fossero;  e  quelle  pianamente  dalla 
muffa  purgate,  vider  segnate  per  numeri,  e  conobbero  quello,  che 
in  esse  scritto  era,  esser  de*  rittimi  della  Comedia:  per  che,  se- 
condo l'ordine  dei  numeri  continuatele,  insieme  li  tredici  canti, 
che  alla  Comedia  mancavan,  ritrovar  tutti.  Per  la  qual  cosa  lie- 
tissimi quegli  riscrissono  e,  secondo  l'usanza  dell'autore,  prima 
gli  mandarono  a  messer  Cane,  e  poi  alla  imperfetta  opera  gli 
ricongiunson,  come  si  convenia;  e  in  cotal  maniera  l'opera,  in 
molti  anni  compilata,  si  vide  finita. 


DELLA    VITA    DI    DANTE  99 


XXIII 


PERCHÉ  DANTE  COMPOSE  LA  «COMMEDIA»  IN  VOLGARE 
A  CHI  EGLI  LA  DEDICO 

Muovon  molti,  e  intra  essi  alcun  savi  uomini,  una  quistion 
cosi  fatta:  che,  conciofossecosaché  Dante  fosse  in  iscienza  so- 
lennissimo  uomo,  perché  a  comporre  cosi  grande  opera  e  di 
si  alta  materia,  come  la  sua  Comedia  appare,  si  mosse  più  tosto 
a  scrivere  in  rittimi  e  nel  fiorentino  idioma  che  in  versi,  come 
gli  altri  poeti  già  fecero.  Alla  quale  si  può  cosi  rispondere. 
Aveva  Dante  la  sua  opera  cominciata  per  versi  in  questa  guisa  : 

Ultima  regna  canain,  fluido  contermina  mundo, 
spiritibus  quae  lata  patent,  quae  praemia  solvunt 
prò  meritis  cuicumque  suiSy  ecc. 

Ma,  veggendo  egli  li  liberali  studi  del  tutto  essere  abbandonati, 
e  massimamente  da'  prencipi,  a'  quali  si  solcano  le  poetiche 
opere  intitolare,  e  che  solcano  essere  promotori  di  quelle;  e, 
oltre  a  ciò,  veggendo  le  divine  opere  di  Virgilio  e  quelle  degli 
altri  solenni  poeti  venute  in  non  calere  e  quasi  rifiutate  da  tutti, 
estimando  non  dover  meglio  avvenir  della  sua,  mutò  consiglio 
e  prese  partito  di  farla  corrispondente,  quanto  alla  prima  ap- 
parenza, agl'ingegni  dei  prencipi  odierni;  e,  lasciati  starei  versi, 
ne*  rittimi  la  fece  che  noi  veggiamo.  Di  che  segui  un  bene,  che 
de' versi  non  sarebbe  seguito:  che,  senza  tór  via  lo  esercitare 
degl'ingegni  de'  letterati,  egli  a'  non  letterati  diede  alcuna  cagion 
di  studiare,  e  a  sé  acquistò  in  brevissimo  tempo  grandissima 
fama,  e  maravigliosamente  onorò  il  fiorentino  idioma. 

Questo  libro  della  Comedia,  secondo  che  ragionano  alcuni, 
intitolò  egli  a  tre  solennissimi  italiani  :  la  t>i  ima  parte  di  quello, 
cioè  -lo  'N/erno,  ad  Uguiccion  della  Faggiuola,  il  quale  allora  in 
Toscana  era  signor  di  Pisa;  la  seconda,  cioè  il  Purgatoj-io,  al 
marchese    Moruello    Malespina;    la   terza,    cioè    il    Paradiso,  a 


rOO  II   -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 


Federico  terzo,  re  di  Cicilia.  Alcuni  voglion  dire  lui  averlo  in- 
titolato tutto  a  messer  Can  della  Scala  ;  e  io  il  credo  più  tosto, 
per  la  maniera  che  tenne  di  mandar  prima  a  lui  quello  che 
composto  avea  che  ad  alcuno  altro. 


XXIV 

ALTRE  OPERE  COMPOSTE  DA  DANTE 

Compose  ancora  questo  egregio  autore  nella  venuta  d'Ar- 
rigo settimo  imperadore  un  libro  in  latina  prosa,  nel  quale,  in 
tre  libri  distinto,  prova  a  bene  esser  del  mondo  dovere  essere 
imperadore,  e  che  Roma  di  ragione  il  titolo  dello  imperio 
possiede,  e  ultimamente  che  l'autorità  delio  'mperio  procede 
da  Dio  senza  alcun  mezzo.  Gli  argomenti  del  quale  percio- 
ché  usati  furono  in  favore  di  Lodovico  duca  di  Baviera  contro 
alla  Chiesa  di  Roma,  fu  il  detto  libro,  sedente  Giovanni  papa 
ventiduesimo,  da  messer  Beltrando  cardinal  dal  Poggetto,  allora 
per  la  Chiesa  di  Roma  legato  in  Lombardia,  dannato  si  come 
contenente  cose  eretiche,  e  per  lui  proibito  fu  che  studiare  alcun 
noi  dovesse.  E  se  un  valoroso  cavaliere  fiorentino,  chiamato 
messer  Pino  della  Tosa,  e  messer  Ostagio  da  Polenta,  li  quali 
amenduni  appresso  del  legato  eran  grandi,  non  avessero  al 
furor  del  legato  obviato,  egli  avrebbe  nella  città  di  Bologna 
insieme  col  libro  fatte  ardere  l'ossa  di  Dante  [a). 

Oltre  a  questi,  compose  il  detto  Dante  egloghe  assai  belle, 
le  quali  furono  intitolate  e  mandate  da  lui,  per  risposta  di  certi 
versi  mandatigli,   a  maestro  Giovanni  del  Virgilio. 

Compose  ancora  molte  canzoni  distese  e  sonetti  e  ballate, 
oltre  a  quelle  che  nella  sua    Vùa  nuova  si  leggono. 

E  sopra  tre  delle  dette  canzoni,  comeché  intendimento  avesse 
sopra  tutte  di  farlo,  compose  uno  scritto  in  fiorentin  volgare, 
il  quale  nominò   Convivio,  assai  bella  e  laudevole  operetta. 


{a)  Se  giustamente  o  non,  Iddio  il  sa  di  vero.  Oltre  a  questi  ^zz. 


DELLA    VITA    DI    DANTE  lOI 

Appresso,  già  vicino  alla  sua  morte,  compose  un  libretto  in 
prosa  latina,  il  quale  egli  intitolò  De  vulgari  eloque?itia\  e  co- 
ineché  per  lo  detto  libretto  apparisca  lui  avere  in  animo  di  di- 
stinguerlo e  terminarlo  in  quattro  libri,  o  che  più  non  ne  facesse 
dalla  morte  soprappreso,  o  che  perduti  sien  gli  altri,  più  non 
appariscon  che  i  due  primi. 

In  cosi  fatte  cose,  quali  di  sopra  narrate  sono,  consumò  il 
chiarissimo  uomo  quella  parte  del  suo  tempo,  la  quale  egli 
agli  amorosi  sospiri,  alle  pietose  lagrime,  alle  sollecitudini  pri- 
vate e  publiche  e  a*  vari  fluttuamenti  della  iniqua  fortuna 
potè  imbolare:  opere  troppo  più  a  Dio  e  agli  uomini  accet- 
tevoli  che  gl'inganni,  le  fraudi,  le  menzogne,  le  rapine  e' 
tradimenti,  li  quali  la  maggior  parte  degli  uomini  usano  oggi, 
cercando  per  qualunque  via  un  medesimo  fine,  cioè  di  divenir 
ricchi,  quasi  nelle  ricchezze  ogni  bene,  ogni  onore,  ogni  bea- 
litudine  stea.  Oh  menti  sciocche,  una  brieve  particella  d'un'ora 
separare  dal  caduco  corpo  lo  spirito,  e  tutte  queste  vitupere- 
voli fatiche  annullerà;  e  il  tempo,  nel  quale  ogni  cosa  si  suol 
consumare,  o  senza  indugio  recherà  a  niente  la  memoria  del 
ricco,  o  quella  per  alcuno  spazio  con  gran  vergogna  di  lui 
serverà!  Il  che  del  nostro  poeta  certo  non  avverrà;  anzi,  si 
come  noi  veggiamo  degli  strumenti  bellici  avvenir,  che,  usan- 
dogli, più  chiari  diventano  ognora,  cosi  il  suo  nome,  quanto 
più  sarà  stropicciato  dal  tempo,  tanto  più  chiaro  e  più  lucente 
diventerà. 


XXV 
SPIEGAZIONE  DEL  SOGNO  DELLA  MADRE  DI  DANTE 

Mostrato  è  sommariamente  qual  fosser  l'origine,  gli  studi 
e  la  vita  e'  costumi,  e  quali  sieno  l'opare  state  dello  splendido 
uomo  Dante  Alighieri,  poeta  chiarissimo,  e  con  esse  alcuna 
altra  cosa,  facendo  transgressione,  secondo  che  conceduto  m'ha 
Colui  che  d'ogni   grazia   è  donatore.    Ma  la  mia  fatica  non  è 


I02  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

ancora  al  suo  fine  venuta,  rammemorandomi  una  particella  nel 
processo  promessa,  cioè  il  sogno  della  madre  del  nostro  poeta, 
quando  gravida  era  in  lui,  e  il  significato  di  quello:  nel  quale 
se  un  pochetto  mi  stendessi,  priego  pazientemente  il  sófferino 
i  lettori. 

Dico  adunque  che  la  madre  del  nostro  poeta,  essendo  gra- 
vida di  quella  gravidezza,  della  quale  esso  poi  a  debito  tempo 
nacque,  dormendo,  le  parve  nel  sonno  vedere  sé  essere  al  pie 
d'uno  altissimo  alloro,  allato  a  una  chiara  fontana,  e  quivi  parto- 
rire un  figliuolo,  il  quale  le  pareva  il  più  pascersi  delle  bache 
che  dello  alloro  cadevano,  e  bere  disiderosamente  dell'acqua  d 
quella  fontana;  e  da  questo  cibo  nudrito,  le  parca  che  in  pic- 
col  tempo  crescesse  e  divenisse  pastore,  e  nella  vista  grandis- 
sima vaghezza  mostrasse  d'aver  delle  frondi  di  quello  alloro, 
le  cui  bache  l'avean  nutricato;  e,  sforzandosi  d'aver  di  quelle, 
avanti  che  ad  esse  giunto  fosse,  le  pareva  che  egli  cadesse  ;  e, 
aspettando  ella  di  vederlo  levare,  non  lui,  ma  in  luogo  di  lui 
le  pareva  vedere  un  bellissimo  paone  esser  levato.  Dalla  qual 
maraviglia  la  gentil  donna  commossa,  senza  più  avanti  vedere, 
ruppe  il  dolce  sonno.  Né  tenne  quello,  che  veduto  aveva,  na- 
scoso, comeché,  recitatolo  a  molti,  neuno  ne  fosse,  che  quello 
per  quel  comprendesse  che  seguir  ne  dovea.  Il  che,  poi  che 
avvenuto  è,  più  leggiermente  conoscer  si  puote,  si  come  io 
appresso  mi  credo  mostrare  («). 


(a)  Opinione  è  degli  astrolagi  e  di  molti  filosofi  naturali,  per 
la  virtù  e  influenzia  de'  corpi  superiori,  gl'inferiori,  quali  che  essi 
si  sieno,  e  producersi  e  nutricarsi,  e  ciascheduno,  secondo  la  qua- 
lità della  virtù  infusa,  essere  più  utile  ad  alcuna  o  alcune  cose 
che  al  rimanente  dell'altre:  il  che  assai  appare  negli  uomini,  se 
le  loro  attitudini  guarderemo.  Percioché  noi  tra  molti  ne  vedremo 
alcuno,  che  senza  dottrina,  senza  maestro,  senza  alcuna  dimostra- 
zione, sospinto  solamente  da  uno  istinto  naturale,  divenire  ottimo 
cantatore;  e,  se  quanti  fabbri  furono  mai  gli  fussono  d'intorno,  non 
gli  potrebbono  insegnare  tenere  un  martello  in  mano,  non  che 
formare  una  spada;  e,  se  pure,  constretto,  o  per  molta  consuetudine 


DELLA   VITA   DI    DANTE  IO3 

Possiamo  adunque,  riguardando,  come  di  sopra  è  detto,  l'al- 
loro esser  de'  poeti  ornamento,  per  quello  dalla  donna  veduto 
intendere  la  disposizion  celeste  esser  stata  atta,  nella  concezion 
di  Dante,  a  dover  producere  un  poeta. 

L'essersi  colui,  che  nato  era,  delle  bache  che  dello  alloro 
cadevano  nudrito,  assai  chiaramente  dimostra  quali  dovevano 
essere  gli  studi  di  Dante  ;  percioché,  si  come  il  corpo  si  nutrica 
e  cresce  del  cibo,  cosi  gl'ingegni  degli  uomini  si  nutricano  e 
aumentano  degli  studi.  E  le  bache,  che  frutto  son  dell'alloro, 
non  vogliono  altro  significare  che  i  frutti  della  poesia  nati,  li 
quali  sono  i  libri  da'  poeti  composti,  e  da'  quali  Dante  senza 
dubbio  e  nutricò  e  aumentò  il  suo  ingegno. 


dell'arte  fabbrile  alcuna  cosa  imparasse  o  facesse,  come  in  suo 
arbitrio  sarà,  al  naturale  suo  intento,  cioè  al  canto,  si  tornerà,  se 
da  sé  già  per  forza  della  sua  libertà  non  lasciasse  il  canto,  e  al 
martello  s'attenesse.  Cosi  alcuno  altro  nascerà  a  disegnare  e  a 
intagliare  si  disposto,  che  ogni  piccola  dimostrazione  il  farà  in  ciò 
in  brevissimo  tempo  sommo  maestro,  dove  in  qualunque  altra 
leggiera  arte  fia  durissima  cosa  ad  introdurlo.  Che  andrò  io  della 
varietà  delle  singolari  disposizioni  degli  uomini  dicendo,  se  non 
quello  che  il  nostro  poeta  medesimo  ne  dice  : 

Un  ci  nasce  Solone,  ed  altro  Xerse, 
altri  Melchisedech,  ed  altri  quello 
che,  volando  per  l'aere,  il  figlio  perse? 

Appare  adunque  varie  constellazioni  a  varie  cose  disporre  gli 
ingegni  degli  uomini  ;  e  però,  considerato  chi  fu  Dante  e  quale 
la  sua  principale  affezione,  assai  bene  si  conoscerà  il  cielo  nella 
sua  natività  essere  disposto  a  dover  producere  un  poeta.  E,  perché 
l'alloro,  come  davanti  avemo  mostrato,  è  quello  albero,  le  cui 
Irondi  testimoniano  nella  coronazione  la  facoltà  del  poeta,  meri- 
tamente possiamo  dire,  l'alloro  dalla  donna  veduto  significare  e 
la  disposizione  del  cielo  nella  natività  futura  di  Dante,  e  la  pre- 
cipua affezione  e  studio  di  colui  che  nascere  dovea,  si  come  chia- 
ramente n'ha  dimostrato  quello  che  appresso  la  natività  di  Dante 
è  seguito.  L'essersi  colui,  ecc. 


I04  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

Il  chiarissimo  fonte,  del  quale  pareva  alla  donna  che  bevesse 
il  suo  figliuolo,  niuna  altra  cosa  credo  che  voglia  significare 
se  non  il  copioso  e  abbondantissimo  seno  della  filosofia,  del 
quale,  ciò  che  compor  si  vuole,  è  di  necessità  che  si  prenda;  e, 
si  come  il  poto  è  ordinatore  e  disponitor  nello  stomaco  del  cibo 
preso,  cosi  la  filosofia,  d'ogni  cosa  buona  maestra  verissima,  con 
la  sua  dottrina  è  ottima  componitrice  d'ogni  cosa  a  debito  fine. 
Nelle  cui  scuole,  come  di  sopra  mostrammo,  accioché  sé  e  le  sue 
invenzioni  ordinare  sapesse,  e  intender  compiutamente  l'altrui,  il 
nostro  poeta  bevve  più  tempo  digestivo  e  salutevole  beveraggio. 

Appresso  il  parere  pastor  divenuto,  la  sublimità  del  suo  in- 
gegno ne  mostra,  per  la  quale  in  brieve  tempo  divenne  tanto  e 
tale,  che  non  solamente  bastevole  fu  a  governar  sé,  ma  eziandio 
a  mostrare  agli  altri  ingegni  la  sua  dottrina.  Sono,  al  mio  giudi- 
ciò,  di  pastori  due  maniere:  corporali  e  spirituali  (a).  I  corporali 
sono  i  pastor  silvani,  li  re  e' padri  delle  famiglie;  li  spirituali 


(a)  Li  corporali  similmente  sono  di  due  qualità,  l'una  delle  quali 
sono  quegli  che,  per  le  selve  e  per  gli  prati,  le  pecore,  gli  buoi  e 
gli  altri  armenti  pascendo  menano;  l'altra  sono  gl'imperadori,  i 
re,  i  padri  delle  famiglie,  i  quali  con  giustizia  e  in  pace  hanno 
a  conservare  i  popoli  loro  commessi,  e  a  trovare  onde  vengano 
a'  tempi  opportuni  i  cibi  a'  sudditi  e  a'  figliuoli.  Li  spirituali  pa- 
stori similmente  dire  si  possono  di  due  maniere:  delle  quali  è  l'una 
quella  di  coloro  che  pascono  l'anime  de'  viventi  di  cibo  spirituale, 
cioè  della  parola  di  Dio,  e  questi  sono  i  prelati,  i  predicatori  e 
i  sacerdoti,  nella  cui  custodia  sono  commesse  l'anime  labili  di 
qualunque  sotto  il  governo  a  ciascuno  ordinato  dimora;  l'altra  è 
quella  di  coloro,  li  quali  in  alcuna  scienzia  ammaestrati  prima, 
poi  ammaestrano  altrui  leggendo  o  componendo.  E  di  questa  ma- 
niera di  pastori  vide  la  madre  il  suo  figliuolo  divenuto.  Lo  sforzarsi 
ad  aver  delle  frondi  assai  manifesto  ne  mostra  essere  il  desiderio 
della  laureazione,  peroché  ogni  fatica  aspetta  premio,  e  il  premio 
dello  avere  alcuna  cosa  poetica  composta,  è  l'onore  che  per  la 
corona  dello  alloro  si  riceve.  Ma  seguita  che  cadere  il  vide,  quando 
più  a  ciò  si  sforzava  ;  il  quale  cadere  niuna  altra  cosa  fu  se  non 
quel  cadimento  che  tutti  facciamo  senza  levarci,  cioè  il  morire: 


DELLA    VITA    DI    DANTE  I05 

sono  i  prelati  e'  sacerdoti  e  similmente  i  dottori,  in  qualunque 
facultà  de'  quali  il  nostro  Dante  fu  uno. 

Lo  sforzarsi  ad  aver  delle  frondi  assai  manifestamente  ne 
mostra  essere  stato  il  disiderio  della  laureazione,  nel  quale 
mentre  si  faticava  cadde,  cioè  mori. 

E  vide  la  madre  in  luogo  di  lui  levarsi  un  paone:  per 
che  intender  si  dee  che,  dopo  alla  morte  di  ciascuno,  a  ser- 
vare il  nome  suo  appo  i  futuri  surgono  l'opere  sue.  Laonde 
in  luogo  di  Dante  abbiamo  la  sua  Comedia^  la  quale  ottima- 
mente si  può  conformare  ad  un  paone.  Il  paone,  secondo  che 
comprendere  si  può,  ha  queste  proprietà  :  che  la  sua  carne  è 
odorifera  e  incorruttibile;  la  sua  penna  è  angelica,  e  in  quella 
ha  cento  occhi;  li  suoi  piedi  sono  sozzi,  e  tacita  l'andatura; 
e,  oltre  a  ciò,  ha  sonora  e  orribile  voce:  le  quali  cose  con  la 
Comedia  del  nostro  poeta  ottimamente  si  convengono. 

Dico  adunque  primieramente  che,  cercando  in  assai  parti  lo 
intrinseco  senso  della  Comedia,  e  in  assai  lo  intrinseco  e  lo 
estrinseco,  si  troverà  essere  semplice  e  immutabile  verità,  non 
di  gentilizio  puzzo  spiacevole,  ma  odorifera  di  cristiana  soavità, 
e  in  niuna  cosa  dalla  religione  di  quella  scordante. 

Dissi,  appresso,  il  paone  avere  angelica  penna,  e  in  quella 
cento  occhi.  Certo  io  non  vidi  mai  alcuno  angelo;  ma,  udendo 
che  voli,  estimo  che  penne  aver  debba;  e,  non  sappiendone  al- 
cuna fra  questi  nostri  uccelli  più  bella  né  cosi  peregrina,  conside- 
rata la  nobiltà  di  loro,  imagino  che  cosi  la  debbiano  aver  fatta,  e 


il  che  a  lui  avvenne  quando  già  avea  finito  quello  per  che  me- 
ritamente la  laureazione  gli  seguiva.  Seguentemente  dicea  che  in 
luogo  di  lui  vide  levarsi  un  paone;  ove  intender  si  dee  che,  dopo 
alla  morte  di  ciascuno,  a  servare  il  nome  suo  appo  i  futuri  surgono 
Topere  sue.  E  perciò  in  luogo  d'Alessandro  macedonico,  di  Inda 
Maccabeo,  di  Scipione  Affricano,  abbiam^  le  loro  vittorie  e  l'altre 
magnifiche  opere;  in  luogo  d'Aristotile,  di  Solone  e  di  Virgilio, 
abbiamo  i  loro  libri,  le  loro  composizioni,  eterne  conservatrici 
de'  nomi  e  della  presenzia  loro  nel  cospetto  di  que'  che  vivono  ; 
e  cosi  in  luogo  di  Dante  ecc. 


I06  II  -  REDAZIONI    COMPENDIOSE 

però  non  da  queste  le  loro,  ma  queste  da  quelle  dinomino; 
e  intendo  per  quelle,  delle  quali  questo  paon  si  cuopre,  la 
bellezza  della  peregrina  istoria  che  appare  nella  lettera  della 
Comedia\  e  il  cambiare  del  color  di  quella,  secondo  i  vari 
mutamenti  di  questo  uccello,  ninna  altra  cosa  esser  sento,  se 
non  la  varietà  de*  sensi  che  a  quella  in  una  maniera  e  in  altra, 
leggendola,  si  posson  dare.  E  i  cento  occhi,  chi  non  inten- 
derà i  cento  canti  di  quella,  ne'  quali  ella  cosi  è  ordinata  e  distinta 
e  ornata,  come  ne'  lor  luoghi  distinti  mirabilmente  gli  occhi 
si  veggono  nel  paone? 

Sono  e  al  paone  i  pie  sozzi  e  l'andatura  queta:  le  quali  cose 
ottimamente  alla  Comedia  del  nostro  autor  si  confanno;  per- 
cioché,  si  come  sopra  i  piedi  pare  che  tutto  il  corpo  si  sostenga, 
cosi  prima  facie  pare  che  sopra  il  modo  del  parlare  ogni  opera 
in  iscrittura  composta  si  sostenga;  e  il  parlare  volgare,  nel  quale 
e  sopra  il  quale  ogni  giuntura  della  Comedia  si  sostiene,  a 
rispetto  dell'alto  e  maestrevole  stilo  letterale  che  usa  ciascuno 
altro  poeta,  è  senza  dubbio  sozzo.  L'andar  quieto  e  tacito  signi- 
fica l'umiltà  dello  stilo,  il  quale  nelle  comedie  di  necessità  si  ri- 
chiede, come  color  sanno  che  intendon  che  vuol  dir  «  comedia  ». 

Ultimamente  dico  che  la  voce  del  paone  è  sonora  e  orribile  ;  la 
quale,  comeché  la  soavità  delle  parole  del  nostro  poeta  paia  e  sia 
molta,  nondimeno  chi  bene  in  alcune  parti  riguarderà,  ottima- 
mente conoscerà  confarsi  con  la  voce  della  Comedia,  e  massi- 
mamente dove  con  acerbissime  invezioni  grida  ne'  vizi  d'alcuni, 
oppur,  distesamente  procedendo,  d'alcuni  altri  morde  le  colpe  o 
gastiga  i  miseri  peccatori.  E  ninna  è  più  orrida  voce  di  quella 
del  gastigante,  e  massimamente  a  colui  che  ha  commesso  o  a 
colui  che,  a  mandare  i  suoi  appetiti  ad  effetto,  schifa  l'ostacolo 
del  riprensore.  Per  la  qual  cosa  e  per  l'altre  di  sopra  mostrate 
assai  appare,  colui  che  fu,  vivendo,  pastore,  dopo  la  morte  esser 
divenuto  paone,  si  come  creder  si  puote  essere  stato  per  divina 
spirazione  nel  sonno  mostrato  alla  cara  madre  {a). 


(a)  Questa  esposizione  del  sogno  della  madre  del  nostro  poeta 


DELLA    VITA    DI    DANTE  I07 

XXVI 
CONCLUSIONE 

La  mia  picciola  barca  è  pervenuta  al  porto,  al  quale  ella 
drizzò  la  proda  partendosi  dallo  opposito  lito  ;  e,  comeché  il 
peleggio  sia  stato  piccolo  e  il  mare  basso  e  tranquillo,  non- 
dimeno, di  ciò  che  senza  impedimento  è  venuta,  ne  sono  da 
render  grazie  a  Colui  che  felice  vento  ha  prestato  alle  sue 
vele.  Al  Quale  con  quella  umiltà  e  divozione  che  io  posso 
maggiore,  non  cosi  grandi  come  si  converrieno,  ma  quelle  che 
io  posso,  rendo,  benedicendo  in  eterno  il  nome  suo. 


conosco  essere  assai  superficialmente  per  me  fatta  ;  e  questo  per 
più  cagioni.  Primieramente,  perché  per  avventura  la  sufficienzia, 
che  a  tanta  cosa  si  richiederebbe,  non  c'era;  appresso,  posto  che 
stata  ci  fosse,  più  tosto  altro  luogo  per  sé  richiedeva  che  questo, 
ad  altra  materia  congiunta;  ultimamente,  quando  la  sufficienzia  ci 
fosse  stata,  e  la  materia  l'avesse  patito,  era  ben  fatto,  più  che 
detto  sia,  non  essere  detto  da  me,  accioché  ad  altrui  più  di  me 
sufficiente  e  più  vago  di  ciò  alcun  luogo  si  lasciasse  di  dire.  La 
mia  picciola  barca,  ecc. 


Ili 

COMENTO  ALLA  "  DIVINA  COMMEDIA  „ 


PROEMIO 


ez.  I]  «Nel  mezzo  del  cammin  di  nostra  vita»,  ecc.  La  nostra 
umanità,  quantunque  di  molti  privilegi  dal  nostro  Creatore  no- 
bilitata sia,  nondimeno  di  sua  natura  è  si  debile,  che  cosa  al- 
cuna, quantunque  menoma  sia,  fare  non  può  né  bene  né  com- 
piutamente, senza  la  divina  grazia.  La  qual  cosa  gli  antichi 
valenti  uomini  e'  moderni  considerando,  a  quella  supplicemente 
addomandare  e  con  ogni  divozione  a  nostro  potere  impetrare, 
almeno  ne'  principi  d'ogni  nostra  operazione,  pietosamente  e 
con  paterna  affezione  ne  confortano.  Alla  qual  cosa  dee  cia- 
scuno senza  alcuna  difficultà  divenire,  leggendo  quello  che  ne 
scrive  Platone,  uomo  di  celestiale  ingegno,  nel  fine  del  pro- 
logo del  suo  Timeo y  per  sé  dicendo:  «  Nam  cum  omìiibus  mos 
sit  et  quasi  quaedam  relgio,  qui  vel  de  maxirnis  rebus,  vel  de 
minimis  aliquid  acturi  sunt,  precari  divinitatem  ad  auxilium  ; 
quanto  nos  aequius  est,  qui  univejsitatis  naturae  substantiaeque 
rationem  praestaluri  sumus,  invocare  divinam  opem,  itisi  piane 
quodam  saevo  furore  atque  implacabili  raptemur  amenti  a?  >,  E, 
se  Platone  confessa  sé,  più  che  alcun  altro,  avere,  del  divino  aiuto 
bisogno,  io  che  debbo  di  me  presumere,  conoscendo  il  mio 
intelletto  tardo,  lo  'ngegno  piccolo  e  la  memoria  labile?  E  spe- 
zialmente, sottentrando  a  peso  molt(>  maggiore  che  a'  miei 
òmeri  si  convegna,  cioè  a  spiegare  l'artificioso  testo,  la  molti- 
tudine delle  storie,  e  la  sublimità  de'  sensi  nascosi  sotto  il  poe- 
tico velo  della   Commedia  del    nostro  Dante;    e  massimamente 


112  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

ad  uomini  d'alto  intendimento  e  di  mirabile  perspicacità,  come 
universalmente  solete  esser  voi,  signori  fiorentini:  certo,  oltre 
ogni  considerazione  umana,  debbo  credere  abbisognarmi.  Adun- 
que, accioché  quello  che  io  debbo  dire  sia  onore  e  gloria  del- 
l'altissimo nome  di  Dio,  e  consolazione  e  utilità  degli  auditori, 
intendo,  avanti  che  io  più  oltre  proceda,  quanto  più  umilmente 
posso,  ricorrere  ad  invocare  il  suo  aiuto  ;  molto  più  della  sua 
benignità  fidandomi  che  d'alcuno  mio  merito.  E,  impercioché 
di  materia  poetica  parlar  dovemo,  poeticamente  quello  invo- 
cherò con  Anchise  troiano,  dicendo  que'  versi  che  nel  secondo 
del  suo  Eneida  scrive  Virgilio: 

lupiter  omnipotens,  precibus  si  flecteris  ulLis, 
aspice  nos  :  hoc  tantum  :  et,  si  pietate  meremur, 
da  deÌ7ide  auxilium,  pater,  ecc. 

[Invocata  adunque  la  divina  clemenzia  che  alla  presente  fa- 
tica ne  presti  della  sua  grazia,  avanti  che  alla  lettera  del  testo 
si  venga,  estimo  sieno  da  vedere  tre  cose,  le  quali  general- 
mente si  soglion  cercare  ne'  principi  di  ciascuna  cosa  che  ap- 
partenga a  dottrina:  la  primiera  è  di  mostrare  quante  e  quali 
sieno  le  cause  di  questo  libro;  la  seconda,  qual  sia  il  titolo 
del  libro;  la  terza,  a  qual  parte  di  filosofia  sia  il  presente  libro 
supposto.] 

[Le  cause  di  questo  libro  son  quattro:  la  materiale,  la  for- 
male, la  efì[ìciente  e  la  finale.  La  materiale  è,  nella  presente 
opera,  doppia,  cosi  come  è  doppio  il  suggetto,  il  quale  è  colla 
materia  una  medesima  cosa  ;  percioché  altro  suggetto  è  quello 
del  senso  letterale,  e  altro  quello  del  senso  allegorico,  li  quali 
nel  presente  libro  amenduni  sono,  si  come  manifestamente  ap- 
parirà nel  processo.  È  adunque  il  suggetto  secondo  il  senso 
letterale:  lo  stato  dell'anime  dopo  la  morte  de' corpi  sempli- 
cemente preso;  percioché  di  quello,  e  intorno  a  quello,  tutto 
il  processo  della  presente  opera  intende.  Il  suggetto  secondo 
il  senso  allegorico  è:  come  l'uomo,  per  Io  libero  arbitrio  me- 
ritando e  dismeritando,  è  alla  giustizia  di  guiderdonare  e  dì  pu- 
nire obbligato.   La  causa  formale  è  similmente  doppia,  perciò- 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA»  II3 

ch'egli  è  la  forma  del  trattato  e  la  forma  del  trattare.  La 
forma  del  trattato  è  divisa  in  tre,  secondo  la  triplice  divisione 
del  libro.  La  prima  divisione  è  quella  secondo  la  quale  tutta 
l'opera  si  divide,  cioè  in  tre  cantiche;  la  seconda  divisione  è 
quella  secondo  la  quale  ciascuna  delle  tre  cantiche  si  divide  in 
canti  ;  la  terza  divisione  è  quella  secondo  la  quale  ciascun 
canto  si  divide  in  rittimi.  La  forma,  o  vero  il  modo  del  trattare, 
è  poetico,  fittivo,  discrittivo,  digressivo  e  transuntivo  ;  e  con 
questo,  difinitivo,  divisivo,  probativo,  reprobatìvo  e  positivo 
d'esempli.  La  causa  efficiente  è  esso  medesimo  autore  Dante 
Alighieri,  del  quale  più  distesamente  diremo  appresso,  dove 
del  titolo  del  libro  parleremo.  La  causa  finale  della  presente 
opera  è:  rimuovere  quegli  che  nella  presente  vita  vivono,  dallo 
stato  della  miseria,  allo  stato  della  felicità.] 

[La  seconda  cosa  principale,  che  è  da  vedere,  è  qual  sia  il 
titolo  del  presente  libro,  il  quale  secondo  alcuni  è  questo: 
«  Incomincia  la  Commedia  di  Dante  Alighieri  fiorentino  »  ;  al- 
cun altro,  seguendo  più  la  'ntenzione  dell'autore,  dice  il  titolo 
essere  questo:  «  Incominciano  le  cantiche  della  Commedia  di 
Dante  Alighieri  fiorentino  ».  La  quale,  percioché,  come  detto 
è.  è  in  tre  parti  divisa,  dice  il  titolo  di  questa  prima  parte  es- 
sere :  «  Incomincia  la  prima  cantica  delle  cantiche  della  Com- 
media di  Dante  Alighieri  »;  volendo  per  questa  mostrare  do- 
vere il  titolo  di  tutta  l'opera  essere:  «Cominciano  le  cantiche 
della  Commedia  di  Dante»  ecc.,  come  detto  è.] 

[Ma,  perché  questo  poco  resulta,  il  lasceremo  nell'albitrio 
degli  scrittori,  e  verremo  a  quello  per  che  all'autore  dovè  pa- 
rere di  doverlo  cosi  intitolare,  dicendo  la  cagione  del  titolo  se- 
condo, percioché  in  quello  si  conterrà  la  cagione  del  primo, 
il  quale  quasi  da  tutti  è  usitato.  E  ad  evidenzia  di  questo,  se- 
condo il  mio  giudicio,  è  da  sapere,  si  come  i  musici  ogni  loro 
artificio  formano  sopra  certe  dimensioni  di  tempi  lunghe  e 
brievi,  e  acute  e  gravi,  e  della  varietà  d!  queste,  con  debita  e 
misurata  proporzione  congiunta,  e  quello  poi  appellano  «  canto  »; 
cosi  i  poeti,  non  solamente  quelli  che  in  latino  scrivono,  ma 
eziandio    coloro    che,   come   il    nostro    autore    fa,    volgarmente 

(i.  Boccaccio,  Scritti  danteschi -\.  8 


114  III  ■  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

dettano:  componendo  i  lor  versi,  secondo  la  diversa  qualità 
d'essi,  di  certo  e  diterminato  numero  di  piedi,  intra  se  medesimi, 
dopo  certa  e  limitata  quantità  di  parole,  consonanti:  si  come  nel 
presente  trattato  veggiamo  che,  essendo  tutti  i  rittimi  d'equal  nu- 
mero di  sillabe,  sempre  il  terzo  pie  nella  sua  fine  è  consonante 
alla  fine  del  primo,  che  in  quella  consonanza  finisce.  Per  che 
pare  che  a  questi  cotali  versi,  o  opere  composte  per  versi, 
quello  nome  si  convenga  che  i  musici  alle  loro  invenzioni 
danno,  come  davanti  dicemmo,  cioè  «  canti  »,  e  per  conseguente 
quella  opera,  che  di  molti  canti  è  composta,  doversi  «  cantica  » 
appellare,  cioè  cosa  in  sé  contenente  più  canti.] 

[Appresso  i>i  dimostra  nel  titolo  questo  libro  essere  appel- 
lato «commedia».  A  notizia  della  qual  cosa  è  da  sapere  che 
le  poetiche  narrazioni  sono  di  più  e  varie  maniere,  si  come 
è  tragedia,  satira  e  commedia,  buccolica,  elegia,  lirica  ed  altre. 
Ma,  volendo  di  quella  sola,  che  al  presente  titolo  appartiene, 
vedere,  vogliono  alcuni  mal  convenirsi  a  questo  libro  questo 
titolo,  argomentando  primieramente  dal  significato  del  vocabolo, 
e  appresso  dal  modo  del  trattare  de'  comici,  il  quale  pare 
molto  essere  differente  da  quello  che  l'autore  serva  in  questo 
libro.  Dicono  adunque  primieramente  mal  convenirsi  le  cose 
cantate  in  questo  libro  col  significato  del  vocabolo;  percioché 
«  commedia  »  vuol  tanto  dire  quanto  canto  di  villa,  composto  da 
«cofnos»,  che  in  latino  viene  a  dire  «villa»,  e  «ocfos»,  che  viene 
a  dire  «  canto  »  ;  e  i  canti  villeschi,  come  noi  sappiamo,  sono  di 
basse  materie,  si  come  di  loro  quistioni  intorno  al  cultivar 
della  terra,  o  conservazione  di  lor  bestiame,  o  di  lor  bassi  e 
rozzi  innamoramenti  e  costumi  rurali:  a' quali  in  alcuno  atto 
non  sono  conformi  le  cose  narrate  in  alcuna  parte  della  pre- 
sente opera;  ma  sono  di  persone  eccellenti,  di  singulari  e  no- 
tabili operazioni  degli  uomini  viziosi  e  virtuosi,  degli  effetti 
della  penitenza,  de'  costumi  degli  angeli  e  della  divina  essenza. 
Oltre  a  questo,  lo  stilo  comico  è  umile  e  rimesso,  accioché 
alla  materia  sia  conforme;  quello  che  della  presente  opera  dir 
non  si  può;  percioché,  quantunque  in  volgare  scritto  sia,  nel 
quale  pare  che  comunichino  le   femminette,  egli  è  nondimeno 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA»  II5 

ornato  e  leggiadro  e  sublime;  delle  quali  cose  nulla  sente  il 
volgar  delle  femmine.  Non  dico  però  che,  se  in  versi  latini 
fosse,  non  mutato  il  peso  delle  parole  volgari,  ch'egli  non  fosse 
molto  più  artificioso  e  più  sublime,  percioché  molto  più  d'arte 
e  di  gravità  ha  nel  parlar  latino  che  nel  materno.] 

[E  appresso,  dell'arte  spettante  al  commedo;]  mai  nella  com- 
media non  introducere  se  medesimo  in  alcun  atto  a  parlare, 
ma  sempre  a  varie  persone,  che  in  diversi  luoghi  e  tempi 
e  per  diverse  cagioni  deduce  a  parlare  insieme,  fa  ragionare 
quello  che  crede  che  appartenga  al  tema  impreso  della  com- 
media: dove  in  questo  libro,  lasciato  l'artificio  del  commedo. 
l'autore  spessissime  volte,  e  quasi  sempre,  or  di  sé  or  d'altrui 
ragionando  favella.  Similmente  nelle  commedie  non  s'usano 
comparazioni  né  recitazioni  d'altre  istorie  che  di  quelle  che 
al  tema  assunto  appartengono;  dove  in  questo  libro  si  pongono 
comparazioni  infinite,  e  assai  istorie  si  raccontano,  che  diritta- 
mente non  fanno  al  principale  intento.  Sono  ancora  le  cose, 
che  nelle  commedie  si  raccontano,  cose  che  per  avventura  mai 
non  furono,  quantunque  non  sieno  si  strane  da'  costumi  degli 
uomini  che  essere  state  non  possano:  la  sustanziale  istoria 
del  presente  libro,  dello  essere  dannati  i  peccatori,  che  ne' 
lor  peccati  muoiono,  a  perpetua  pena,  e  quegli,  che  nella  gra- 
zia di  Dio  trapassano,  essere  elevati  all'eterna  gloria,  è,  se- 
condo la  cattolica  fede,  vera  e  santa  sempre.  Chiamano,  oltre 
a  tutto  questo,  i  commedi  le  parti  intra  sé  distinte  delle  lor 
commedie  «  scene  »;  percioché,  recitando  li  commedi  quelle  nel 
luogo  detto  «scena»,  nel  mezzo  del  teatro,  quante  volte  introdu- 
cevano varie  persone  a  ragionare,  tante  della  scena  uscivano 
i  mimi  trasformati  da  quelli  che  prima  avevano  parlato  e  fatto 
alcun  atto,  e  in  forma  di  quegli  che  parlar  doveano,  venivano 
davanti  al  popolo  riguardante  e  ascoltante  il  commedo  che  re- 
citava: dove  il  nostro  autore  chiama  «  canti  »  le  parti  della  sua 
Commedia.  E  cosi,  accioché  fine  pognamo  agli  argomenti,  pare. 
come  di  sopra  è  detto,  non  convenirsi  a  questo  libro  nome  di 
€  commedia  ».  Né  si  può  dire  non  essere  stato  della  mente  del- 
l'autore che  questo  libro  non  si  chiamasse  «commedia  »,  come 


Tl6  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

talvolta  ad  alcuno  di  alcuna  sua  opera  è  avvenuto;  conciosia- 
cosaché  esso  medesimo  nel  ventunesimo  canto  di  questa  prima 
cantica  il  chiami  commedia,  dicendo:  «  Cosi  di  ponte  in  ponte 
altro  parlando,  Che  la  mia  commedia  cantar  non  cura  »,  ecc. 
Che  adunque  diremo  alle  obiezioni  fatte?  Credo,  conciosia- 
cosaché  oculatissimo  uomo  fosse  l'autore,  lui  non  avere  avuto 
riguardo  alle  parti  che  nelle  commedie  si  contenutone,  ma  al 
tutto,  e  da  quello  avere  il  suo  libro  dinominato,  figurativa- 
mente parlando.  Il  tutto  della  commedia  è  (per  quello  che  per 
Plauto  e  per  Terenzio,  che  furono  poeti  comici,  si  può  com- 
prendere): che  la  commedia  abbia  turbolento  principio  e  pieno 
di  romori  e  di  discordie,  e  poi  l'ultima  parte  di  quella  finisca 
in  pace  e  in  tranquillità.  Al  qual  tutto  è  ottimamente  conforme 
il  libro  presente:  percioché  egli  incomincia  da'  dolori  e  dalle 
turbazioni  infernali,  e  finisce  nel  riposo  e  nella  pace  e  nella 
gloria,  la  quale  hanno  i  beati  in  vita  eterna.  E  questo  dee  poter 
bastare  a  fare  che  cosi  fatto  nome  si  possa  di  ragion  conve- 
nire a  questo  libro. 

[Resta  a  vedere  chi  fosse  l'autore  di  questo  libro:  la  qual 
cosa  non  pure  in  questo  libro,  ma  in  ciascun  altro  pare  di  ne- 
cessità di  doversi  sapere;  e  questo,  accioché  noi  non  prestiamo 
stoltamente  fede  a  chi  non  la  merita,  conciosiacosaché  noi  leg- 
giamo: «  Qui  misere  credit,  creditur  esse  viiser».  E  qual  cosa 
è  più  misera  che  credere  al  patricida  dell'umana  pietà,  al  libi- 
dinoso della  castità,  o  all'eretico  della  fede  cattolica?  Rade  volte 
avviene  che  l'uomo  contro  alla  sua  professione  favelli.  Voglionsi 
adunque  esaminare  la  vita,  e'  costumi  e  gli  studi  degli  uomini, 
accioché  noi  cognosciamo  quanta  fede  sia  da  prestare  alle 
loro  parole.] 

[Fu  adunque  l'autore  del  presente  libro,  si  come  il  titolo  ne 
testimonia,  Dante  Alighieri,  per  ischiatta  nobile  uomo  della 
jiostra  città;  e  la  sua  vita  non  fu  uniforme,  ma,  da  varie  mu- 
tazioni infestata,  spesse  volte  in  nuove  qualità  di  studi  si  per- 
mutò, della  qual  non  si  può  convenevolmente  parlare  che  con 
essa  non  si  ragioni  de'  suoi  studi.  E  però  egli  primieramente 
dalla  sua  puerizia  nella  patria  si  diede  agli  studi  liberali,  e  in 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  II7 

quegli  maravigliosamente  s'avanzò;  percioché,  oltre  alla  prima 
arte,  fu,  secondo  che  appresso  si  dirà,  maraviglioso  loico,  e 
seppe  retorica,  si  come  nelle  sue  opere  appare  assai  bene;  e, 
percioché  nella  presente  opera  appare  lui  essere  stato  astro- 
lago,  e  quello  esser  non  si  può  senza  arismetrica  e  geometria, 
estimo  lui  similemente  in  queste  arti  essere  stato  ammaestrato. 
Ragionasi  similmente  lui  nella  sua  giovanezza  avere  udita  filo- 
sofia morale  in  Firenze,  e  quella  maravigliosamente  bene  avere 
saputa:  la  qual  cosa  egli  non  volle  che  nascosa  fosse  nell' un- 
dicesimo canto  di  questo  trattato,  dove  si  fa  dire  a  Virgilio: 
<  Non  ti  rimembra  di  quelle  parole,  Con  le  qua'  la  tua  Etica 
pertratta  »,  ecc.,  quasi  voglia  per  questa  s'intenda  la  filosofia 
morale  in  singularità  essere  stata  a  lui  familiarissima  e  nota. 
Similemente  udi  in  quella  gli  autori  poetici,  e  studiò  gli  storio- 
grafi, e  ancora  vi  prese  altissimi  principi  nella  filosofia  natu- 
rale, si  come  esso  vuole  che  si  senta  per  li  ragionamenti  suoi 
in  questa  opera  avuti  con  ser  Brunetto  Latino,  il  quale  in  quella 
scienza  fu  reputato  solennissimo  uomo.  Né  fu,  quantunque  a 
questi  studi  attendesse,  senza  grandissimi  stimoli,  datigli  da 
quella  passione,  la  qual  noi  generalmente  chiamiamo  «  amore»: 
e  similmente  dalla  sollecitudine  presa  degli  onori  publici,  a' 
quali  ardentemente  attese,  infino  al  tempo  che,  per  paura  di 
peggio,  andando  le  cose  traverse  a  lui  e  a  quegli  che  quella 
setta  seguivano,  convenne  partir  di  Firenze.  Dopo  la  qual  par- 
tita, avendo  alquanti  anni  circuita  Italia,  credendosi  trovar 
modo  a  ritornare  nella  patria,  e  di  ciò  avendo  la  speranza  per- 
duta, se  n'andò  a  Parigi,  e  quivi  ad  udire  filosofia  naturale  e 
teologia  si  diede;  nelle  quali  in  poco  tempo  s'avanzò  tanto, 
che  fatti  e  una  e  altra  volta  certi  atti  scolastici,  si  come  ser- 
monare,  leggere  e  disputare,  meritò  grandissime  laude  da'  va- 
lenti uomini.  Poi  in  Italia  tornatosi,  e  in  Ravenna  riduttosi, 
avendo  già  il  cinquantesimosesto  anno  della  sua  età  compiuto, 
come  cattolico  cristiano  fece  fine  alla  ^a  vita  e  alle  sue  fati- 
che, dove  onorevolmente  fu  appo  la  chiesa  de'  frati  minori 
seppellito,  senza  aver  preso  alcun  titolo  o  onore  di  maestrato, 
si  come  colui    che  attendeva  di  prendere    la    laurea  nella  sua 


Il8  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

città,  com'esso  medesimo  testimonia  nel  principio  del  canto 
venticinquesimo  del  Paradiso.  Ma  al  suo  disiderio  prevenne  la 
morte,  come  detto  è.  I  suoi  costumi  furono  gravi  e  pesati 
assai,  e  quasi  laudevoli  tutti;  ma,  percioché  già  delle  predette 
cose  scrissi  in  sua  laude  un  trattatello,  non  curo  al  presente 
di  più  distenderle.  Le  quali  cose  se  con  sana  mente  riguardate 
saranno,  mi  pare  esser  certo  che  assai  dicevole  testimonio  sarà 
reputato  e  degno  di  fede,  in  qualunque  materia  è  stata  nella 
sua  Commedia  da  lui  recitata.] 

[Ma  del  suo  nome  resta  alcuna  cosa  da  recitare,  e  pria  del 
suo  significato,  il  quale  assai  per  se  medesimo  si  dimostra; 
percioché  ciascuna  persona,  la  quale  con  liberale  animo  dona 
di  quelle  cose,  le  quali  egli  ha  di  grazia  ricevute  da  Dio,  puote 
essere  meritamente  appellato  Dante.  E  che  costui  ne  desse  vo- 
lentieri, l'effetto  noi  nasconde.  Esso,  a  tutti  coloro  che  prender 
ne  vorranno,  ha  messo  davanti  questo  suo  singulare  e  caro 
tesoro,  nel  quale  parimente  onesto  diletto  e  salutevole  utilità  si 
trova  da  ciascuno  che  non  caritevole  ingegno  cercare  ne  vuole. 
E,  percioché  questo  gli  parve  eccellentissimo  dono,  si  per  la 
ragion  detta,  e  si  perché  con  molta  sua  fatica,  con  lunghe  vi- 
gilie e  con  istudio  continuo  l'acquistò,  non  parve  a  lui  dovere 
essere  contento  che  questo  nome  da'  suoi  parenti  gli  fosse  im- 
posto casualmente,  come  molti  ciascun  di  se  ne  pongono  ;  per 
dimostrar  quello  essergli  per  disposizion  celeste  imposto,  a  due 
eccellentissime  persone  in  questo  suo  libro  si  fa  nominare  ;  delle 
quali  la  prima  è  Beatrice,  la  quale  apparendogli  in  sul  triunfale 
carro  del  celestiale  esercito  in  su  la  suprema  altezza  del  monte 
di  purgatorio,  intende  essere  la  sacra  teologia,  dalla  quale  si 
dee  credere  ogni  divino  misterio  essere  inteso,  e  con  gli  altri 
insieme  questo,  cioè  che  egli  per  divina  disposizione  chiamato 
sia  Dante.  A  confermazione  di  ciò,  si  fa  a  lei  Dante  appellare 
in  quella  parte  del  trentesimo  canto  del  Puj-gatorio,  nel  quale 
essa,  parlandogli,  gli  dice:  «  Dante,  perché  Virgilio  se  ne  vada»: 
quasi  voglia  s'intenda,  se  ella  di  questo  nome  non  lo  avesse 
conosciuto  degno,  o  non  l'avrebbe  nominato,  o  avrebbelo  per 
altro  nome  chiamato.  Oltre  a  ciò,  soggiugnendo,  per  la  ragion 


Ili  -  COMENTO    «ALLA    DIVINA    COMMEDIA»  II9 

già  detta,  in  quello  luogo  di  necessità  registrarsi  il  nome  suo, 
e  questo  ancora,  accioché  paia  lui  a  tal  termine  della  teologia 
esser  pervenuto  che,  essendo  Dante,  possa  senza  Virgilio,  cioè 
senza  la  poesia,  o  vogliam  dire  senza  la  ragione  delle  terrene 
cose,  valere  alle  divine.  L'altra  persona,  alla  quale  nominar  si 
fa.  è  Adamo  nostro  primo  padre,  al  quale  fu  conceduto  da  Dio 
di  nominare  tutte  le  cose  create;  e,  perché  si  crede  lui  averle 
degnamente  nominate,  volle  Dante,  essendo  da  lui  nominato, 
mostrare  che  degnamente  quel  nome  imposto  gli  fosse,  con  la 
testimonianza  di  Adamo.  La  qual  cosa  fa  nel  canto  ventiseesimo 
del  Paradiso,  là  dove  Adamo  gli  dice  :  «  Dante,  la  voglia  tua 
discerno  meglio  »,  ecc.  E  questo  basti  intorno  al  titolo  avere 
scritto.] 

[La  terza  cosa  principale,  la  qual  dissi  essere  da  investigare, 
è  a  qual  parte  di  filosofia  sia  sottoposto  il  presente  libro;  il 
quale,  secondo  il  mio  giudizio,  è  sottoposto  alla  parte  morale, 
ovvero  etica:  percioché,  quantunque  in  alcun  passo  si  tratti 
per  modo  speculativo,  non  è  perciò  per  cagione  ài  speculazione 
ciò  posto,  ma  per  cagion  dell'opera,  la  quale  quivi  ha  quel 
modo  richiesto  di  trattare.] 

[Espedite  le  tre  cose  sopra  dette,  è  da  vedere  della  rubrica 
particolare  che  segue,  cioè:  «Incomincia  il  primo  canto  dello 
'N/erno  ».  Ma  avanti  che  io  più  oltre  proceda,  considerando  la 
varietà  e  la  moltitudine  delle  materie  che  nella  presente  lettura 
sopravverranno,  il  mio  poco  ingegno  e  la  debolezza  della  mia 
memoria,  intendo  che,  se  alcuna  cosa  meno  avvedutamente  o 
per  ignoranza  mi  venisse  detta,  la  qual  fosse  meno  che  con- 
forme alla  cattolica  verità,  che  per  non  detta  sia,  e  da  ora  la 
rivoco,  e  alla  emendazione  della  santa  Chiesa  me  ne  sommetto.] 

[Dice  adunque  la  nostra  rubrica:  «  Incomincia  il  primo  canto 
dello  'Nferìio»:  intorno  alla  quale  è  da  vedere  s'egli  è  inferno, 
e  s'el  n'è  più  che  uno,  e  in  qual  parte  del  mondo  sia,  onde 
si  vada  in  esso,  qual  sia  la  forma  di  cHiello,  a  che  serva,  e  se 
per  altro  nome  si  chiama  che  «  inferno  ».  E  primieramente  dico 
ch'egli  è  inferno:  il  che  per  molte  autorità  della  Scrittura 
si  pruova,  e  primieramente  per  Isaia,  il  quale  dice:   «  Dilatavit 


I20  IH  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

infernus  animam  suam,  et  aperuit  os  suum  absque  itilo  termino  »; 
e  Vergilio  nel  sesto  Aé\V Eneida  àxo.^  \  «Inferni  ianiia  regis  ^\  e 
lob:  «  In  profundissimum  infernum  desceiidet  anima  mea».  Per 
le  quali  autorità  appare  essere  inferno.] 

[Appresso  si  domandava  s'egli  n'era  più  d'uno.  Appare  per  lo 
senso  della  Scrittura  sacra  che  ne  sieno  tre,  de'  quali  i  santi 
chiamano  l'uno  superiore,  e  il  secondo  mezzano,  e  il  terzo 
inferiore;  vogliendo  che  il  superiore  sia  nella  vita  presente, 
piena  di  pene,  di  angosce  e  di  peccati.  E  di  questo  parlando, 
dice  il  salmista  :  «  Circunidederunt  me  dolores  mortis,  et  pericula 
inferni  invenerunt  me^\  e  in  altra  parte  dice:  m. Descendant  in  in- 
fer?iu?n  viventes»\  quasi  voglia  dire  «nelle  miserie  della  presente 
vita  ».] 

[E  di  questo  inferno  sentono  i  poeti  co'  santi,  fìngendo  que- 
sto inferno  essere  nel  cuore  de'  mortali;  e,  in  ciò  dilatando  la 
fìzione,  dicono  a  questo  inferno  essere  un  portinaio,  e  questo 
dicono  essere  Cerbero  infernal  cane,  il  quale  è  interpretato  divo- 
ratore: sentendo  per  lui  la  insaziabilità  de'  nostri  disidèri,  li 
quali  saziare  né  empiere  non  si  possono.  E  l'uficio  di  questo 
cane  non  è  di  vietare  l'entrata  ad  alcuno,  ma  di  guardare  che 
alcuno  dello  'nferno  non  esca;  volendo  per  questo  che  là 
dove  entra  la  cupidità  delle  ricchezze,  degli  stati,  de'  diletti 
e  dell'altre  cose  terrene,  ella  o  non  n'esce  mai,  o  con  difìì- 
cultà  se  ne  trae;  si  come  essi  mostrano,  fìngendo  questo  cane 
essere  stato  tratto  da  Ercule  dello  'nferno,  cioè  questa  insazia- 
bilità de'  disidèri  terreni  esser  dal  virtuoso  uomo  tratta  fuori 
del  cuore  di  quel  cotale  virtuoso.  Appresso  dicono  in  questo 
inferno  essere  Carone  nocchiero  e  il  fiume  d'Acheronte:  e  per 
Acheronte  sentono  la  labile  e  flussa  condizione  delle  cose  di- 
siderate  e  la  miseria  di  questo  mondo  ;  e  per  Carone  intendono 
il  tempo,  il  quale  per  vari  spazi  le  nostre  volontà  e  le  nostre 
speranze  d'un  termine  trasporta  in  un  altro,  o  voglian  dire  che, 
secondo  i  vari  tempi,  varie  cose  che  muovono  gli  appetiti  es- 
sere al  cuore  trasportate.  Dicono,  oltre  a  ciò,  sedere  in  questo 
inferno  Minos,  Eaco  e  Radamanto,  giudici  e  sentenziatori  delle 
colpe  dell'anime  che  in  quello  inferno  vanno;  e  a  costoro  questo 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  121 

uficio  attribuiscono,  percioché  grandissimi  legisti  furono  e  giusti 
uomini:  per  loro  intendendo  la  coscienza  di  ciascuno,  la  quale, 
sedendo  nella  nostra  mente,  è  prima  e  avveduta  giudicatrice 
delle  nostre  operazioni,  e  di  quelle  col  morso  suo  ci  affligge 
e  tormenta.  E  appresso,  a  quali  pene  ella  condanna  i  pecca- 
tori, in  alquanti  tormentati  disegnano.] 

[Dicono  quivi  essere  Tantalo,  re  di  Frigia,  il  quale,  percioché 
pose  il  figliuolo  per  cibo  davanti  agl'iddii,  in  un  fiume  e  tra 
grande  abbondanza  di  pomi,  di  fame  e  di  sete  morire;  sentendo 
per  costui  la  qualità  dell'avaro,  il  quale,  per  non  diminuire 
l'acquistato,  non  ardisce  toccarne,  e  cosi  in  cose  assai  patisce 
disagio,  potendosene  adagiare.  E  senza  fallo  sono  quello  che 
Tantalo  è  interpretato  secondo  Fulgezio,  cioè  «  volente  visione  »  ; 
percioché  gli  avari  alcuna  cosa  non  vogliono  de'  loro  tesori 
se  non  vedergli.] 

[Fingono  ancora  in  quello  essere  Isione,  il  quale,  percioché 
essendo,  secondo  che  alcuni  vogliono,  segretario  di  Giove  e  di 
Giunone,  richiese  Giunone  di  voler  giacer  con  lei;  la  quale  in 
forma  di  sé  gli  pose  innanzi  una  nuvola,  con  la  quale  giacendo, 
d'essa  ingenerò  i  centauri;  e  Giove  il  dannò  a  questa  pena  in 
inferno,  che  egli  fosse  legato  con  serpenti  a'  raggi  d'una  ruota, 
la  quale  mai  non  ristesse  di  volgersi:  volendo  per  questo  che 
per  Isione  s'intendano  coloro  li  quali  sono  disiderosi  di  signoria, 
e  per  forza  alcuna  tirannia  occupano,  la  quale  ha  sembianza  di 
regno,  che  per  Giunone  s'intende;  e  di  questa  tirannia  soprav- 
vegnendo  i  sospetti,  nascono  i  centauri,  cioè  gli  uomini  del- 
l'arme, co'  quali  i  tiranni  tengono  le  signorie  contro  a'  piaceri 
de*  popoli  :  ed  hanno  i  tiranni  questa  pena,  che  sono  sempre 
in  revoluzioni;  e,  se  non  sono,  par  loro  essere,  con  occulte  sol- 
licitudini  :  le  quali  afflizioni  per  la  ruota  volubile  e  per  le  serpi 
s'intendono.] 

[Oltre  a  questi,  vi  discrivono  Tizio  :  percioché  disonestamente 
richiese  Latona,  dicono  lui  da  Apollo  elsere  stato  allo  'nferno 
dannato  a  dovergli  sempre  essere  il  fegato  beccato  da  avvoltoi, 
e  quello,  come  consumato  è,  rinascere  intero;  per  costui  sen- 
tendo quegli  che  d'alto  e  splendido  luogo  sono  gittati  in  basso 


122  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Stato,  li  quali  sempre  sono  infestati  da  mordacissimi  pensieri, 
intenti  come  tornar  possano  là  onde  caduti  sono;  né  prima 
dall'una  soUicitudine  sono  lasciati,  che  essi  sono  rientrati  nel- 
l'altra; e  cosi  senza  requie  s'affliggono.] 

[Pongonvi  ancora  le  figliuole  di  Danao,  e  dicono,  per  l'avere 
esse  uccisi  i  mariti,  esser  dannate  ad  empier  d'acqua  certi  vasi 
senza  fondo;  per  la  qual  cosa,  sempre  attignendo,  si  faticano 
invano:  volendo  per  questo  dimostrare  la  stoltizia  delle  fem- 
mine, le  quali,  avendosi  la  ragion  sottomessa  (la  quale  dee  es- 
sere lor  capo  e  lor  guida,  come  è  il  marito)  intendono  con  loro 
artifici  far  quello  che  giudicano  non  aver  fatto  la  natura,  cioè, 
lisciandosi  e  dipignendosi,  farsi  belle;  di  che  segue  le  più  volte 
il  contrario,  e  perciò  è  la  lor  fatica  perduta.  O  voglian  dire 
sentirsi  per  queste  la  effeminata  sciocchezza  di  molti,  li  quali, 
mentre  stimano  con  continuato  coito  sodisfare  all'altrui  libidine, 
sé  votano  ed  altrui  non  riempiono.  Ma,  accioché  io  non  vada 
per  tutte  le  pene  in  quello  discritte,  che  sarebbono  molte,  dico 
che  questo  del  superiore  inferno  sentirono  i  poeti  gentili.] 

[Il  secondo  inferno,  dissi,  chiamavano  mezzano,  sentendo 
quello  essere  vicino  alla  superficie  della  terra,  il  qual  noi  vol- 
garmente chiamiamo  limbo,  e  la  santa  Scrittura  talvolta  il  chiama 
il  seno  d'Abraam:  e  questo  vogliono  esser  separato  da'  luoghi 
penali,  vogliendo  in  esso  essere  istati  i  giusti  antichi  aspettanti 
la  venuta  di  Cristo.  E  di  questo  mostra  il  nostro  autore  sen- 
tire, dove  pon  quegli  o  che  non  peccarono  o  che,  bene  ado- 
perando, morirono  senza  battesimo.  Ma  questo  è  differente  da 
quello  de'  santi,  in  quanto  quegli  che  v'erano,  desideravano  e 
speravano,  e  venne  la  loro  salute,  e  quegli,  che  l'autor  pone, 
disiderano,  ma  non  isperano.J 

[Estimarono  ancora  essere  un  inferno  inferiore,  e  quello  esser 
luogo  di  pene  eterne  date  a'  dannati.  E  di  questo  dice  il  Van- 
gelo: «  Moriuus  est  dives,  et  sepultus  est  in  inferno  ».  Ed  il  sal- 
mista: «  In  inferno  autem  quis  conjìtebitur  tibi?  ».  E  che  questo 
sia,  si  legge  nel  Vangelio,  in  quella  parte  ove  il  ricco  seppellito 
in  inferno,  vedendo  sopra  sé  Lazzaro  nel  grembo  d'Abraam,  il 
priega  che  intinga  il  dito  minimo  nell'acqua,  e  gittandogliele  in 


HI  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I23 

bocca,  il  rifrigeri  alquanto.  E  di  questo  inferno  tratta  similmente 
il  nostro  autore  dal  quinto  canto  in  giù.] 

[Domandavasi  appresso,  dove  sia  l'entrata  ad  andare  in 
questo  inferno;  conciosiacosaché  l'autore  quella,  nel  principio 
del  terzo  canto,  scrivendo,  dove  ella  sia  in  alcuna  parte  non 
mostra  :  della  qual  cosa  appo  gli  antichi  non  è  una  medesima 
oppenione.  Omero,  il  quale  pare  essere  de'  più  antichi  poeti  che 
di  ciò  menzione  faccia,  scrive  nel  libro  undicesimo  della  sua 
Odissea,  Ulisse  per  mare  essere  stato  mandato  da  Circe  in  oceano 
per  dovere  in  inferno  discendere  a  sapere  da  Tiresia  tebano 
i  suoi  futuri  accidenti;  e  quivi  dice  lui  essere  pervenuto  appo 
certi  popoli,  li  quali  chiama  scizi,  dove  alcuna  luce  di  sole 
mai  non  appare,  e  quivi  avere  lo  'nferno  trovato.  Virgilio,  il 
quale  in  molte  cose  il  seguita,  in  questo  discorda  da  lui,  scri- 
vendo nel  sesto  del  suo  Eneida  l'entrata  dello  'nferno  essere 
appo  il  lago  d'Averno  tra  la  città  di  Pozzuolo  e  Baia,  dicendo: 

Spelunca  alta  fuit  vastoque  hnmanis  hiatu, 
scrupea,  tuta  lacu  nigro  nemorumqne  tenebris; 
guani  super  haud  ullae  poterant  impune  volantes 
tendere  iter  pennis:  talis  sese  halitus  atris 
faucibus  effundens  supera  ad  convexa  ferebat: 
unde  locum  Graii  dixerunt  nomine  Avernum,  ecc. 

E  per  questa  spelunca  scrive  essere  disceso  Enea  appresso  la 
Sibilla  in  inferno.  Stazio,  nel  primo  del  suo  Thebaidos,  dice 
questo  luogo  essere  in  una  isola  non  guari  lontana  da  quella 
estremità  d'Acaia,  la  quale  è  più  propinqua  all' isola  di  Greti, 
chiamata  «  Traenaron  »:  e  di  quindi  dice  essere,  a*  tempi  d'Edipo 
re  di  Tebe,  d'inferno  venuta  nel  mondo  Tesifone,  pregata  da 
lui  a  mettere  discordia  tra  Etiocle  e  Pollinice,  suoi  figliuoli,  cosi 
scrivendo  : 

aia  per  umbras, 

et  caligantes  anitnarutn  examÌ7ie  ^ampos 
Traenareae  limen  petit  irremeabile  portae,  ecc. 

E  con  costui  mostra  d'accordarsi  Seneca  tragedo,  i?i  tragoedia 
Herculis  furentis,  dove  dice  Cerbero  infernal  cane  essere  stato 


124  l'I  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

tratto  d'inferno  da  Ercule  e  da  Teseo  per  la  spelunca  di  Tre- 
naro,   dicendo  cosi: 

Postquani  est  ad  oras  Traenari  ventum,  et  nitor 
percussit  oculos  lucis,  ecc. 

Pomponio  Mela,  nel  primo  libro  della  sua  Cosmografìa,  dice 
questo  luogo  essere  appo  i  popoli,  li  quali  abitano  vicini  al- 
l'entrata nel  mare  maggiore,  scrivendo  in  questa  forma:  «  In  co 
primum  Mariatidinei  urbem  habitant,  ab  Argiva,  ut  ferunt,  Her- 
cule  datam,  Heraclea  vocitatur.  Id  famae  /idem  adiecit:  iuxta 
specus  est  Acherusia,  ad  manes,  ut  aiunt,  pervius;  atque  inde 
extractum  Cerberufn  existiìnant»,  ecc.  Altri  dicono  di  Mongi- 
bello,  e  di  Vulcano  e  di  simili,  quello  affermando  con  favole  non 
assai  convenienti  alle  femminelle.] 

[La  forma  di  questo  inferno,  parlando  di  lui  come  di  cosa 
materiale,  discrive  l'autore  essere  a  guisa  d'un  corno  il  quale 
diritto  fosse,  e  di  questo  fermarsi  la  punta  in  sul  centro  della 
terra,  e  la  bocca  di  sopra  venire  vicina  alla  superfìcie  della  terra; 
in  quello,  aggirandosi  l'uomo  intorno  al  voto  del  corno  a  guisa 
che  l'uomo  fa  in  queste  scale  ravvolte,  che  vulgarmente  si  chia- 
mano «  chiocciole  »,  discendersi  ;  benché  in  alcuna  parte  appaia 
questo  luogo,  se  non  quanto  allo  spazio  della  via  onde  si  scende, 
essere  in  parte  cavernoso  e  in  parte  solido:  cavernoso,  in  quanto 
vi  distingue  luoghi,  li  quali  appella  «  cerchi  »,  e  ne'  quali  i  miseri 
son  puniti:  e  alcuna  volta  vi  discriva  scogli  e  alcuni  valichi 
e  fiumi,  li  quali  non  potrebbono  per  lo  vacuo,  per  quello  ordine 
che  egli  discrive,  discendere.] 

[Serve  lo  'nferno  alla  divina  giustizia,  ricevendo  l'anime  de* 
peccatori,  le  quali  l'ira  di  Dio  hanno  meritata,  e  in  sé  gli 
tormenta  e  affligge,  secondo  che  hanno  più  o  meno  peccato, 
essendo  loro  eterna  prigione.] 

[Ultimamente  si  domandava  se  altri  nomi  avea  che  «  in- 
ferno »  ;  il  quale  averne  più  appo  i  poeti  manifestamente  appare. 
Virgilio,  si  come  nel  sesto  dt\V  E?teida  si  legge,  il  chiama 
A  verno,  dove  dice: 

Tros  Anchisiades,  facilis  descensus  Aventi. 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  125 

E  nominasi  questo  luogo  Averno,  ab  *  a»,  quod  est  «  sine  », 
^vernus^,  quod  est  ^  laetilia»:  cioè  luogo  «senza  letizia».  E 
in  altra  parte  nel  preallegato  libro  il  chiama  Tartaro:   quivi: 

tum   Tartarus  ipse 

bis  patet  hi  praeceps,  ecc. 

E  questo  nome  è  detto  da  «  tortura  »,  cioè  da  tormentamento,  il 
quale  i  miseri  in  questo  ricevono;  ed  è,  secondo  Virgilio,  que- 
sto la  più  profonda  parte  dello  'nferno.  Chiamalo  ancora  Dite 
nel  preallegato  libro,  dove  dice: 

Perquc  domos  Ditis  vacuas,  et  inafiia  regna. 

Ed  è  cosi  chiamato  dal  suo  re,  il  quale  da'  poeti  è  chiamato 
Dite,  cioè  ricco  e  abbondante;  percioché  in  questo  luogo  gran- 
dissima moltitudine  d'anime  discendono  sempre.  Nominalo  si- 
milmente Orco  nel  libro  spesse  volte  allegato,  dove  scrive: 

Vestibulum  ante  ipsum,  primisque  in  faucibics  Orci. 

Ed  è  chiamato  Orco,  cioè  oscuro,  percioché  è  oscurissimo, 
come  nel  processo  apparirà.  Oltre  a  questo  l'appella  Èrebo  nel 
già  detto  libro,   dicendo: 

Venimus,  et  magnos  Èrebi  transnavimus  amnes. 

E  però  è  chiamato  Èrebo,  secondo  che  dice  Uguccione,  perché 
egli  s'accosta  molto  co'  suoi  supplici  a  coloro,  li  quali  mise- 
ramente riceve  e  in  sé  tiene.  Ed  è  ancora  chiamato  questo  luogo 
Baratro,  come  appresso  dice  l'autore  nel  canto  ventiduesimo 
di  questa  parte,  dove  dice:  «  Cotal  di  quel  baratro  era  la  scesa  ». 
E  chiamasi  Baratro  dalla  forma  di  un  vaso  di  giunchi,  il  quale 
è  ritondo,  nella  parte  superiore  ampio  e  nella  inferiore  angusto. 
Chiamalo  ancora  Abisso,  si  come  nell'Apocalisse  si  legge  ove 
dice  :  <  Bestia  quae  ascendet  de  abysso,  faciet  adversus  illos 
hellum^\  e  in  altra  parte:  <(.  Data  est  itti^clavis  putei  abyssi,  et 
aperuit  puteum  abyssi >.  Il  qual  nome  significa  «profondità». 
Hanne  ancora  il  detto  luogo  alcuni,  ma  basti  al  presente  aver 
narrati  questi.] 


126  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

[Vedute  le  predette  cose,  avanti  che  all'ordine  della  lettura 
si  vegna,  pare  doversi  rimuovere  un  dubbio,  il  quale  spesse 
volte  già  è  stato,  e  massimamente  da  litterati  uomini,  mosso, 
il  quale  è  questo.  Dicono  adunque  questi  cotali  :  —  Secondo  che 
ciascun  ragiona,  Dante  fu  litteratissimo  uomo,  e  se  egli  fu  lit- 
terato,  come  si  dispuose  egli  a  comporre  tanta  opera  e  cosi 
laudevole,  come  questa  è,  in  volgare?  —  A' quali  mi  pare  si  possa 
cosi  rispondere:  Certa  cosa  è  che  Dante  fu  eruditissimo  uomo, 
e  massimamente  in  poesia,  e  disideroso  di  fama,  come  general- 
mente siam  tutti.  Cominciò  il  presente  libro  in  versi  latini,  cosi: 

Ultima  regna  canam  fluido  contermina  mu7ido, 
spiritibus  quae  lata  patent,  quae  praemia  solvunt 
Pro  meritis  cuicuviqjie  suis,  ecc. 

E  già  era  alquanto  proceduto  avanti,  quando  gli  parve  da  mutare 
stilo:  e  il  consiglio,  che  il  mosse,  fu  manifestamente  conoscere 
i  liberali  studi  e'  filosofici  essere  del  tutto  abbandonati  da'  pren- 
cipi  e  da'  signori  e  dagli  altri  eccellenti  uomini,  li  quali  solevano 
onorare  e  rendere  famosi  i  poeti  e  le  loro  opere:  e  però,  veg- 
gendo  quasi  abbandonato  Vergilio  e  gli  altri,  o  essere  nelle  mani 
d'uomini  plebei  e  di  bassa  condizione,  estimò  cosi  al  suo  lavorio 
dovere  addivenire,  e  per  conseguente  non  seguirnegli  quello 
per  che  alla  fatica  si  sommettea.  Di  che  gli  parve  dovere  il  suo 
poema  fare  conforme,  almeno  nella  corteccia  di  fuori,  agl'ingegni 
de' presenti  signori,  de' quali  se  alcuno  n'è  che  alcuno  libro 
voglia  vedere,  e  esso  sia  in  latino,  tantosto  il  fanno  trasformare 
in  volgare:  donde  prese  argomento  che,  se  volgare  fosse  il 
suo  poema,  egli  piacerebbe,  dove  in  latino  sarebbe  schifato. 
E  perciò,  lasciati  i  versi  latini,  in  rittimi  volgari  scrisse,  come 
veggiamo.   Questo  soluto,  ne  resta  venire  ecc.,  ut  supra,] 


CANTO   PRIMO 

I 
Senso  letterale 

II]  [Resta  a  venire  all'ordine  della  lettura,  e  primieramente  alle 
divisioni.  Dividesi  adunque  il  presente  volume  in  tre  parti 
principali,  le  quali  sono  li  tre  libri  ne'  quali  l'autore  medesimo 
l'ha  diviso:  de' quali  il  primo,  il  quale  per  leggere  siamo  al 
presente,  si  divide  in  due  parti,  in  proemio  e  trattato. 
La  seconda  comincia  nel  prmcipio  del  secondo  canto.  La 
prima  parte  si  divide  in  due:  nella  prima  discrive  l'autore  la 
sua  ruina;  nella  seconda  dimostra  il  soccorso  venutogli  per  sua 
salute.  La  seconda  comincia  quivi:  «Mentre  ch'io  rovinava 
in  basso  loco  ».  Nella  prima  fa  l'autore  tre  cose:  primieramente 
discrive  il  luogo  dove  si  ritrovò;  appresso  mostra  donde  gli 
nascesse  speranza  di  potersi  partire  di  quel  luogo;  ultimamente 
pone  qual  cosa  fosse  quella  che  lo  'mpedisse  a  dover  di  quello 
luogo  uscire:  la  seconda  quivi:  «Io  non  so  ben  ridir»;  la 
terza  quivi:   «Ed  ecco  quasi».] 

[Dice  adunque  cosi:  «Nel  mezzo  del  cammin  di  nostra  vita». 
Ove  ad  evidenzia  di  questo  principio  è  da  sapere,  la  vita  de' 
mortali  è,  massimamente  di  quegli  li  qiftili  a  quel  termine  di- 
vengono, il  quale  pare  che  per  convenevole  ne  sia  posto,  di 
settanta  anni;  quantunque  alquanti,  e  pochi,  più  ne  vivano,  e 
infinita  moltitudine  meno,  si  come  per  lo  salmista  si  comprende 


128  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVLNA    COMMEDIA» 

nel  salmo  ottantanovesimo,  dove  dice  :  «  Afmi  nostri  sicut  a?'anea 
meditabuìitur ;  dics  nnnonim  nostrorum  in  ipsis  sepluaginta  anni. 
Si  autem  in  potentatibiis,  octoginta  anni;  et  amplius  eorum,  labor 
et  dolora',  e  perciò  colui  il  quale  perviene  a  trentacinque  anni, 
si  può  dire  essere  nel  mezzo  della  nostra  vita.  Ed  è  figurata 
in  forma  d'uno  arco,  dalla  prima  estremità  del  quale  infino  al 
mezzo  si  salga,  e  dal  mezzo  infino  all'altra  estremità  si  discenda  ; 
e  questo  è  stimato,  percioché  infino  all'età  di  trentacinque  anni, 
o  in  quel  torno,  pare  sempre  le  forze  degli  uomini  aumentarsi, 
e  quel  termine  passato  diminuirsi,  E  a  questo  termine  d'anni 
pare  che  l'autore  pervenuto  fosse,  quando  prima  s'accorse  del 
suo  errore.  E  che  egli  fosse  cosi,  assai  bene  si  verifica  per 
quello  che  già  mi  ragionasse  un  valente  uomo,  chiamato  ser 
Piero  di  messer  Giardino  da  Ravenna,  il  quale  fu  uno  de'  più 
intimi  amici  e  servidori  che  Dante  avesse  in  Ravenna;  aff"er- 
mandomi  avere  avuto  da  Dante,  giacendo  egli  nella  infermità 
della  quale  e'  mori,  lui  avere  di  tanto  trapassato  il  cinquante- 
simosesto anno,  quanto  dal  preterito  maggio  aveva  infino  a  quel 
di.  E  assai  ne  consta  Dante  esser  morto  negli  anni  di  Cristo  1321, 
di  14  di  settembre:  per  che,  sottraendo  ventuno  di  cinquantasei, 
restano  trentacinque  ;  e  cotanti  anni  avea  nel  1300,  quando  mostra 
d'avere  la  presente  opera  incominciata.  Per  che  appare  ottima- 
mente la  sua  età  esser  discritta  dicendo:  «Nel  mezzo  del  cam- 
min  »,  cioè  dello  spazio,  «  di  nostra  vita  »,  cioè  di  noi  mortali. 
«  Mi  ritrovai  »,  errando,  «  per  una  selva  oscura  »  ;  a  differenza 
d'alcune  selve,  che  sono  dilettevoli  e  luminose,  come  è  la  pineta 
di  Chiassi.  «  Che  la  diritta  via  era  smarrita  ».  Vuole  mostrare 
qui  che  di  suo  proponimento  non  era  entrato  in  questa  selva, 
ma  per  ismarrimento.] 

[«E  quanto  a  dir»,  cioè  a  discrivere,  «  qual  era»,  questa 
selva,  «  è  cosa  dura  »,  quasi  voglia  dire  impossibile,  «  està  selva 
selvaggia  e  aspra  e  forte  ».  Pon  qui  tre  condizioni  di  questa 
selva:  dice  prima  che  eli 'era  «  selvaggia  »,  quasi  voglia  dinotare 
non  avere  in  questa  alcuna  umana  abitazione,  e  per  conseguente 
essere  orribile;  dice  appresso  ch'ella  era  «  aspra  »,  a  dimostrare 
la  qualità  degli  alberi  e  de'  virgulti  di  quella,  li  quali  doveano 


Ili  -  CaMENTO    ALLA    «DIVINA   COMMEDIA»  I29 

essere  antichi,  con  rami  lunghi  e  ravvolti,  contessuti  e  intrec- 
ciati intra  se  stessi,  e  similemente  piena  di  pruni,  di  tribuli  e 
di  stecchi,  senza  alcuno  ordine  cresciud,  e  in  qua  e  in  là  di- 
stesi :  per  le  quali  cose  era  aspra  cosa  e  malagevole  ad  andare 
per  quella;  e  in  quanto  dice  «forte»,  dichiara  lo  'mpedimento 
già  preniostrato,  vogliendo  per  l'asprezza  di  quelli,  essa  esser 
forte,  cioè  diffìcile  a  potere  per  essa  andare  e  fuori  uscirne. 
E  questo  dice  esser  tanto,  «Che  nel  pensier»,  cioè  nella  ram- 
memorazione d'esservi  stato  dentro,  «  rinnova  la  paura  ».  Umano 
costume  è,  tante  volte  da  capo  rimpaurire  quante  l'uom  si  ri- 
corda de'  pericoli  ne'  quali  l'uomo  è  stato.] 

[«  Tanto  è  amara  »,  non  al  gusto  ma  alla  sensibilità  umana, 
«che  poco  è  più  morte».  Ed  è  la  morte,  secondo  il  filosofo, 
l'ultima  delle  cose  terribili,  intanto  che  ciascuno  animale  natu- 
ralmente ad  ogni  estremo  pericolo  si  mette  per  fuggirla.  Adunque, 
se  la  morte  è  poco  più  amara  che  quella  selva,  assai  chiaro 
appare  lei  dovere  essere  molto  amara,  cioè  ispaventevole  ed 
intricata:  le  quali  cose  prestano  amaritudine  gravissima  di  mente. 
«  Ma,  per  trattar  del  ben  ch'io  vi  trovai  ».  Maravigliosa  cosa  pare 
quella  che  l'autore  dice  qui,  e  cioè  che  egli  alcun  bene  trovasse 
in  una  selva  tanto  orribile  quanto  egli  ha  mostrato  esser  questa; 
e,  percioché  egli  nella  lettera  non  esprime  qual  bene  in  quella 
trovasse,  assai  si  può  vedere  questo  bene  trovato  da  lui  con- 
venirsi trarre  di  sotto  alla  corteccia  litterale;  e  perciò,  dove  di 
questa  parte  apriremo  l'allegoria,  chiariremo  quello  che  qui 
voglia  intendere.  «  Dirò  dell'altre  cose  »,  cioè  che  non  sono 
bene,  «ch'io  v'ho  scorte»,  cioè  vedute;  e  questo  altresì  si 
conoscerà  nell'allegoria.] 

[«  r  non  so  ben  ridir  com'io  v'entrai  ».  In  questa  parte  mostra 
l'autore  donde  gli  nascesse  speranza  di  potersi  partire  di  quel 
luogo,  e  primieramente  risponde  a  una  tacita  quistione.  Potrebbe 
alcuno  domandare:  —  Se  questa  selva  era  cosi  paurosa  e  amara 
cosa,  come  v'entrastù  entro?  —  A  che  egli  risponde  sé  non 
saperlo,  e  assegna  la  ragione,  dicendo:  <ii  Si  era  pien  di  sonno 
in  su  quel  punto,  Che  la  verace  via»,  la  quale  mi  menava  là 
dove  io  dovea  e  volea  andare,  «  abbandonai  ».] 

G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi  -i.  ^  o 


13©  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

«  Ma  poi  ch'i'  fui  »,  errando  e  cercando  come  di  quella  uscir 
potessi,  «appiè  d'un  colle  giunto»,  cioè  pervenuto,  «Là  dove 
terminava»,  finiva,  «  quella  valle  »,  nella  quale  era  questa  selva 
oscura,  «  Che  m'avea  di  paura  il  cor  compunto  »,  cioè  afflitto, 
«Guardai  in  alto  e  vidi  le  sue  spalle»,  cioè  la  sommità  quasi, 
si  come  le  spalle  nostre  sono  quasi  la  più  alta  parte  della  per- 
sona nostra,  «  Coperte  già  de'  raggi  del  pianeta  »,  cioè  del  sole, 
il  quale  è  l'uno  de'  sette  pianeti.  E  perciò  dice  del  sole,  percio- 
ché  esso  solo  è  di  sua  natura  luminoso,  e  ogni  altro  corpo  che 
luce,  o  pianeto  o  stella  o  qualunque  altro,  ha  da  questo  la  luce, 
si  come  da  fonte  di  quella,  si  come  per  esperienza  si  vede  negli 
eclissi  lunari;  e  questa  luce  ha  solo,  non  per  la  sua  potenza, 
ma  per  singular  dono  del  suo  Creatore,  e  hanne  in  tanta  ab- 
bondanza, che  ad  ogni  parte  dintorno  a  sé  manda  infinita  mol- 
titudine di  raggi,  per  li  quali,  ovunque  pervenir  possano,  si 
difìfonde  copiosamente  la  luce  sua;  e  questi  raggi,  sagliendo  il 
sole  dallo  inferiore  emisperio  al  superiore,  le  prime  parti  che 
toccano  del  corpo  della  terra,  alla  quale,  sagliendo  il  sole,  per- 
vengono, sono  le  sommità  de'  monti.  Per  la  qual  cosa  appare 
qui  che  il  giorno  cominciava  ad  apparire,  quando  l'autore  co- 
minciò ad  avvedersi  dove  era,  ed  a  volere  di  quel  luogo  uscire; 
e  di  potere  ciò  fare  gli  venne  speranza,  rammemorandosi  che 
la  luce  di  questo  pianeto  «  mena  diritto  altrui  per  ogni  calle  », 
cioè  per  ogni  via,  in  quanto,  essendo  il  sole  sopra  la  terra, 
vede  l'uomo  dov'è'  si  va,  e  ancora  con  miglior  giudicio  si  dirizza 
là  dove  andar  vuole,  mediante  la  luce  di  costui. 

E,  per  questa  speranza  presa,  dice:  «  Allor  fu  la  paura  un 
poco  queta»,  cioè  meno  infesta,  «Che  nel  lago  del  cuor».  È 
nel  cuore  una  parte  concava,  sempre  abbondante  di  sangue,  [nel 
quale,  secondo  l'oppinione  di  alcuni,  abitano  li  spirili  vitali], 
e  di  quella,  si  come  di  fonte  perpetuo,  si  ministra  alle  vene 
quel  sangue  e  il  calore,  il  quale  per  tutto  il  corpo  si  spande; 
ed  è  quella  parte  ricettacolo  di  ogni  nostra  passione:  e  perciò 
dice  che  in  quella  gli  era  perseverata  la  passione  della  paura 
avuta.  E  perciò  dice:  «  m'era  durata.  La  notte  ch'i'  passai  con 
tanta  pietà  »,  cioè  con  tanta  afflizione,  si  per  la   diritta  via  la 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I31 

quale  smarrita  avea,  e  si  per  Io  non  vedere,  per  le  tenebre 
della  notte,  donde  né  come  egli  si  potesse  alla  diritta  via  ri- 
tornare. 

«E  qual  è  quei,  che  con  lena»,  cioè  virtù,  «affannata», 
affaticata,  «Uscito  fuor  del  pelago  alla  riva»:  come  colui  il 
quale  rompe  in  mare,  che,  dopo  molto  notare,  faticato  e  vinto 
perviene  alla  riva,  e  «  Volgesi  all'acqua  perigliosa»,  della  quale 
è  uscito,  «  e  guata  »  ;  e  in  quel  guatare,  cognosce  molto  meglio 
il  pericolo  del  quale  è  scampato,  che  esso  non  cognosceva, 
mentre  che  in  esso  era,  percioché  allora,  spronandolo  la  paura 
del  perire,  a  null'altra  cosa  aveva  l'animo  che  solo  allo  scam- 
pare ;  ma,  scampato,  con  più  riposato  giudicio  vede  quante  cose 
poteano  la  sua  salute  impedire,  e,  quasi  in  esso  fosse,  molto 
più  teme,  che  non  facea  quando  v'era:  e  però  seguita  adattando 
sé  alla  comparazione:  «Cosi  l'animo  mio,  ch'ancor  fuggiva», 
cioè  che  ancora  scampato  esser  non  gli  parca,  ma  come  se  nel 
pericolo  fosse  ancora,  di  fuggire  si  sforzava;  e,  cosi  parendogli, 
«  Si  volse  indietro  »,  come  fa  colui  che  notando  è  pervenuto 
alla  riva,  «a  rimirar  lo  passo»,  pericoloso  della  oscura  selva, 
«  Che  non  lasciò  giammai  »  uscire  di  sé  «  persona  viva  ».  Questa 
parola  non  si  vuole  strettamente  intendere  [esser  viva],  percio- 
ché qui  usa  l'autore  una  figura  che  si  chiama  «  iperbole  »,  per  la 
quale  non  solamente  alcuna  volta  si  dice  il  vero,  ma  si  trapassa 
oltre  al  vero:  come  fa  Vergilio,  che,  per  manifestare  la  legge- 
rezza della  Cammina,  dice  ch'ella  sarebbe  corsa  sopra  l'onde 
del  mare  turbato,  e  non  s'arebbe  immollace  le  piante  de'  piedi. 
E  perciò  si  vuole  intender  qui  sanamente  l'autore,  cioè  che  di 
quello  pericoloso  passo  pochi  ne  sieno  usciti  vivi  ;  percioché, 
se  alcuno  non  avesse  vivo  lasciato  giammai,  l'autore,  che  dice 
sé  esserne  uscito,   come  sarebbe  vivo? 

«  E  poi  ch'ebbi  posato  il  corpo  lasso»,  per  la  fatica  soste- 
nuta, «  Ripresi  via  per  la  piaggia  diserta  |;  e  cosi  mostra  avere 
abbandonata  la  valle  per  dover  salire  al  monte,  cioè  m  si  fatta 
maniera  andando,  «  Si  che  '1  pie  fermo  sempre  era  il  più  basso  ». 
[Mostra  l'usato  costume  di  coloro  che  salgono,  che  sempre  si 
ferman  più  in  su  quel  pie  che  più  basso  rimane.] 


132  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

«Ed  ecco,  quasi  al  cominciar  dell'erta».  In  questa  terza 
parte  dimostra  l'autore  qual  cosa  fosse  quella  che  lo  'mpedisse 
a  dovere  di  quel  luog^o  uscire,  e  dice  ciò  essere  stato  tre  bestie, 
per  la  fierezza  delle  quali,  non  che  salir  più  avanti,  ma  egli 
fu  per  tornare  indietro  nel  pericolo  del  quale  era  incominciato 
ad  uscire.  Dice  adunque:  «  Ed  ecco  quasi  al  cominciar  del- 
l'erta »,  cioè  della  costa,  su  per  la  quale  salir  dovea  per  partirsi 
della  pericolosa  valle,  «  Una  lonza  leggera  e  presta  molto, 
Che  di  pel  maculato  era  coperta». 

Poi,  discritta  la  forma  della  bestia,  dice:  «  E  non  mi  si  partia 
dinanzi  al  volto».  Appresso  dice  che  questo  stargli  sempre  da- 
vanti, che  essa  «  impediva  tanto  il  mio  cammino  »,  per  lo  quale 
al  monte  salir  volea,  «  Ch'i'  fui  per  ritornar  »,  nella  valle,  «  più 
volte  vòlto  ». 

«  Temp'era  dal  principio».  Discrive  qui  l'autore  l'ora  che 
era  del  di,  quando  egli  era  da  questa  bestia  impedito,  e  la 
qualità  della  stagione  dell'anno;  e  quanto  a  l'ora  del  di,  dice 
ch'era  principio  «  del  mattino  »:  il  che  assai  appare  per  li  raggi 
del  sole,  li  quali  ancora  non  si  vedeano  se  non  nella  sommità 
del  monte.  «  E  '1  sol  montava  'n  su  »,  cioè  sopra  l'orizzonte 
orientale  di  quella  regione,  vegnendo  dallo  emisperio  inferiore 
al  superiore;  «  con  quelle  stelle  »,  in  compagnia,  «  Ch'eran  con 
lui,  quando  l'Amor  divino»,  cioè  lo  Spirito  santo,  «Mosse  da 
prirtia».  cioè  nel  principio  del  mondo,  «quelle  cose  belle», 
cioè  il  cielo  e  le  stelle.  Dimostra  qui  l'autore  per  una  bella  e 
leggiadra  discrizione  la  qualità  della  stagione  dell'anno.  Ad 
evidenzia  della  quale  è  da  sapere  che  gli  antichi  filosofi  caldei, 
e  appresso  loro  gli  egizi,  furono  li  primi  che  per  considera- 
zione conobbero  il  movimento  dell'ottava  sfera  e  de'  pianeti,  e 
similmente  quello  che  per  gli  movimenti  de'  corpi  superiori 
negl'inferiori  ne  seguiva;  e  per  lunghe  esperienzie  avvedendosi 
che,  essendo  il  sole  in  diverse  parti  del  cielo,  evidentemente 
quaggiù  si  permutavano  le  qualità  dell'anno,  e  queste  qualità 
essere  quattro,  cioè  quelle  che  noi  primavera,  state,  autunno 
e  verno  chiamiamo;  intesa  già  qual  fosse  nel  cielo  la  via  del 
sole,  quella,  secondo  il  numero  di  queste,   divisero  in  quattro 


IH  -  COMENTO    ALLA     «DIVINA    COMMEDIA»  133 

parti  eguali.  E  poi,  perché  sentirono  ciascuna  di  queste  parti 
avere  i  principi  differenti  dalle  fini,  e  '1  mezzo  sentire  della  na- 
tura del  principio  e  della  fine;  ciascuna  di  queste  quattro  parti 
divisero  in  tre  parti  equali;  e  cosi  fu  da  loro  la  via  del  sole 
divìsa  in  dodici  parti  equali,  e  quelle  chiamaron  «segni».  E,  ac- 
cioché  l'uno  si  cognoscesse  dall'altro,  immaginando  figurarono  in 
ciascuna  parte  alcun  animale  [ornato  di  certa  quantità  di  stelle, 
ingegnandosi  di  figurare,  in  quelle,  animali],  la  natura. del  quale 
fosse  conforme  agli  effetti  di  quella  parte,  nella  quale  con  la 
immaginazione  il  figuravano.  E,  percioché  la  prima  qualità  del- 
l'anno estimarono  essere  la  primavera,  quella  vollero  fosse  il 
principio  dell'anno;  e  cosi  quella  parte  del  cielo,  nella  quale 
essendo  il  sole  questa  primavera  veniva,  vollero  che  fosse 
la  prima  parte  della  via  del  sole,  e  quivi  figurarono  un  segno, 
il  quale  noi  chiamiamo  Ariete;  nel  principio  del  quale  affermano 
alcuni  Nostro  Signore  aver  creato  e  posto  il  corpo  del  sole. 
E  perciò,  volendo  l'autore  dimostrare  per  questa  discrizione  il 
principio  della  primavera,  dice  che  il  sole  saliva  su  dallo  emi- 
sperio  inferiore  al  superiore,  con  quelle  stelle  le  quali  eran  con 
lui,  quando  il  divino  Amore  lui  e  l'altre  cose  belle  creò,  e  diede 
loro  il  movimento,  il  qual  sempre  poi  continuato  hanno;  vo- 
lendo per  questo  darne  ad  intendere  che,  quando  da  prima 
pose  la  mano  alla  presente  opera,  è  circa  al  principio  della 
primavera;  e  cosi  fu,  si  come  appresso  apparirà.  [Egli  nella 
presente  fantasia  entrò  a  di  25  di  marzo. J 

«  Si  ch'a  bene  sperar  ».  Questa  lettera  si  vuole  cosi  ordinare: 
«  L'ora  del  tempo  e  la  dolce  stagione  m'era  cagione  a  sperar 
bene  di  quella  fiera  alla  gaetta  pelle  »;  o  vero,  se  la  lettera  dice 
«  di  quella  fiera  la  gaetta  pelle  »,  si  vuole  ordinare  cosi:  «  m'era 
cagione  a  sperar  bene  la  gaetta  pelle  di  quella  fiera  ».  Ciascuna 
di  queste  due  lettere  si  può  sostenere,  percioché  sentenzia  quasi 
non  se  ne  muta.  Reassumendo  adunque  la  lettera  come  giace 
nel  testo,  dice:  «  Si  che  a  bene  sperar  rft'era  cagione  Di  quella 
fiera»,  cioè  di  quella  lonza,  «alla  gaetta  pelle»,  cioè  leggia- 
dretta,  percioché  pulita  molto  è  la  pelle  della  lonza;  o  vero,  se- 
condo l'altra  lettera,  «  m'era  cagione  di  bene  sperar  »  di  dovere 


134  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Ottenere  la  pelle  di  quella  fiera  (la  quale  esso  intendea  di  pren- 
dere, se  potuto  avesse,  con  una  corda  la  quale  cinta  avea,  se- 
condo che  esso  medesimo  dice  in  questo  medesimo  libro,  nel 
canto  sedicesimo,  dove  scrive:  «  Io  aveva  una  corda  intorno  cinta, 
E  con  essa  pensai,  alcuna  volta.  Prender  la  lonza  alla  pelle 
dipinta»)  «L'ora  del  tempo»,  cioè  il  principio  del  di,  «e  la 
dolce  stagione  »,   cioè  la  primavera. 

Ma  puossi  qui  domandare  :  che  speranza  poteva  qui  porgere 
di  vittoria  sopra  la  lonza  l'ora  del  mattino  e  la  stagion  della 
primavera?  Conciosiacosaché  in  questi  due  tempi  soglia  più 
di  ferocità  essere  negli  animali,  percioché  l'ora  del  mattino 
gli  suole  generalmente  tutti  rendere  affamati,  e  per  conseguente 
feroci,  e  la  stagione  del  tempo  gli  soglia  render  innamorati 
più  che  alcun  altra  stagion  del  tempo;  e  gli  animali  sogliono 
per  queste  due  cose,  per  lo  cibo  e  per  venere,  esser  ferocis- 
simi, e  massimamente  la  lonza,  la  quale  è  di  sua  natura  lus- 
suriosissimo animale  :  e  cosi  pare  che  di  quello,  di  che  si  conforta, 
si  dovesse  più  tosto  sconfortare.  Puossi  nondimeno  cosi  rispon- 
dere: che,  conceduto  quello,  che  detto  è,  essere  negli  animali 
bruti,  è  credibile  negli  uomini  similemente  in  questo  tempo  cré- 
scere il  vigore,  in  quanto  essi,  che  razionali  sono,  veggendo 
partire  le  tenebre  della  notte,  le  quali  sogliono  essere  e  sono 
piene  di  paura,  nel  tempo  lucido  veggono  come  possano  l'arti 
del  loro  ingegno  usare  a  ^vincere,  e  in  che  guisa  possano  i  pe- 
ricoli e  l'esser  vinti  fuggire.  E  il  tempo  della  primavera,  secondo 
i  fisici,  è  conforme  alla  compression  sanguinea,  e  però  in  quella 
il  sangue  è  più  chiaro,  più  caldo  e  più  ardire  amministra  al 
cuore  e  forze  al  corpo  ;  e  quinci  per  avventura  si  puote  nel- 
l'autore accendere  ottima  speranza  di  vittoria. 

«  Ma  non  si  »,  gli  diede  speranza  l'ora  del  tempo  ecc.,  «  Che 
paura  non  mi  desse  La  vista»,  cioè  la  veduta,  «che  m'ap- 
parve», appresso  la  lonza,  «d'un  leone.  Questi  parea  che 
contr'a  me  venesse  »  (e  cosi  appare  questo  leone  essere  il  se- 
condo ostaculo,  il  quale  il  suo  cammino  di  salire  al  monte  im- 
pedi) «  Colla  test'alta  »,  nel  qual  atto  si  mostrava  audace,  «  e 
con  rabbiosa  fame  »   (questo  il  faceva  meritamente  da  temere, 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  I35 

come  di  sopra  è  detto),  «Si  che  parca  che  l'aer  ne  temesse», 
in  quanto  l'aere,  impulso  dall'impeto  del  venire  del  leone,  in- 
dietro si  traeva,  il  quale  è  atto  di  chi  fugge.  Con  questo  mo- 
strava,  impropriamente  parlando,  di  aver  paura  di  lui. 

«  Ed  una  lupa  »  (questo  è  il  terzo  ostaculo,  il  quale  il  suo 
salire  impediva)  «  che  di  tutte  brame  Pareva  carca  nella  sua 
magrezza».  Brama  è  propriamente  il  bestiale  appetito  di  ma- 
nicare, peroché  oltremodo  pieno  di  voler  si  mostra;  lo  quale 
essere  in  questa  lupa  testimonia  la  magrezza  sua,  della  quale 
noi  prosumiamo  quello  animale,  in  cui  la  veggiamo,  esser  male 
stato  pasciuto,  e  per  conseguente  magro  e  indi  bramoso.  «  Che 
molte  genti  fé'  già  viver  grame  »,  cioè  dolorose.  «  Questa  »  lupa 
«mi  porse  tanto  di  gravezza»,  cioè  di  noia,  «Colla  paura 
ch'uscia  di  sua  vista  »,  cioè  era  si  orribile  nello  aspetto,  che 
ella  porgea  paura  altrui,  «  Ch'io  perdei  la  speranza  dell'altezza  », 
cioè  di  poter  pervenire  alla  sommità  del  monte,  sopra  le  cui 
spalle  avea  veduti  i  raggi  del  sole. 

«  E  quale  è  que'  che  volentieri  acquista  ».  Per  questa  com- 
parazione ne  dimostra  l'autore  qual  divenisse  per  lo  impedimento 
pòrtogli  da  questa  bestia,  dicendo:  «  E  quale  è  que'  »,  o  mer- 
catante o  altro,  «che  volentieri  acquista»,  cioè  guadagna,  «E 
giugne  '1  tempo  che  perder  lo  face  »,  qual  che  sia  la  cagione, 
«  Che 'n  tutti  i  suoi  pensier»,  ne' quali  si  solca  guadagnando 
rallegrare,  perdendo  «piange  e  s'attrista;  Tal  mi  fece  la  bestia 
senza  pace  »,  cioè  questa  lupa,  la  qual  dice  esser  animale  senza 
pace,  percioché  la  notte  e  '1  di  sempre  sta  attenta  e  sollecita 
a  poter  predare  e  divorare:  «  Che  venendomi  incontro»,  come 
soglion  fare  le  bestie  che  vogliono  altrui  assalire,  «  a  poco  a 
poco  »,  tirandom'io  indietro,  «  Mi  ripignea  là  ove  il  sol  tace  », 
cioè  nella  oscura  selva,  della  quale  io  era  uscito.  Ed  è  questo, 
cioè  «  dove  '1  sol  tace»,  improprio  parlare,  e  non  l'usa  l'autore 
pur  qui,  ma  ancora  in  altre  parti  in  questa  opera,  si  come  nel 
canto  quinto  quando  dice  :  «  1*  venni  in  luDgo  d'ogni  luce  muto  ». 
Assai  manifesta  cosa  è  che  il  sole  non  parla,  né  similemente 
alcuno  luogo,  de'  quai  dice  qui  che  l'un  tace,  cioè  il  sole,  e  il 
luogo  è  muto  di  luce;  e  sono  questi  due  accidenti,  il  tacere  e 


136  III  -  COMKNTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

l'esser  muto,  propriamente  dell'uomo  (quantunque  il  Vangelo  dica 
che  uno  avea  un  dimonio  addosso,  e  quello  era  muto):  ma  questo 
modo  di  parlare  si  scusa  per  una  figura,  la  qual  si  chiama 
«acirologia».  Vuole  adunque  dir  qui  l'autore,  che  la  paura,  ch'egli 
avea  di  questo  animale,  il  ripignea  là  dove  il  sol  non  luce, 
cioè  in  quella  oscurità,   la  quale  egli  disiderava  di  fuggire. 

«  Mentre  ch'io  rovinava  in  basso  loco  ».  Qui  dissi  si  comin- 
ciava la  seconda  parte  di  questo  canto,  nella  quale  l'autor  dimo- 
stra il  soccorso  venutogli  ad  aiutarlo  uscire  di  quella  valle.  E  fa  in 
questa  parte  sei  cose:  egli  primieramente  chiede  misericordia  a 
Virgilio  quivi  apparitogli,  quantunque  noi  conoscesse  ;  appresso, 
senza  nominarsi,  per  più  segni  dimostra  Virgilio  chi  egli  è;  poi 
l'autore,  estollendo  con  più  titoli  Virgilio,  s'ingegna  di  accattare 
la  benivolenza  sua,  e  mostragli  di  quello  che  egli  teme;  oltre 
a  ciò,  Virgilio  gli  dichiara  la  natura  di  quella  lupa,  e  il  disfaci- 
mento di  lei,  consigliandolo  della  via,  la  quale  dee  tenere;  ap- 
presso, l'autore  priega  Virgilio  che  gli  mostri  quello  che  detto  gli 
ha;  ultimamente,  movendosi  Virgilio,  l'autore  il  segue.  Esegue 
la  seconda  quivi:  «  Ed  egli  a  me  »;  la  terza  quivi:  «  Or  se'  tu 
quel  Virgilio  »;  la  quarta  quivi  :  «  A  te  conviene  »;  la  quinta  quivi  : 
«  Ed  io  a  lui:  —  Poeta  »;  la  sesta  quivi:  «  AUor  si  mosse  ». 

Dice  adunque  nella  prima:  «Mentre  ch'io  rovinava»,  cioè 
tornava,  «in  basso  loco»,  cioè  nella  valle  della  quale  era  co- 
minciato a  partire,  «  Dinanzi  agli  occhi  mi  si  fu  offerto  Chi 
per  lungo  silenzio  parea  fioco».  11  che  avviene,  o  perché  da 
alcuna  secchezza  intrinsica  è  si  rasciutta  la  via  del  polmone, 
dal  quale  la  prelazione  si  muove,  che  le  parole  non  ne  possono 
uscire  sonore  e  chiare,  come  fanno  quando  in  quella  via  è  al- 
quanta d'umidità  rivocata;  o  è  talvolta  che  il  lungo  silenzio,  per 
alcun  difetto  intrinsico  dell'uomo,  provoca  tanta  umidità  viscosa 
in  questa  via,  che  similemente  rende  l'uomo  meno  espeditamente 
parlante,  infino  a  tanto  che  o  rasciutta  o  sputata  non  è.  [Ma 
non  credo  l'autore  questo  intenda  qui,  ma  più  tosto,  per  difetto 
delli  nostri  ingegni,  i  libri  di  Virgilio  essere  intralasciati  già  è 
tanto  tempo,  che  la  chiara  fama  di  loro  è  quasi  perduta  o  di- 
venuta più  oscura  che  esser  non  solea.] 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I37 

[«Quando  vidi  costui»,  cioè  V^irgilio  apparitogli  dinanzi,  «pel 
gran  diserto  »,  cioè  per  quella  tenebrosa  valle,  meritamente  chia- 
mata dall'autore  «diserto»,  sendo  si  aspra,  come  di  sopra  ha 
detto,  e  priva  di  luce;  «  —  Miserere  di  me  —  gridai  a  lui».  Si 
come  molte  volte  gl'impauriti  e  sbigottiti  usano,  per  essere  del 
loro  avvenuto  caso  soccorsi,  gridare;  tale  l'autore,  nella  paura 
presa  della  orribile  besda,  fece  alla  veduta  di  Virgilio,  umil- 
mente verso  di  lui  gridando:  —  Abbi  misericordia  di  me,  — 
quasi  dicendo:  —  Aiutami,  —  come  più  innanzi  si  dichiarerà.] 

«  —  Qual  che  tu  sii,  od  ombra  od  uomo  certo  ».  —  Non  co- 
nosceva quivi  l'autore,  per  lo  impedimento  della  paura,  se  costui, 
che  apparito  gli  era,  era  più  tosto  spirito  che  uomo  o  uomo 
che  spirito;  e  in  questo  parlare  in  forse  il  chiama  «ombra», 
il  qual  è  vocabolo  usitatissimo  de'  poeti;  e  questo  muove  da  ciò, 
che  altrimenti  prendere  non  si  possono,  che  l'uomo  possa  pi- 
gliare l'ombra  che  alcun  corpo  faccia.  E,  percioché  questa  ma- 
teria, cioè  che  cosa  sia  l'ombra  ovvero  anima,  e  come  l'ombra 
prenda  quel  corpo,  il  quale  agli  occhi  nostri  appare  che  ella 
abbia,  quando  talvolta  n'appaiono,  si  tratterà,  si  come  in  luogo 
ciò  richiedente,  nel  venticinquesimo  canto  del  Purgatorio,  non 
curo  qui  di  farne  più  luogo  sermone. 

«  Risposemi  :  —  Non  uom  ».  In  questa  seconda  particella  si  di- 
mostra chi  costui  fosse  che  apparito  gli  era  ;  e  questo  si  dimostra 
per  sei  cose  spettanti  al  domandato.  Dice  adunque  «non  uomo», 
a  dimostrare  che  l'uomo  è  composto  d'anima  e  di  corpo,  e  però, 
separato  l'uno  dall'altro,  non  rimane  uomo,  né  il  corpo  per  se 
medesimo,  né  l'anima  per  sé;  e  in  quanto  dice  «uomo  già 
fui»,  mostra  sé  essere  spirito  già  stato  congiunto  con  corpo. 

«  E  li  parenti  miei  ».  È  colui  che  si  manifesta  qui,  Virgilio  ;  e 
prima  si  manifesta  dalla  regione  nella  quale  nacque,  in  quanto 
dice,  «  furon  lombardi  ».  Dove  è  da  sapere  che  Virgilio  fu 
figliuolo  di  Virgilio  lutifigolo,  cioè  d'uomo  il  quale  faceva  quel- 
l'arte, cioè  di  comporre  diversi  vasi  di  tferra;  e  la  madre  di  lui, 
secondo  che  dice  Servio  Sopra  V m,  Eneida^,  quasi  nel  principio, 
ebbe  nome  Maia.  Dice  adunque  che  costoro  furono  lombardi, 
cosi  dinominati   da   Lombardia,   provincia  situata   tra  '1   monte 


138  111  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Appennino  e  gli  Alpi  e  '1  mare  Adriano  ;  e  avanti  che  Lombardia 
si  chiamasse,  fu  chiamata  Gallia,  da'  galli  che  quella  occuparono 
e  cacciaronne  i  toscani  ;  e  prima  che  Gallia  si  chiamasse,  quella 
parte  dove  è  Mantova,  fu  chiamata  Venezia,  da  quegli  èneti 
che  seguirono  Antenore  troiano  dopo  il  disfacimento  di  Troia. 
La  cagione  perché  Lombardia  si  chiama,  è  che,  partitisi  certi 
popoli  dell'isola  di  Scandinavia,  la  quale  è  tra  ponente  e  tra- 
montana in  Oceano,  chiamati  dalle  barbe  grandi  e  da'  capegli, 
li  quali  s' intorcevano  davanti  al  viso,  «  longobardi  »,  e  sotto  di- 
versi signori,  e  dopo  lunghissimo  tempo  in  varie  regioni  ve- 
nendo, dimorati,  si  fermarono  in  Ungheria,  e  in  quella  stettero 
nel  torno  di  quarantasei  anni;  poi,  a'  tempi  di  Giustiniano  im- 
peradore,  essendo  patricio  in  Italia  per  lui  un  suo  eunuco,  chia- 
mato Narsete,  e  non  essendo  bene  nella  grazia  di  Sofia,  moglie 
di  Giustiniano,  ed  essendo  da  lei  minacciato  che  richiamare 
il  farebbe  e  metterebbelo  a  filare  colle  femmine  sue,  sdegnato 
rispose  che,  s'ella  sapesse  filare,  al  bisogno  le  sarebbe  venuto, 
percioché  egli  ordirebbe  tal  tela,  ch'ella  non  la  fornirebbe  di 
tessere  in  vita  sua;  e  carichi  molti  somieri  di  diversi  frutti,  con 
una  solenne  ambasciata  gli  mandò  in  Ungheria  ad  Albuino,  il 
quale  allora  era  re  de'  longobardi,  mandandolo  pregando  che 
egli  co'  suoi  popoli  venissero  ad  abitare  quel  paese,  ove  quegli 
frutti  nascevano.  Albuino,  che  già  in  Gallia  era  stato,  ed  era 
amico  di  Narsete,  lasciata  Ungheria  a  certi  popoli  vicini,  li  quali 
si  chiamavano  avari,  in  Gallia  con  tutti  i  suoi  maschi  e  fem- 
mine, piccoli  e  grandi,  ne  venne,  e  con  la  loro  forza,  e  col  con- 
siglio e  aiuto  di  Narsete,  tutto  il  paese  occuparono;  e,  toltogli 
il  nome  antico,  da  sé  lo  dinominarono  Lombardia,  il  qual  nome 
infino  a'  nostri  di  persevera. 

«  Mantovani,  per  patria,  amendui  ».  Mantova  fu  già  notabil 
città;  ma,  percioché  d'essa  si  tratterà  nel  ventesimo  canto  di 
questo  pienamente,   qui  non  curo  di  più  scriverne. 

«  Nacqui  sub  lulio,  ancor  che  fosse  tardi  ».  Qui  dimostra 
Virgilio  chi  egli  fosse  dal  tempo  della  sua  natività.  E*  pare  che 
l'autore  voglia  lui  esser  nato  vicino  al  fine  della  dettatura  di 
Giulio   Cesare,    la   qual   cosa  non   veggo  come  esser   potesse; 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  I39 

percioché  se  al  fine  della  dettatura  di  Giulio  nato  fosse,  ed 
essendo  cinquantadue  anni  vissuto  come  fece,  sarebbe  Cristo 
nato  avanti  la  sua  morte:  dove  Eusebio,  in  libro  De  te?nporiòuSy 
scrive  lui  essere  morto  l'anno  delio  'mperio  d'Ottaviano  Ce- 
sare...(0,  che  fu  avanti  la  natività  di  Cristo  da  quattordici  o  quin- 
dici anni;  e  il  predetto  Eusebio  scrive,  nel  detto  libro,  della  sua 
natività  cosi:  «  Virgilins  Maro  in  vico  Andes,  haud  longe  a  Mantua 
natiis.  Crasso  et  Pompeio  consulibiis-f>\  il  quale  anno  fu  avanti 
che  Giulio  Cesare  occupasse  la  dettatura  (la  qual  tenne  quattro 
anni  e  parte  del  quinto)  bene  venti  anni. 

«  E  vissi  a  Roma  ».  Certa  cosa  è  che  Vergilio,  avendo  lo  in- 
gegno disposto  e  acuto  agli  studi,  primieramente  studiò  a  Cre- 
mona, e  di  quindi  n'andò  a  Milano,  là  dov'egli  studiò  in  medi- 
cina; e,  avendo  lo  'ngegno  pronto  alla  poesia,  e  vedendo  i  poeti 
esser  nel  cospetto  d'Ottaviano  accetti,  se  n'andò  a  Napoli,  e  quivi 
si  crede  sotto  Cornuto  poeta  udisse  alquanto  tempo.  E  quivi  simil- 
mente dimorando,  si  come  egli  medesimo  testimonia  nel  fine  del 
libro,  avendo  prima  composto  la  Buccolica,  e  racquistato  per 
opera  d'Ottaviano  i  campi  paterni,  li  quali  a  Mantova  erano  stati 
conceduti  ad  un  centurione  chiamato  Arrio,  compose  la  Georgica. 
Poi,  si  come  Macrobio  in  libro  Satiirnaliortim  scrive,  mostra 
mentre  che  scrisse  VEneida  sì  stesse  in  villa:  il  dove  non  dice,  ma, 
per  quello  che  delle  sue  ossa  fece  Ottaviano,  si  presume  che  questa 
villa  fosse  propinqua  a  Napoli,  e  prossimana  al  promontorio  di 
Posillipo,  tra  Napoli  e  Pozzuolo.  [E  portò  tanto  amore  a  quella 
città  che,  essendo  solennissimo  astrolago,  vi  fece  certe  cose  nota- 
bili con  l'aiuto  della  strologia;  percioché,  essendo  Napoli  fiera- 
mente infestato  da  continua  moltitudme  di  mosche,  di  zenzare  e  di 
tafani,  egli  vi  fece  una  mosca  di  rame,  sotto  si  fatta  costellazione 
che,  postala  sopra  il  muro  della  città,  verso  quella  parte  onde  le 
mosche  e'  tafani  da  un  padule  indi  vicino,  vi  venivano,  mai,  mentre 
star  fu  lasciata,  in  Napoli  non  entrò  né  mosca  né  tafano.  Fecevi 
similmente  un  cavallo  di  bronzo,  il  quafe  avea  a  far  sano  ogni 


(i)  In  bianco  nei  codd.  [Ed.]. 


I40  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

cavallo  che  avesse  i  dolori,  o  altra  naturale  infermità,  avendo 
tre  volte  menatolo  d'intorno  a  questo.  Fece,  oltre  a  questo,  due 
teste  di  marmo  intagliate,  delle  quali  l'una  piagnea  e  l'altra 
ridea,  e  posele  ad  una  porta,  la  quale  si  chiamava  porta  No- 
lana, l'una  dall'un  lato  della  porta,  e  l'altra  dall'altro;  ed  avevan 
questa  proprietà,  che  chi  veniva  per  alcuna  sua  vicenda  a  Na- 
poli, e  disavvedutamente  entrava  per  quella  porta,  se  egli  pas- 
sava dalla  parte  della  porta  dove  era  posta  quella  che  piagnea, 
mai  non  potea  recare  a  fine  quello  per  che  egli  venuto  v'era, 
e  se  pure  il  recava,  penava  molto,  e  con  gran  noia  e  fatica  il 
faceva;  se  passava  dall'altra  parte,  dove  era  quella  che  rideva, 
di  presente  spacciava  la  bisogna  sua.]  E  però  credo  che  egli 
vivesse  poco  a  Roma,  ma  che  egli  talvolta  vi  usasse,  questo 
è  credibile. 

«  Sotto  il  buono  Augusto  »,  cioè  Ottaviano  Cesare,  il  quale, 
essendo  per  nazione  della  gente  Ottavia,  anticamente  cittadina 
di  Velletri,  d'Ottavio  padre  e  di  Giulia,  sirocchia  di  Giulio  Cesare, 
nacque;  il  quale  poi  Giulio  Cesare  s'adottò  in  figliuolo  e  per 
testamento  gli  lasciò  questo  nome  di  Cesare.  Poi,  avendo  egli 
perseguitati  e  disfatti  tutti  coloro  li  quali  avevano  congiurato 
contro  a  Giulio  Cesare,  e  finite  nella  morte  d'Antonio  e  di  Cleo- 
patra le  guerre  cittadine,  e  molte  nazioni  aggiunte  allo  'mperio 
di  Roma;  ed  essendo  a  Roma  venuti  ambasciadori  indiani  e  di 
Scizia,  genti  ancora  appena  da'  romani  conosciute,  a  domandare 
l'amicizia  e  la  compagnia  sua  e  de'  romani  ;  e,  oltre  a  ciò,  avendo 
i  parti  renduti  i  regni  romani  tolti  a  Crasso  e  ad  Antonio  ;  pa- 
rendo a'  romani  questo  essere  maravigliosa  cosa,  il  vollero, 
secondo  che  alcuni  dicono,  adorare  per  iddio:  la  qual  cosa 
egli  rifiutò  del  tutto.  E  nondimeno,  avendogli  tutto  il  governo 
della  republica  commesso,  e  tenendo  ragionamento  di  doverlo 
cognominare  Romolo,  per  consiglio  di  Numacio  Fianco  senatore 
fu  cognominato  Augusto,  cioè  accrescitore.  Ma,  percioché  in 
molte  parti  di  questo  libro  si  fa  di  lui  menzione,  per  questa 
credo  assai  sia  detto.  Chiamalo  il  «  buon  Augusto  »  l'autore, 
percioché,  quantunque  crudel  giovane  fosse,  nella  età  matura 
diventò  umano  e  benigno  prencipe   e    buono  per  la  republica. 


HI  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  141 

*  Nel  tempo  degl' iddìi  falsi  e  bugiardi  ».  Sono  falsi,  non  veri 
iddii,  ^quia  dii  gentium  daemonia  i>  :  «bugiardi»  gli  chiama, 
percioché  il  demonio,  si  come  e'  medesimo  in  altra  parte  dice, 
è  padre  di  menzogna. 
II]  «  Poeta  fui  ».  Apresi  ancora  qui  Virgilio  per  questo  nome 
di  «poeta»  più  all'autore;  [intorno  al  qual  nome,  chiamato  da 
molti  e  conosciuto  da  pochi,  estimo  sia  alquanto  da  estendersi. 
È  dunque  da  vedere  donde  avesse  la  poesia  e  questo  nome 
origine,  qual  sia  l'uficio  del  poeta,  e  che  onore  sia  retribuito  al 
buon  poeta.  Estimaron  molti,  forse  più  da  invidia  che  da  altro 
sentimento  ammaestrati,  questo  nome  «poeta»  venire  da  un 
verbo  detto  *s.  polo  pois^,  il  quale,  secondo  che  li  grammatici 
vogliono,  vuol  tanto  dire,  quanto  ^  fingo  fiìigis  »:  il  qual  <i.  fìngo  » 
ha  più  significazioni  ;  percioché  egli  sta  per  «  comporre  »,  per 
«ornare  »,  per  «  mentire  »  e  per  altri  significati.  Quegli  adunque 
che  dall 'avvilire  altrui  credon  sé  esaltare,  dissono  e  dicono  che 
dal  detto  verbo  «poto  »  viene  questo  nome  «  poeta  »;  e  percio- 
ché quello  suona  «poh»  che  «Jì?igo»,  lasciati  stare  gli  altri 
significati  di  «  fingo  ^,  e  preso  quel  solo  nel  quale  egli  signi- 
fica «  mentire  »,  conchiudendo,  vogliono  che  «  poeta  »  e  «  men- 
titore »  sieno  una  medesima  cosa;  e  per  questo  sprezzano  e 
avviliscono  e  annullano  in  quanto  possono  i  poeti,  ingegnan- 
dosi, oltre  a  questo,  di  scacciargli  e  di  sterminargli  del  mondo, 
nel  cospetto  del  non  intendente  vulgo  gridando  :  i  poeti  per  au- 
torità di  Platone  dover  esser  cacciati  delle  città.  E,  oltre  a  ciò, 
prendendo  d'una  pistola  di  Geronimo  a  Damaso  papa  De  /ilio 
prodigo  questa  parola:  «  Carmiìia  poèlarum  sunt  cibus  daemo- 
riiofiim*;  quasi  armati  dell'arme  d'Achille,  con  ardita  fronte 
centra  i  poeti  tumultuosamente  insultano  ;  aggiugnendo  a*  loro 
argomenti  le  parole  della  Filosofia  a  Boezio,  dove  dice:  —  «  Quìs 
—  inquit  —  kas  scenicas  merelriculos  ad  hunc  acgrum  permisit 
accedere,  qune  dolores  eius  non  modo  nullis  remediis  foverent, 
vernm  dulcibus  insuper  alerent  vene?iisT  »  —  E,  se  più  alcuna 
cosa  truovano.  similmente,  come  contro  a  nemici  della  repu- 
blica,  contro  ad  essi  l'oppongono.] 

[Ma,  percioché  a  questi  cotali  a  tempo  sarà  risposto,  vengo 


142  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

alla  prima  parte,  cioè  donde  avesse  origine  il  nome  del  «  poeta  ». 
Ad  evidenza  della  qual  cosa  è  da  sapere,  secondo  che  il  mio 
padre  e  maestro  messer  Francesco  Petrarca  scrive  a  Gherardo 
suo  fratello,  monaco  di  Certosa,  gli  antichi  greci,  poiché  per 
l'ordinato  movimento  del  cielo  e  mutamento  appo  noi  de'  tempi 
dell'anno,  e  per  altri  assai  evidenti  argomenti,  ebbero  compreso 
uno  dover  essere  colui  il  quale  con  perpetua  ragione  dà  ordine 
a  queste  cose,  e  quello  essere  Iddio,  e  tra  loro  gli  ebbero  edi- 
ficati templi,  e  ordinati  sacerdoti  e  sacrifici;  estimando  di  ne- 
cessità essere  il  dovere  nelle  oblazioni  di  questi  sacrifici  dire 
alcune  parole,  nelle  quali  le  laudi  degne  a  Dio,  e  ancora  i  lor 
prieghi  a  Dio  si  contenessero;  e  conoscendo  non  esser  degna 
cosa  a  tanta  deità  dir  parole  simili  a  quelle  che  noi,  l'uno  amico 
con  l'altro,  familiarmente  diciamo  o  il  signore  al  servo  suo:  co- 
stituirono che  i  sacerdoti,  li  quali  eletti  e  sommi  uomini  erano, 
queste  parole  trovassero.  Le  quali  questi  sacerdoti  trovarono; 
e,  per  farle  ancora  più  strane  dall'usitato  parlare  degli  uomini, 
artificiosamente  le  composero  in  versi.  E  perché  in  quelle  si 
contenevano  gli  alti  misteri  della  divinità,  accioché  per  troppa 
notizia  non  venissero  in  poco  pregio  appo  il  popolo,  nascosero 
quegli  sotto  fabuloso  velame.  Il  qual  modo  di  parlare  appo  gli 
antichi  greci  fu  appellato  «  poetes  »\  il  qual  vocabolo  suona  in 
latino,  «esquisito  parlare»;  e  da  <(.  poeles  »  venne  il  nome  del 
«  poeta  »,  il  qual  nulla  altra  cosa  suona  che  «  esquisito  parla- 
tore ».  E  quegli,  che  prima  trovarono  appo  i  greci  questo,  furono 
Museo,  Lino  e  Orfeo.  E,  perché  ne'  lor  versi  parlavano  delle  cose 
divine,  furono  appellati  non  solamente  «poeti»,  ma  «teologi»;  e 
per  le  opere  di  costoro  dice  Aristotile  che  i  primi  che  teologiz- 
zarono furono  i  poeti.  E,  se  bene  si  riguarderà  alli  loro  stili,  essi 
non  sono  dal  modo  del  parlare  differenti  da'  profeti,  ne'  quali  leg- 
giamo, sotto  velamento  di  parole  nella  prima  apparenza  fabulose, 
l'opere  ammirabili  della  divina  potenza.  È  vero  che  coloro,  spirati 
dallo  Spirito  santo,  quel  dissero  che  si  legge,  il  quale  credo  tutto 
esser  vero,  si  come  da  verace  dettatore  stato  dettato;  quello,  che 
i  poeti  finsero,  fecero  per  forza  d'ingegno,  e  in  assai  cose  non 
il  vero,  ma  quello  che  essi  secondo  i  loro  errori  estimavan  vero. 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  I43 

sotto  il  velame  delle  favole  ascosero.  Ma  i  poeti  cristiani,  de' 
quali  sono  slati  assai,  non  ascosero  sotto  il  loro  fabuloso  par- 
lare alcuna  cosa  non  vera,  e  massimamente  dove  fing^essero  cose 
spettanti  alla  divinità  e  alla  fede  cristiana:  la  qual  cosa  assai  bene 
si  può  cognoscere  per  la  Buccolica  del  mio  eccellente  maestro 
messer  Francesco  Petrarca,  la  quale  chi  prenderà  e  aprirà, 
non  con  invidia,  ma  con  caritevole  discrezione,  troverà  sotto 
alle  dure  cortecce  salutevoli  e  dolcissimi  ammaestramenti;  e 
similmente  nella  presente  opera,  si  come  io  spero  che  nel  pro- 
cesso apparirà.  E  cosi  si  cognoscerà  i  poeti  non  essere  men- 
titori, come  gl'invidiosi  e  ignoranti  li  fanno.] 

[Appresso  l'uficio  del  poeta  è,  si  come  per  le  cose  sopradette 
assai  chiaro  si  può  comprendere,  questo  nascondere  la  verità 
sotto  favoloso  e  ornato  parlare:  il  che  avere  sempre  fatto  i  va- 
lorosi poeti  si  troverà  da  chi  con  diligenza  ne  cercherà.  Ma  ciò 
che  io  ora  ho  detto,  è  da  intendere  sanamente.  Io  dico  «  la  ve- 
rità »,  secondo  l'oppenione  di  quegli  tali  poeti  ;  percioché  il  poeta 
gentile,  al  quale  ninna  notizia  fu  della  cattolica  fede,  non  potè 
la  verità  di  quella  nascondere  nelle  sue  Azioni,  nascosevi  quelle 
che  la  sua  erronea  religione  estimava  esser  vere  ;  percioché,  se 
altro  che  quello,  che  vero  avesse  istimato,  avesse  nascoso,  non 
sarebbe  stato  buon  poeta.] 

[E,  percioché  i  poeti  furono  estimati  non  solamente  teologi, 
ma  eziandio  esaltatori  dell'opere  de'  valorosi  uomini,  per  li 
quali  li  stati  de' regni,  delle  province  e  delle  città  si  servano; 
e,  oltre  a  ciò,  quegli  ne'  lor  versi  di  fare  eterni  si  sforzarono; 
e  similemente  furono  grandissimi  commendatori  delle  virtù  e 
vituperatori  de' vizi:  estimarono  lor  dovere  estollere  con  quel 
singulare  onore  che  i  principi  triunfanti  per  alcuna  vittoria 
erano  onorati;  cioè  che  dopo  la  vittoria  d'alcuna  loro  lau- 
devole  impresa,  in  comporre  alcun  singular  libro,  essi  fos- 
sero coronati  di  alloro,  a  dimostrare  che,  come  l'alloro  serva 
sempre  la  sua  verdezza,  cosi  sempre  ^ra  da  conservare  la  lor 
fama.  Le  fatiche  de'  quali,  se  molto  laudevoli  non  fossero,  non 
è  credibile  che  il  senato  di  Roma,  al  qual  solo  apparteneva  il 
concedere,  a  cui  degno  ne  reputava,  la  laurea,  avesse  quella  ad 


144  III  -  COMENTO    ALLA     «DIVINA    COMMEDIA» 

un  poeta  conceduta,  ch'egli  concedette  ad  Affricano,  a  Pompeo, 
a  Ottaviano  e  agli  altri  vittoriosi  prencipi  e  solenni  uomini:  la 
qual  cosa  per  avventura  non  considerano  coloro  che  meno  av- 
vedutamente gli  biasimano.  E  se  per  avventura  volesson  dire: 
—  Noi  gli  biasimiamo  perché  furon  gentili,  le  scritture  de'  quali 
sono  da  schifare  si  come  erronee:  —  direi  che  da  tollerar  fosse, 
se  Platone,  Aristotile,  Ipocrate,  Galieno,  Euclide,  Tolomeo  e 
altri  simili  assai,  cosi  gentili  come  i  poeti  furono,  fossero  simi- 
leinente  schifati;  il  che  non  avvenendo,  non  si  può  forse  altro 
dire  se  non  che  singular  malivolenzia  il  faccia  fare.] 

[Ma  da  rispondere  è  alle  obbiezioni  di  questi  valenti  uomini 
fatte  contro  a'  poeti.] 

[Dicono  adunque,  aiutati  dall'autorità  di  Platone,  che  i  poeti 
sono  da  esser  cacciati  delle  città,  quasi  corrompitori  de'  buoni 
costumi.  La  qual  cosa  negare  non  si  può  che  Plato  nel  libro 
della  sua  Republica  non  lo  scriva  ;  ma  le  sue  parole  non  bene 
intese  da  questi  cotali  fanno  loro  queste  cose  senza  sentimento 
dire.  Fu  ne'  tempi  di  Platone,  e  avanti,  e  poi  perseverò  lunga- 
mente, ed  eziandio  in  Roma,  una  spezie  di  poeti  comici,  li  quali, 
per  acquistare  ricchezze  e  il  favore  del  popolo,  componevan  lor 
commedie,  nelle  quali  fìngevano  certi  adultèri  e  altrje  disoneste 
cose,  state  perpetrate  dagli  uomini,  li  quali  la  stoltizia  di  quella 
età  aveva  mescolati  nel  numero  degl'iddii;  e  queste  cotal  com- 
medie poi  recitavano  nella  scena,  cioè  in  una  piccola  casetta, 
la  quale  era  constituita  nel  mezzo  del  teatro,  stando  dintorno 
alla  detta  scena  tutto  il  popolo,  e  gli  uomini  e  le  femmine,  della 
città  ad  udire.  E  non  gli  traeva  tanto  il  diletto  e  il  disiderio 
di  udire,  quanto  di  vedere  i  giuochi  che  dalla  recitazione  del 
commedo  procedevano;  i  quali  erano  in  questa  forma:  che  una 
spezie  di  buffoni,  chiamali  «mimi»,  l'uficio  de'  quali  è  sapere  con- 
traffare gli  atti  degli  uomini,  uscivano  di  quella  scena,  inlormati 
dal  commedo  in  quegli  abiti  ch'erano  convenienti  a  quelle  per- 
sone, gli  atti  delle  quali  dovevano  contraffare,  e  questi  cotali 
atti,  onesti  o  disonesti  che  fossero,  secondo  che  il  commedo  di- 
ceva, facevano.  E,  percioché  spesso  vi  si  facevano  intorno 
agli   adultèri,   che  i  commedi  recitavano,   di  disoneste  cose,  si 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I45 

movevano  gli  appetiti  degli  uomini  e  delle  femmine,  riguardanti, 
a  simili  cose  disiderare  e  adoperare;  di  che  i  buon  costumi  e 
le  menti  sane  si  corrompevano,  e  ad  ogni  disonestà  discorre- 
vano. Perciò,  accioché  questo  cessasse,  Platone,  considerando, 
se  la  republica  non  fosse  onesta,  non  poter  consistere,  scrisse, 
e  meritamente,  questi  cotali  dovere  essere  cacciati  delle  città. 
Non  adunque  disse  d'ogni  poeta.  Chi  fia  di  si  folle  sentimento, 
che  creda  che  Platone  volesse  che  Omero  fosse  cacciato  della 
città,  il  quale  è  dalle  leggi  chiamato  «  padre  d'ogni  virtù  »?  chi 
Solone,  che  nello  estremo  de'  suoi  di,  ogni  altro  studio  lasciato, 
ferventissimamente  studiava  in  poesia?  Le  leggi  del  qual  Solone, 
non  solamente  lo  scapestrato  vivere  degli  ateniesi  regolarono, 
ma  ancora  composero  i  costumi  de'  romani,  già  cominciati  a 
divenire  grandi.  Chi  crederà  ch'egli  avesse  cacciato  Virgilio, 
chi  Orazio  o  Giovenale,  acerrimi  riprenditori  de'  vizi?  chi  cre- 
derà ch'egli  avesse  cacciato  il  venerabile  mio  maestro  messer 
Francesco  Petrarca,  la  cui  vita  e  i  cui  costumi  sono  manifestis- 
simo esemplo  d'onestà?  chi  il  nostro  autore,  la  cui  dottrina  si 
può  dire  evangelica?  E  se  egli  questi  cosi  fatti  poeti  cacciasse, 
cui  riceverà  egli  poi  per  cittadino?  Sardanapalo,  Tolomeo  Ever- 
gete, Lucio  Catenina,  Neron  cesare?  Ma  in  verità  questa  ob- 
biezione potevano  essi  o  potrebbono  agevolmente  tacere.  Non 
è  egli  si  gran  calca  fatta  da'  poeti  onesti  d'abitare  nelle  città: 
Omero  abitò  il  più  per  li  luoghi  solitari  d'Arcadia;  Virgilio, 
come  detto  è,  in  villa;  messer  Francesco  Petrarca  a  Valchiusa, 
luogo  separato  d'ogni  usanza  d'uomini;  e,  se  investigando  si 
verrà,   questo  medesimo  si  troverà  di  molti  altri.] 

[Dicono  oltre  a  questo,  le  parole  scritte  da  san  Girolamo: 
M.  Daemonum  cibus  sunt  carmina poètarum» .  Le  quali  parole  senza 
alcun  dubbio  son  vere.  Ma  chi  avesse  in  questa  medesima  pistola 
letto,  avrebbe  potuto  vedere  di  quali  versi  san  Girolamo  avesse  in- 
teso; e  massimamente  nella  figura,  la  qual  pone,  d'una  femmina 
non  giudea,  ma  prigione  de' giudei,  lagnai  dice  che,  avendo 
raso  il  capo,  e  posti  giù  i  vestimenti  suoi,  e  toltesi  l'unghie  e  i 
peli,  potersi  ad  uno  ismaelita  per  via  di  matrimonio  congiugnere: 
forse  con  minor  fervore,  avendo  la  figura  intesa,  avrebbero  quelle 

G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi  - 1.  io 


146  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

parole  contro  a'  poeti  allegate.  E,  accioché  questo  più  aperta- 
mente s'intenda,  non  vuole  altro  la  figura  posta  da  san  Girolamo, 
se  non,  per  quegli  atti  che  la  scrittura  di  Dio  dice  dover  fare, 
se  non,  una  purgazione  del  {)aganesimo  o  d'altra  setta  fatta,  po- 
tere qualunque  femmina  nel  matrimonio  venir  de'  giudei:  e  cosi, 
purgate  certe  inconvenienze  del  numero  de'  poeti,  restare  i  versi 
de'  poeti  non  come  cibo  di  dimonio,  ma  come  angelico  potersi 
da'  fedeli  cristiani  usare.  E  questa  purgazione  per  la  grazia  di 
Dio  si  può  dir  fatta,  poi  che  Costantino  imperadore,  battezzato 
da  san  Silvestro,  diede  luogo  al  lume  della  verità;  percioché  per 
la  santità  e  sollecitudine  dei  papi  e  degli  altri  ecclesiastici  pa- 
stori, scacciando  i  sopradetti  comici  e  ogni  disonesto  libro  ar- 
dendo, par  questa  poesia  antica  purgata,  e  potersi,  ne' libri  auto- 
revoli e  laudevoli  rimasi,   congiugnere  con  ogni  cristiano.] 

[Non  dico  perciò  (che  è  quello,  a  che  san  Girolamo  nella 
predetta  pistola  attende  molto)  che  il  prete  o  il  monaco,  o  qual 
altro  religioso  voglian  dire,  al  divino  oficio  obbligato,  debba  il 
breviario  posporre  a  Virgilio  ;  ma,  avendo  con  divozione  e  con 
lagrime  il  divino  oficio  detto,  non  è  peccare  in  Spirito  santo 
il  vedere  gli  onesti  versi  di  qualunque  poeta.  E,  se  questi  cotali 
non  fossero  più  religiosi  o  più  dilicati,  che  stati  sieno  i  santi 
dottori,  essi  ritroverebbero  questo  cibo,  il  quale  dicono  de'  de- 
mòni, non  solamente  non  essere  stato  gittate  via  o  messo  nel 
fuoco,  come  alcuni  per  avventura  vorrcbbono,  ma  essere  stato 
con  diligenzia  servato,  trattato  e  gustato  da  Fulgenzio,  dottore 
e  pontefice  cattolico,  si  come  appare  in  quello  libro,  il  quale 
esso  appella  delle  Mitologiae,  da  lui  con  elegantissimo  stilo 
scritto,  esponendo  le  favole  de'  poeti.  E  similmente  trovereb- 
bono  sant'Agostino,  nobilissimo  dottore,  non  avere  avuto  in  odio 
la  poesia,  né  i  versi  de'  poeti,  ma  con  solerte  vigilanza  quegli 
avere  studiati  e  intesi  :  il  che  se  negare  alcun  volesse,  non  puote  ; 
conciosiacosaché  spessissime  volte  questo  santo  uomo  ne'  suoi 
volumi  induca  Virgilio  e  gli  altri  poeti;  né  quasi  mai  nomina 
Virgilio  senza  alcun  titolo  di  laude.] 

[Similmente  e  Geronimo,  dottore  esimio  e  santissimo  uomo, 
maravigliosamente    ammaestrato    in  tre   linguaggi,   il   quale  gli 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I47 

io^noranti  si  sforzano  di  tirare  in  testimonio  di  ciò  che  essi  non 
intendono,  con  tanta  diligenzia  i  versi  de'  poeti  studiò  e  servò 
nella  memoria,  che  quasi  paia  nulla  nelle  sue  opere  non  avere 
senza  la  testimonianza  loro  fermata.  E,  se  essi  non  credono  que- 
sto, vejjgano,  tra  gli  altri  suoi  libri,  il  prologo  del  libro  il  quale 
egli  chiama  Hebì-aicarum  quaestionum,  e  considerino  se  quello  è 
tutto  terenziano.  Veggano  se  esso  spessissime  volte,  quasi  suoi 
assertori,  induce  Virgilio  e  Orazio;  e  non  solamente  questi,  ma 
Persio  e  gli  altri  minori  poeti.  Leggano,  oltre  a  questo,  quella 
facundissima  epistola  da  lui  scritta  a  sant'Agostino,  e  cerchino 
se  in  essa  l'ammaestrato  uomo  pone  i  poeti  nel  numero  de' 
chiarissimi  uomini,   li  quali  essi  si  sforzano  di   confondere.] 

[Appresso,  se  essi  noi  sanno,  leggano  negli  y^tfi  degli  apostoli 
e  troveranno  se  Paolo,  vaso  d'elezione,  studiò  i  versi  poetici, 
e  quegli  conobbe  e  seppe.  Essi  troveranno  lui  non  avere  avuto 
in  fastidio,  disputando  nello  areopago  contro  la  ostinazione  degli 
ateniesi,  d'usare  la  testimonianza  de'  poeti  ;  e  in  altra  parte  avere 
usato  il  testimonio  di  Menandro  comico  poeta,  quando  disse: 
«  Corrunipunt  mores  bonos  colloquia  mala  ».  E  similmente,  se  io 
bene  mi  ricordo,  egli  allega  un  verso  di  Epimenide  poeta,  il 
quale  attissimamente  si  potrebbe  dire  contro  a  questi  sprezzatori 
de'  poeti,  quando  dice:  «  Cretenses  seìnper  mendaccs,  inaine  bestiae, 
ventres  pigri-».  E  cosi  colui,  il  quale  fu  rapito  insino  ai  terzo  cielo, 
non  estimò  quello,  che  questi  più  santi  di  lui  vogliono,  cioè  esser 
peccato  o  abbominevole  cosa  aver  letti  e  apparati  i  versi  de' 
poeti.  Oltre  a  tutto  questo,  cerchino  quello  che  scrisse  Dionisio 
areopagita,  discepolo  di  Paolo  e  glorioso  martire  di  Gesù  Cristo, 
nel  libro  il  quale  compose  Della  celeste  gerarchia.  Esso  dice 
e  proseguita  e  pruova  la  divina  teologia  usare  le  poetiche  fizioni, 
dicendo  intra  l'altre  cose  cosi:  <l  Etenim  valde  artificialiter  theo- 
logia  poelicis  sacris  foìviationibus,  i?i  7w?i  figuralis  intellectibus 
usa  est,  nostrani,  ut  dicturn  est,  animam  releva^is,  et  ipsi  propria 
et  coniecturali  reductione  providens,  et  ad  ipsum  reformans  ana- 
gogicas  satictas  Scripturas  »;  ed  altre  cose  ancora  assai,  le  quali 
a  questa  somma  seguitano.  E  ultimamente,  accioché  io  lasci 
star  gli  altri,   li  quali  io  potrei  inducere  incontro  a  questi  nemici 


148  III  -  comp:nto  alla  «divina  commedia» 

del  poetico  nome,  non  esso  medesimo  Gesù  Cristo,  nostro  sal- 
vadore  e  sigfnore,  nella  evangelica  dottrina  parlò  molte  cose 
in  parabole,  le  quali  son  conformi  in  parte  allo  stilo  comico? 
Non  esso  medesimo  incontro  a  Paolo,  abbattuto  dalla  sua  po- 
tenza in  terra,  usò  il  verso  di  Terenzio,  cioè:  «  Duinm  est  tibì 
cantra  stimulum  calcitrai  e  »f  Ma  sia  di  lungi  da  me  che  io  creda 
Cristo  queste  parole,  quantunque  molto  davanti  fosse,  da  Te- 
renzio prendesse.  Assai  mi  basta  a  confermare  la  mia  intenzione, 
il  nostro  Signore  aver  voluto  alcuna  volta  usare  la  parofa  e  la 
sentenzia  prolata  già  per  la  bocca  di  Terenzio,  accioché  egli 
appaia  che  del  tutto  i  versi  de'  poeti  non  sono  cibo  del  diavolo. 
Che  adunque  diranno  questi  li  quali  cosi  presuntuosamente  s' in- 
gegnano di  scalpitare  il  nome  poetico?  Certo,  al  giudicio  mio, 
e'  non  gli  possono  giustamente  dannare,  se  non  che  co'  versi 
poetici  non  si  guadagnan  danari,  che  credo  sia  quello  che  in 
tanta  abbominazione  gli  ha  loro  messi  nel  petto,  perché  a'  loro 
desidèri  non  sono  conformi.] 

[Resta  a  spezzare  l'ultima  parte  delle  loro  armi,  le  quali  in 
gran  parte  deono  esser  rotte,  se  a  quel  si  riguarda  che  alla  sen- 
tenza di  Platone  fu  risposto  di  sopra.  Essi  vogliono  che  la  filo- 
sofia abbia  cacciate  le  muse  poetiche  da  Boezio,  si  come  fem- 
mine meretrici  e  disoneste,  e  i  conforti  delle  quali  conducono 
chi  l'ascolta,  non  a  sanità  di  mente,  ma  a  morte.  Ma  quel  testo, 
male  inteso,  fa  errare  chi  reca  quel  testo  in  argomento  contro 
a'  poeti.  Egli  è  senza  alcun  dubbio  vero  la  filosofia  esser  vene- 
rabile maestra  di  tutte  le  scienze  e  di  ciascuna  onesta  cosa;  e 
in  quello  luogo,  dove  Boezio  giaceva  della  mente  infermo,  tur- 
bato e  commosso  dello  esilio  a  gran  torto  ricevuto,  egli,  si  come 
impaziente,  avendo  per  quello  cacciata  da  sé  ogni  conoscenza 
del  vero,  non  attendeva  colla  considerazione  a  trovare  i  rimedi 
opportuni  a  dover  cacciar  via  le  noie  che  danno  gl'infortuni 
della  presente  vita;  anzi  cercava  di  comporre  cose,  le  quali  non 
liberasson  lui,  ma  il  mostrassero  afflitto  molto,  e  per  conseguente 
mettessero  compassion  di  lui  in  altrui.  E  questa  gli  pareva  si 
soave  operazione  che  (senza  guardare  che  egli  in  ciò  faceva  in- 
giuria alla  filosofica   verità,   la  cui   opera   è   di  sanare,  non  di 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I49 

lusingare  il  passionato),  che  esso,  con  la  dolcezza  delle  lusinghe 
del  potersi  dolere,  insino  alla  sua  estrema  confusione  avrebbe 
in  tale  impresa  proceduto;  e,  peroché  questo  è  esercizio  de' 
comici  di  sopra  detti  (a  fine  di  guadagnare),  di  lusingare  e  di 
compiacere  alle  inferme  menti,  chiama  la  Filosofia  queste  muse 
«meretriculae  scenicaef^,  non  perché  ella  creda  le  muse  esser 
meretrici,  ma  per  vituperare  con  questo  vocabolo  l'ingegno  del- 
l'artefice che  nelle  disoneste  cose  le  induce.  Assai  è  manifesto 
non  esser  difetto  del  martello  fabbrile,  se  il  fabbro  fa  più  tosto 
con  esso  un  coltello,  col  quale  s'uccidono  gli  uomini,  che  un 
bómere,  col  quale  si  fende  la  terra,  e  rendesi  abile  a  ricevere 
il  seme  del  frutto,  del  quale  noi  poscia  ci  nutrichiamo.  E  che 
le  Muse  sieno  qui  istrumento  adoperante  secondo  il  giudicio 
dell'artefice,  e  non  secondo  il  loro,  ottimamente  il  dimostra  la 
Filosofia,  dicendo  in  quel  medesimo  luogo  che  è  disopra  mo- 
strato, quando  dice:  —  Partitevi  di  qui.  Serene  dolci  infino  alla 
morte,  e  lasciate  questo  infermo  curare  alle  mie  muse,  cioè 
alla  onestà  e  alla  integrità  del  mio  stilo,  nel  quale  mediante 
le  mie  muse  io  gli  mostrerò  la  verità,  la  quale  egli  al  presente 
non  conosce,  si  come  uomo  passionato  e  afflitto.  —  Nelle  quali 
parole  si  può  comprendere  non  essere  altre  muse,  quelle  della 
filosofia,  che  quelle  de'  comici  disonesti  e  degli  elegiaci  passio- 
nati, ma  essere  d'altra  qualità  l'artefice,  il  quale  questo  istru- 
mento dee  adoperare.  Non  adunque  nel  disonesto  appetito  di 
queste  muse,  le  quali  chiama  la  Filosofia  «  meretricule  »,  sono 
vituperate  le  muse,  ma  coloro  che  in  disonesto  esercizio  l'ado- 
perano.] 

[Restavano  sopra  la  presente  materia  a  dir  cose  assai,  ma 
percioché  in  altra  parte  più  distesamente  di  questo  abbiamo 
scritto,  basti  questo  averne  detto  al  presente,  e  alla  nostra  im- 
presa ne  ritorniamo.  Fu  adunque  Virgilio,  poeta,  e  non  fu  po- 
polar poeta,  ma  solennissimo,  e  le  |ue  opere  e  la  sua  fama 
chiaro  il  dimostrano  agl'intendenti.] 
[Lez.  IV]  «E  cantai».  Usa  Virgilio  questo  vocabolo  in  luogo  di 
«composi  [versi»;  e  la  ragione  in  parte  si  dimostrò,  dove  di  sopra 
si  disse  perché  «  cantiche  »  si  chiamano  l'opere  de*  poeti  ;  alla 


I50  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

quale  si  puote  aggiugnere  una  usanza  antica  de'  greci,  dalla 
qual  credo  non  meno  esser  mossa  la  ragione  perché  «  can- 
tare »  si  dicono  i  versi  poetici,  che  da  quella  che  già  è  detta. 
E  l'usanza  era  questa:  eh* e'  nobili  giovani  greci  si  reputavano 
quasi  vergogna  il  non  saper  cantare  e  sonare,  e  questi  loro 
canti  e  suoni  usavano  molto  ne'  lor  conviti.  E  non  erano  li 
lor  canti  di  cose  vane,  come  il  più  delle  canzoni  odierne  sono, 
anzi  erano  versi  poetici,  ne'  quali  d'altissime  materie  o  di  laude- 
voli  operazioni  da  valenti  uomini  adoperate,  si  come  noi  possiam 
vedere  nella  fine  del  primo  deWEnetda  di  Virgilio,  dove, 
dopo  la  notabile  cena  di  Didone  fatta  ad  Enea,  lopa,  sonando 
la  cetera,  canta  gli  errori  del  sole  e  della  luna,  e  la  prima 
generazione  degli  uomini  e  degli  altri  animali,  e  donde  fosse 
l'origine  delle  piove  e  del  fuoco,  e  altre  simili  cose:  dal  quale 
atto  potè  nascere  il  dirsi  che  i  poetici  versi  si  cantino.  E  per  con- 
seguente Virgilio,  dell'opere  da  sé  composte  dice  «  cantai  ».  Il 
qual  non  solamente  compuose  VEneida,  ma  molti  altri  libri,  si 
come,  secondoché  Servio  scrive,  V  Os Urina,  VEthna,  il  Ciilice, 
la  Priapea,  il  Cathalecthon,  le  Z>/r<?,  gli  Epigramìnati,  la  Copa, 
il  Moreto  e  altri;  ma  sopra  tutti  fu  V E?ieida,  la  quale  in  laude 
d'Ottaviano  compuose.  Poi,  partendosi  da  Napoli,  e  andandone 
ad  Atene  ad  udir  filosofia,  non  avendo  corretto  il  detto  Eneida, 
quello  lasciò  a  due  suoi  amici  valenti  poeti,  cioè  a  Tucca  e  a 
Varrone,  con  questo  patto  che,  se  avvenisse  che  egli  avanti 
la  tornata  sua  morisse,  che  essi  il  dovessero  ardere;  perche, 
essendo  a  Brandizio  morto,  senza  potere  esser  pervenuto  ad 
Atene,  e  Tucca  e  Varrone  sappiendo  questo  libro  in  laude 
di  Ottaviano  essere  stato  composto,  e  che  esso  il  sapeva,  temet- 
tero  d'arderlo  senza  coscienza  d'Ottaviano;  e  perciò,  raccontata 
a  lui  la  intenzion  di  Virgilio,  ebbero  in  comandamento  di  non 
doverlo  ardere  per  alcuna  cagione,  ma  il  correggessero,  con 
questo  patto,  che  essi  alcuna  cosa  non  v'aggiugnessero,  e,  se  vi 
trovasser  cosa  da  doverne  sottrarre,  potessero.  Il  che  essi  con 
fede  fecero.  Poi  Ottaviano,  fatte  recare  le  sue  ossa  da  Brandizio 
a  Napoli,  vicino  al  luogo  dove  gli  era  dilettato  di  vivere,  il  fece 
seppellire,  cioè  infra  'I  secondo  miglio  da  Napoli,  lungo  la  via 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA   COMMEDIA»  151 

che  si  chiamava  Puteolana,  accioché  esso  quivi  giacesse  morto, 
dove  gli  era  dilettato  di  vivere.] 

«Di  quel  giusto  Figliuol  d'Anchise»,  cioè  d'Enea,  del 
quale  Virgilio  nel  primo  dcìVEneida  fa  ad  Ilioneo  dire  alla 
reina  Dido  queste  parole: 

^^^  erai  Aeneas  nobis,  quo  iustior  alter 
nec  pietate  fuit,  nec  bello  màior  et  armis, 

nelle  quali  testimonia  Enea  essere  stato  giustissimo.  Anchise 
fu  della  schiatta  de'  re  di  Troia,  figliuolo  di  Capis,  figliuolo  di 
Assaraco,  figliuolo  di  Troio,  e  fu  padre  d'Enea,  come  qui  si 
dice,  «che  venne  da  Troia».  Troia  è  una  provincia  nella 
minore  Asia,  vicina  d'Ellesponto,  alla  quale  è  di  ver'  ponente 
il  mare  Egeo,  dal  mezzodì  Meonia,  da  levante  Frigia  maggiore, 
da  tramontana  Bitinia,  cosi  dinominata  da  Troio,  re  di  quella, 
«  Poi  che  il  superbo  Ilión  fu  combusto  ».  Ilione  fu  una  città 
di  Troia,  cosi  nominata  da  Ilio,  re  di  Troia,  e  fu  la  città  reale, 
e  quella,  secondo  che  Pomponio  Mela  scrive  nel  primo  della 
sua  Co syno grafia,  che  fu  da'  greci  assediata,  e  ultimamente 
presa  e  arsa  e  disfatta.  Chiamalo  «  superbo  »  dall'altezza  dello 
stato  del  re  Priamo  e  de'  suoi  predecessori. 

E  poi  che  manifestato  s'è,  egli  fa  una  breve  domanda  al- 
l'autore, dicendo:  —  «Ma  tu  perché  ritorni  a  tanta  noia?»  quanta 
è  a  essere  nella  selva,  della  quale  partito  ti  se';  —  e  quinci  segue 
e  fanne  un'altra:  —  «  Perché  non  sali  al  dilettoso  monte,  Ch'è 
principio  e  cagion  di  tutta  gioia?».  — 

Espedite  queste  parole  di  Virgilio,  segue  la  terza  parte  di 
questa  seconda,  nella  qual  dissi  che  con  ammirazion  l'autore 
rispondeva,  e,  col  commendar  Virgilio,  s'ingegnava  d'accattare 
la  sua  benivolenza.  E,  rispondendo  alla  dimanda  di  lui,  gh 
mostra  quello  per  che  al  monte  non  sale,  e  il  suo  aiuto  addi- 
manda,  e  dice:  —  «Or  se'  tu  quel  Virgilio  e  quella  fonte.  Che 
spande  di  parlar  si  largo  fiume?  ».  —Commendalo  qui  l'autore 
dell'amplitudine  della  sua  facundia,  quella  facendo  simigliante 
ad  un  fiume.  «Rispos'io  lui  con  vergognosa  fronte».  Vergo- 
gnossi  l'autore  d'essere  da  tanto  uomo  veduto  in  si  miserabile 


152  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

luogo,  e  dice  «con  vergognosa  fronte»,  percioché  in  quella 
parte  del  viso  prima  appariscano  i  segni  del  nostro  vergognarci  ; 
comeché  qui  si  può  prendere  il  tutto  per  la  parte,  cioè  tutto 
il  viso  per  la  fronte.  —  «  O  clegli  altri  poeti  »  latini  «  onore  », 
percioché  per  Virgilio  è  tutto  il  nome  poetico  onorato,  «  e 
lume».  Sono  state  l'opere  di  Virgilio  a' poeti,  che  appresso 
di  lui  sono  stati,  un  esemplo,  il  quale  ha  dirizzate  le  loro 
invenzioni  a  laudevole  fine,  come  la  luce  dirizza  i  passi  nostri 
in  quella  parte  dove  d'andare  intendiamo.  «  Vagliami  il  lungo 
studio  e  il  grande  amore».  Poi  che  l'autore  ha  poste  le  laude 
di  Virgilio,  accioché  per  quelle  il  muova  al  suo  bisogno,  ora 
il  priega  per  li  meriti  di  se  medesimo,  per  li  quali  estima  Vir- 
gilio si  come  obbligatogli  il  debba  aiutare,  e  dice:  «Vagliami», 
a  questo  bisogno,  «il  lungo  studio».  Vuol  mostrare  d'avere 
l'opera  di  Virgilio  studiata,  non  discorrendo,  ma  con  diligenza. 
«  E  *1  grande  amore».  E  per  questo  intende  mostrare  un  atto 
caritativo,  che  fatto  gli  ha  studiare  il  libro  di  Virgilio,  e  non, 
come  molti  fanno,  averlo  studiato  per  trovarvi  che  potere  mordere 
e  biasimare.  «  Che  m'ha  fatto  cercare  il  tuo  volume  »,  Y Eìieida. 

«  Tu  se'  lo  mio  maestro  ».  Qui  con  reverirlo  vuol  muover 
Virgilio  chiamandolo  «maestro»,  «e'I  mio  autore».  In  altra 
parte  si  legge  «signore»,  e  credo  che  stia  altresì  bene;  percioché 
qui,  umiliandosi,  vuol  pretendere  il  signore  dovere  ne'  bisogni 
il  suo  servidore  aiutare.  «Tu  se' solo  colui  da  cui  io  tolsi», 
cioè  presi,  «  il  bello  stilo  »,  del  trattato,  e  massimamente  dello 
'Nferno,  «  che  m'ha  fatto  onore  »,  cioè  farà.  E  pon  qui  il  pre- 
terito per  lo  futuro,  facendo  solecismo. 

«  Vedi  la  bestia  »,  e  mostragli  la  lupa,  della  quale  di  sopra 
è  detto,  «per  cui  io  mi  volsi»,  dal  salire  al  dilettoso  monte. 
E  qui  gli  risponde  all'interrogazion  fatta;  appresso  il  priega 
dicendo:  «Aiutami  da  lei,  famoso  saggio»;  nelle  quali  parole 
vuol  mostrare  colui  veramente  esser  saggio,  il  quale  non  so- 
lamente è  saggio  nel  suo  segreto,  ma  eziandio  nel  giudici© 
degli  altri  per  lo  quale  esso  diventa  famoso.  «  Ch'ella  mi  fa 
tremar  le  vene  e  i  polsi  ».  Triemano  le  vene  e'  polsi  quando 
dal  sangue  abbandonate  sono,   il  che  avviene  quando  il  cuore 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  153 

ha  paura;  percioclié  allora  tutto  il  sangue  si  ritrae  a  lui  ad 
aiutarlo  e  riscaldarlo,  e  il  rimanente  di  tutto  l'altro  corpo  ri- 
mane vacuo  di  sangue,   e  freddo  e  palido. 

—  «  A  te  convien  tenere  altro  viaggio  ».  In  questa  quarta 
particella  fa  l'autore  due  cose:  prima  dichiara  ciò  che  Virgilio 
dice  della  natura  di  quella  lupa,  e  il  suo  futuro  disfacimento; 
appresso  gli  dimostra  Virgilio  quel  cammino  che  gli  par  da 
tenere,  accioché  egli  possa  di  quello  luogo  pericoloso  uscire. 
La  seconda  quivi:  «Ond'io  per  lo  tuo  me'».  Dice  dunque: 
—  «  A  te  convien  tenere  altro  viaggio  »,  che  quello  il  quale  di 
tenere  ti  sforzi,  —  «  rispose  »  Virgilio,  «  poi  che  lagrimar  mi 
vide,  —  Se  vuoi  campar  »,  senza  morte  uscire,  «  d'esto  loco  sel- 
vaggio »,  come  di  sopra  è  dimostrato.  E,  seguendo,  Virgilio  gii 
dice  la  cagione  perché  a  lui  convien  tenere  altro  cammino,  di- 
cendo: «  Che  quella  bestia»,  cioè  quella  lupa,  «  per  la  qual  tu 
gride  »,  domandando  misericordia,  «  Non  lascia  altrui  passar  per 
la  sua  via  »,  non  della  lupa,  ma  di  colui  che  andar  vuole;  «  Ma 
tanto  lo  'mpedisce  »,  ora  in  una  maniera  e  ora  in  un'altra,  «  che 
l'uccide.  Ed  ha»,  questa  lupa,  «natura  si  malvagia  e  ria,  Che 
mai  non  empie  la  bramosa  voglia  »  del  divorare,  «  Ma  dopo 
il  pasto  ha  più  fame  che  pria  ».  Vuole  Virgilio  per  queste  parole 
rimuovere  un  pensier  vano,  il  quale  potrebbe  cadere  nell'au- 
tore, dicendo:  —  Quantunque  questa  bestia  sia  bramosa  e  abbia 
la  fame  grande,  egli  potrà  avvenire  che  ella  prenderà  alcuno 
animale  e  pascerassi,  e,  pasciuta,  mi  lascerà  andare  dove  io 
disidero;  —  il  qual  avviso  si  rimuove  per  quelle  parole:  «  E  dopo 
il  pasto  ha  più  fame  che  pria». 

«Molti  son  gli  animali  a  cui  s'ammoglia»,  cioè  co' quali 
si  congiugne.  Questo  è  fuori  dell'uso  della  natura  di  qualun- 
que animale,  congiugnersi  con  molti  animali  di  diverse  spezie  ; 
ma  con  alcuno  assai  bestie  il  fanno,  si  come  il  cavallo  coll'asino, 
la  leonessa  col  leopardo  e  la  lupa  cc^  cane.  E  questo  non  è 
da  dubitare  che  l'autore  non  sapesse;  per  che,  avendol  posto, 
assai  bene  possiam  comprendere  l'autore  volere  altro  sentire 
che  quello  che  semplicemente  suona  la  lettera,  e  cosi  in  ciò  che 
seguita  del  rimetdmento  di  questa  lupa  in  inferno  :  la  sposizione 


154  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

delle  quali  cose  a  suo  tempo  riserberemo.  «  E  più  saranno 
ancora»,  che  stati  non  sono,  «  infin  che  'I  veltro  Verrà».  È 
il  veltro  una  spezie  di  cani,  maravigliosamente  nimica  de'  lupi, 
de'  quali  veltri  dice,  come  appare,  doverne  venire  uno,  «  che 
la  farà  morir  con  doglia  ». 

«  Questi  »,  cioè  questo  veltro,  «  non  ciberà  »,  cioè  man- 
gerà, «  terra  né  peltro  ».  Peltro  è  una  spezie  vile  di  metallo 
composta  d'altri.  «Ma  sapienza,  amore  e  virtute».  Questi  non 
sogliono  essere  cibi  de' cani;  e  perciò  assai  chiaro  appare  lui 
intendere  altro  che  non  par  che  dica  la  lettera.  «  E  sua  nazion 
sarà  tra  feltro  e  feltro  ».  È  il  feltro  vilissima  spezie  di  panno, 
come  ciascun  sa  manifestamente. 

«  Di  quella  umile  ».  Usa  qui  l'autore  un  tropo,  il  quale  si 
chiama  «  ironia»,  per  vocabolo  contrario  mostrando  quello  che 
egli  intende  di  dimostrare;  cioè  per  «umile»,  «superba»,  si  come 
noi  tutto  '1  di  usiamo,  dicendo  d'un  pessimo  uomo:  —  Or  questi 
è  il  buono  uomo;  — d'un  traditore:  — Questi  è  il  leale  uo- 
mo; —  e  simili  cose.  Dice  adunque:  «  Di  quella  umile  »,  cioè  su- 
perba, «  Italia  fia  salute  ».  È  Italia  una  gran  provincia,  nominata 
da  Italo,  figliuolo  di  Corito  re  e  fratello  di  Dardano  (del  quale 
più  distesamente  diremo  appresso  nel  quarto  canto),  terminata 
dall'Alpi  e  dal  mare  Tirreno  e  dall'Adriano,  contenente  in  sé 
molte  province;  e  perciò,  a  voler  dimostrare  di  qual  parte  di 
questa  Italia  dice,  soggiugne:  «  Per  cui  mori»,  cioè  fu  uccisa, 
«  la  vergine  Camilla  ». 

Fu  questa  Camilla,  secondo  che  Virgilio  scrive  nell'undice- 
simo deir^;^^z^<^,  figliuola  di  Metabo,  re  di  Pri verno,  e  di  Ca- 
smilla,  sua  moglie.  E,  percioché  nel  partorire  questa  fanciulla 
mori  la  madre,  piacque  al  padre  di  levare  una  lettera  sola, 
cioè  quella  «  s  »,  che  era  nel  nome  di  Casniilla,  sua  moglie, 
e  nominare  la  figliuola  Camilla.  La  quale  essendo  ancora  pic- 
colissima, avvenne,  per  certe  divisioni  de'  privernati,  Metabo 
re  a  furore  fu  cacciato  di  Priverno.  Il  quale,  non  avendo  spazio 
di  potere  alcun  altra  cosa  prendere,  prese  questa  piccola  sua 
figliuola  e  una  lancia,  e  con  essa,  essendo  dai  privernati  se- 
guito, si  mise  in  fuga;  e,  pervegnendo  a  un  fiume,  il  quale  si 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  I55 

chiamava  Amaseno,  e  trovandol  per  una  grandissima  piova 
cresciuto  molto,  e  sé  veggendo  convenirgli  lasciar  la  fanciulla, 
se  notando  il  volea  trapassare,  subitamente  prese  consiglio 
d'involgere  questa  fanciulla  in  un  suvero  e  legarla  alla  sua 
lancia,  e  quella  lanciare  di  là  dal  fiume  e  poi  esso  notando 
passarlo.  Per  che,  legatola  e  dovendola  gittare  oltre,  umilemente 
la  raccomandò  a  Diana,  a  lei  botandola,  se  ella  salva  gliela 
facesse  dall'altra  parte  del  fiume  ritrovare;  e  lanciatola  e  poi 
notando  seguitola,  e  dall'altra  parte  trovata  senza  alcuna  le- 
sione la  figliuola,  andatosene  con  essa  in  certe  selve  vicine, 
allevò  questa  sua  figliuola  alle  poppe  d'una  cavalla.  Alla  quale, 
come  crescendo  venne,  appiccò  una  faretra  alle  spalle,  e  posele 
un  arco  in  mano,  e  insegnolle  non  filare,  ma  saettare  e  gittar 
le  pietre  con  la  rombola,  e  correr  dietro  agli  animali  [e  i  suoi 
vestimenti  erano  di  pelli  d'animali]  salvatichi.  Ne'  quali  esercizi 
costei  già  divenuta  grande  fu  maravigliosa  femmina  ;  e  fu  in 
correre  di  tanta  velocità,  che,  correndo,  ella  pareva  si  lasciasse 
dietro  i  venti;  e  fu  si  leggiera,  che  Virgilio,  iperbolicamente 
parlando,  dice  che  ella  sarebbe  corsa  sopra  l'onde  del  mare 
senza  immollarsi  le  piante  de'  piedi.  Costei  da  molti  nobili 
uomini  addomandata  in  matrimonio,  mai  alcuna  cosa  non  ne 
volle  udire,  ma,  virginità  servando,  si  dilettava  d'abitar  le  selve 
nelle  quali  era  stata  allevata  e  di  cacciare.  Poi  pare  che  ri- 
chiamata fosse  nel  regno  paterno;  e,  ritornatavi,  e  sentendo  la 
guerra  di  Turno  con  Enea,  da  Turno  richiesta,  con  molti  de' 
suoi  volsci  andò  in  aiuto  di  lui  ;  dove  un  di,  fieramente  contro 
a'  troiani  combattendo,  fu  fedita  d'una  saetta  nella  poppa  da  uno 
che  avea  nome  Arruns;  della  qual  fedita  essa  mori  incontanente. 
«  Eurialo,  Turno  e  Niso  di  ferute  ».  Eurialo  e  Niso  fu- 
rono due  giovani  troiani,  li  quali  in  Italia  aveano  seguito 
Enea.  Ed  essendo  insieme  con  Ascanio,  figliuolo  d'Enea,  rimasi, 
a  guardia  del  campo  d'Enea,  il  quale  era  andato  a  cercare 
aiuto  contro  a  Turno  a  certi  popoli  circunvicini,  avvenne  che, 
premendo  Turno  molto  Ascanio,  si  dispose  Ascanio,  per  téma 
di  non  poter  sofTerire  la  forza  di  Turno,  di  far  sentire  ad  Enea 
come  da  assedio  era  gravemente  stretto,    accioché    di   tornare 


156  ni  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

in  soccorso  di  lui  il  padre  s'affrettasse.  Alla  qual  cosa  fare 
Nisosi  profferse,  e  ingegnavasi  di  farlo  occultamente  da  Eurialo; 
percioché  conosceva  il  pericolo  esser  grande,  ed  Eurialo  an- 
cora un  garzone,  ed  egli  noi  voleva  mettere  a  quel  pericolo. 
Ma  non  seppe  si  fare  che  Eurialo  noi  sentisse;  per  la  qual 
cosa  convenne  che  Eurialo  andasse  con  lui.  E,  usciti  una  notte 
del  campo  d'Ascanio,  convenendo  loro  passar  per  lo  mezzo 
de'  nemici,  e  tacitamente  andando  e  trovandogli  tutti  dormire, 
n'uccison  molti.  Ed  Eurialo,  vago  come  i  garzon  sono,  di 
certe  armadure  belle,  tratte  a  coloro  li  quali  uccisi  aveano, 
carico,  seguitando  Niso,  avvenne  che  si  scontrarono  in  una 
grande  quantità  di  nemici,  li  quali  come  Niso  vide,  tantosto 
si  ricolse  in  un  bosco,  credendo  avere  appresso  di  sé  Eurialo; 
ma  egli  era  rimaso,  e  già  intorniato  da'  nimici,  quando  Niso 
lui  non  esser  seco  si  avvide.  Per  che  voltosi,  e  vedendol  nel 
mezzo  de'  nemici,  e  loro  correntiglì  addosso  per  ucciderlo, 
tornando  addietro,  cominciò  a  gridare  che  perdonassero  ad 
Eurialo,  si  come  a  non  colpevole,  e  uccidesson  lui,  il  quale 
aveva  tutto  quello  male  fatto.  Ma  poco  valse:  essi  uccisono 
Eurialo  e  poi  ucciser  lui;  e  cosi  amenduni  quivi  morti  rimasero. 

«  Turno  ».  Costui  fu  figliuolo  di  Dauno,  re  d'Ardea,  e  nepote 
carnale  d'Amata,  moglie  di  Latino,  re  de'  laurenti,  giovane 
ardentissimo  e  di  gran  cuore;  il  quale,  vedendo  Latino  re  avere 
data  Lavina  sua  figliuola  per  moglie  ad  Enea,  la  qual  prima 
avea- promessa  a  lui,  sdegnato,  avea  mosso  guerra  ad  Enea, 
e  per  questo  molte  battaglie  aveano  fatte;  ultimamente,  se- 
condo che  Virgilio  scrive  nel  fine  del  dodicesimo  deìVJSneiday 
soprastandogli  Enea  in  una  singular  battaglia  stata  fra  loro,  e 
veggendogli  cinto  il  balteo,  il  quale  era  stato  di  Fallante,  cui 
ucciso  avea,   lui  addomandante  perdono,   uccise. 

E  cosi  dalle  morti  di  costoro  ha  l'autore  discritta  di  qual 
parte  d'Italia  intenda,  cioè  di  quella  là  dove  è  Roma,  con 
alcune  piccole  circustanze:  la  quale  in  tanta  superbia  crebbe, 
che  le  parve  poco  il  voler  soprastare  a  tutto  il  mondo  ;  né  per 
la  mina  del  romano  imperio  cessò  però  la  romana  superbia, 
perseverando  in  essa  la  sede  apostolica.  Nella  quale,  al  tempo 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I57 

che  l'autore  di  prima  pose  mano  alla  presente  opera,  sedeva 
Bonifazio  papa  ottavo,  il  quale,  quantunque  altiero  signor  fosse 
molto,  parve  per  avventura  ancor  molto  più  all'autore,  in 
quanto  piegare  non  fu  potuto  a'  piaceri  né  alle  domande  fatte 
da  quegli  della  setta  della  quale  fu  l'autore. 

«  Questi  »,  cioè  questo  veltro,  «  la  caccerà  per  ogni  villa  », 
cioè  estermineralla  del  mondo,  «Finché  l'avrà  rimessa  nell'in- 
ferno. Là  onde  invidia  prima  dipartilla  ».  In  queste  parole 
chiaramente  si  può  intendere,  l'autore  dire  una  cosa  e  sentire 
un'altra;  conciosiacosaché  manifesto  sia  in  inferno  non  gene- 
rarsi lupi,  e  perciò  di  quello  non  poterne  essere  stato  tratto 
alcuno,  per  doverlo  in  questa  vita  menare. 

«  Ond'io  per  lo  tuo  me'  ».  In  questa  particella  seconda  della 
quarta,  dice  l'autore  il  consiglio  preso  da  Virgilio  per  sua  sa- 
lute, e,  secondo  l'usanza  poetica,  mostra  in  poche  parole  ciò 
che  dee  trattare  in  tutto  questo  suo  volume;  e  dice  cosi:  «  On- 
d'io», considerata  la  natura  di  questa  lupa  che  t'impedisce, 
*  per  lo  tuo  me',  penso  e  discerno»,  giudico,  «Che  tu  mi 
segua,  ed  io  sarò  tua  guida,  E  trarrotti  di  qui  »,  cioè  di  questo 
luogo  pericoloso,  «  per  luogo  eterno  »,  cioè  per  lo  'nferno  e 
per  lo  purgatorio,  i  quali  son  luoghi  eterni;  «Dove»,  cioè  in 
quel  luogo,  «udirai  le  dispietate  strida»,  in  quanto  paiono 
d'uomini  crudeli  e  senza  alcuna  umanità;  «  E  vederai  gli  spiriti 
dolenti,  Che  la  seconda  morte  ciascun  grida»;  cioè  la  morte 
dell'anima,  percioché  quella  del  corpo,  la  quale  è  la  prima, 
essi  r  hanno  avuta.  Addomandano  adunque  la  seconda,  credendo 
per  quella  le  pene,  che  sentono,  non  dover  poscia  sentire.  [Ma 
i  nostri  teologi  tengono  che,  quantunque  essi  la  spiritual  morte 
domandino,  non  perciò,  potendola  avere,  la  vorrebbono,  percio- 
ché per  alcuna  cagione  non  vorrebbon  perdere  l'essere.  Deesi 
adunque  intendere  li  dannati  chiamar  la  seconda  morte,  si  come 
noi  mortali  spesse  volte  chiamiamo  la  prima  ;  la  quale  se  venir 
la  vedessimo,  senza  alcun  dubbio  a  nostif)  potere  la  fuggiremmo. 
O  puossi  sporre  cosi:  tiensi  per  li  teologi  esser  più  spezie  di 
morte,  delle  quali  è  la  prima  quella  della  quale  tutti  corporal- 
mente moiamo;   la  seconda  dicono  che  è  morte  di  miseria,  la 


158  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

qual  veramente  io  credo  essere  infissa  ne'  dannati,  in  tanta 
tribulazione  e  ano^oscia  sono:  e  questo  è  quello  che  ciascun 
dannato  grida,   non  dimandandola,  ma  dolendosi.] 

«  E  vederai  color  che  son  contenti  Nel  fuoco  »,  della  peni- 
tenza; e  dice  «contenti»,  percioché  quella  penitenza,  che  non 
si  facesse  con  contentamento  d'animo  di  colui  che  la  facesse, 
non  varrebbe  alcuna  cosa  a  salute;  «  perché  speran  di  venire. 
Quando  che  sia»,  finito  il  tempo  della  penitenzia,  «alle  beate 
genti.  Alle  quali»  beate  genti,  «se  tu  vorrai  salire»,  però 
che  sono  in  cielo,  «  Anima  fia  a  ciò  di  me  più  degna:  [Con  lei 
ti  lascerò  nel  mio  partire  ».  E  questa  fia  quella  di  Stazio  poeta, 
con  la  quale  egli  poscia  il  lasciò  in  su  la  sommità  del  monte 
di  purgatorio,  sopra  la  riva  del  fiume  di  Lete,  come  nel  tren- 
tesimo canto  del  Purgatorio  si  legge.]  «  Che  quello  imperador  », 
cioè  Iddio,  «che  lassù»,  cioè  in  cielo,  «regna,  Perch'io  fui 
ribellante»,  non  seguendola,  «alla  sua  legge»,  a' suoi  coman- 
damenti, «  Non  vuol  che  in  sua  città  »,  in  paradiso,  «  per  me 
si  vegna.  In  tutte  parti  impera»,  comandando,  «e  quivi»,  nel 
cielo  empireo,  «regge:  Qujvi  è  la  sua  città»,  nel  cielo,  «e 
l'alto  seggio»,  reale.  «O  felice  colui,  cui  quivi  elegge!»,  per 
abitatore  di  quello,  come  i  beati  sono.  — 

«  Io  cominciai  :  —  Poeta  ».  In  questa  quinta  particella  l'autore, 
udito  il  consiglio  di  Virgilio,  e  approvandolo,  lo  scongiura 
che  quivi  il  meni,  dicendo:  «io  ti  richieggio.  Per  quello  Iddio  », 
cioè  Gesù  Cristo,  «che  tu  non  conoscesti,  Accioch'io  fugga 
questo  male»,  cioè  il  pericolo  nel  quale  al  presente  sono,  «e 
peggio»,  cioè  la  morte,  «Che  tu  mi  meni  là  ove  or  dicesti  », 
cioè  in  inferno  e  in  purgatorio,  «Si  eh' i' vegga  la  porta  di 
san  Pietro  »,  cioè  la  porta  del  purgatorio,  dove  sta  il  vicario 
di  san  Piero:  «  Con  quelli  i  quai  tu  fai  »,  cioè  di'  essere,  «co- 
tanto mesti  »,  cioè  dolorosi,  dannati  alle  pene  eterne.  — 

«  Allor  si  mosse»,  entrando  nel  cammino  dimostrato;  ed  è 
atto  d'uomo  disposto  a  quello  di  che  è  richiesto,  che  senza 
eccezione  il  mette  ad  esecuzione.  Ed  è  questa  l'ultima  particella 
delle  sei,  che  dissi  esser  partita  la  seconda  parte  principale 
del  primo  canto.   «  Ed  io  gli  tenni  dietro  »,  cioè  il  seguitai. 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I59 


II 

Senso  allegorico 


[Lez.  VI  «  Nel  mezzo  del  cammin  di  nostra  vita  »,  ecc.  Poi  che,  per 
la  grazia  di  Dio,  è  quello,  che  secondo  il  senso  litterale 
si  può,  dimostrato,  è  da  tornarsi  al  principio  di  questo  canto, 
e  quello  che  sotto  la  rozza  corteccia  delle  parole  è  nascoso, 
cioè  il  senso  allegorico,  aprire  e  dichiarare.  Intorno  alla  qual 
cosa  credo  udirete  cose  per  le  quali  vi  si  potrebbe  forse  me- 
ritamente dire  le  parole  che  l'autore  medesimo  dice  nel  secondo 
canto  del  Pai-adiso,  cioè:  «  Que*  gloriosi  che  passàro  a  Coleo, 
Non  s'ammiraron,  come  voi  farete,  Quando  vider  Giason  fatto 
bifolco».  Percioché  allora  per  effetto  potrete  vedere  quanto 
d'arte  e  quanto  di  sentimento  sia  stato  e  sia  nello  stilo  poetico, 
oltre  alla  stima  che  molti  fanno.  E  peroché  gustando  con  lo 
'ntelletto  il  mellifluo  e  celestial  sapore,  nascoso  sotto  il  velo 
del  favoloso  discrivere,  forse  vi  dorrete  il  nostro  poeta  e  gli 
altri  avere  tanta  soavità  riposta,  in  guisa  che  senza  difficultà 
aver  non  si  puote  ;  e  direte  :  —  Perché  non  diedono  i  poeti  la 
loro  dottrina  libera  e  aperta  ed  espedita,  come  molti  altri  fanno  la 
loro,  si  che,  chi  volesse,  ne  potesse  prendere  frutto  più  tosto?  — 
In  risponsione  della  qual  cosa  si  possono  due  ragioni  dimostrare  : 
e  la  prima  può  esser  questa. 

Costume  generale  è,  di  tutte  le  cose  meritamente  da  aver 
care,  il  discreto  uomo  non  tenerle  in  piazza,  ma  sotto  il  più 
forte  serrame  e' ha  nella  sua  casa,  e  con  grandissima  diligenza 
guardarle,  e  ad  alquanti  suoi  amici,  ma  a  pochi  e  rade  volte, 
mostrarle;  e  questo  fa,  accioché  il  troppo  farne  copia  non 
faccia  quelle  divenire  più  vili.  Il  che  per  atto  possiam  tutto 
il  di  vedere  avvenire;  e,  se  in  ogni  altra  cosa  nascosa  ci  fosse 
questa  verità,  guardiamo  al  sole,  del  quale  alcuna  cosa  si  bella, 


l6o  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

non  che  più,  veggiamo,  né  alcuna  si  chiara  muoversi,  non 
tirato  né  sospinto,  se  non  dal  divino  ordine  impostogli;  pieno 
di  tanta  luce,  che  ogni  altro  lucido  corpo  illumina,  ogni  terrena 
cosa  vivifica,  accresce  e  nutrica  e  al  suo  fine  conduce:  il  quale, 
per  troppo  mostrarsi,  è  non  solamente  poco  prezzato,  ma  son 
di  quegli  che  di  vederlo  ischifano.  Per  la  qual  cosa,  accioché 
questo  non  seguiti,  non  so  qual  altra  cosa  noi  possiamo  con 
più  certa  ragion  dire  che  sia  più  cara,  più  da  gradire  e  me- 
glio da  riporre  e  da  guardare,  che  sono  gli  alti -effetti  della 
natura  e  i  secreti  misteri  e  i  sublimi  della  divinità.  Questi,  se 
negl'intelletti  universalmente  del  vulgo  divenissero,  in  poco 
tempo  ne  seguirebbe  che  sarebbon  pregiati  meno  che  non  è  il 
sole,  o  che  i  ragionamenti  meccanici  e  le  favole  delle  femminelle. 
E  per  questo  lo  Spirito  santo,  d'ogni  cosa  dottissimo,  gli  alti 
segreti  della  divina  mente  nascose,  come  noi  possiam  vedere, 
nelle  figure  del  Vecchio  Testamento,  nelle  Visioni  di  certi  profeti, 
e  ancora  néW Apocalissi  di  Giovanni  evangelista,  sotto  parole 
tanto  nella  prima  faccia  differenti  dal  vero  e  meno  con- 
formi nell'apparenza  a'  sensi  nascosi,  che  per  poco  più  esser 
non  potrebbono.  Le  vestigie  del  quale,  con  quelle  forze  che 
possono  gli  umani  ingegni  seguir  la  divinità,  con  ogni  arte 
s'ingegnarono  di  seguitare  i  poeti,  quelle  cose  che  essi  esti- 
mavano più  degne  sotto  favoloso  parlare  nascondendo,  accio- 
ché dove  carissime  sono,  non  divenissero  vili  ad  ogni  uomo, 
aperte  lasciandole.  Il  che  assai  bene  pare  ne  dimostri  Macrobio, 
nel  primo  libro  De  somnio  Scipionis,  cosi  dicendo:  <  De  diis 
autem,  2it  dixi,  caeteris  et  de  anima,  ?ion  frustra  se,  nec  ut 
oblectent,  ad  fabulosa  convertunt,  sed  quia  sciu?it  inimicam  esse 
naturae  apertam  Jiudamque  expositionem  sui:  quae,  siciit  vul- 
garibus  hominum  sensibus  intellectum  sui  vario  rerum  tegmine 
operimentoque  suhtraxit,  ita  a  prudentibus  arcana  sua  voluit 
per  fabulosa  tractaì'i.  Sic  ipsa  mysteria  figurarìim  cuniculis 
operiuntur,  ne  vel  hoc  adeptis  ?iudam  rerum  talium  natura  se 
praebeat,  sed  summatibus  tantum  viris,  sapientia  interprete,  veri 
arcani  consciis.  Contenti  sin t  re liqui  ad  veneratiojiem,  figuris  de- 
fendentibus  a  vilitate  secretum  »,  ecc. 


in-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  l6l 

La  seconda  ragione  può  essere  questa.  Suole  quello,  che 
con  difiicultà  s'acquista,  piacer  più  e  guardarsi  meglio  che  quello 
che  senza  alcuna  fatica  o  poca  si  truova;  e  questo  le  grandi 
eredità  rimase  a'  nostri  giovani  cittadini  hanno  mostrato.  Non 
essendo  adunque  alcun  dubbio  esser  molta  malagevolezza  il 
trarre  la  nascosa  verità  di  sotto  al  fabuloso  parlare,  dee  se- 
guire essere  incomparabile  diletto,  a  colui  che,  per  suo  studio, 
vede  averla  saputa  trovare  ;  laonde  non  solamente  ogni  affanno 
avutone  sene  dimentica,  ma  ne  rimane  una  dolcezza  nell'animo, 
la  quale  quasi  con  legame  indissolubile  ferma,  nella  memoria 
di  colui  che  ritrovata  l'ha,  la  verità:  dove  quella  che  senza 
alcuna  difficultà  s'acquista,  come  leggiermente  venne,  cosi  leg- 
giermente si  parte.  Di  che  seguita  che  dell'avere  faticato  s'ac- 
quista, dove  del  non  avere  studiato  l'uomo  si  ritruova  di  scienza 
vóto. 

[La  terza  ragione  mi  pare  dovere  esser  questa.  E'  non  pare 
che  alcun  dubbio  sia  li  cieli,  i  pianeti  e  le  stelle  esser  ministri 
della  divina  potenza,  e,  secondo  la  virtù  loro  attribuita,  i  corpi 
inferiori  generare,  mediante  quelle  cagioni  che  dalla  natura  sono 
ordinate,  e  quegli  nutrire  e  nel  lor  fine  menargli.  E,  percioché 
essi  corpi  superiori  sono  in  continuo  moto  e  in  diversi  modi 
si  congiungono  e  si  separano  l'uno  dall'altro,  par  di  necessità 
che  gli  effetti  da  lor  prodotti  in  diversi  tempi  e  in  materie 
diverse,  debbano  esser  diversi  e  a  diverse  cose  disposti;  e 
quinci  par  che  séguiti  la  diversità  degli  aspetti  degli  uomini, 
de*  quali  non  pare  che  alcuno  alcun  altro  somigli  ;  e  similmente 
degli  ofici,  li  quali  veggiam  manifestamente  essere,  eziandio 
naturalmente,  diversi  negli  uomini.  Dalla  qual  cosa  mosso,  dice 
il  nostro  autore  nel  Paradiso: 

Un  ci  nasce  Solone,  ed  altro  Serse, 
altri  Melchisedech,  ed  altri  quello 
che,  volando  per  l'aere,  il  fifiio  perse. 

E  questo  si  dee  cognoscere  muovere  dal  divino  intelletto, 
il  quale  cognosce  una  università,  come  è  quella  dell'umana 
generazione,  non  poter  consistere  in  sé,  se  non  avesse  diversità 

G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi  -  \.  ii 


l62  IlI-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

d'ufici.  E  perciò,  accioché  dell'altre  cose  lasciamo  al  presente 
stare,  alcun  ci  nasce  atto  a  filosofia,  alcuno  ad  astrologia,  al- 
cuno a  poesia  e  alcuni  altri  ad  altre  scienze.  Colui,  che  na- 
sce atto  a  poesia,  seguita,  quanto  può  e  sa,  d'esercitarsi  nel 
poetico  oficio;  e,  quantunque  da  Dio  sia  alle  nostre  anime,  le 
quali  esso  immediate  crea,  data  la  ragione  e  il  libero  arbitrio, 
per  lo  quale,  non  ostante  la  forza  de'  cieli,  ciascun  può  far 
quello  che  più  gli  aggrada,  pare  che  il  più  se^iitin  gli  uomini 
quello  a  che  essi  sono  atti  nati.  Laonde  quegli  che  al  poetico 
oficio  è  nato,  eziandio  volendo,  non  pare  che  possa  fare  altro  che 
quello  che  a  tale  oficio  s'appartiene;  e,  percioché  a  quello  oficio 
s'appartiene  quello  che  di  sopra  è  detto,  se  egli  in  quello  lau- 
devolmente  s'esercita,  non  è  per  avventura  da  maravigliarsene]. 
E  perciò  non  si  rammarichi  alcuno,  se  dai  poeti  è  sotto  favole 
nascosa  la  verità,  ma  più  tosto  si  dolga  della  sua  negligenza, 
per  la  quale  e'  perde  o  ha  perduto  quello  che  il  farebbe  lieto, 
faticandosi  d'avere  ritrovata  la  cara  gemma  nella  spazzatura  na- 
scosa.  E  questo  basti  avere  a  questa  parte  risposto. 

Fu  adunque  il  nostro  poeta,  si  come  gli  altri  poeti  sono, 
nasconditore,  come  si  vede,  di  cosi  cara  gioia,  come  è  la  cat- 
tolica verità,  sotto  la  volgare  corteccia  del  suo  poema.  [Per  la 
qual  cosa  si  può  meritamente  dire  questo  libro  essere  poliseno, 
cioè  di  più  sensi.  De'  quali  è  il  primo  senso  quello  il  quale 
egli  ha  nelle  cose  significate  per  la  lettera,  si  come  voi  potete 
aver  di  sopra,  nella  esposizion  litterale,  udito  ;  e  chiamasi  questo 
senso  «  litterale  »,  e  cosi  è.  Il  secondo  senso  è  allegorico  o  vero 
morale,  il  quale,  accioché  voi  comprendiate  meglio,  esemplifi- 
cando vel  dichiarerò  in  questi  versi  :  «  In  exitu  Israel  de  Aegypto, 
domus  lacob  de  populo  barbaro:  facia  est  ludea  sanctifìcatio  eius, 
Israel  potestas  eius  ».  Da'  quali,  se  noi  guarderemo  a  quello  che 
la  lettera  suona  solamente,  vedremo  esserci  significato  l'usci- 
mento  de'  figliuoli  di  Israel  d'Egitto  al  tempo  di  Moisé;  e  se 
noi  guarderemo  alla  alligoria,  vedremo  esserci  mostrata  la  nostra 
redenzione  fatta  per  Cristo  ;  e  se  noi  guarderemo  al  senso  morale, 
vedremo  esserci  mostrata  la  conversione  dell'anima  nostra  dal 
pianto  e  dalla  miseria  del  peccato  allo  stato  della  grazia  ;  e  se 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  163 

noi  guarderemo  al  senso  anagogico,  vedremo  esserci  dimostrato 
l'uscimento  dell'anima  santa  dalla  corruzione  della  presente  ser- 
vitudine  alla  libertà  della  gloria  eternale.  E  cosi  come  questi 
sensi  mistici  sono  generalmente  per  vari  nomi  appellati,  tutti 
nondimeno  si  possono  appellare  «allegorici  »,  conciosiacosaché 
essi  sieno  diversi  dal  senso  litterale  o  vero  istoriale:  e  questo 
è,  percioché  «  allegoria  »  è  detta  da  un  vocabolo  greco,  detto 
4(  aileon  »,  il  quale  in  latino  suona  «alieno  »,  ovvero  diverso  ;  e 
perciò  dissi  questo  libro  esser  poliseno,  percioché  tutti  questi 
sensi,  da  chi  tritamente  volesse  guardare,  gli  si  potrebbono  in 
assai  parti  dare].  E  per  questo,  agutamente  pensando,  forse  po- 
tremmo del  presente  libro  dir  quello  che  san  Gregorio  dice,  nel 
proemio  de'  suoi  Morali,  della  Santa  Scrittura,  cosi  scrivendo: 
«  Sacra  Scriptura  locutionis  s?iae  mofem  transcendit,  quia  Ì7i  u?io 
eodemque  sermone  cium  narrai  texium  prodit  mysterium,  et  sic 
mysterio  sapiente s  exercet,  sic  superficie  sifnplices  refovet.  Habet 
in  publico  unde  parvulos  nutriat,  servat  in  seci'eto  unde  mentes 
sublimium  in  admiratione  suspendai.  Quasi  quidem  quippe  est 
fluvius,  ut  ita  dixerim,  planus  et  altus,  in  quo  et  ag?ius  ambulet, 
et  elephans  nateti,  ecc.;  percioché,  recitando  della  presente 
opera  la  corteccia  litterale,  con  quella  insieme  narriamo  il  mi- 
sterio  delie  cose  divine  e  umane,  sotto  quella  artificiosamente 
nascose,  e  in  questa  maniera  intorno  al  senso  allegorico  si 
possono  i  savi  esercitare,  e  intorno  alla  dolcezza  testuale  nu- 
dare i  semplici,  cioè  quelli  li  quali  ancora  tanto  non  sentono, 
che  essi  possano  al  senso  allegorico  trapassare:  cosi  possiam 
vedere  questo  libro  avere  in  publico  donde  nutrir  possa  gì' in- 
gegni di  quegli  che  meno  sentimento  hanno,  e  donde  egli  so- 
spenda con  ammirazione  le  menti  de'  più  provetti.  E  ancora, 
quantunque  alla  Sacra  Scrittura  del  tutto  agguagliar  non  si 
possa,  se  non  in  quanto  di  quella  favelli,  come  in  assai  parti 
fa,  nondimeno,  largamente  parlando,  dir  si  può  di  questo, 
quello  esserne  che  san  Gregorio  afferma  di  quello:  cioè  questo 
libro  essere  un  fiume  piano  e  profondo,  nel  quale  l'agnello 
puote  andare  e  il  leofante  notare,  cioè  in  esso  si  possono  i 
rozzi  dilettare  e  i  gran  valenti  uomini  esercitare. 


l64  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Ma,  avendo  già  l'una  delle  due  parti  in  questo  primo  canto 
mostrata,  cioè  come  quegli,  che  di  minor  sentimento  sono,  si 
possano  intorno  al  senso  litterale  non  solamente  dilettare,  ma 
ancora  e  nudrire  e  le  lor  forze  crescere  in  maggiori  ;  è  da  di- 
mostrare la  seconda,  intorno  alla  quale  si  possano  gl'ingegni 
più  sublimi  esercitare  :  la  qual  cosa  si  farà  aprendo  quello  che 
sotto  la  crosta  della  lettera  sta  nascoso.  Intorno  alla  qual  cosa 
sono  da  considerare,  quanto  è  alla  prima  parte  del  presente  canto, 
dieci  cose  :  delle  quali  la  prima  sera  il  veder  quello  che  il  no- 
stro autore  voglia  sentire  per  lo  sonno,  il  quale  dice  che  ri- 
cordar noi  lascia  come  nella  selva  oscura  s'entrasse;  la  seconda, 
come  noi  in  questo  sonno  ci  leghiamo;  la  terza,  qual  fosse  la 
diritta  via  la  quale  per  questo  sonno  dice  d'avere  smarrita;  la 
quarta,  qual  cosa  potesse  essere  quella  che  il  movesse  a  rav- 
vedersi che  esso  avesse  la  diritta  via  smarrita;  la  quinta,  per- 
ché più  nel  mezzo  del  cammino  di  nostra  vita  che  in  altra  età  ; 
la  sesta,  quello  che  egli  intenda  per  quella  selva  tanto  oscura  e 
malagevole,  quanto  dimostra  esser  quella  nella  quale  dice  si  ri- 
trovò; la  settima,  perché  più  nel  principio  del  di  che  ad  altra 
ora  scriva  d'essersi  ravveduto;  la  ottava,  quello  che  vuole  s'in- 
tenda per  li  raggi  del  sole  apparitigli  e  per  lo  monte  nella 
sommità  del  quale  gli  apparvero;  la  nona,  quello  che  esso  senta 
per  la  considerazione  avuta,  poi  che  alquanto  la  paura  gli  cessò; 
la  decima,  quello  che  noi  dobbiam  sentire  per  le  tre  bestie  le 
quali  lo  impedivano  a  salire  al  monte.  E,  queste  vedute,  pro- 
cederemo alla  seconda  parte  del  presente  canto. 

La  prima  cosa,  la  qual  dissi  si  voleva  investigare,  accioché 
il  senso  allegorico,  nascoso  sotto  la  lettera  della  prima  parte  di 
questo  canto,  si  manifesti,  è  quello  che  il  nostro  autore  voglia 
sentire  per  lo  sonno,  il  qual  dice  che  ricordar  noi  lascia  come 
egli  entrasse  nell'oscura  selva.  Ad  evidenzia  della  quale  è  da 
sapere  che  '1  sonno,  che  alla  presente  materia  appartiene,  è  di 
due  maniere:  l'una  è  sonno  corporale,  l'altra  è  sonno  mentale. 
Il  sonno  corporale  si  può  in  due  maniere  distinguere.  Delle  quali 
l'una  è  naturale,  e  puossi  dire  esser  quella  la  quale  naturalmente 
in  noi  si  richiede  in   nudrimento  e  conservazione  della  nostra 


in  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  165 

sanità:  il  quale,  occupandoci,  lega  e  quasi  oziose  rende  tutte 
le  nostre  forze  (ovvero  potenze)  sensitive  e  le  intellettive,  per- 
cioché,  perseverante  esso,  né  sentiamo  né  intendiamo  alcuna 
cosa;  di  che  a'  morti  simili  divegnamo.  Ma,  poi  che  la  natura  ha 
preso  per  la  sua  indigenza  quello  che  l'è  opportuno  a  restaura- 
zione delle  virtù  faticate  nella  vigilia  e  in  conforto  della  vegeta- 
tiva virtù,  eziandio  senza  essere  da  alcuno  escitati,  da  questo  per 
noi  medesimi  ci  sciogliamo.  E  di  questo  alcuna  cosa  più  distesa- 
mente diremo  nel  principio  del  quarto  canto  del  presente  libro. 
L'altra  maniera  del  corporal  sonno  è  quella,  dalla  quale  vinta 
ogni  corporal  potenza,  si  separa  l'anima  dal  corpo,  e  senza 
alcuna  cosa  sentire  o  potere  o  sapere,  immobili  giacciamo,  e 
giaceremo  infino  al  di  novissimo,  senza  poterci  levare.  E  di 
questo  intende  il  salmista,  quando  dice:  «  Cum  dederit  dilectis 
suis  somìium  ». 

Il  sonno  mentale,  allegoricamente  parlando,  è  quello  quando 
l'anima,  sottoposta  la  ragione  a'  carnali  appetiti,  vinta  dalle  con- 
cupiscenze temporali,  s'addormenta  in  esse,  e  oziosa  e  negligente 
diventa,  e  del  tutto  dalle  nostre  colpe  legata  diviene,  quanto  è  in 
potere  alcuna  cosa  a  nostra  salute  operare.  E  questo  è  quel  sonno, 
dal  quale  ne  richiama  san  Paolo,  dicendo:  «  Hora  est  iam  Jios  de 
sonino  surgere  ^.  E  questo  sonno  può  essere  temporale  e  può  esser 
perpetuo.  Temporale  è  quando  ne*  peccati  e  nelle  colpe  nostre  in- 
viluppati dormiamo  ;  e  il  salmista  dice  :  «  Surgite  postquam  sede- 
ritis,  qui  ììianducatis  panem  dolor ìs  »;  e  in  altra  parte  san  Paolo, 
dicendo  :  «  Surge,  qui  dormis,  et  exurge  a  mortuis,  et  illuminabit 
te  Chris t US  » .  E  talvolta  avviene  per  sola  benignità  di  Dio  che 
noi  ci  risvegliamo,  e,  riconosciuti  i  nostri  errori  e  le  nostre  colpe, 
per  la  penitenzia  levandoci,  ci  riconciliamo  a  Dio,  il  quale  non 
vuole  la  morte  dei  peccatori;  e,  a  lui  riconciliati,  ripognamo, 
mediante  la  sua  grazia,  la  ragione,  si  come  donna  e  maestra 
della  nostra  vita,  nella  suprema  sedia  dell'anima,  ogni  scellerata 
operazione  per  lo  suo  imperio  scalpitando  e  discacciando  da  noi. 
Perpetuo  è  quel  sonno  mentale,  il  quale,  mentre  che  ostinata- 
mente ne'  nostri  peccati  perseveriamo,  ne  sopraggiugne  l'ora 
ultima   della   presente    vita,  e  in   esso   addormentati,   nell'altra 


l66  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

passiamo,  là  dove,  non  meritata  la  misericordia  di  Dio,  in  sem- 
piterno coi  miseri  in  tal  guisa  passati,  dimoriamo.  Li  quali  si  di- 
con  «dormire  nel  sonno  della  miseria»,  in  quanto  hanno  perduto 
il  poter  vedere,  conoscere  e  gustare  il  bene  dello  'ntelletto,  nei 
qual  consiste  la  gloria  de*  beati.  È  adunque  questo  sonno  mentale 
quello  del  quale  il  nostro  autor  vuole  che  qui  allegoricamente 
s'intenda;  nel  qual,  ciascuno  che  si  diletta  più  di  seguir  l'ap- 
petito che  la  ragione,  è  veramente  legato,  e  ismarrisce,  anzi 
perde  la  via  della  verità,  alla  quale  in  eterno  non  può  ritornare. 
La  seconda  cosa  che  era  da  vedere  dissi  che  era  come  noi 
in  questo  sonno  mentale  ci  leghiamo.  E,  percioché  i  lacciuoli 
sono  infiniti,  li  quali  la  carne,  il  mondo  e  '1  dimenio  tendono 
alla  nostra  sensualità,  pienamente  dire  non  se  ne  potrebbe  per 
lingua  d'uomo;  ma  ad  un  de'  modi,  il  quale  è  quasi  universale, 
riducendoci,  dico  che,  dalla  nostra  puerizia,  noi  il  più  dirizziamo 
i  piedi,  cioè  le  nostre  affezioni,  in  questi  lacci,  e,  quasi  non 
accorgendocene  (percioché  più  i  sensi  che  la  ragione  abbiamo 
allora  per  guida),  si  c'inveschiamo,  che  poi  o  non  ci  sciogliamo 
da  quegli,  o  non  senza  grande  difficultà,  volendo,  ce  ne  svi- 
luppiamo. A  questa  età  i  nostri  tre  predetti  nemici  con  ogni 
sollecitudine  stendono  le  reti  loro.  E  la  ragione  è  questa:  l'età, 
come  detto  è,  è  tenera  e  nuova  e  vaga,  e  la  sensualità  è  in 
essa  fortissima,  percioché  la  ragione  non  v'è  ancora  assai 
perfetta;  e,  secondo  che  pare  che  la  esperienza  ne  dimostri, 
dalla  gola,  alla  quale  quella  età  è  inchinevole,  par  che  prenda 
inizio  la  nostra  ruina.  E  la  ragione  pare  assai  manifesta:  sono 
generalmente  i  fanciulli  vaghi  del  cibo,  sospignendogli  a  ciò  la 
natura  che  il  suo  aumento  disidera;  e  gustando,  come  spesso 
avviene,  le  saporite  e  dilicate  vivande  e  i  vini  esquisiti,  a  pian 
passo  procedendo  ed  ausando  il  gusto  a  quello  che  non  gli  bi- 
sognerebbe, cominciano,  quantunque  piccoli  e  fanciulli  sieno, 
ad  aver  men  cari  quegli  cibi,  che,  quantunque  rozzi,  solcano 
satisfare  alla  fame  e  alla  sete  loro,  e  i  più  preziosi  desiderano 
e  domandano,  e  dal  disiderio  ad  ottenergli  si  sforzano;  e  con 
questo  nella  età  più  piena  procedendo,  quasi  come  da  naturale 
ordine  tirati,  nel  vizio  della  lussuria  discorrono.  Questa,  la  quale 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  167 

non  solamente  i  giovani,  ma  i  vecchi  fa  se  medesimi  sovente 
dimenticare,  loro  con  tante  e  tali  lusinghe  diletica,  che,  potendo 
all'appetito  la  vigorosa  età  dell'adolescenza  sodisfare,  con  ogni 
pensiero  e  con  ardentissima  affezione  quello  vituperevole  diletto 
seguendo,  tutti  si  mettono.  E  quinci,  per  compiacere,  negli  orna- 
menti del  corpo  discorrono,  non  altrimenti  assai  sovente  ornan- 
dosi, che  se  vender  si  volessono  al  mercato  de'  poco  savi.  Le 
quali  cose,  percioché  senza  denari  esercitar  pienamente  non  si 
possono,  gli  sospingono  nel  disiderio  d'aver  denari,  e,  per  quegli 
ogni  coscienza  posposta,  senza  alcuna  difficultà  ad  ogni  diso- 
nesto guadagno  si  dispongono,  e  quinci  giucatori,  ladri,  barat- 
tieri, simoniaci,  ruffiani  e  disleali  divengono.  E  già  ad  età  più 
piena  d'anni  venuti,  veggendo  gli  onori,  la  pompa,  la  potenza 
e  la  grandigia  de'  re,  de'  signori,  de'  gran  cittadini,  di  quegli 
s'accendono,  e  quinci  invidiosi,  superbi,  crudeli  e  ambiziosi  di- 
vengono. Le  quali  cose,  e  altre  molte,  cosi  successivamente,  e 
talora  con  altro  ordine  cresciute,  e  multiplicate  e  abituate  in  noi, 
nel  sonno  della  oblivione  dei  comandamenti  di  Dio  ci  legano 
e  tengon  si  stretti,  che,  quasi  convertite  in  natura,  per  remore 
che  fatto  ci  Sia  in  capo,  destare  non  ci  lasciano.  Le  quali  cose 
accioché  a'  lacedemoni  avvenir  non  potessero,  per  legge  co- 
mandò Licurgo  che  i  lor  figliuoli,  ecc.  (vedi  Giustino,  nel  terzo 
libro,  poco  dopo  il  principio).  [Né  è  mia  intenzione  il  modo  da 
addormentare  i  miseri  nel  sonno  de'  peccati  lasciare.]  Percioché 
molti  aguati  hanno  gli  avversari  nostri,  con  li  quali,  se  creduti 
sono,  ogni  matura  e  robusta  età  adoppiano:  ma  perciò  mi 
piacque  far  singular  menzione  di  questa,  perché,  in  questo  modo 
presi,  ci  abituiamo  ne'  peccati;  e  por  giù  l'abito  preso  è  diffici- 
lissimo; e,  se  pur  si  rimuove  l'uomo  talvolta  dal  peccare,  con 
molta  meno  difficultà  v'è  rivocato  colui  che  abituato  vi  fu,  che 
colui  che  non  vi  fu  abituato,  e  alcuna  volta  da  essa  memoria 
delle  colpe  già  commesse  v'è  ritirato. 

La  terza  cosa,  la  qual  dissi  era  (fa  cercare,  è  di  veder  qual 
sia  la  via  la  quale  l'autore  dice  d'avere  per  questo  sonno 
smarrita.  Egli  è  il  vero  che  le  vie  son  molte,  ma  tra  tutte  non 
è  che  una  che  a  porto  di  salute  ne  meni,  e  quella  è  esso  Iddio, 


l68  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

il  quale  di  sé  dice  nell'Evangelio  :  «  Ego  sum  via,  veritas  et  vita  »; 
e  questa  via  tante  volte  si  smarrisce  (dico  «  smarrisce  »,  perché 
poi  chi  vuole  la  può  ritrovare,  mentre  nella  presente  vita  stiamo), 
quante  le  nostre  iniquità  dai  piaceri  di  Dio  ne  trasviano,  mo- 
strandoci nelle  cose  labili  e  caduche  esser  somma  e  vera 
beatitudine.  E  questa  via,  per  la  quale  i  nostri  avversari  ci  ritor- 
cono, danna  il  salmista,  dicendo:  «  Beatus  vir  qui  non  abiit  m 
Consilio  impiorum,  et  in  via  peccatorum  non  stetit-»,  ecc.;  ed  in 
altra  parte  dice  pregando  :  «  Via7n  iniquitatis  amove  a  me,  et  in 
lege  tua  miserere  mei  ».  Chiamasi  ancora  la  vita  presente  «  via  »; 
e  di  questa  dice  il  salmista:  ^ Beati  immaculati  in  via^\  e  in  altra 
parte  :   «  De  torrente  in  via  bibit  » . 

Ma,  come  detto  è,  accioché  di  molt'altre  lasciamo  istare 
il  ragionare,  la  prima  è  quella  per  la  quale,  se  la  gloria  eterna 
vogliamo,  ci  conviene  andare:  e  da  questa  si  smarrisce  ciascuno 
il  quale  nel  sonno  de'  peccati  si  lega.  E,  percioché,  come  di 
sopra  è  mostrato,  lusinghevolmente  sottentrano  i  vizi,  e  co- 
minciano in  età  nella  quale  pienamente  conosciuti  non  sono, 
dice  l'autore  non  ricordarsi  come  questa  via  diritta  abbando- 
nasse. E  credibile  è.  Chi  sarà  colui  che  pienamente  della  ori- 
gine delle  sue  colpe  si  possa  ricordare?  Conciosiacosaché  esse 
vengano  con  diletto  della  sensualità,  e,  quel  passato,  quasi  state 
non  fossero,  leggiermente  in  dimenticanza  si  mettono. 

La  quarta  cosa,  la  qual  propuosi  da  essere  da  investigare, 
fu  qual  cosa  potesse  esser  quella  che  l'autor  movesse  a  rav- 
vedersi che  esso  avesse  la  diritta  via  smarrita.  E  questa,  senza 
alcun  dubbio,  si  dee  credere  che  fosse  la  grazia  di  Dio,  il  quale 
ci  ama  assai  più  che  non  ci  amiamo  noi  medesimi,  e  sempre 
è  alla  nostra  salute  sollecito  ;  il  che  assai  bene  ne  mostra  Gio- 
venale, dicendo: 

Nam  prò  iocundis  aptissima  quaeque  dabunt  dii: 
cariar  est  homo  illis,   quam.  sibi,  ecc. 

Ma,  accioché  noi  cognosciamo  qual  fosse  la  grazia  di  Dio, 
dalla  quale  l'autore  tócco  si  movesse  a  destarsi  del  sonno 
mortale,  nel  quale  la  mente  sua  era  legata,   e  a  ravvedersi  in 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  1 69 

qual  pericolo  fosse  l'anima  sua,  è  da  sapere,  si  come  il  «maestro 
delle  sentenze»  afferma,  esser  quattro  grazie  quelle  che  la  divina 
bontà  ci  presta  alla  nostra  salute  :  delle  quali  la  prima  è  chiamata 
grazia  «  operante  »,  della  quale  dice  san  Paolo:  «  Per  la  grazia 
di  Dio  io  sono  quello  che  io  sono  »  ;  la  seconda  grazia  si 
chiama  grazia  «  cooperante  »,  e  di  questa  dice  san  Paolo  mede- 
simo: «  La  grazia  di  Dio  non  fu  in  me  vacua  »  ;  la  terza  grazia  si 
chiama  «  perseverante  »,  della  qual  dice  il  salmista:  «  Et  miseri- 
cordia eius  subsequatur  me  omnibus  diebus  vitae  meae  »;  la  quarta 
grazia  si  chiama  «  salvante  »,  della  quale  si  legge  nell'Evangelio: 
«  De  plenitudine  eius  omnes  accepifiius  gratiam  per  gratiam  ».  Fa 
adunque  la  prima  grazia,  del  malvagio  uomo,  buono,  si  come 
nel  Libro  della  sapiejiza  si  scrive:  «  Verte  ipsum,  et  non  erit-^\  e 
san  Paolo  dice  :  «  Fuistis  aliquando  tenebrae,  nunc  autem  lux  in 
Domino  ».  La  seconda,  cioè  la  cooperante,  fa  del  buono,  migliore  ; 
e  di  ciò  dice  il  salmo:  «  Ibunt  de  virtute  in  virtutem  ».  La  terza, 
cioè  la  perseverante,  ne  trasporta  della  via  nella  patria,  della  quale 
dice  l'Evangelio:  «  Qui  perseveraverit  usque  in  finem,  hic  salvus 
erit»;  n^W  Apocalissi  si  legge  :  «  Quicumque  vice  ri  t,  dabo  ei  edere 
de  Ugno  vitae,  quod  est  in  paradiso  Dei  mei»\  e  in  altra  parte 
x\i:\V Apocalissi  medesimo:  «  Quicumque  vicerit,  faciam  illum  co- 
lum7iam  in  tempio  Dei  mei».  La  quarta,  cioè  la  salvante,  secondo 
i  meriti  guiderdona  i  faticanti;  di  che  l'Evangelio  dice:  «  Qind 
hic  statis  quotidie  ociosif  ite  et  vos  in  vineam  meam,  et  quod 
iustum  fuerit  dabo  vobis  »;  e  san  Paolo  :  «  ut  recipiat  unusquisque 
secundum  ea  quae  fecit».  Di  queste  quattro  grazie,  delle  quali 
ho  alquanto  parlato,  percioché  più  volte  nel  processo  di  questo 
libro  se  n'ara  a  ragionare,  più  diffusamente  se  ne  vorrebbe 
esser  detto  ;  nondimeno  questo  basti  al  presente.  E  dico  che 
la  prima  grazia  senza  alcun  merito  di  colui  che  la  riceve  si 
dona;  di  che  dice  san  Paolo:  «  Non  secundum  opera  quae  feci- 
mus  nos,  sed  secundum  suam  misericordiam  salvos  7ios  fecit». 
Le  qualità  delle  quali  grazie  consider^e,  assai  manifestamente 
appare  la  prima  delle  quattro  essere  stata  quella  che  al  nostro 
autore  (e  similemente  a  ciascun  altro  che  in  simile  caso  si 
truova),  fu  conceduta  da  Dio,  per  la  quale  esso  il  suo  misero 
stato  conobbe. 


I70  III  -  COMEI^TO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Ma  potrebbe  alcun  domandare:  in  che  maniera  tocca  Do- 
meneddio  i  peccatori  con  questa  sua  grazia?  Le  maniere  son 
molte,  percioché  a  tanto  artefice,  quanto  Iddio  è,  non  mancò 
mai  modo  a  quello  che  egli  volesse  adoperare.  Dice  il  salmista: 
€  Dixit  et  facta  sunt:  mandavit  et  creata  sunt  ^ .  Esso  primiera- 
mente alcuna  volta  con  visioni  tocca  le  menti  di  coloro  che  di 
questa  grazia  hanno  bisogno,  si  come  noi  leggiamo  di  Costantino 
imperadore,  il  quale,  dormendo,  vide  san  Pietro  e  san  Paolo, 
e  il  loro  ammaestramento  udì,  e  poi  si  destò  dal  corporal  sonno 
e  dal  mentale,  quello  segui,  e  gli  errori  del  paganesimo  tutti 
da  sé  cacciò.  Tocca  alcuna  volta  con  aperta  visione,  come  fece 
san  Paolo  quando  andava  a  Damasco;  e  fu  di  si  fatta  forza 
questo  toccamente,  che  esso  divenne  subitamente,  di  lupo, 
agnello  e  vaso  di  elezione  pieno  di  Spirito  santo.  Tocca  an- 
cora co'  suoi  messaggeri,  si  come  fece  David,  il  quale  per 
l'omicidio  d'Uria  e  per  l'adulterio  commesso  in  Bersabé,  es- 
sendosi dal  suo  piacer  partito,  mandatogli  Nathan  profeta,  il  fece 
riconoscere  ;  il  quale,  piangendo,  e  in  quel  salmo  allora  da  lui 
composto,  cioè  «Miserere  mei,  Deiis^,  la  sua  misericordia  addo- 
mandando,  impetrò  del  commesso  perdonanza;  e  similemente 
Ezechia  re,  nunziatagli  per  comandamento  di  Dio  da  Isaia 
profeta  la  sua  morte,  pianse  e  pregò,  e  impetrò  quindici  anni 
di  vita.  Tocca  ancora  con  tribulazioni  intorno  alle  cose  mon- 
dane; perché  gli  uomini,  sentendosi  affliggere  nella  perdita  de' 
figliuoli  e  delle  possessioni,  delle  mercatanzie,  degli  stati  e  di 
simili  cose,  quasi  desti  dal  mortai  sonno  si  ritornano  verso 
Iddio,  e  ingegnansi  d'uscire  della  via  delle  tenebre  e  tornare 
alla  luce.  E  quantunque  saper  non  possiamo  qual  si  fosse,  di 
queste  o  forse  d'alcuna  altra,  la  maniera  con  la  quale  la  grazia 
di  Dio  toccò  l'autore  addormentato  dal  sonno  mentale,  credesi 
nondimeno  per  molti  che  da  tribulazioni  fosse  tócco;  già  av- 
veggendosi  in  questo  tempo,  nel  quale  la  presente  opera  inco- 
minciò, di  quello  che  poi  quasi  a  mano  a  mano  gli  avvenne, 
cioè  di  dover  perdere  lo  stato  suo,  e  di  dovere  andar  in  esilio, 
e  di  dovere  nelle  proprie  cose  ricever  danno.  Per  la  qual 
cosa,   da  questa  grazia  operante  tócco,   cominciò  a  pensare,   e 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  171 

pensando  a  conoscere  le  cose  presenti  non  avere  alcuna  stabilità, 
esser  piene  d'invidia  e  di  pericoli,  e  nulla  altra  cosa  in  sé 
aver  fermezza  se  non  il  servire  e  amare  Iddio.  Dal  quale  pen- 
siero fu  cominciata  a  rompere  la  nuvola  della  ignoranza,  la 
quale  infino  a  quella  ora  l'avea  occupato,  e  cominciò  a  cono- 
scere la  miseria  dello  stato  de'  peccati,  e  ad  avvedersi  in  quanti 
e  quali  fosse  inviluppato,  e  in  quanto  pericolo  esso  fosse  lun- 
•gamente  dimorato  d'andare  ad  eterna  perdizione. 

La  quinta  cosa,  che  dissi  era  da  vedere,  è  perché  più  nel 
mezzo  della  nostra  vita  che  in  altra  età  questo  avvenisse.  In- 
torno alla  qual  cosa  è  da  sapere  questo  vocabol  «  mezzo  » 
potersi  prendere  in  due  modi.  L'un  modo  è  quello  che  nella 
esposizione  litterale  dicemmo,  cioè  puntale  ;  il  quale  mezzo  è 
dirittamente  quel  punto  che  igualmente  è  distante  a  due  estre- 
mità. Verbigrazia:  egli  è  una  verga  lunga  due  braccia,  cioè 
dall'una  estremità  della  verga  all'altra  sono  due  braccia  ;  per  che 
il  mezzo  puntale  di  questa  verga  sarà  là  dove,  dall'una  estre- 
mità cominciandosi  e  andando  verso  l'altra  la  lunghezza  d'un 
braccio,  là  dove  egli  finirà,  sia  puntalmente  il  mezzo  di  questa 
verga.  E  possiamo  ancor  dire  il  mezzo  puntale  esser  quel 
punto  il  quale  la  sesta  fa,  quando  alcun  cerchio  discriviamo  ; 
percioché  questo  in  ogni  parte  del  cerchio  è  igualmente  di- 
stante dalla  circunferenza.  La  seconda  maniera  del  mezzo  s'in- 
tende assai  sovente  ciò  che  si  contiene  intra  due  estremi,  o 
infra  la  circunferenza  del  cerchio  ;  si  come  Niccolaio  di  Tamech 
sopra  il  Tito  Livio  dice  che  Arno  è  un  fiume  posto  nel  mezzo 
tra  Fiesole  e  Arezzo;  e  in  alcun  luogo  dice  la  Scrittura,  leru- 
salem  essere  nel  mezzo  del  mondo:  per  lo  qual  mezzo  molti 
intendono  il  mezzo  puntale,  e  ciò,  come  i  geometri  sanno, 
non  è  vero.  E  perciò  in  questa  parte  è  da  prendere  la  parola 
dell'autore,  quanto  alla  persona  sua,  per  lo  mezzo  puntale; 
percioché,  come  di  sopra  mostrammo,  egli  era  di  età  di 
trentacinque  anni,  eh' è  il  mezzo  puntale  della  vita  nostra, 
quando,  tócco  dalla  grazia  di  Dio,  si  ravvide  dove  l'aveva  la 
ignoranza  menato.  Ma,  percioché  a  ciascuno  uomo,  in  che 
età  egli    si    sia,    può   avvenire,    anzi    avviene  tutto  il  di,    che, 


17-2  iri-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

abbandonata  la  via  della  verità,  s'entra  ne'  vizi,  e  similemente, 
per  la  grazia  di  Dio,  il  ravvedersi;  si  può  per  gli  altri,  i  quali 
in  altra  età  che  l'autore  si  ravveggono,  intender  questo  mezzo 
quello  spazio  che  è  posto  in  fra  il  di  della  nostra  natività  e 
il  di  della  morte.  E  puossi  quel  mezzo  il  quale  per  l'autore 
s'intende,  che  è  intorno  all'età  de' trentacinque  anni,  moral- 
mente prendere,  secondo  che  in  quella  età  ogni  corporale  virtù 
è  a  sua  perfezion  venuta;  e  cosi,  in  qualunque  tempo  l'uomo 
si  ravvede  del  suo  mal  vivere  e  al  ben  vivere  si  converte,  si 
può  dire  ogni  potenzia  animale  esser  venuta  in  perfetta  virtù  ; 
e  cosi  nella  buona  disposizione,  aiutato  dalla  grazia  cooperante, 
perseverando,  va  di  questa  virtù  in  altra  maggiore,  e  di  quel- 
l'altra in  un'altra,  tanto  che  egli  perviene  dove  ciascun  discreto 
disidera  al  suo  fine  di  venire. 

La  sesta  cosa,  la  qual  dissi  che  era  da  investigare,  era 
quello  ch'egli  intendesse  per  quella  selva  oscura  e  malagevole 
nella  quale  dice  si  ritrovò.  È  adunque  questa  selva,  per  quello 
che  io  posso  comprendere,  lo  'nferno,  il  quale  è  casa  e  prigione 
del  diavolo,  nella  quale  ciascun  peccatore  cade  ed  entra,  si 
tosto  come  cade  in  peccato  mortale.  E  che  ella  sia  lo  'nferno, 
la  discrizion  di  quella  il  dimostra  assai  chiaro,  in  quanto  dice 
che  ella  era  «  oscura  »,  cioè  piena  d' ignoranza  (il  che  assai  chiaro 
ne  mostra  Isaia  quando  dice  :  «  Erravimus  a  via  veritatis,  et  sol 
iustitiae  non  illuxit  nobis  »),  considerata  la  qualità  di  coloro  che 
in  essa  dimorano:  peroché,  se  in  loro  fosse  alcuna  luce  di  sa- 
pienza, non  è  alcun  dubbio  che  non  cercasson  tantosto  d'uscirne. 
E  chi  è  più  ignorante  che  colui  il  quale,  potendo  schifare  il 
fare  contro  a'  comandamenti  del  suo  Creatore  (che  può  ciascun 
che  vuole),  si  lascia  tirare  alle  lusinghe  della  carne  e  del  mondo 
e  alle  fallacie  del  dimonio?  o  che  pure,  veggendosi  per  la 
nostra  fragilità  tirato,  non  si  sforza,  avendo  la  via,  d'uscirne, 
ma,  aggiugnendo  l'una  colpa  sopra  l'altra,  più  se  medesimo 
inviluppa,  e  fa  col  continuo  peccare  più  tenebroso  il  suo  intel- 
letto e  più  forti  le  catene  del  suo  avversario?  Dice,  oltre  a 
ciò,  questa  selva  essere  «selvaggia»,  si  come  del  tutto  strana  da 
ogni   abitazione    umana:    percioché   nella  prigion  del   diavolo, 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I73 

nella  quale  noi  medesimi  peccando  ci  mettiamo,  non  è  alcuna 
umanità,  né  pietà,  né  clemenzia,  anzi  è  piena  di  crudelità, 
di  bestialità  e  di  iniquità.  Né  osta  il  dire:  egli  v'abitano  gli 
uomini  peccatori;  percioché  questo  non  è  vero;  che,  come 
l'uomo  ha  commesso  il  peccato,  egli  diventa  quella  bestia,  li  cui 
costumi  son  simili  a  quel  peccato.  Verbigrazia:  colui  che  nel 
vizio  della  lussuria  si  lascia  cadere,  percioché  la  lussuria  per 
la  sua  bruttezza  è  simigliata  al  porco,  esso  diventa  porco,  quan- 
tunque effìgie  umana  gli  rimanga;  e  il  rapace  diventa  lupo, 
perché  il  lupo  è  rapacissimo  animale:  e  cosi  quello  luogo  è 
salvatico,  si  come  privato  d'ogni  umana  stanza.  È,  oltre  a 
questo,  «aspra»  per  le  spine,  per  li  triboH  e  per  gli  stecchi,  cioè 
per  le  punture  de'  peccati,  li  quali,  continuamente  dai  morsi 
della  coscienza  infestati,  dolorosamente  pungono  il  peccatore. 
Ed  è  <  forte  »,  in  quanto  tenacissimi  sono  i  legami  del  diavolo, 
e  massimamente  negli  ostinati,  li  quali,  poi  che  nel  profondo 
delle  colpe  caduti  sono,  della  divina  misericordia  disperandosi, 
disprezzano  Iddio  e  turano  gli  orecchi  alli  ammonimenti  de' 
giusti  uomini  e  alla  evangelica  dottrina.  E,  per  queste  qualità, 
a  colui  il  qual  è  tócco  dalla  divina  grazia,  ella  pare  (e  cosi  è), 
piena  di  tanta  amaritudine,  che  poco  più  è  la  morte  eternale, 
nella  quale  alcuna  dolcezza  non  s'aspetta  giammai. 

Nondimeno  dice  l'autore  alcun  bene  aver  trovato  in  essa. 
Per  lo  qual  bene  niun' altra  cosa  credo  che  sia  da  intendere, 
altro  che  la  misericordia  di  Dio,  la  quale  non  ha  luogo  che 
ne' giusti  s'adoperi;  e  cosi  ne' peccatori  è  tanto  necessaria, 
che,  se  essa  non  fosse,  alcun  nostro  merito  né  lagrima  mai 
potrebbe  sodisfare  alla  divinità,  del  peccato  commesso.  Ella 
adunque  è  quella,  che,  nella  oscurità  della  nostra  ignoranza  e 
delle  nostre  colpe,  colle  braccia  aperte  si  trova  presta  a  non 
guardare  a'  difetti  commessi,  ma  solamente  alla  buona  affezione 
di  chi  a  lei  rivolger  si  vuole  per  doverla  ricevere;  questa  è 
quella,  la  cui  benignità  riguardata,  ti  sé  dalla  disperazion  ci 
ritira.  Della  quale,  si  come  di  bene  trovato  là  ove  ella  è  op- 
portuna, l'autore  dice  di  voler  trattare,  si  come  fa  nel  libro 
secondo    della    presente    Commedia,    nel    quale    pienamente    si 


J74  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

posson  comprendere  e  la  sua  santissima  liberalità  e  i  pietosi 
effetti  verso  i  peccatori,  quantunque  essi  abbiano  incontro  ad 
essa  operato. 

La  settima  cosa  dissi  era  da  vedere  perché  più  nel  principio 
del  di  scriva  l'autore  d'essersi  ravveduto  che  ad  altra  ora. 
Puossi  intorno  a  questa  parte  dire,  quanto  gli  uomini  involti 
ne'  peccati  dimorano,  tanto  dimorare  nelle  tenebre  della  notte, 
cioè  della  ignoranzia;  la  quale,  come  la  notte  toglie  il  poter 
conoscere  o  vedere  le  cose,  quantunque  nel  cospetto  ci  sieno, 
cosi  toglie  il  cognoscere  il  vero  dal  falso  e  le  cose  utili 
dalle  dannose.  E  perciò,  qualora  avviene  che  la  grazia  di  Dio 
operante  tocca  il  peccatore  ed  è  da  lui  ricevuta,  cosi  comincia 
a  tornar  la  luce  della  conoscenza  di  Dio  e  di  se  medesimo  e 
del  suo  stato;  e  ognora  che  la  luce  apparisce,  è  di  necessità 
che  le  tenebre  della  notte  cessino  ;  ed  in  quella  ora  che  le  te- 
nebre cessano,  si  come  manifestamente  appare,  è  principio  del 
di,  e  massimamente  a  colui  il  quale  abbandona  la  notte  della 
ignoranza,  sollecitato  e  sospinto  dalla  divina  grazia.  E  di  questo 
dice  Osea  profeta  in  persona  di  Cristo:  «/«  tribulatione sua  mane 
consurgent  ad  me  ».  Ed  il  peccatore  d'altra  parte,  come  agli  occhi 
dell'intelletto  gli  apparisce  la  divina  luce,  già  le  sue  malvage 
operazioni  cominciando  a  cognoscere,  può  dire  quelle  parole 
del  salmista  :  «  Mane  adstabo  libi  et  videbo:  qìWìiiam  non  Deus 
volens  iniquitatem  tu  es».  Dunque  congruamente  finge  l'autore 
di  mattina  essere  stato  questo  ravvedimento,  per  lo  quale  si  co- 
nobbe essere  nella  oscura  selva  dei  peccati  e  della  ignoranza. 

L'ottava  cosa  dissi  era  da  vedere  quello  che  l'autor  vuol 
intendere  per  lo  sole  che  sopra  il  monte  vide  e  per  lo  monte. 
Per  li  monti  intende  la  Scrittura  di  Dio  spesse  fiate  gli  apostoli; 
e  questo,  percioché,  come  i  monti  son  quegli  che  prima  rice- 
vono i  raggi  del  sole  materiale  surgente,  cosi  gli  apostoli  fu- 
rono i  primi  che  ricevettero  i  raggi,  cioè  la  dottrina  del 
vero  sole,  cioè  di  Gesù  Cristo,  il  quale  è  veramente  sole  di 
giustizia  e  luce,  la  quale  illumina  ciascuno  che  viene  in  questo 
mondo.  E  che  esso  sia  vero  sole,  per  molte  ragioni  si  dimo- 
strerebbe, le  quali  al  presente  per  brevità  ometto.  E,  secondo 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  I75 

che  io  estimo,  nell'autore,  sentita  la  grazia  di  Dio,  venne  quel 
desiderio,  il  quale  si  dee  credere  che  vegna  in  ciascuno  il  quale 
quella  grazia  in  sé  riceve:  cioè  di  conoscere  pienamente  le 
colpe  sue,  e  qual  via  dovesse  tenere  per  poter  venire  a  salute; 
ed  occorsegli  nella  mente  alcuna  dottrina  non  potergli  in  questo 
suo  disiderio  satisfare,  come  l'apostolica;  rammemorandosi  delle 
parole  del  salmista,  dove,  parlando  di  loro,  dice:  ^  Non  sunt 
loquelae,  neque  sermones,  quorum  non  audiantur  voces  eorum. 
In  omnem  terram  exivit  sonus  eorum,  et  in  fines  orbis  terrae 
vcrba  eorum  ».  E  però,  fuggendo  la  confusione  delle  tenebre  del 
peccato,  si  può  dire  dicesse,  come  talvolta  disse  il  salmista: 
«  Levavi  oculos  meos  in  montes,  unde  veniel  auxilium  mihi  »  ; 
volendo  in  questo  dire  che  egli  levasse  gli  occhi  della  mente 
alle  Scritture  e  alla  dottrina  apostolica,  dalla  quale  sperava  do- 
vere avere  aiuto  al  suo  bisogno.  Ed  accioché  questa  speranza 
gli  si  fermasse  nel  cuore,  dice  che  vide  la  sommità  di  questo 
monte  coperta  de'  raggi  del  pianeta,  cioè  del  sole,  a  dimostrare 
che  essa  dottrina  apostolica  sia  illuminata  del  lume  dello  Spi- 
rito santo,  il  quale  veramente  mena  altrui  diritto  per  ogni  calle; 
cioè,  da  che  che  colpa  l'uom  si  parte,  egli  è  da  lui  menato  in 
porto  di  salute.  E  che  la  dottrina  degli  apostoli  sia  santa  e  ve- 
ramente piena  de'  doni  dello  Spirito  santo,  appare  per  le  pa- 
role d'Isaia,  dove  dice:  ^  Requiesc^t  super  eum  spiritus  timor is 
Domini,  spiritus  sapie?itiae  et  intellectus,  spiritus  consilii  etfo?'- 
titudinis,  spiritus  scientiae  et  pietatis,  et  replebit  eum  spiritus 
timoris  Dominio.  Per  che  l'autore,  e  qualunque  altro,  veggendosi 
cosi  fatto  rifugio  apparecchiato  davanti,  dove  prender  lo  voglia, 
puote  meritamente  sperare,  e,  sperando,  minuire  la  paura  della 
morte  eterna,  nella  quale  il  fanno  dimorare  le  catene  del  diavolo, 
mentre  in  esse  dimora  legato.  E,  oltre  a  ciò,  veggendo  sopra 
questo  monte  il  sole  scacciatore  delle  tenebre  eterne,  e  il  quale 
è  toglitore  de'  peccati,  si  come  noi  di  lui  leggiamo  :  «  Ecce  agnjis 
Dei,  ecce  qui  tollit  peccata  mundi -t*-,  pJliote  ancora  maggiormente 
sperar  salute,  sospinto  dalle  parole  d'Isaia,  il  quale  dice:  «  Vobis, 
qui  timetis  Deum,  orietur  sol  iustitiae  » .  E  perciò  meritamente 
l'autore,  conosciuto,   là  dove  era,  esser  valle  di  miseria,  si  si 


176  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

sforza  di  partir  di  quella  e  di  voler  salire  al  monte,  cioè  alla 
dottrina  della  verità,  e  a  Colui  il  quale  puote  liberare  ciascuno, 
che  con  affetto  vuole,  delle  mani  dello  'nferno. 
[Lez.  \  1]  La  nona  cosa,  la  qual  dissi  considerar  si  volea,  era  quello 
che  l'autor  sentisse  per  la  considerazione  avuta,  poi  che  al- 
quanto la  paura  gli  cessò  ;  e  appare  per  le  sue  parole  essere 
stata  del  pericolo,  nel  quale  si  vedeva  essere  stato  la  passata 
notte:  per  la  quale  dobbiamo  intendere  il  primiero  atto  dell'a- 
nimo di  colui  che  la  passata  miseria  della  sua  vita  comincia 
a  cognoscere.  Il  quale  veramente  non  è  altro  che  paura,  e  spe- 
zialmente avendo  egli  spazio  e  alcuna  luce  di  sentimento,  per 
la  qual  possa  discernere  quante  e  quali  possano  essere  state 
quelle  cose  che  in  quelle  miserie  l'avrebbono,  ciascuna  per  se 
medesima,  potuto  far  morire  di  perpetua  morte:  e  massimamente 
cognoscendo  la  ingratitudine  sua  verso  Iddio,  dal  quale  infiniti 
benefici  ha  ricevuti,  cognoscendo  la  sua  giustizia,  la  quale,  pas- 
sato il  tempo  della  misericordia,  è  irrevocabile,  né  si  può,  come 
quella  de'  mortali  giudici,  con  prieghi  né  con  lagrime  piegare, 
né  corromper  con  doni  o  con  eccezioni  prolungare.  Dalla  quale 
considerazione  si  levan  presti  coloro,  li  quali  invano  non  rice- 
vono la  divina  grazia,  e  per  la  diserta  piaggia  a  salire  al  monte 
muovono  i  passi  loro.  E  dice  «diserta»,  percioché  ancora  è  ste- 
rile e  senza  alcun  virtuoso  frutto  l'anima  di  colui  che  pure  ora 
ora  comincia  a  partirsi  della  via  del  peccato. 

La  decima  cosa,  la  quale  da  essere  cercata  dissi,  è  quello 
che  noi  dobbiamo  sentire  per  le  tre  bestie,  le  quali  l'autor 
mostra  che  impedivano  il  suo  cammino.  [Ed  intorno  a  questo 
è  da  considerare  queste  bestie  altrimenti  doversi  intendere 
avendo  riguardo  solamente  all'autore,  e  altrimenti  avendo 
riguardo  generalmente  a  ciascun  peccatore,  che  vuole  alla  via 
della  verità  ritornare,  percioché  non  ogni  uomo  igualmente 
è  da  una  medesima  passione  impedito:  e  perciò  avviso  l'autor 
ponesse  quello  che  a  lui  sentiva  s'appartenesse  e  di  che  più 
si  conosceva  passionato.  E  però  primieramente  quello  dirò  ch'io 
sentirò  per  queste  tre  bestie  appartenere  all'autore:  poi,  se  niuna 
cosa  v'avrò  da  mutare  per  riducerle  al  senso  spettante  all'uni- 
versità dei  peccatori,  come  saprò,  il  farò  e  dimostrerò]. 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I77 

Dice  adunque  che,  essendo  nella  predetta  meditazione,  dili- 
berato di  lasciare  la  valle  oscura  e  di  salire  al  monte  luminoso 
e  chiaro,  cioè  alla  dottrina  apostolica  ed  evangelica,  essere 
state  tre  bestie  quelle  che  il  suo  salire  impedivano:  una  leonza, 
o  lonza  che  si  dica,  e  un  leone  e  una  lupa.  Le  quali,  quantunque 
a  molti  e  diversi  vizi  adattare  si  potessono,  nondimeno  qui, 
secondo  la  sentenzia  di  tutti,  par  che  si  debbano  intendere  per 
questi:  cioè  per  la  lonza  il  vizio  della  lussuria,  e  per  lo  leone 
il  vizio  della  superbia,  e  per  la  lupa  il  vizio  dell'avarizia.  E, 
percioché  io  non  intendo  di  partirmi  dal  parere  generale  di 
tutti  gli  altri,  verrò  a  dimostrare  come  questi  animali  a'  detti 
vizi  si  possono  appropriare;  e  poi,  se  all'autore  parrà  di  do- 
vergli attribuire,   rimangasi  nello  arbitrio  di  ciascuno. 

Sono  adunque  nella  lonza,  tra  l'altre  molte,  quattro  singolari 
proprietà:  ella  primieramente  è  leggierissima  del  corpo,  tanto, 
o  più,  quanto  alcun  altro  quadrupede  sia;  appresso,  la  sua  pelle 
è  leccata,  piana  e  di  molte  macchie  dipinta;  oltre  a  questo,  ella 
è  maravigliosamente  vaga  del  sangue  del  becco;  ultimamente, 
ella  è  di  sua  natura  crudelissimo  animale. 

Le  quali  quattro  proprietà,  secondo  il  mio  giudicio,  sono 
mirabilmente  conformi  al  vizio  della  carne:  percioché  la  sua 
leggerezza  è  a  dimostrare  la  levità  degli  animi  di  quelle  persone 
o  che  con  l'appetito  o  che  attualmente  con  esso  vizio  s'invi- 
scano;  imperoché  essi  alcuna  volta  ardon  tutti,  da  fervente 
disiderio  della  cosa  amata  accesi,  e  alcun'altra  son  più  freddi 
che  la  neve,  cessando  punto  la  speranza  della  cosa  amata;  e 
quasi  in  un  momento  ridono  e  cantano,  e  lamentansi  e  pian- 
arono, e  cosi  insuperbiscono  subito,  e  subitamente  diventano 
umili  ;  ora  turbati  garrono  e  gridano,  e  di  presente  mitigati 
lusingano.  Le  quali  levità  ottimamente  discrive  Plauto  in  una 
sua  commedia  chiamata  Cislellaria,  dove  un  giovane,  più  che 
uopo  non  gli  era,  invescato  in  questa  pania,  dice  cosi: 

Credo  ego  amorem  prìmum  apud  homines  carnificinam  commentum, 
hanc  ego  de  me  conieciuram  domi  facio,  ne  foras  quaeram., 
qui  omnes  homines  supero,  atque  antideo  cruciabilitatibus  animi, 
lactor,  cruciar,  agitor,  stimulor,  vexor  vi  anioris  totus,   miser. 

G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi  -  \.  12 


lyS  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Exanimor,  feror,  differor,.  distrahor,  diripior:  ita  nullam  mentem 
animi  habeo:  ubi  suni,  ibi  non  sum:  ubi  fion  sum,  ibi  est  animus: 
ita  niihi  omnia  ingenia  sunt.  Quod  lubet,  non  lubet  iam  id  continuo, 
ita  me  amor  lassum  animi  ludificat,  fugat,  agii,  appetii, 
raptat,  retinet,  iactat,  largitur:  quod  dai,  non  dat:  deludit: 
modo  quod  suasit,  dissuadet:  quod  dissuasiti  itidem  ostentai. 
Maritimis  moribus  mecum  expelitur:  ita  nieum  frangit  amantem 
animum  ncque,  nisi  quia  miserne  eo pessum,  mihi  ulta  abest perdita 
pernities,  ecc. 

Oltre  a  ciò,  questo  disonesto  appetito  è  velocissimo  in  per- 
mutarsi, e  salta  tosto  d'una  cosa  in  un'altra:  un  muover  d'occhi, 
un  atto  vezzoso,  un  riso,  una  guatatura  soave,  una  paroletta  ac- 
cesa, una  lusinga,  d'uno  amore  in  un  altro,  come  vento  foglia, 
gli  trasporta;  e  ora  avendo  a  schifo  questa  che  piacque,  e  ora 
desiderando  quella  che  ancora  non  era  piaciuta,  dimostrano 
il  lieve  movimento  della  lor  mente.  La  infelice  Didone,  secondo 
Virgilio,  per  un  forestiero  affabile,  mai  più  non  veduto,  subi- 
tamente dimenticò  il  lungamente  e  molto  amato  Sicheo;  assai 
bene  verificando  quello  che  l'autore,  nel  Purgatorio,  delle  fem- 
mine dice: 

Per  lei,  assai  di  lieve  si  comprende 
quanto  in  femmina  fuoco  d'amor  dura, 
se  l'occhio  o  '1  tatto  spesso  noi  raccende. 

Giasone  dell'amor  d'Isifile  in  brieve  tempo  saltò  in  quel  di 
Medea,  e,  lei  abbandonata,  poi  si  rivolse  a  Creusa.  Le  quali 
inconvenienze  e  disordinati  appetiti,  assai  bene  convenirsi  la 
leggerezza  di  questa  bestia  co'  miseri  libidinosi  dimostrano. 

Appresso,  la  pelle  sua  leccata  e  di  macchie  dipinta,  non 
meno  che  la  predetta,  si  confà  co' costumi  de' lascivi  ;  percio- 
ché  quegli,  gli  quali  da  tal  passione  son  faticati,  quanto  pos- 
sono, o  per  pigliare  o  per  tenere,  si  studiano  di  piacere;  per 
la  qual  cosa  s'adornano  di  vestimenti  vari,  pettinansi,  lavansi  e 
dipingonsi,  specchiansi,  tondonsi,  vanno  e  tornano,  cantano, 
suonano,  spendono,  gittano,  e,  dove  di  parer  più  begli  e  più 
accettevoli  si  sforzano,  vituperevolmente  di  disoneste  ed  enormi 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I79 

brutture  si  macchiano.  Con  queste  armi  e'  prese  e  fu  preso  Paris 
da  Elena;  con  queste  armi  mise  Dalila  nelle  mani  de*  suoi  ne- 
mici Sansone  ;   con  queste  armi  prese  e  irreti  Cleopatra  Cesare. 
E,  oltre  a  questo,  questa   bestia  è  maravigliosamente   vaga 
del   sangue  del  becco.   Intorno  alla  qual  cosa  si  dee  intendere 
in  questo    dimostrarsi    l'appetito  corrotto  di   coloro  li  quali  in 
questa    bruttura   si    mescolano:    percioché,  si  come  il  becco  è 
lussuriosissimo  animale,  cosi,  per  l'usare  questo  vizio,  più  lus- 
surioso si  diviene.  Per  la  qual  cosa  alcuni  miseramente,  creden- 
dosi in  cotal  guisa  sviluppare,  non  accorgendosene,  s' invilup- 
pano; percioché  non  questo,  come  gli  altri  vizi,  per  continuo 
combattimento    si  vince,  ma   per   fuggire:  il  che   ottimamente 
dimostrarono  i  poeti  nella  scrizione  della    battaglia  d'Ercule  e 
d'Anteo.   E,  oltre   a   ciò,  il    becco  è  fiatoso    animale  e  olido, 
del  quale  questa  bestia  si  diletta:  in  che  si  dimostra  la  vaghezza 
dei  libidinosi  intorno  al  fiatoso  e  abbominevole  atto  venereo,  il 
quale    è    intanto   al  naso   e  agli    occhi  noioso    e    allo  'ntelletto 
umano,  che  se  non  fosse  che  la  natura  ha  in  quello  posto  ma- 
raviglioso   diletto,  accioché    l'umana   specie  per  non  generare 
non  venga  meno,  io  sono  d'opinione  che  ciascuno  come  fasti- 
diosissima cosa  il  fuggirebbe.  E  la  dilettazione,  la  quale  questa 
bestia  ha  del  sangue  del  becco,  assai  chiaro  dimostra  l'appetito 
che  ciascuna  delle  parti  di  quegli,  che  a  questa  turpitudine  si 
congiungono,  hanno  del  fine  di  quello  disonesto  atto  ;  nel  quale 
il  sangue  de'  miseri  dannosamente  tante  volte,  quante  per  altro 
che  per  generare  si  versa,  non  meno  biasimevolmente,  che  se 
in  una  fetida  sentina  si  gittasse,  si  perde.  Senza  che,  per  questo 
i  nervi    indeboliscono,  il  veder  ne  raccorcia,  i  membri  ne  di- 
ventan  tremuli,  e  la  nodosa   podagra,  con  gravissima  noia  di 
chi    l'ha,  tiene    tutto  il  corpo  quasi  immobile   e   contratto;    e 
cosi  non  solamente  se  n'offende  Iddio,  ma  ancora  se  ne  gua- 
stano i  miseri  la  persona.  Per  questo  convenne  a  Gaio  Antonio, 
poste  giù  l'armi,  militare  con  l'animo  dietro  a  Catellina;  e,  come 
che  più  non  me  ne  ridica  or  la  memoria,  non  è  da  dubitare  che 
i  passati  secoli  non  ne  sieno  stati  cosi  copiosi  come  veggiamo 
l'odierno. 


l8o  III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Ultimamente  dissi  questo  animale  essere  crudele,  per  la  qual 
crudeltà  è  da  intendere  la  crudeltà  di  questo  peccato,  il  quale 
quegli,  che  più  con  lui  si  dimesticano  e  congiungono,  le  più 
delle  volte  conduce  a  crudelissime  spezie  di  morte.  Quanti  ro- 
busti giovani,  quante  vaghe  donne,  mentre  senz'alcun  freno 
questo  disonesto  diletto  hanno  seguito,  hanno  già  la  lor  morte, 
dopo  faticosa  infermità,  avacciata?  Quanti  ancora,  non  potendo 
sofferire  né  por  modo  al  loro  fervente  disiderio  di  pervenire  a 
quello,  hanno  se  medesimi  disonestamente  disfatti?  Il  non  potere 
aspettare  Demofonte,  suo  amico,  condusse  Fillide  ad  impiccarsi. 
La  miseria  di  questo  vizio  diede  ad  Artabano  medo  vittoria  sopra 
Sardanapalo.  E  qual  porco  crederem  noi  che  uccidesse  Adone 
altro  che  il  soperchio  coito  con  Venere,  reina  di  Cipri,  sua 
moglie  ? 

Bene  adunque  si  può  questa  bestia  dire  essere  la  concupi- 
scenza carnale,  la  quale,  lusinghevole  insino  alla  morte,  con 
tutte  quelle  mortali  dolcezze  ch'ella  porge,  facendosi  incontro 
alla  sensualità  umana,  qualora  l'animo,  riconosciuta  la  tristizia 
di  quella,  da  essa  partir  si  vuole  e  alle  divine  cose  tornarsi, 
con  non  piccola  forza  s'ingegna  di  ritenerlo,  non  partendogiisi 
dinanzi  dal  volto;  quasi  voglia  dire:  rammemorando  tutte 
quelle  persone  che  già  sono  state  amate,  tutti  quegli  atti,  tutte 
le  parole  che  già  sono  state  piaciute;  le  lagrime,  la  promessa 
fede,  i  rotti  sacramenti  con  pietoso  aspetto  ricordandogli  ;  con 
false  dimostrazioni  suadendogli  che  questa  castità,  questo  pro- 
ponimento riserbi  agli  anni  vecchi,  e  non  voglia  ora  perdere 
quello  che  mai  non  dee  potere  recuperare.  Con  li  quali  conforti, 
e  altri  molti  a  questi  simiglianti,  nel  quarto  deW Eneida  mostra 
Virgilio  essersi  Didone  ingegnata  di  ritenere  Enea  e  dalla  glo- 
riosa impresa  rivolgerlo,  come  già  assai  dal  buon  principio 
hanno  rivolti  al  doloroso  fine  d'eterna  perdizione. 

Questa  adunque  si  parò  davanti  al  nostro  autore,  per  do- 
verlo fare  nelle  abbandonate  tenebre  ritornare;  il  quale  dall'ora 
del  tempo  e  dalla  dolce  stagione  prese  speranza  di  vincere 
questo  vizio  oppostosi  alla  sua  salute.  Per  la  quale  ora  del 
principio   del    di   credo    sia    da    prendere    l'ora    o  '1   tempo  nel 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  iSl 

quale  Cristo  prese  carne  umana;  il  quale  prender  di  carne,  fu 
senza  alcun  dubbio  il  principio  della  nostra  salute  il  principio 
della  riconciliazione  del  nostro  signore  Iddio  con  la  nostra  uma- 
nità, il  principio  del  tempo  accettevole,  il  quale  per  tante  migliaia 
d'anni  fu  aspettato.  E  questo,  percioché  in  quel  proprio-  di  fu, 
cioè  di  venticinque  di  marzo,  nel  quale,  si  come  apparirà  ap- 
presso, il  nostro  autore  dice  sé  essere  risentito  dal  sonno  mor- 
tale. E  cosi  vuole  adunque  l'autore  darne  a  vedere  che,  di  ciò 
ricordandosi,  prendesse  buona  speranza  della  misericordia  di 
Colui,  senza  la  quale  non  si  puote  avere  d'alcun  vizio  vittoria. 
La  stagione  del  tempo  similmente  gli  die'  buona  speranza,  co- 
noscendo che  in  quella  stagione  era  cominciato  il  tempo  della 
grazia,  e  aperta  la  via  alla  nostra  salute,  lungamente  stata  ser- 
rata, ed  il  nemico  della  umana  generazione  abbattuto:  perche 
sperar   si   dovea  di  poter  similmente  abbattere  i  suoi  ministri. 

La  seconda  bestia,  la  qual  si  fece  incontro  al  nostro  autore, 
tu  un  leone,  il  quale  dissi  essere  inteso  per  la  superbia,  alla 
quale,  come  egli  si  confaccia,  ne  mostreranno  alcune  delle  sue 
proprietà,  a  quelle  del  vizio  poi  equiparate.  È  il  lione  non  so- 
lamente audace  ma  temerario;  e  appresso  è  rapace  e  sopra- 
stante ;  ed  è  ancora  aUisono  nel  ruggir  suo,  intanto  che  egli 
spaventa  le  bestie  circunvicine  che  l'odono:  e,  come  che  assai 
più  ce  n'abbia,  queste  tre  bastino  a  mostrare  per  lui  ottima- 
mente potersi  intendere  il  vizio  della  superbia. 

Dissi  adunque  il  lione  essere  non  solamente  audace  ma  te- 
merario; percioché,  senza  misurare  le  forze  sue,  non  è  alcuno 
animale  si  forte  (che  ne  sono  assai  più  forti  di  lui),  il  quale  egli 
non  presuma  d'assalire  ;  di  che  egli  talvolta  con  gran  suo  danno 
è  ributtato  indietro.  Ed  Aristotile  nel  terzo  deW  E/ica,  là  dove 
parla  della  fortezza,  dice  che  l'esser  temerario  è  vizio,  in  quanto 
il  temerario  presume,  oltre  alle  sue  forze,  quello  che  a  lui  non 
s'appartiene.  E  questo  vizio  è  il  presumere  alcuno  di  combat- 
tere con  due  o  con  tre  o  con  più;  conciosiacosaché  cia- 
scuno debba  credere  uno  poter  quanto  un  altro,  e  con  quell'uno 
mettersi  a  combattere  è  ardire  e  segno  di  fortezza;  dove  l'andar 
contro  a  più,   potendogli  schifare,  è  temerità.  In  questo  l'uomo 


l82  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

superbo  è  simigliante  al  leone,  percioché  il  disiderio  del  su- 
perbo è  tanto  di  parer  quello  che  egli  non  è,  che  cosa  non  è 
alcuna  si  grave,  che  egli  non  presuma  di  fare,  quantunque  a 
lui  non  si  convenga,  sol  che  egli  creda  per  quello  essere  re- 
putato magnanimo.  E  questa  cechità  ha  già  messo  in  distruzione 
molti  regni,  molte  province  e  molte  genti;  questa  fu  cagione 
al  primo  agnolo  d'esser  cacciato  di  paradiso  con  tutti  i  suoi 
seguaci;  questa  fu  cagione  a  Capaneo  d'esser  fulminato  e  git- 
tate dalle  mura  di  Tebe  in  terra;  questa  fu  cagione  a  Golia 
d'essere  ucciso  da  Davit,  come  la  Scrittura  ne  dice. 

Dissi  ancora  che  il  lione  era  rapace  e  soprastante:  la  qual 
cosa  è  quanto  più  può  propria  del  superbo,  al  quale,  quantunque 
ricco  sia,  non  sofferà  l'animo  d'esser  contento  al  suo,  ma  con- 
tinuamente prieme  e  oppressa  i  minori,  ruba  l'avere,  occupa  !e 
possessioni,  batte  e  ferisce  i  resistenti,  e  in  ciascun  suo  atto 
è  violento  e  pieno  d'ogni  nequizia,  e  in  ogni  cosa  vuol  sopra- 
stare agli  altri,  estimando  per  questo  lo  stato  suo  divenir  mag- 
giore, esser  più  temuto  e  di  più  eccellente  animo  reputato. 
La  qual  cosa  condusse  Giugurta,  re  di  Numidia,  ad  essere  del 
sasso  Tarpeio  gittato  nel  Tevero;  e  lezzabel  ad  essere  della 
torre  sospinta,  e  da'  cavalli  e  da'  carri  e  dagli  uomini  scalpi- 
tata, e  divenir  loto  e  sterco  della  vigna  di  Nabaoth  :  e  Antioco 
re  d'Asia  e  di  Siria  essere  oltre  al  monte  Tauro  da'  romani 
rilegato. 

Similemente  dissi  che  il  leone  era  altisono  nel  ruggir  suo  e 
ch'egli  spaventa  le  bestie  circunstanti;  il  che  Amos  profeta  dice: 
«  Leo  rugiel,  quis  ?io?i  timebit?  -f^ .  Al  qual  romore  il  vizio  della 
superbia  è  evidentissimamente  simigliante,  in  quanto  l'uomo 
superbo  sempre  usa  parole  altiere,  spaventevoli  e  oltraggiose 
in  ogni  suo  fatto;  sempre  parla  di  sé  e  de' suoi  gran  fatti,  e 
dilettasi  e  vuole  che  altri  ne  parli;  quello  estimando  d'essere 
che  i  paurosi  ragionano  per  piacergli.  Per  la  qual  bestialità, 
Nabucdonosor,  di  se  medesimo  per  divina  operazione  ingannato, 
lasciato  il  solio  reale,  n'andò  a  pascer  l'erbe  ne*  boschi;  Simon 
mago  cadde  d'aria  e  fiaccossi  la  coscia;  Roboam,  re  de'  giudei, 
de'  dodici  tribi  d' Israel  ne  perde  nove. 


Ili  -  COMKNTIJ    Al.LA    «DIVINA    COMMEDIA»  183 

Le  quali  cose  sanamente  considerate,  assai  aperto  dimostrano 
noi  dover  potere  per  lo  leone,  al  nostro  autore  apparito,  inten- 
dere il  vizio  della  superbia,  la  quale  all'uomo,  che  da  lei  e 
dall'altre  nequizie  si  vuol  partire  e  tornare  nel  cammino  delle 
virtù,  si  para  dinanzi  agli  occhi  della  mente,  non  lusingandolo, 
ma  spaventandolo,  col  mostrargli  che,  dove  egli  la  sua  maggio- 
ranza, il  suo  altiero  stato  abbandoni,  egli  diverrà  un  menomo 
plebeio;  né  sarà  mai  ad  alcuna  gran  cosa  chiamato,  e  intra' 
suoi  di  ninna  reputazione  avuto,  sarà  dispettato,  e  da  coloro,  li 
quali  esso  ha  già  premuti,  offeso  e  scalpitato,  ru'oato  e  spogliato; 
e,  se  egli  ancora  del  suo  stato  scende,  non  vi  potrà,  quando 
vorrà,  risalire.  [Para  ancora  la  gloria  della  preminenza,  la  po- 
tenza del  levare  in  alto  e  d'abbassare  secondo  il  suo  volere, 
la  pompa  degli  onori,  e  simili  cose  assai.]  Le  quali  cose  senza 
alcun  dubbio  hanno  molto  a  muovere  le  tenere  menti  e  a  ren- 
derle timide  di  cadere,  e  per  conseguente  a  farle  ritirare  indietro 
dalla  laudevole  impresa.  Ma  a  queste  due,  dice  l'autore  essere 
ancora  ad  impedire  il  suo  cammino  sopravvenuta  una  lupa,,  e 
quella,  più  che  l'altre  due,  averlo  spaventato  e  ripintolo  indietro. 

La  terza  bestia,  che  davanti  all'autore  si  parò,  fu  una  lupa, 
fiero  animale  e  orribile,  il  quale,  come  davanti  dissi,  è  inteso 
per  l'avarizia,  con  la  quale  come  costei  si  convenga,  come 
nell'altre  due  abbiam  fatto,  alcune  delle  sue  proprietà  prese, 
e  con  quelle  del  vizio  conformatole,  il  mostreranno.  Manifesta 
cosa  è  la  lupa  essere  animale  famelico  e  bramoso  sempre;  ap- 
prèsso, quando  quel  tempo  viene,  nel  quale  ella  è  atta  a  dovere 
concépere,  avendo  molti  lupi  dietro  continuamente,  a  quello  il 
quale  più  misero  di  tutti  le  pare,  gli  altri  schifati,  si  concede; 
e,  oltre  a  ciò.  il  lupo  è  animale  sospettissimo,  continuo  si  guarda 
d'intorno,  e  quasi  in  parte  alcuna  non  si  rende  sicuro,  credo 
dalla  coscienza  sua  medesima  accusato. 

Dico  adunque  la  lupa  essere  famelico  e  bramoso  animale, 
e  quel  medesimo  essere  l'uomo  avaft);  percioché,  quantunque 
l'uomo  avaro  abbia  quello  che  gli  bisogna,  onestamente  e  in  qua- 
lunque guisa  ragunato,  forse  con  molta  sollecitudine  e  gran  suo 
pericolo,   non    sta    a    quel  contento;   ma,   da  maggior   cupidità 


l84  IH  -  COMKNTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

acceso  e  da  nuova  sete  stimolato,  in  ciascun  suo  esercizio  più 
che  mai  si  mostra  affamato;  e,  per  sodisfare  a  questa  insaziabile 
fame,  niun  pericolo  è,  niuna  disonestà,  niuna  falsità  o  altra  ne- 
quizia, nella  qual'e'  non  si  mettesse.  Per  la  qual  cosa  Virgilio, 
nel  terzo  de\VE//eùfa,  fieramente  la  sgrida,   dicendo: 

...   Quid  non  nior/a/ia  pectora  cogis, 
auri  sacra  famesf 

Secondariamente  il  vizio  dell'avarizia  si  mette  in  uomini 
cattivi  e  pusillanimi;  il  che  appare,  in  quanto  in  alcun  valente 
uomo  o  magnanimo  non  si  vede  giammai  ;  e  che  essi  sieno  cosi, 
le  loro  operazioni  il  dimostrano.  Metterassi  l'avaro  in  una  pic- 
cola casetta,  e  in  quella,  in  continua  dieta  per  non  spendere, 
dimorando  senza  muoversi,  dieci  e  venti  anni  presterà  ad 
usura,  vestirà  male  e  calzerà  peggio,  rifiuterà  gli  onori  per  non 
onorare,  e,  dove  egli  dovrebbe  de'  suoi  acquisti  esser  signore, 
esso  diventa  de'  suoi  tesori  vilissimo  servo;  e,  quanto  maggiore 
strettezza  fa  del  suo,  tanto  tien  gli  occhi  più  diritti  all'altrui. 
Sempre  è  pieno  di  rammarichii,  sempre  dice  sé  esser  povero, 
e  mostrasi  ;  e,  brievemente,  facendosi  dei  beni  della  fortuna  tri- 
stissima parte,  quanto  l'animo  suo  sia  piccolo  e  misero  mani- 
festamente dimostra.  Nelle  quali  cose  si  può  comprendere  l'a- 
varizia accompagnarsi  con  la  più  misera  condizione  d'uomini 
che  si  trovi,  come  la  lupa  col  più  tristo  de'  lupi  si  congiugne. 

Appresso  questo,  dissi  il  lupo  essere  sospettoso  animale  :  la 
qual  cosa  esser  l'avaro,  i  suoi  costumi  il  dimostrano.  Esso  con 
alcun  suo  amico  non  comunica  la  quantità  de'  suoi  beni,  so- 
spicando  non  la  gran  quantità  palesata  gli  generi  agguati  o 
invidia.  E,  oltre  a  ciò,  niuna  fede  presta  all'altrui  parole;  sempre 
suspica  che  viziatamente  gli  sia  parlato  per  sottrargli  alcuna 
cosa;  in  niuna  parte  estima  essere  assai  sicuro,  e  di  ciascuno, 
che  guarda  la  porta  della  sua  casa,  teme  non  per  doverlo  ru- 
bare la  riguardi.  Alcun  sonno  non  puote  avere  intero,  né  ripo- 
sata alcuna  notte  ;  ogni  piccol  movimento  di  qualunque  menomo 
animale  suspica  non  andamento  sia  di  ladroni  ;  e,  non  fidandosi 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  185 

«Ielle  casse  ferrate,  i  suoi  danari  fida  alle  cave  e  fosse  sot- 
terranee. Chi  potrebbe  assai  pienamente  narrare  i  sospetti  de' 
miseri  avari,  li  quali  tutti  in  sé  convertono  i  lacciuoli,  li  quali 
:<ià  hanno  tesi  ad  altrui? 

E  perciò,  dovendo  bastare  quello  che  detto  n'è,  credo  assai 
convenientemente  l'avarizia  o  l'avaro  convenirsi  alla  lupa,  la 
quale  piena  di  spavento  si  para  davanti  a  colui,  il  quale  i  di- 
sonesti guadagni  e  l'altre  men  che  buone  opere  vuole  lasciare, 
per  dovere  in  miglior  via  ritornare.  E  nel  cuore  gli  mette  cotali 
pensieri: — Che  fai  tu,  misero?  ove  vuo' tu  andare?  da  qual 
parte  comincerai  tu  a  rendere  i  furti,  le  ruberie  e  le  baratterie 
e  i  denari  in  mille  modi  male  acquistati?  vuo' tu  lasciare  quello 
che  tu  hai,  per  quello  che  tu  non  sai  se  tu  l'avrai?  vuo' tu 
avere  tanta  fatica,  tanto  tempo  perduto,  quanto  tu  hai  messo 
in  ragunare?  vuo'  tu  venire  alla  mercé  degli  uomini?  come  fa- 
ranno i  figliuoli  tuoi?  vuogli  tu  vedere  morir  di  fame?  come 
farà  la  tua  bella  donna,  e  tu,  misero,  come  farai?  Tu  diventerai 
favola  del  vulgo,  tu  sarai  schernito,  e  non  sarà  chi  ti  voglia 
vedere  né  udire.  Tu  puoi  ancora  indugiare  ;  ogni  volta,  eziandio 
morendo,  può' tu  lasciare  il  tuo  a  coloro  da' quali  tu  l'hai 
avuto.   Egli  sarà  il  meglio  che  tu  attenda  a  guadagnare.  — 

E  con  questa  e  con  simili  dimostrazioni,  che  il  misero  fa 
per  sudducimento  e  opera  del  dimenio,  il  quale  alla  nostra  salute 
sempre  s'oppone  quanto  può,  spesse  volte  siamo  frastornati  ; 
e,  avuta  poco  a  prezzo  la  grazia  di  Dio,  nella  nostra  miseria 
ricaggiamo,  e  per  conseguente  in  eterna  perdizione  miniamo. 
Né  a  guardarcene  mai  c'induce  l'età  piena  d'anni;  percioché, 
quantunque  gli  altri  vizi  invecchino  con  gli  uomini,  solo  l'ava- 
rizia inringiovenisce.  E  di  ciò  furono  verissimi  testimoni  Tantalo, 
Mida  e  Crasso,  li  quali,  morendo,  prima  lei  abbandonarono 
che  essa  da  loro,  vivendo,   fosse  abbandonata. 

[Poterono  adunque  questi  vizi  essere  all'autore  in  singularità 
cagione  di  resistenza  e  di  paura.  Ma  Ae  direm  noi,  in  gene- 
ralità, che  questi  tre  animali  significhino  in  altri  assai,  che,  dal 
vizio  partendosi,  vogliono  alla  virtù  ritornare?  Nulla  altra  cosa 
m'occorre,  alla  quale  queste  tre  bestie  si  possano  meglio  adattare. 


l86  IlI-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

che  sia  quello  il  che  è  a  tutti  comune,  che  alli  tre  nostri  prin- 
cipali nemici,  cioè  la  carne,  il  mondo,  il  diavolo;  e  per  la  carne 
intender  la  lonza,  per  lo  mondo  il  leone,  e  '1  diavolo  per  la 
lupa.  Questi  tre  continuamente  vegghiano  e  stanno  intenti  alla 
nostra  dannazione.  La  carne  ne  lusinga  con  la  dolcezza  de'  di- 
letti temporali,  sotto  a'  quali  è  nascoso  il  veleno  infernale,  il 
qual  noi,  come  il  pesce  con  l'esca  piglia  l'amo,  cosi  quasi 
sempre  co'  diletti  prendiamo,  e,  di  ciò  velenati,  miseramente 
moiamo.  Per  la  qual  cosa  il  nostro  Salvador  n'ammaestra  e 
sollecita  di  stare  attenti  a  non  lasciarci  ingannare,  quando  dice: 
«  Vigilate,  et  orate:  spiri tus  quidem  promptus,  caro  autem  in- 
firma». E  san  Paolo  similem^nte  ne  rende  avveduti  e  cauti, 
quando  dice  :  «  Spiritus  concupiscit  adversus  carnevi,  et  caro 
adversus  spiritum>\  vogliendone  per  questo  ammaestrare  che 
noi  siamo  e  avveduti  e  forti  a  resistere  alle  tentazioni  carnali.  Il 
simigliarne  fa  il  mondo:  questi  ne  para  dinanzi  gli  splendor  suoi, 
gl'imperi,  i  regni,  le  province,  gli  stati  e  la  pompa  secolare,  gii 
onori  e  la  peritura  gloria  ;  nascondendo  sotto  la  sua  falsa  luce 
i  tradimenti,  le  violenze,  gl'inganni,  le  guerre,  l'uccisioni,  l'in- 
vidie e  i  furori  e  i  cadimenti  e  altre  cose  assai,  senza  le  quali 
né  pigliare  né  tenere  si  possono  queste  preeminenze,  questi 
fulgori,  queste  grandezze  temporali:  le  quali  tutte,  e  ciascuna, 
n'ha  a  privare  di  pace  e  di  riposo  e  della  eterna  beatitudine. 
Susseguentemente  il  dimonio,  rapacissimo  ed  insaziabile  divo- 
ratore, pieno  d'ingegno  e  d'avvedimento  nel  male  adoperare, 
ne  minaccia  e  spaventa  di  ruine,  di  tempeste,  di  tribulazioni, 
se  della  sua  via  usciremo  ;  attorniandoci  sempre  con  agguati, 
non  forse  da  quelle  volessimo  deviare.  E  in  tanta  ansietà  con 
le  sue  dimostrazioni  assai  volte  ci  reca,  che,  toltoci  lo  sperare 
della  divina  misericordia,  a  volontaria  morte  c'induce:  e  cosi 
impedisce  tanto  chi  vuole  alla  via  della  verità  ritornare,  che 
egli  nelle  tenebre  eterne  il  conduce.  E  queste  sono  le  paure, 
questi  sono  gl'impedimenti  e  le  noie  che  preparate  e  date  da' 
nostri  nemici  ne  sono,  e  il  nostro  ben  volere  adoperare  impe- 
dito e  frastornato,  come  nella  corteccia  della  lettera  l'autore  ne 
dimostra.] 


III-COMENTO    ALLA    «  OIVINA    COMMEDIA»  187 

«Mentre  ch'io  ruinava  in  basso  loco».  Nella  precedente 
parte  di  questo  canto  è  stato  dimostrato,  per  opera  delia  di- 
vina grazia  il  peccatore  aver  conosciuto  il  suo  stato,  e  disi- 
derar  d'uscir  di  quello,  e  tornare  alla  via  della  verità,  da  lui 
per  lo  mentale  sonno  smarrita;  e,  oltre  a  ciò,  quali  sieno  le  cose 
le  quali  il  suo  tornare  alla  diritta  via  impediscono:  in  questa 
parte  dimostra  il  divino  aiuto  al  suo  scampo  mandatogli,  accio- 
ché,  schifato  lo  'mpedimento  delli  detti  vizi,  esso  possa  quel 
cammin  prendere  e  seguire  che  opportuno  è  alla  sua  salute. 
R  come  questo  mandato  gli  fosse,  più  distintamente  si  mostrerà 
nel  canto  seguente.  E,  percioché,  come  noi  per  esperienza 
veggiamo,  coloro  i  quali  delle  infermità  si  lievano,  esser  deboli 
e  male  atanti  della  persona;  cosi  creder  dobbiamo  esser  l'anima, 
la  quale  dalla  infermità  del  peccato  levandosi,  s'ingegna  di  tor- 
nare alla  sua  sanità.  E,  come  il  nostro  corpo  infermo,  senza 
l'aiuto  d'alcun  bastone  sostener  non  si  puote,  né  muoversi  ad 
alcuno  atto  utile;  cosi  l'anima  nostra,  dal  peccato  vinta  e  stanca, 
senza  alcuno  aiuto  della  divina  clemenza  non  può  cosa  alcuna 
aoperare  in  sua  salute.  E  perciò  intende  qui  l'autore  di  mo- 
strarci come  Iddio,  il  quale  ha  sempre  gli  occhi  della  sua  pietà 
diritti  a'  nostri  bisogni,  ne  mandi  la  sua  seconda  grazia,  cioè 
la  cooperante,  con  l'aiuto  e  colla  dimostrazione  della  quale  noi 
prendiam  forza  e  noi  medesimi  ordiniamo;  e,  riconosciute  con 
più  avvedimento  le  nostre  colpe,  nel  timor  di  Dio  torniamo,  e 
della  terza  grazia,  perseverando,  ci  facciam  degni,  e  quindi 
della  quarta. 

Le  quali  cose  in  questa  parte  l'autore  sotto  il  velame  de' 
suoi  versi  intende,  sentendo  per  Virgilio  questa  seconda  grazia 
cooperante;  e  lui  prende  come  sofficiente,  si  per  discrezione, 
e  si  per  iscienza,  e  si  ancora  per  laudevoli  costumi  atto  a 
tanto  uficio;  e,  oltre  a  ciò,  percioché  Virgilio,  quantunque  con 
altro  senso,  in  parte  trattò  quella  medesima  materia,  la  quale 
egli  intende  di  trattare  ;  e  ancora,  i^^rcioché  il  trattato  dee 
essere  poetico,  era  più  conveniente  un  poeta  che  alcuno  altro 
sublime  uomo;  e  però  prese  lui,  più  tosto  che  alcun  altro, 
percioché  egli  tra'  latini  ottiene  il  principato. 


l88  III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

E  costui,  dice,  gli  apparve  «  nel  gran  diserto  »,  cioè  in  quella 
parte  dove  l'anima  sua,  timida  di  non  essere  dalle  lusinghe  e 
dagli  spaventamenti  de'  suoi  viziosi  pensieri  ritirata  nel  profondo 
delle  miserie,  del  quale  del  tutto  era  disposto  d'uscire,  si  ri- 
trovava senza  consiglio  alcuno  e  senza  conforto. 

Ed  è  in  questa  parte  da  intendere  in  questa  forma:  che 
Virgilio,  là  dove  bisogno  sera,  nella  presente  opera  s'intenda 
per  la  ragione  a  noi  conceduta  da  Dio,  e  per  la  quale  noi 
siamo  chiamati  «animali  razionali»;  percioché  la  ragione  è 
quella  parte  dell'uomo,  nella  quale  si  dee  credere  questa  se- 
conda grazia  ricevere  e  abitare,  conciosiacosaché  essa  ne  sia 
da  Dio  data  non  solamente  a  cooperare  con  l'altre  nostre  potenze 
animali  e  intellettive,  ma  a  dirizzare  e  a  guidare  ogni  nostra 
operazione  in  bene.  La  qual  cosa  ella  fa,  mossa  e  ammaestrata 
dalla  divina  grazia,  quante  volte  è  da  noi  lasciata  esser  donna 
e  imperadrice  de'  nostri  sensi;  ma,  quando  la  sensualità,  per  le 
nostre  colpe,  la  caccia  del  luogo  suo  e  signoreggia  ella,  la 
ragion  tace  e  diventa  mutola,  non  comanda,  non  dispon  più 
secondo  il  suo  consiglio  le  nostre  operazioni.  E,  percioché  sotto 
i  piedi  della  sensualità  era  nell'autore  lungo  tempo  giaciuta,  si 
può  dire  che  nel  primo  muover  delle  sue  parole  paresse  «  fioca  ». 

Questa  adunque,  come  il  disiderio  della  virtù  torna,  abbattuta 
la  sensualità,  risurge  e  torna  nella  sua  sedia  e  manifestasi  alla 
destituta  anima,  constituta  «nel  diserto»,  cioè  nel  luogo  d'ogni 
virtù,  d'ogni  buona  operazione,  vacuo,  pronta  e  apparecchiata 
ad  ogni  sua  opportunità:  [e,  avanti  ad  ogni  altra  cosa,  fa  in  se 
medesima  maravigliar  l'anima  riconosciuta  ;  per  che,  lasciando  di 
salire  a  Cristo,  il  quale  è  principio  e  cagione  d'intera  beatitudine, 
si  lascia  dallo  spaventamento  dei  vizi  sospignere  allo  'nferno. 
Della  qual  cosa  segue  che  la  ragione,  mostrandole  apertamente 
che  cosa  sia  l'avarizia,  e  qual  sia  il  fine  suo,  cioè  che  dalla  libe- 
ralità, la  quale  è  morale  e  laudevole  virtù,  ella  fia  scacciata,  supe- 
rata e  vinta,  e  in  inferno  rimessa  là  onde  il  diavolo,  per  invidia 
della  gloriosa  vita  promessa  all'umana  generazione,  la  trasse 
e  menolla  nel  mondo,  accioché  per  la  sua  opera,  l'anime,  create 
ad  essere  beate,  fossero  laggiù  traboccate,  onde  ella  era  stata 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  1 89 

menata].  E  di  questo  seguita  che,  poiché,  per  lo  impedimento 
dei  vizi,  quella  via  più  propinqua  di  salire  a  Dio  gii  era  tolta, 
che  a  lui  conveniva,  e  a  ciascun  convenirsi  che  vuole  uscir  della 
via  del  peccato  e  a  Dio  ritornarsi,  seguire  la  ragione,  dimostra- 
trice  della  verità,  a  vedere  que'  luoghi  che  nel  testo  si  leggono. 

Intorno  alla  qual  cosa  è  da  sapere  non  essere  senza  misterio, 
volendo  uscire  dello  stato  della  miseria  e  ritornar  nella  grazia, 
tenere  il  cammino  che  la  ragion  dimostra  all'autore  convenirsi 
tenere.  E  la  ragione  può  esser  questa:  opportuno  è  a  ciascuno, 
il  quale  vuol  fare  quello  che  detto  è,  primieramente  conoscere 
le  colpe  sue;  alle  quali,  conosciute,  e  veduto  come  dalla  giu- 
stizia di  Dio  siano  quelle  colpe  punite,  non  è  dubbio  seguire 
nell'anima  ben  disposta  il  timor  di  Dio,  il  quale  è  principio 
della  sapienza,  come  il  salmista  ne  dice.  Questo  timore  di  Dio 
incontanente  fa  seguire  nelle  nostre  menti  contrizione  e  pen- 
timento delle  cose  non  ben  fatte  ;  dalla  quale,  secondo  che  la 
censura  ecclesiastica  ne  dimostra,  si  viene  [alla  confessione, 
e  da  quella]  alla  satisfazione,  dopo  la  quale  si  sale  alla  gloria, 
come  possiamo  ordinatamente  comprendere,  nel  cammino  che 
il  nostro  autore  tiene,  seguire.  E  tutte  queste  cose,  insino  al 
salire  alla  gloria,  ne  può  la  nostra  ragion  dimostrare;  percioché 
tutti  sono  atti  civili  e  morali  e  reduttibili  agli  spirituali. 

[Nasce  adunque  da  questo  il  consiglio,  il  quale  la  ragione, 
che  tien  qui  luogo  della  grazia  cooperante,  gli  dà,  cioè  che  egli 
per  lo  'nferno,  cioè  per  gli  atti  degli  uomini  terreni  (li  quali,  a 
rispetto  de'  corpi  celestiali,  ci  possiam  reputare  di  essere  in 
inferno);  e,  tra  quegli,  considerati  quegli  che  la  nostra  ragione, 
le  leggi  positive  e  la  divina  dannino:  conoscerà  quello  da  che 
astener  si  dee  ciascuno  che  secondo  virtù  vuol  vivere,  e  quello 
che,  seguendol,  merita  pena,  e  qual  pena  secondo  le  leggi  tem- 
porali e  secondo  l'eterne;  conoscerà  la  giustizia  di  Dio,  e  merita- 
mente avrà  timore  dell'ira  sua.  E  da  questo  luogo,  già  delle 
cose  men  che  ben  fatte  pentendosi,  '\^nga  a  vedere  coloro  che 
son  contenti  nel  fuoco,  cioè  nell'afflizione  della  penitenzia; 
accioché  quindi,  dietro  alla  guida  della  teologia,  le  cui  ragioni 
e  dimostrazioni  la  nostra  ragion   non  può  comprendere,  saiga 


I90  III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

purgato  delle  offese  all'eterna  beatitudine.]  Ed  in  questo  mi  pare 
consista  la  sentenza  dell'allegoria  di  questo  primo  canto. 

Restaci  nondimeno  a  vedere  una  parte,  alla  quale  pare  che 
dirizzi  l'animo  ciascuno  che  il  presente  libro  legge,  e  quella 
disidera  di  sapere;  cioè  quello  che  l'autore  abbia  voluto  sentire 
per  quello  veltro,  la  cui  nazione  dice  dovere  esser  «  tra  feltro  e 
feltro  ».  E,  per  quello  che  io  abbia  potuto  comprendere,  si  per 
le  parole  dell'autore,  si  per  li  ragionamenti  intorno  a  questo  di 
ciascuno  il  quale  ha  alcun  sentimento,  l'autore  intende  qui  do- 
vere essere  alcuna  costellazion  celeste,  la  quale  dee  negli  uomini 
generalmente  impriemere  la  vertù  della  liberalità,  come  già  è 
lungo  tempo,  e  ancora  persevera  quella  del  vizio  dell'avarizia. 
Il  che  l'autore  assai  chiaro  dimostra  nel  Purgatorio,  dove  dice; 

O  ciel,  nel  cui  girar  par  che  si  creda 
le  condizion  di  quaggiù  trasmutarsi, 
quando  verrà,  per  cui  questa  disceda? 

cioè  questa  lupa,  per  la  quale,  come  detto  è,  s'intende  il  vizio 
dell'avarizia.  [Or  non  so  io,  se  questo  dovere  avvenire,  l'autore 
ne'  moti  futuri  de'  superiori  corpi  si  vide,  o  se  per  alcuna  altra 
coniettura  ciò  dovere  avvenire  s'è  avvisato:  è  nondimeno  assai 
chiaro  i  costumi  degli  uomini  mutarsi  e  d'una  parte  in  altra 
trasportarsi.  Percioché,  si  come  ne  mostrano  le  istorie  de'  gentili 
e  ancora  dell'altre,  lo  'mperio  delle  cpse  temporali  cominciando 
sotto  Nino  re,  fu  molte  centinaia  d'anni  sotto  gli  assiri,  sotto 
i  medi  e  sotto  i  persi;  e  lungamente  avanti  v'era  stata  la  re- 
ligione e  la  scienza,  le  quali,  come  prima  là  erano  state,  cosi 
primieramente  se  ne  partirono,  e  vennerne  in  Egitto,  e  d'Egitto 
in  Grecia;  e  poi  da  Alessandro  re  di  Macedonia  fu  d'Asia  lo 
'mperio  trasportato  in  Grecia,  donde  la  scienza,  la  religione  e 
l'armi  poi  partendosi  ne  vennero  appo  i  latini,  e  qui  per  lungo 
spazio  furono;  poi  di  qui  paiono  andate  inver'  ponente,  essendo 
appo  i  tedeschi  e  appo  i  galli,  e  par  già  che  il  cielo  ne  minacci  di 
portarle  in  Inghilterra:  il  che  per  avventura  potrà,  se  piacer  fia 
di  Dio,  di  questa  costellazione  che  l'autor  dice,  avvenire,  ecc.] 
E,  percioché  queste  impressioni  del  cielo  conviene  che  quaggiù 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I9I 

s'inizino,  e  comincino  ad  apparerà  i  loro  effetti  o  per  alcuno 
uomo,  o  per  più;  par  l'autore  qui  sentire  che  per  uno  si  debbano 
ofli  alti  effetti  di  questa  impression  dimostrare  :  il  quale  meta/orice 
chiama  «  veltro  »,  percioché  i  suoi  effetti  saranno  del  tutto  cosi 
contrari  all'avarizia,  come  il  veltro  di  sua  natura  è  contrario 
al  lupo. 

E  costui  mostra  dovere  essere  virtuosissimo  uomo,  e  che  la 
nazion  sua  debba  essere  tra  feltro  e  feltro.  E  questa  è  quella 
parte  dalla  quale  muove  tutto  il  dubbio  che  nella  presente 
discrizion  si  contiene.  La  qual  parte  io  manifestamente  confesso 
ch'io  non  intendo:  e  perciò  in  questa  sarò  più  recitatore  de' 
sentimenti  altrui  che  esponitore  de'  miei. 

Vogliono  adunque  alcuni  intendere  questo  veltro  doversi 
intendere  Cristo,  e  la  sua  venuta  dovere  esser  nell'estremo  giu- 
dicio,  ed  egli  dovere  allora  esser  salute  di  quella  umile  Italia, 
della  quale  nella  esposizion  litterale  dicemmo,  e  questo  vizio 
rimettere  in  inferno.  Ma  questa  opinione  a  niun  partito  mi  piace; 
percioché  Cristo,  il  quale  è  signore  e  creatore  de'  cieli  e  d'ogni 
altra  cosa,  non  prende  i  suoi  movimenti  dalle  loro  operazioni, 
anzi  essi,  si  come  ogni  altra  creatura,  seguitano  il  suo  piacere 
e  fanno  i  suoi  comandamenti;  e,  quando  quel  tempo  verrà,  sarà 
il  cielo  nuovo  e  la  terra  nuova,  e  non  saranno  più  uomini, 
ne'  quali  questo  vizio  o  alcun  altro  abbia  ad  aver  luogo;  e  la 
venuta  di  Cristo  non  sarà  allora  salute  né  d'Italia  né  d'altra 
parte,  percioché  solo  la  giustizia  avrà  luogo,  e  alla  misericordia 
sarà  posto  silenzio,  e  il  diavolo  co'  suoi  seguaci  tutti  saranno 
in  perpetuo  rilegati  in  inferno.  E,  oltre  a  ciò.  Cristo  non  dee 
mai  più  nascere,  dove  l'autor  dice  che  questo  veltro  dee  na- 
.scere.  Né  si  può  dire  l'autore  aver  qui  usato  il  futuro  per  lo 
preterito,  quasi  e'  nacque  tra  feltro  e  feltro,  cioè  della  Vergine 
Maria,  che  era  povera  donna,  e  nacque  in  povero  luogo:  ma 
questa  ragione  non  procederebbe,  percioché  sono  MCCCLXXIII 
anni  che  egli  nacque,  e,  nei  tempi  che'tiacque,  era  la  potenza 
di  questo  vizio  nelle  menti  umane  grandissima;  né  poi  si  vede, 
non  che  essere  scacciata,  ma  né  mancata.  Né  si  può  dire  che 
nascesse  tra  feltro  e  feltro,  cioè  di  vile  nazione:  egli  fu  figliuolo 


192  III-COMRNTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

del  Re  del  cielo  e  della  terra,  e  della  Vergine,  che  era  di  reale 
progenie.  E  se  dire  volessono  :  ella  era  povera  ;  la  povertà  non 
è  vizio,  e  perciò  non  ha  a  imporre  viltà  nel  suggetto;  percio- 
ché  noi  leggiamo  di  molti  essere  stati  delle  sustanze  temporali 
poverissimi,  e  ricchissimi  di  virtù  e  di  santità.  Perché  dich'io 
tante  parole?  Questa  ragione  non  procede  in  alcuno  atto. 

Altri  dicono,  e  al  parer  mio  con  più  sentimento,  dover 
potere  avvenire,  secondo  la  potenza  conceduta  alle  stelle,  che 
alcuno,  poveramente  e  di  parenti  di  bassa  e  d'infima  condi- 
zione nato  (il  che  paiono  voler  quelle  parole  «tra  feltro  e  feltro», 
in  quanto  questa  spezie  di  panno  è,  oltre  ad  ogni  altra,  vilis- 
sima),  potrebbe  per  virtù  e  laudevoli  operazioni  in  tanta  pree- 
minenza venire  e  in  tanta  eccellenza  di  principato,  che,  diriz- 
zandosi tutte  le  sue  operazioni  a  magnificenza,  senza  avere  in 
alcuno  atto  animo  o  appetito  ad  alcuno  acquisto  di  reame  o 
di  tesoro,  ed  avendo  in  singulare  abbominazione  il  vizio  del- 
l'avarizia, e  dando  di  sé  ottimo  esemplo  a  tutti  nelle  cose  ap- 
partenenti alla  Tmagnificenzia,  e  la  costellazione  del  cielo  essen- 
dogli a  ciò  favorevole;  che  egli  potrebbe,  o  potrà,  muovere 
gli  animi  de' sudditi  a  seguire,  facendo  il  simigliante,  le  sue 
vestigie,  e  per  conseguente  cacciar  questo  vizio  universalmente 
del  mondo.  Ed,  essendo  salute  di  quella  umile  Italia,  la  qual 
già  fu  capo  del  mondo,  e  dove  questo  vizio,  più  che  in  alcuna 
altra  parte,  pare  aver  potenza,  sarebbe  salute  di  tutto  il  rima- 
nente del  mondo  ;  e  cosi,  d'ogni  parte  discacciatala,  la  rimette- 
rebbe in  inferno,  cioè  in  dimenticanza  e  in  abusione,  o  vogliam 
dire  in  quella  parte  dove  gli  altri  vizi  son  tutti,  e  donde  ella 
primieramente  surse  intra*  mortali.  E,  a  roborare  questa  loro 
oppenione,  inducono  questi  cotali  i  tempi  già  stati,  cioè  quegli 
ne'  quali  regnò  Saturno,  li  quali  per  li  poeti  si  truovano  essere 
stati  d'oro,  cioè  pieni  di  buona  e  di  pura  semplicità,  e  ne'  quali 
questi  beni  temporali  dicon  che  eran  tutti  comuni;  e  per  con- 
seguente, se  questo  fu,  anche  dover  essere  che  questi  sotto  il 
governo  d'alcuno  altro  uomo  sarebbono. 

Alcuni  altri,  accostandosi  in  ogni  cosa  alla  predetta  oppenione, 
danno  del  «  tra  feltro  e  feltro  »  una  esposizione  assai  pellegrina, 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  I93 

dicendo  sé  estimare  la  dimostrazione  di  questa  mutazione,  cioè 
del  permutarsi  i  costumi  degli  uomini,  e  gli  appetiti  da  ava- 
rizia in  liberalità,  doversi  cominciare  in  Tartaria,  ovvero  nello 
'mperio  di  mezzo,  là  dove  estimano  essere  adunate  le  maggiori 
[ricchezze  e]  moltitudini  di  tesori,  che  oggi  in  alcuna  altra  parte 
sopra  la  terra  si  sappiano.  E  la  ragione,  con  la  quale  la  loro 
oppenione  fortificano,  è  che  dicono  essere  antico  costume  degli 
imperadori  dei  tartari  (le  magnificenze  de'  quali  e  le  ricchezze 
appo  noi  sono  incredibili),  morendo,  essere  da  alcuno  de'  loro 
servidori  portata  sopra  un'asta,  per  la  contrada  dov'è'  muore, 
una  pezza  di  feltro,  e  colui  che  la  porta  andar  gridando:  —  Ecco 
ciò  che  il  cotale  imperadore,  che  morto  è,  ne  porta  di  tutti  i 
suoi  tesori  ;  —  e,  poi  che  questa  grida  è  andata,  in  questo  feltro 
inviluppano  il  morto  corpo  di  quello  imperadore;  e  cosi  senza 
alcun  altro  ornamento  il  sepelliscono.  E  per  questo  dicon  cosi: 
questo  veltro,  cioè  colui  che  prima  dee  dimostrare  gli  effetti  di 
questa  costellazione,  nascerà  in  Tartaria,  tra  feltro  e  feltro,  cioè 
regnante  alcuno  di  questi  imperadori,  il  quale  regna  tra  '1  feltro 
adoperato  nella  morte  del  suo  predecessore  e  quello  che  si  dee 
in  lui  nella  sua  morte  adoperare.  Questa  oppinione  sarebbero  di 
quegli  che  direbbono  avere  alcuna  similitudine  di  vero;  la  quale 
non  è  mia  intenzione  di  volere  fuori  che  in  uno  atto  riprovare, 
e  questo  è,  in  quanto  dicono  quegli  imperadori  aver  grandissimi 
tesori,  e  però  quivi  mostran  che  istimino,  dall'abbondanza  dei 
tesori  riservati,  essendo  sparti,  doversi  la  gola  dell'avarizia  riem- 
piere e  gli  effetti  magnifichi  cominciare.  Il  che  mi  pare  più  tosto 
da  ridere  che  da  credere  :  percioché  quanto  tesoro  fu  mai  sotto 
la  luna,  o  sarà,  non  avrebbe  forza  di  saziare  la  fame  di  un  solo 
avaro,  non  che  d'infiniti,  che  sempre  sopra  la  terra  ne  sono.  Che 
dunque  più?  Tenga  di  questo  ciascuno  quello  che  più  credibile  gli 
pare,  che  io  per  me  credo,  quando  piacer  di  Dio  sarà,  o  con  opera 
del  cielo  o  senza,  si  trasmuteranno  in  meglio  i  nostri  costumi. 
E  questo,  quanto  sopra  il  primo  canto,  btsti  d'avere  scritto  [sem- 
pre a  correzione  di  coloro  che  più  sentono  che  io  non  faccio]. 
Possono  per  avventura  essere  alcuni,  li  quali  forse  stimano, 
non  solamente  in  questo  libro,  ma  eziandio  in  ogni  altro  [e  ne' 

G.  Boccaccio,  Scrini  danteschi  ■  i.  13 


194  III  -  COMKNTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

divini],  ne'  quali  figuratamente  si  parli,  ogni  parola  aver  sotto 
sé  alcun  sentimento  diverso  da  quello  che  la  lettera  suona;  e 
però,  non  essendo  nel  precedente  canto  ad  ogni  parola  altro  sen- 
timento dato  che  il  litterale,  diranno,  nell'aprire  l'allegoria,  essere 
difettuosamente  da  me  proceduto.  Ma  in  questa  parte,  salva 
sempre  la  reverenzia  di  chi  '1  dicesse,  questi  cotali  sono  della 
loro  oppenione  ingannati  ;  percioché  in  ciascuna  figurata  scrittura 
si  pongono  parole  che  hanno  a  nascondere  la  cosa  figurata,  e 
alcune  che  alcuna  cosa  figurata  non  ascondono,  ma  però  vi  si 
pongono,  perché  quelle  che  figurano  possan  consistere:  si  come 
per  esemplo  si  può  dimostrare  in  assai  parti  nella  presente  opera. 
Che  ha  a  fare  al  senso  allegorico:  «  La  sesta  compagnia  in  duo  si 
scema  »?  che  n'ha  a  fare:  «  Cosi  discesi  del  cerchio  primaio  »? 
che  molte  altre  a  queste  simili?  E,  se  queste  se  ne  tolgono,  come 
potrà  seguire  l'ordine  della  dimostrazione  che  l'autore  intende 
di  fare?  come  acconciarsi  quelle  che  per  significare  altro  si 
scrìvono?  Se  ogni  parola  avesse  alcun  altro  senso  che  il  litterale 
a  nascondere,  di  soperchio  avrebbe  san  Girolamo  detto  nel 
proemio  à^W Apocalissi,  e  non  in  altra  parte  della  Scrittura, 
tanti  essere  i  misteri  quante  son  le  parole  ;  conciosiacosaché 
neW Apocalissi  per  eccellenzia  quello  si  creda  avvenire,  che 
in  alcun  altro  libro  della  Sacra  Scrittura  non  avviene.  Tuttavia, 
accioché  più  pienamente  si  creda  non  ogni  parola  avere  alle- 
gorico senso,  leggasi  quello  che  ne  scrive  santo  Agostino  nel 
libro  Dell' eteì'ìia  lerusalem,  dicendo:  «Non  omnia,  quae  gesta 
narranfur,  aliqiiid  eliani  significare  putanda  su?il;  sed  propter 
illa,  quae  aliquid  significant,  attexuntur;  solo  enim  vomere  terra 
proscinditur;  sed,  ut  hoc  fieri  possit,  etiam  caetera  aratri  membra 
sunt  necessaria.  Et  soli  fiervi  in  citharis  atque  huiusmodi  vasis 
viusicis  aptantur  ad  canlum;  sed,  ut  apiari  possint,  insuntet  caetera 
in  compagìbus  organorum,  qìiae  non  percutiuntur  a  canentibus,  sed 
ea,  quae  percussa  resonant,  his  connectuntur»,  ecc.  E  perciò  estimo 
che  molto  più  onesto  sia  a  credere  ad  Agostino  che  stoltamente 
opinare  quello  che  manifestamente  si  può  riprovare  ;  e  quinci 
prendere  certezza,  se  alcuna  cosa  allegorizzando  è  omessa,  quella 
non  per  negligenza,  ma  per  non  conoscere  che  opportuna  vi  sia 
l'allegoria,  essere  stata  intralasciata. 


CANTO   SECONDO 

I 
Senso   leiterale 

[Lez.  VII]  «Lo  giorno  se  n'andava,  e  l'aer  bruno»,  ecc.  Comincia 
qui  la  parte  seconda  di  questa  prima  cantica  chiamata  Inferno, 
nella  qual  dissi  l'autore  cominciare  il  suo  trattato.  E,  come 
che  questa  si  potesse  in  diverse  maniere  dividere,  questa  sola 
intendo  che  basti  per  universale,  cioè  dividersi  in  tante  parti, 
quanti  canti  seguitano  ;  percioché  pare  che  ciascun  canto  tratti 
di  materia  differente  dagli  altri.  E  questo  canto  dividerò  in  sei 
parti:  nella  prima  si  continua  l'autore  al  precedente;  nella  se- 
conda, secondo  il  costume  poetico,  fa  la  sua  invocazione;  nella 
terza  muove  l'autore  a  Virgilio  un  dubbio;  nella  quarta  Vir- 
gilio solve  il  dubbio  mossogli;  nella  quinta  l'autore,  rassicurato, 
dice  di  volere  seguir  Virgilio;  nella  sesta  ed  ultima  l'autor 
mostra  come  appresso  a  Virgilio  entrò  in  cammino.  La  seconda 
comincia  quivi:  «  O  muse,  o  alto  ingegno»;  la  terza  quivi: 
«Io  cominciai:  —  Poeta»;  la  quarta  quivi:  «Se  io  ho  ben  la 
tua  parola»;  la  quinta  quivi:  «Quale  i  fioretti»;  la  sesta 
quivi:   «  E  poi  che  mosso  fue  ». 

Dico  adunque  che  l'autore  si  continua  alle  cose  precedenti; 
percioché,  avendo  detto  nella  fine  del  precedente  canto  sé  es- 
ser mosso  dietro  a  Virgilio,  nel  principio  di  questo  discrive  l'ora 
nella  quale  si  mossero,  dicendo:  «Lo  giorno   se   n'andava». 


196  IlI-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

e  questo  per  lo  chinare  del  sole  all'occidente;  «  e  l'aer  bruno», 
cioè  la  notte  sopravvegnente,  la  qual  sempre  all'occultar  del 
sole  seguita.  [Di  che  appare  null'altra  cosa  essere  il  di,  se 
non  la  stanza  del  sole  sopra  la  terra;  e  questo  è  quello 
che  è  cosi  chiamato,  cioè  «  di  »  dalla  luce.  (E  percioché,  al  le- 
varsi di  quello,  sempre  la  notte  fugge,  Pronapide,  greco  poeta 
e  maestro  di  Omero,  racconta  una  cotale  favola.)  E  vogliono 
gli  astrologi  questo  chiamarsi  «  di  artificiale  »,  cioè  quello  spazio 
il  quale  si  contiene  tra  il  levare  del  sole  e  l'occultare;  e  la 
ragione  è,  perché  essi,  usandolo  nelle  loro  elevazioni,  d'ogni 
tempo  il  dividono  in  dodici  parti  equali,  e  cosi  fanno  la  notte. 
Il  di  naturale  è  di  ventiquattro  ore  equali,  e  in  questo  è  notte 
congiunta  col  di;  ma  dinominasi  tutto  di  dalla  parte  più  degna, 
cioè  dalla  parte  splendida.  E  chiamasi  di  da  «  Dios  »  graece, 
il  quale  in  latino  viene  a  dire  «  Iddio  »  ;  percioché,  come  Iddio 
sempre  in  ogni  cosa  buona  ne  giova  e  aiuta,  cosi  nelle  nostre 
operazioni  ne  aiuta  il  di  con  la  sua  luce.  E  potrebbesi  dire 
che  egli  n'aiuta  nelle  buone,  percioché  chi  fa  male  ha  in  odio 
la  luce.]  E  mostra,  per  questa  discrizione  del  farsi  notte,  che 
l'autore  fosse  stato,  dal  farsi  di  infino  al  farsi  notte  di  quel  d\, 
in  quella  valle,  occupato  da  quelle  tre  bestie  ed  a  ragionar 
con  Virgilio. 

<  Toglieva  gli  animai  che  sono  in  terra,  Dalle  fatiche  loro  ». 
Dimostrane  qui  l'autore  una  delle  operazioni  della  notte,  la 
quale  l'ordine  della  natura  attribuisce  al  riposo  e  alla  quiete 
degli  animali,  degli  affanni  avuti  il  di  passato;  percioché,  se 
alcun  tempo  al  riposo  non  si  prestasse,  non  sarebbe  alcuno 
animale  che  nelle  sue  operazioni  potesse  perseverare  ;  e  però  dice 
l'autore  che  l'aer  bruno  «  toglieva  »,  cioè  levava,  «  Dalle  fatiche 
loro  ».  E  seguita:  «  ed  io  sol  uno  ».  Par  che  qui  sia  un  vizio, 
il  qual  si  chiama  «  inculcatio  » ,  cioè  porre  parole  sopra  parole 
che  una  medesima  cosa  significhino,  come  qui  sono;  percio- 
ché «  solo  »  non  può  essere  se  non  uno,  e  «  uno  »  non  può 
essere  se  non  solo;  ma  questo  si  scusa  per  lo  lungo  e  con- 
tinuo uso  del  parlare,  il  quale  pare  aver  prescritto  questo  modo 
di  parlare,  contro  al  vizio  della  inculcazione.  O  potrebbesi  dire 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  I97 

questo  nome  «  solo  »  fosse  nome  adiettivo,  e  «  uno  »  fosse 
nome  proprio  di  quel  numero,  e  cosi  cesserebbe  il  vizio. 
«  M'apparecchiava  a  sostener  la  guerra  »,  cioè  la  fatica,  nemica 
e  infesta  al  mio  riposo,  «  si  del  cammino  »,  che  far  dovea  (in 
che  mostra  dovere  il  corpo  esser  gravato),  «  e  si  della  pietate  », 
cioè  della  compassione,  la  quale  aspetta  d'avere  vedendo  l'af- 
flizione e  le  pene  de'  dannati  e  di  quegli  che  nel  fuoco  si 
purgano.  Ed  in  questo  dimostra  l'anima  dovere  esser  faticata, 
percioché  essa  è  dalle  passioni,  che  dalle  cose  esteriori  ven- 
gono, gravata  e  noiata  essa,  e  non  il  corpo;  quantunque  ella 
sia  ancor  gravata  dalle  passioni  corporali.  «  Che  tratterà»,  cioè 
racconterà,  «  la  mente  »,  cioè  la  potenza  memorativa,  «  che  non 
erra  »;  e  questo  dice,  percioché  si  conosceva  aver  tenace  me- 
moria, per  la  qual  cosa  non  temeva  dovere  errare  né  nella 
quantità  né  nella  qualità. 

«  O  muse,  o  alto  ingegno  ».  In  questa  seconda  parte  l'autore 
fa  la  sua  invocazione,  secondo  il  costume  poetico.  Usano  i  poeti 
in  pochi  versi  dire  la  intenzion  sommaria  di  ciò  che  poi  in- 
tendono di  trattare  in  tutto  il  processo  del  libro,  e,  questo  detto, 
fare  la  loro  invocazione.  E  cosi  fa  Virgilio  nel  principio  del 
suo  Eneida\ 

.  .  .  at  nunc  horrentia  Martis 
arma,  virumque  cano,    Troiae  qui  pHnius  ab  oris^  ecc.; 

e,  questi  pochi  versi  detti,  incontanente  invoca,  dicendo: 

Musa,  mihi  causas  tnemora:  quo  numine  laeso,  ecc. 

E  Ovidio,  nel  principio  del  suo  maggior  volume,   dice: 

In  nova  fert  animus  mutatas  dicere  formas 
corpora  ; 

ed  incontanente  invoca,  dicendo: 

.   .   .  dii  coeptis,   nam  vos  mutastis  et  illas, 
aspirate  meis,  ecc. 

E  talvolta  i  poeti,  insieme  con  la  invocazione,  mescolano  la 
sommaria  intenzion  loro;  e  cosi,  nel  principio  della  sua  Odissea^ 


198  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

fece  Omero,  li  versi  del  quale  ottimamente  traslatò  in  latino 
Orazio,  dicendo: 

Die  niihi,  musa,  virum,   captae  post  tempora   Troiae, 
qui  mores  hominum  multoruni  vidit,  et  urbes. 

Cosi  similmente  il  venerabile  mio  precettore  messer  Francesco 
Petrarca  fece  nel  principio  della  sua  Af^-ica,  dicendo: 

Et  mi  hi  conspicuum  ineritis,  belloqiie  tremendum, 
musa,  virum  referas. 

Ma  il  nostro  autore  s'accostò  più  allo  stilo  di  Virgilio,  come 
in  ciascuna  cosa  fa,  che  a  quello  d'alcun  altro;  percioché, 
avendo  sotto  brevità  nel  precedente  canto  mostrato  quello  che 
intende  in  tutto  il  libro  suo  di  dire,  là  dove  dice:  «  E  trar- 
rotti  di  qui  per  luogo  eterno  »,  ecc.  ;  qui  fa  la  sua  invocazione, 
dicendo:  «O  muse,  o  alto  ingegno,  or  m'aiutate,  O  mente, 
che  scrivesti  »,  ecc.  [Invoca  adunque  in  questo  suo  principio, 
si  come  appare,  le  muse,  come  di  sopra  è  mostrato  far  gli 
altri  poeti:  per  che  pare  di  dover  dichiarare  che  cosa  sieno 
queste  muse  e  quante,  e  qual  sia  il  loro  uficio  ;  e  questo, 
si  per  più  pienamente  dar  lo  'ntelletto  del  presente  testo,  e 
si  ancora  perché  in  più  parti  del  presente  libro  se  ne  farà 
menzione.] 

[È  adunque  da  sapere,  secondo  che  i  poeti  fingono,  che  le 
muse  son  nove,  e  furono  figliuole  di  Giove  e  della  Memoria: 
e  la  ragione  perché  questo  sia  da'  poeti,  fingendo,  detto,  è 
questa.  Piace  ad  Isodoro,  cristiano  e  santissimo  uomo  e  pon- 
tefice, nel  libro  Delle  etimologie,  che,  percioché  il  suono  delle 
predette  muse  è  cosa  sensibile,  e  che  nel  preterito  passa,  e  im- 
priemesi  nella  memoria,  però  essere  da'  poeti  dette  figliuole 
di  Giove  e  della  Memoria.  Ma  io,  a  maggior  dichiarazione  di 
questo  sentimento,  estimo  che  sia  cosi  da  dire:  che,  concio- 
siacosaché  da  Dio  sia  ogni  scienzia,  come  nel  principio  del 
libro  Della  sapienza  si  legge,  e  non  basti  a  ricever  quella  so- 
lamente l'avere  inteso,  ma  che,  a  farla  in  noi  essere  scienza,  sia 
di  necessità  le  cose  intese   commendare  alla  memoria,   e  cosi 


r 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  I99 

divenire  in  noi  scienza  (il  che  l'autore  appresso  assai  bene  ne 
dimostra,  là  dove  dice  : 

Apri  la  mente  a  quel  ch'io  ti  paleso, 
e  fermai  dentro,  che  non  fa  scienza, 
senza  lo  ritenere,  avere  inteso)  ; 

dobbiamo,  e  possiam  dire,  queste  muse,  cioè  scienza,  in  noi 
già  abituata  per  lo  intelletto  e  per  la  memoria,  potersi  dire 
figliuole  di  Giove,  cioè  di  Dio  Padre  e  della  Memoria.  E  dico 
Giove  doversi  intendere  qui  Iddio  Padre,  percioché  alcuno 
altro  nome  non  so  più  conveniente  a  Dio  Padre  che  questo. 
E  la  ragione  è  che  Giove  si  chiama  in  latino  lupiter,  il  qual 
noi  intendiamo  «  mvans  pater»-,  il  qual  nome,  se  ben  vorremo 
riguardare,  ad  alcun  altro  che  a  Dio  Padre  dirittamente  non 
s'appartiene,  percioché  esso  solo  dirittamente  si  può  dir  pa- 
dre ;  percioché,  essendo  senza  avere  avuto  padre,  è  delie  cose 
eterne,  ed  eziando  dell'altre,  unico  e  vero  creatore  e  padre;  e, 
oltre  a  ciò,  ad  ogni  onesta  operazione  è  veramente  aiutatore, 
né  si  può  senza  il  suo  aiuto  alcuna  cosa  perfettamente  ad  ef- 
fetto recare:  e  cosi,  quante  volte  in  alcuno  onesto  atto  Giove 
si  nomina,  possiamo  e  dobbiamo  di  Dio  onnipotente  intendere. 
Cosi  adunque,  ritornando  al  proposito,  meritamente  di  Giove 
e  della  Memoria  possiam  dire  le  muse  essere  state  figliuole,  in 
quanto  egli  è  vero  dimostratore  della  ragione  di  qualunque 
cosa;  le  quali  sue  dimostrazioni,  servate  nella  memoria,  fanno 
scienza  ne'  mortali,  per  la  quale  qui,  largamente  prendendo, 
s'intendono  le  muse:  e  cosi  sarà  la  memoria,  ricevitrice  e  rite- 
nitrice  di  questo  santo  seme,  e  poi  riducitrice,  quasi  partoritrice, 
madre  delle  muse.  Le  quali  dice  il  predetto  Isidoro,  nel  libro  pre- 
allegato, esser  nominate  «  a  quaerendo  »,  cioè  da  «  cercare  »;  per- 
cioché per  esse,  si  come  gli  antichi  vogliono,  si  cerca  la  ragione 
de'  versi  e  la  modulazione  della  voce;  e  per  questo,  per  de- 
rivazione, viene  dal  nome  loro  questa  nome  di  «  musica  »,  la 
quale  è  scienza  di  sapere  moderare  le  voci.  E  da  questa  ragione 
si  può  prendere  la  cagione  perché  più  se  l'hanno  i  poeti  ap- 
propriate e  fatte  familiari  che  alcun 'altra  maniera  di  scientifici.  1 


200  in-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

[Son  queste  muse  in  numero  nove.  E  perché  elle  sieno  nove, 
si  sforza  di  mostrare  Macrobio  nel  secondo  libro  Super  somnio 
Scipionis,  equiparando  quelle  a'  canti  delle  otto  spere  del  cielo, 
vogliendo  poi  la  nona  essere  il  concento  che  nasce  della  mo- 
dulazione di  tutti  e  otto  i  cieli;  aggiugnendo  poi  le  muse  es- 
sere il  canto  del  mondo,  e  questo,  non  che  dall'altre  genti, 
ma  eziandio  dagli  uomini  di  villa  sapersi,  percioché  da  loro  sono 
le  muse  chiamate  «  camene  »,  quasi  «  canene  »,  dal  «  cantare  » 
cosi  nominate.] 

[E,  accioché  voi  intendiate  che  vuol  dire  questo  canto  del 
mondo,  dovete  sapere  che  fu  oppìnione  di  Pitagora  e  di  altri 
filosofi,  che  ciascun  cielo,  di  questi  otto,  cioè  l'ottava  spera  e 
i  sette  de'  sette  pianeti,  volgendosi  in  su  li  loro  cardini,  faces- 
sero alcuno  ruggire,  qual  più  aguto  e  qual  più  grave,  si,  per 
divino  artificio,  di  debiti  tempi  misurati,  che,  insieme  concor- 
dando, facevano  una  soavissima  melodia,  la  quale  qui  intende 
Macrobio  per  lo  concento;  della  qual  noi,  per  l'udirla  continuo, 
non  ci  curiamo,  né  vi  riguardiamo.  Ma  questa  oppinione  di 
Pitagora  con  manifeste  ragioni  è  riprovata  da  Aristotile.] 

[Ma  di  questo  rende  Fulgenzio  nel  libro  delle  sue  Mitologie 
altra  ragione,  dicendo  per  queste  nove  muse  doversi  intendere 
la  formazione  perfetta  della  nostra  voce  :  la  qual  voce,  dice,  si 
forma  da  quattro  denti,  li  quali  la  lingua  percuote  quando  l'uomo 
parla;  de' quali,  se  alcun  mancasse,  parrebbe  che  più  tosto  si 
mandasse  fuori  un  sufolo  che  voce.  Appresso  questo,  dice 
formarsi  la  voce  dalle  due  nostre  labbra,  le  quali  non  altri- 
menti sono  che  due  cembali  modulanti  la  comodità  delle  nostre 
parole;  e  cosi  la  lingua,  col  suo  piegamento  e  circunflessione, 
essere  a  modo  che  un  plettro,  il  quale  formi  lo  spirito  vocale; 
e  quindi  essere  opportuno  il  palato,  per  la  concavità  del  quale 
si  profìfera  il  suono.  E  ultimamente,  accioché  nove  cose  sieno, 
s'aggiugne  la  canna  della  gola,  la  qual  presta  il  corso  spiri- 
tuale per  la  sua  ritonda  via.  Ed  oltre  a  questo,  percioché  da 
molti  si  dice  Apollo  cantare  con  queste  nove  muse,  non  altri- 
menti che  servatore  del  concento  al  canto  delle  predette  cose, 
è  dal  detto  Fulgenzio  aggiunto  il   polmone,  il  quale,  a  guisa 


I 


IlI-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  20I 

d'un  mantaco,  le  cose  concette  manda  fuori  e  rivoca  dentro. 
E,  non  volendo  che  in  cosi  riposto  segreto  della  natura  a  lui 
solamente  paia  di  dovere  esser  prestata  fede  di  cosi  esquisita 
ragione,  induce  per  testimoni  Anassimandro  lampsaceno  e  Ze- 
nofane  eracleopolita,  li  quali  conferma  queste  cose  avere  scritte 
ne'  libri  loro;  aggiugnendo  ancora  queste  medesime  cose  da 
molti  chiarissimi  filosofi  essere  affermate,,  si  come  da  Pisandro 
fisico,  e  da  Eussimene  in  quel  libro  il  quale  egli  chiama  The- 
lìigumenon  .\ 

[Appresso,  il  detto  Fulgenzio  ad  altro  intelletto  e  più  divul- 
gato disegna  gli  effetti  di  queste  muse,  i  loro  nomi  ponendo  e 
quello  per  ciascuno  in  particularità  si  debba  intendere.  E  cosi 
la  prima  nomina  Clio,  e  per  questa  vuole  s'intenda  il  primo 
pensiero  d'apparare;  percioché  «  Clios -^  in  greco  viene  a  dire 
«  fama  »  in  latino  ;  e  nullo  è  che  cerchi  scienza  se  non  quella 
nella  quale  crede  potere  prolungare  la  dignità  della  fama  sua:  e 
per  questa  cagione  è  chiamata  la  prima  Clio,  cioè  «  pensiero 
di  cercare  scienza  ».  La  seconda  è  in  greco  chiamata  Euterpe, 
la  quale  in  latino  vuol  dire  «  bene  dilettante  »,  accioché  pri- 
mieramente sia  il  cercare  scienza,  e  appresso  sia  il  dilettarsi 
in  quello  che  tu  cerchi.  La  terza  è  appellata  Melpomene 
quasi  «  VLelempio  comene  »  cioè  «  facente  stare  la  medita- 
zione »;  accioché  primieramente  sia  il  volere,  e  appresso  che 
quello  ti  diletti  che  tu  vuogli,  e,  oltre  a  ciò,  perseverare,  me- 
ditando quello  che  tu  disideri.  La  quarta  ha  nome  Talia, 
cioè  capacità,  quasi  come  l'uom  dicesse  «  Tithonlia  »,  cioè  «  po- 
gnente  cosa  che  germini  ».  La  quinta  si  chiama  Polimnia, 
quasi  «  poliumneemen  »,  cioè  «  cosa  che  faccia  molta  me- 
moria »;  percioché  noi  diciamo  che,  dopo  la  capacità,  è  neces- 
saria la  memoria.  La  sesta  è  chiamata  Erato  cioè  «  eurim  co- 
menon  »,  il  qual  noi  in  latino  diciamo  «  trovatore  del  simile»; 
percioché,  dopo  la  scienza  e  dopo  la  memoria,  è  giusta  cosa 
che  l'uomo  di  suo  trovi  alcuna  co?a  simile.  La  settima  si 
chiama  Tersicore,  cioè  «  dilettante  ammaestramento  »:  adunque, 
appresso  la  invenzione,  bisogna  che  l'uomo  discerna  e  giudi- 
chi  quello  che  esso  truovi.    L'ottava   si    chiama   Urania,   cioè 


202  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

«celestiale»;  percioché,  dopo  l'aver  giudicato,  ele.s^g'e  l'uomo 
quello  che  egli  debba  dire  e  quello  che  egli  debba  rifiutare; 
percioché  lo  eleggere  quello  che  sia  utile  e  rifiutare  quello  che 
sia  caduco  e  disutile,  è  atto  di  celestiale  ingegno.  La  nona  è 
chiamata  Calliope,  cioè  «  ottima  voce  ».  Sarà  dunque  l'ordine 
questo:  primieramente  volere  la  dottrina;  appresso  dilettarsi  in 
quello  che  l'uom  vuole;  poi  perseverare  in  quello  che  diletta; 
e,  oltre  a  ciò,  prendere  quello  in  che  si  dee  perseverare  ;  e  quinci 
ricordarsi  di  quello  che  l'uom  prende;  appresso  trovare  del  suo 
cosa  simigliante  a  quello  di  che  l'uom  si  ricorda;  dopo  questo, 
giudicar  di  quello  di  che  l'uom  si  ricorda;  e  cosi  eleggere  quello 
di  che  si  giudichi;  e  ultimamente  profferere  bene  quello  che 
l'uomo  avrà  eletto.] 

[Dalle  quali  dimostrazioni,  e  spezialmente  per  le  prime,  si 
può  comprendere  che  cagione  muova  i  poeti  ad  invocare  il 
loro  aiuto.  Nondimeno  pare  ad  alcuno  che  le  muse  si  debbano 
dinominare  da  «  moys  »,  che  in  latino  viene  a  dire  «  acqua  », 
E  questo  vogliono,  percioché  il  comporre,  e  ancora  il  medi- 
tare alcuna  invenzione  e  la  composta  esaminare,  si  sogliano 
con  meno  difficultà  fare  su  per  la  riva  di  un  bel  fiume  o  d'alcun 
chiaro  fonte  che  in  altra  parte,  quasi  il  riguardar  dell'acqua 
abbia  alle  predette  cose  e  muovere  e  incitar  gl'ingegni.  E  questo 
par  che  vogliano  prendere  da  ciò  che  Cadmo  re  di  Tebe,  se- 
dendo sopra  il  fonte  chiamato  Ippocrene,  trovò  le  figure  delle 
lettere  greche,  le  quali  essi  ancora  usano  ;  come  che  da  Pala- 
mede poi,  e  ancora  da  Pittagora,  ve  ne  fossero  alcune  aggiunte; 
e  quivi  similemente  meditò  la  loro  composizione  insieme,  accio- 
ché,  secondo  quello  che  era  opportuno  al  greco  idioma,  per 
quelle  si  profTeresse;  affermando  ancora  molti  fonti,  secondo 
l'antico  errore,  essere  stati  alle  muse  consecrati,  si  come  il  fonte 
Castalio,  il  fonte  Aganippe  ed  altri,  questo  rispetto  avendo,  che 
sopra  quegli  fossero  gì'  ingegni  umani  più  pronti  alle  medita- 
zioni che  in  alcun'altra  parte.] 

«  O  alto  ingegno.  »  È  l'ingegno  dell'uomo  una  forza  intrin- 
seca dell'animo,  per  la  quale  noi  spesse  volte  troviamo  di  nuovo 
quello  che  mai  da  alcuno  non  abbiamo  apparato.   Il  che  avere 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  205 

sovente  fatto  l'autore  in  questo  libro  si  trova,  percioché,  quan- 
tunque Omero  e,  appresso  lui,  Virgilio  dello  scendere  in  in- 
ferno scrivessero,  ancora  che  in  alcuna  parte  gli  abbia  l'autore 
imitati  nello  'Nferno,  nelle  più  delle  cose  tiene  da  loro  cammino 
molto  diverso:  del  quale  peroché  alcuno  altro  scrittore  non 
si  truova  che  in  quella  forma  trattato  n'abbia,  assai  mani- 
festamente possiam  vedere  della  forza  del  suo  ingegno  questa 
invenzione  e  il  modo  del  procedere  essere  premuto. 

«  Or  m'aiutate  »:  percioché  mi  bisogna  a  questo  punto  la 
'nventiva,  e  '1  modo  del  procedere,  e  la  sonorità  dello  stilo. 

«  O  mente  ».  Non  bastando  solo  lo  'ngegno,  per  la  cui  forza 
le  pellegrine  inventive  si  truovano,  invoca  ancora  la  mente  sua, 
accioché,  per  l'opera  di  lei,  quello  possa  servare  e  poi  rac- 
contare, che  avrà  trovato,  [Ed  è  questa  mente,  secondo  che 
Papia  scrive,  la  più  nobile  parte  della  nostra  anima,  dalla  quale 
procede  l'intelligenzia,  e  per  la  quale  l'uomo  è  detto  fatto  alla 
immagine  di  Dio;  o  è  l'anima  stessa,  la  quale  per  li  molti 
suoi  effetti  ha  diversi  nomi  meritati.  Ella  è  allora  chiamata 
«  anima  »,  quando  ella  vivifica  il  corpo;  ella  è  chiamata  «ani- 
mo »,  quando  ella  alcuna  cosa  vuole  ;  ella  è  chiamata  «  ragione  », 
quando  ella  alcuna  cosa  dirittamente  giudica;  ella  è  chiamata 
«  spirito  »,  quando  ella  spira;  ella  è  chiamata  «  senso  »,  quando 
ella  alcuna  cosa  sente;  ella  è  chiamata  «  mente  »,  quando  ella 
sa  ed  intende.]  Questa  sta  nella  più  eccelsa  parte  dell'anima, 
e  perciò  è  chiamata  mente,  perché  ella  si  ricorda.  Per  lo  quale 
effetto  qui  il  suo  aiuto  invoca  l'autore;  percioché,  se  in  questo 
la  mente  non  l'aiutasse,  invano  sarebbe  disceso  o  discende- 
rebbe a  vedere  tante  cose  e  cosi  diverse,  quanto  per  opera 
della  mente  ne  scrive. 

«  Che  scrivesti  »,  cioè  in  te  raccogliesti,  «  ciò  ch'i'  vidi  », 
nel  cammino  da  me  fatte,  «  Qui  »,  cioè  nella  presente  opera, 
«si  parrà  la  tua  nobilitate»,  cioè  la  tua  sufficienza  in  conser- 
vare; percioché  la  nobilitate  della  cos#consiste  molto  nello  eser- 
citar bene  e  compiutamente  quello  che  al  suo  uficio  appartiene. 

«  Io  cominciai:  —  Poeta  ».  In  questa  terza  parte  del  presente 
canto  dissi  che  l'autore  moveva  un  dubbio  a  Virgilio:  il  quale. 


204  III-COMENTO    ALLA    «  DIVLNA    COMMEDIA» 

mosso  da  pusillanimità  mostra  di  temere  di  mettersi  nel  cam- 
mino, il  quale  Virgilio  nella  fine  del  primo  canto  disse  di  do- 
vergli mostrare;  e  dice:  «  Io  cominciai  »,  a  dire:  —  «Poeta», 
Virgilio,  «  che  mi  guidi,  Guarda  »,  cioè  esamina,  «  la  mia  virtù  », 
cioè  la  mia  forza,  «  s'ella  è  possente  »,  a  sostener  tanto  affanno, 
quanto  nel  lungo  cammino  e  malagevole,  per  lo  quale  tu  di' 
di  volermi  menare,  fia  di  necessità  di  sofferire;  e  fa' questo, 
«  Prima  che  all'alto  passo  »,  cioè  d'entrare  in  inferno,  «  tu 
mi  fidi  »,  tu  mi  commetta.  Quasi  voglia  dire:  —  Io  vorrei  per 
avventura  ad  ora  tornare  indietro  ch'io  non  potrei.  — 

«  Tu  dici  ».  Qui  vuole  l'autore  levar  via  una  risposta,  la 
qual  Virgilio,  si  come  egli  avvisava,  gli  avrebbe  potuta  fare, 
cioè  di  dire:  —  Non  può'  tu  venire,  o  non  credi  poter,  là  dove 
andò  Enea  e  ancora  là  dove  andò  san  Paolo?  —  E  comincia: 
«  Tu  dici  »,  nel  sesto  libro  del  tuo  Eneida,  «  che  di  Silvio  lo 
parente  »,  cioè  padre. 

Ebbe  Enea  due  figliuoli,  de'  quali  fu  l'uno  chiamato  lulio 
Ascanio,  e  questo  ebbe  di  Creusa,  figliuola  di  Priamo  re  di  Troia; 
e  l'altro  ebbe  nome  lulio  Silvio  Postumo,  il  quale  Lavinia, 
figliuola  del  re  Latino,  essendo  rimasa  gravida  d'  Enea,  partorì 
dopo  la  morte  d'Enea  in  una  selva.  Per  la  qual  cosa  ella  il 
cognominò  Silvio;  e  Postumo  fu  chiamato,  percioché  dopo  la 
umazione  del  padre,  cioè  poi  che  '1  padre  fu  messo  sotterra, 
era  nato  :  e  cosi  si  chiamano  tutti  quelli  che  dopo  la  morte  de' 
padri  loro  nascono. 

«Corruttibile  ancora»,  cioè  ancora  vivo  (percioché  chiunque 
nella  presente  vita  vive  è  corruttibile,  cioè  atto  a  corruzione), 
«  ad  immortale  »,  cioè  eterno,   «  secolo  »,  cioè  mondo. 

«  Secolo  »,  secondo  il  suo  proprio  significato,  è  uno  spazio 
di  tempo  di  cento  anni,  secondo  il  romano  uso  :  ma  in  questa 
parte  non  lo  'ntende  l'autore  per  ispazio  di  tempo,  ma,  seguendo 
l'uso  del  parlare  fiorentino,  nel  quale,  volendo  dire  «in  questo 
mondo  »,  spesso  si  dice  «  in  questo  secolo  »,  rivolgendo  il  nome 
del  tempo  in  nome  del  luogo  dove  il  tempo  s'usa,  cioè  nel 
mondo,  chiama  «  secolo  »  l'altro  mondo,  cioè  Io  'nferno,  il  quale 
noi  similmente  assai  spesso  chiamiamo  «  l'altro  mondo  »,  il  che 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  205 

la  sacra  Scrittura  similemente  fa  alcuna  volta.  [Il  quale  del  pre- 
sente mondo  dicendo,  dice  san  Paolo:  «  Pie  et  iuste  vivenies  in 
hoc  saeciilo  »;  e  dell'altra  vita  parlando:  «  Nescimus  in quos  fines 
saeculi  deveneriint  ì^ .] 

«  Andò,  e  fu  sensibilmente  »:  volendo  per  questo  s'intenda 
Enea,  non  per  visione  o  per  contemplazione  essere  andato  in 
inferno,  ma  col  vero  corpo  sensibilmente.  E  questo  prende 
l'autore  da  ciò  che  Virgilio  scrive  nel  sesto  deW E?ieida,  nel 
qual  dice  che,  essendo  Enea,  poi  che  di  Cicilia  si  parti,  per- 
venuto nel  seno  di  Baia,  e  quivi  in  assai  tranquillo  mare,  dando 
per  avventura  riposo  a'  suoi  compagni,  e  disideroso  di  sapere 
quello  che  di  questa  sua  peregrinazione  gli  dovesse  avvenire  ; 
essendo  andato  al  lago  d'Averno,  dove  avea  udito  essere  l' ora- 
culo  della  sibilla  cumana  ed  essa  altresì,  la  pregò  che  in 
inferno  il  menasse  al  padre;  e,  dietro  alla  sua  guida,  vivo  e 
con  l'arme  discese:  e,  per  quello  passando,  pervenne  ne'  campi 
Elisi,  là  dove  quegli,  che  in  istato  di  beatitudine,  erano  se- 
condo l'antico  errore.  E  perciò  dice  l'autore  che  egli  andò 
«  sensibilmente  ». 

«  Perché,  se  l'avversario  d'ogni  male  »,  cioè  Iddio,  «  Cor- 
tese fu  »,  di  lasciarlo  andare  senza  alcuna  offensione,  non  è 
maraviglia,  «  pensando  l'alto  effetto  Che  uscir  dovea  di  lui  », 
cioè  d'Enea,  «  e  '1  chi,  e  '1  quale  »,  [cioè  Cesare  dettatore,  o 
Ottaviano  imperadore.  De'  quali  ciascun  fu  da  molto,  e  cia- 
scun si  potrebbe  dire  essere  stato  fondatore  della  imperiai  di- 
gnità; percioché,  quantunque  Cesare  non  fosse  imperadore, 
egli  fu  dettatore  perpetuo,  e  fu  il  primo,  dopo  i  re  cacciati  di 
Roma,  il  quale  recò  nelle  sue  mani  violentemente  tutto  il  go- 
verno della  republica.  Del  quale  occupamento  segui  il  trium- 
virato di  Ottaviano  e  de' compagni;  e  da  quello,  essendo  da 
Ottaviano,  per  loro  bestialità,  posti  giù  dell' uficio  del  triumvi- 
rato Marco  Antonio  e  Marco  Lepido,  e  rimaso  egli  solo  triumviro, 
ne  segui,  o  per  tacita  forza,  o  pure  per  ispontaneo  piacere  del 
senato  e  del  popolo  di  Roma,  l'essergli  il  governo  della  re- 
publica commesso,  quando  cognominato  fu  Augusto;  dopo  il 
quale    sempre    fu    servato    poi,    uno    dopo    l'altro,    essere    in 


2o6  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

quella  dignità  sustituiti  e  chiamati  imperadori.  E  risponde  qui 
l'autore  ad  una  tacita  quistione.  Potrebbe  alcun  dire:  —  Come 
dèi  tu,  che  se*  cristiano,  credere  che  Iddio  fosse  più  liberale 
ad  un  pagano  di  lasciarlo  andare  vivo  in  inferno,  che  a  te?  — 
A  che  egli  e  nelle  parole  predette  risponde  e  in  quelle  che 
seguono,  dicendo:] 

«  Non  pare  indegno  »  l'avere  Iddio  sostenuto  l'andata 
d'Enea  «ad  uomo  d'intelletto»,  il  cui  giudicio  è  ragionevole 
e  giusto,  e  massimamente  avendo  riguardo  «  Ch'  ei  »,  Enea, 
«  fu  dell'alma  »,  cioè  eccelsa,  «  Roma  »,  la  quale  tutto  il  mondo 
si  sottomise,  «  e  dello  'mpero  »,  cioè  della  signoria  di  Roma, 
o  vogliam  dire  della  dignità  spettante  a  quelli  che  noi  chia- 
miamo imperadori,  de'  quali  fu  il  primo  Ottaviano,  disceso  per 
molti  mezzi  della  schiatta  d'Enea,  «Nell'empireo  ciel  »,  cioè 
nel  cielo  della  luce  dove  si  crede  essere  il  solio  della  divina 
maestà;  [e  chiamasi  «empireo»,  cioè  igneo,  percioché  «  pir  •» 
in  greco,  viene  a  dire  «  fuoco  »  in  latino:  e  vogliono  i  nostri 
santi  quello  dirsi  «empireo»,  percioché  egli  arde  tutto  di  per- 
fetta carità;]  «per  padre  eletto».  Vuol  per  questo  sentir  l'au- 
tore per  divina  disposizione  essere  d'Enea  seguito  quello  che 
leggiamo  essere  stato  operato  per  li  suoi  successori. 

E  dice  qui  Enea  esser  padre  di  Roma  e  dello  'mperio, 
percioché  quegli  che  di  lui  nacquero  per  sedici  re,  infino  a 
Numitore,  che  fu  l'ultimo  della  schiatta  d'Enea,  regnarono  in 
Alba  per  ispazio  di  quattrocento  ventiquattro  anni.  Poi,  es- 
sendo di  Numitore  re  nata  llia,  e  Amulio,  fratello  di  Numitore, 
più  giovane  d'età,  tolto  a  Numitore  il  regno,  fece  uccidere 
un  figliuolo  di  Numitore  chiamato  Lauso;  e  per  torre  ad  llia 
speranza  di  figliuoli,  la  fece  vergine  vestale,  alle  quali  era 
pena  d'essere  sotterrate  vive,  se  in  adulterio  fossero  state  tro- 
vate. Nondimeno  questa  llia,  come  che  ella  si  facesse,  [o  con 
cui  ella  si  giacesse,]  ella  ingravidò,  e  partorì  due  figliuoli  ad 
un  parto,  dei  quali  l'uno  fu  chiamato  Romolo  e  l'altro  Remulo: 
li  quali,  essendo  già,  per  comandamento  di  Amulio,  llia  stata 
sotterrata  viva,  furono  gittati,  da  persone  mandate  dal  re  a  ciò, 
non  nel  corso  del  Tevero,  al  quale,  perché  cresciuto  era,  non 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  207 

si  poteva  andare,  ma  alla  riva:  e  '1  fiume  scemato,  ed  essi  tro- 
vati vivi  da  una  chiamata  Acca  Laurenzia,  moglie  d'un  pastore 
del  re,  chiamato  Faustulo,  furono  raccolti  e  nutricati,  niente 
sappiendone  il  re,  e  cosi  nominati  da  P^austolo.  Li  quali  cre- 
sciuti, ed  avendo  reale  animo,  ed  essendo  pastori  e  capitani 
e  maggiori  di  ladroni  e  d'uomini  violenti,  ed  avendo  da  Fau- 
stulo sentito  cui  figliuoli  erano  ;  composto  il  modo  tra  loro, 
fu  l'un  di  loro  preso  e  menato  davanti  dal  re  e  accusato;  e 
l'altro,  attendendo  il  re  ad  udire  la  querela,  feritolo  di  dietro, 
l'uccise,  e  a  Numitore  loro  avolo,  che  in  villa  si  stava,  resti- 
tuirono il  reame;  ed  essi,  tornatisene  là  dove  allevati  erano 
stati,  fecero  quella  città,  la  qual,  da  Romolo  dinominata  Roma, 
divenne  donna  del  mondo.  Per  la  qual  cosa  appare  Enea  es- 
sere stato  padre  di   Roma. 

Appresso,  partitosi  lulio  Proculo,  il  quale  fu  bisnipote  di 
lulio  Silvio  e  di  Romulo,  re  d'Alba,  e  discendente,  come  detto 
è,  d'Enea,  e  venutosene  con  Romolo  ad  abitare  a  Roma;  quivi 
fondò  la  famiglia  de'  Giuli  secondo  che  Eusebio,  Ì7i  libro  Tem- 
porum,  dice:  li  quali  poi  in  Roma,  per  continue  successioni 
perseverando,  ìnfino  a  Gaio  luiio  Cesare  pervennero.  Il  quale, 
non  avendo  alcun  figliuolo,  s'adottò  in  figliuolo  Ottaviano  Ot- 
tavio [li  cui  antichi,  secondo  che  dice  Svetonio,  De  XII  Cae 
saribus,  furono  di  Velletri],  figliuolo  d'una  sua  sirocchia  carnale, 
chiamata  lulia:  ed  in  cpstui  poi  fu  di  pari  consentimento  del 
senato  e  del  popolo  di  Roma,  come  davanti  è  detto,  commesso 
il  governo  della  republica,  e  fu  cognominato  Augusto;  e  fu  il 
primo  imperadore,  e  de'  discendenti  di  Enea.  E  cosi  Enea  fu 
similmente  padre  dello  'mperio,  cioè  della  dignità  imperiale. 

«  La  quale  »,  cioè  Roma,  «  e  '1  quale  »,  imperio,  «  a  voler 
dir  lo  vero,  Fùr  stabiliti  »,  ordinati  per  evidenzia  da  Dio,  «  per 
lo  loco  santo  »,  cioè  per  la  sedia  apostolica,  «  U'  siede  il  suc- 
cessor  »,  cioè  il  papa,  «  del  maggior  Piero  »,  cioè  di  san  Piero 
apostolo,  il  quale  chiama  «  maggiore^  per  la  dignità  papale  e  a 
dilTerenza  di  più  altri  santi  uomini  nominati  Piero.  E  che  questo 
fosse  preveduto  e  ordinato  da  Dio,  appare  nelle  cose  seguite 
poi,   tra  le   quali    sappiamo    Costantino    imperadore,    mondato 


208  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

della  lebbra  da  san  Silvestro  papa,  lasciò  Roma  e  la  imperiai 
sedia  al  papa,  e  andossene  in  Costantinopoli;  e  oltre  a  questo, 
ordinò  e  fé'  i  suoi  successori  sempre  con  la  loro  potenza  esser 
presti  contro  a  ciascheduno  il  quale  infestasse  o  turbasse  la 
quiete  della  Chiesa  di  Dio  e  dei  pastori  di  quella  :  per  che  merita- 
mente dice  l'autore  essere  stabiliti  e  Roma  e  lo  'mperio  per  lo 
santo  luogo  dell'apostolica  sede.  E  però  conoscendo  Iddio,  al 
quale  nulla  cosa  è  nascosa,  questo,  non  è  da  maravigliare  se  esso 
fu  cortese  ad  Enea  di  lasciarlo  andare  in  inferno  ;  e  massimamente 
sappiendo  che  esso  dovea  laggiù  udir  cose,  le  quali  l'animereb- 
bero a  dover  dare  opera  a  quello  di  che  dovea  questo  seguire. 
E  poi  soggiugne  l'autore:  «Per  questa  andata»,  di  Enea 
in  inferno,  «  onde  »,  cioè  della  quale,  «  tu  mi  dai  vanto  »,  cioè 
promessione,  dicendo  di  menarmi  laggiù  (benché  in  alcuni  libri 
si  legge:  «  Per  questa  andata,  onde  tu  gli  dai  vanto  »,  ad  Enea, 
commendandolo  ed  estollendolo  per  quella,  là  ove  tu  di'  nel 
sesto  de\VE?ieida: 

Noctes  atque  dies  patet  atri  ianua  Ditis: 
sed  revocare  gradum  siiperasque  evadere  ad  auras, 
hoc  opuSf  hic  labor  est.  Fauci,  quos  aequus  amavit 
luppiter,   aut  ardens  evexit  ad  aethera  virtus, 
Dis  geniti  potuere  : 

per  le  quali  parole  estimo  migliore  questa  seconda  lettera  che  la 
prima),  «  Intese  cose  »,  Enea,  «che  furon  cagione  Di  sua  vit- 
toria »,  in  quanto,  riempiendolo  di  buona  speranza,  il  fecero  ani- 
moso all'impresa  contro  a  Turno  re  de'  rutuli,  del  quale  avuto 
vittoria,  e  già  in  Italia  divenuto  potente,  ne  segui  l'effetto  che 
poco  avanti  si  legge,  cioè  «  del  papale  ammanto  ».  Vuol  qui 
l'autore  per  parte  s'intenda  il  tutto,  cioè  per  lo  papale  ammanto 
tutta  l'autorità  papale.  Ed  è  da  intender  qui  che  egli  in  quelle 
cose  che  da  Anchise  intese,  come  Virgilio  nel  sesto  à&]X'  Eneida 
mostra,  cominciando  quivi  : 

Nunc  age,  Dardaniam  prolem  qiiae  deinde  sequatur 
gloria y  ecc., 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  UO^ 

non  udi  cosa  alcuna  del  papale  ammanto,  ma  udì  cose  le 
quali  poi  in  processo  di  tempo,  come  detto  è,  furon  caj^ione 
che  Roma  divenisse  sedia  del  papa,  come  lungamente  già  fu. 

«  Andovvi  poi  »,  cioè  lungo  tempo  dopo  Enea,  «  il  vaso 
d'elezione  »,  cioè  san  Paolo,  il  quale  non  andò  in  inferno  come 
Enea,  ma  fu  rapito  in  paradiso,  là  dove  tu  di'  che  io  andrò 
se  io  vorrò.  La  qual  cosa  è  vera,  si  come  egli  medesimo  te- 
stimonia, affermando  sé  aver  vedute  cose  delle  quali  non  è 
lecito  agli  uomini  di  favellare:  e  percioché  Iddio  l'aveva  eletto 
per  vaso  dello  Spirito  santo,  conoscendo  il  frutto  che  delle 
sue  predicazioni  doveva  uscire,  non  è  mirabile  se  Iddio  di  cosi 
fatta  andata  gli  fu  cortese,  e  massimamente  considerando  che 
egli  v'andò,  «  Per  recarne  »,  quaggiù  tra  noi,  «  conforto  a  quella 
fede»,  cristiana,  «Ch'è  principio  alla  via  di  salvazione».  E 
questo  è  certissimo,  peroché,  non  possendosi  gli  alti  segr«eti 
della  divinità  per  alcuna  nostra  ragione  conoscere,  è  di  neces- 
sità, innanzi  ad  ogni  altra  cosa,  che  per  fede  si  credano.  Si  che 
ben  dice  l'autore  la  fede  cattolica  esser  principio  alla  via  di 
salvazione;  alla  quale,  ancora  debole  e  fredda  nelle  menti  di 
molti  già  cristiani  divenuti,  san  Paolo,  con  la  dottrina  appresa  nel 
celeste  regno,  recò  molto  conforto,  riscaldando  colle  sue  predi- 
cazioni e  con  l'epistole  le  menti  fredde  e  quasi  ancora  dubitanti. 

«  Ma  io  perché  venirvi?  »  ne'  luoghi  ne'  quali  tu  mi  pro- 
metti di  menarmi,  quasi  dica:  —  per  qual  mio  merito?  —  «  o  chi 
'1  concede?»,  cioè  che  io  in  questi  luoghi  debba  venire;  vo- 
lendo per  questo  intendere,  come  appresso  dimostra,  esser 
temeraria  cosa  l'andare  in  alcun  segreto  luogo,  senza  alcun 
merito  o  senza  licenza. 

«  Io  non  Enea  »,  al  quale  Iddio  fu  cortese  per  le  ragioni 
già  mostrale.  Chi  Enea  fosse,  ancora  che  a  molti  sia  noto, 
nondimeno  più  distesamente  si  dirà  appresso  nel  quarto  canto 
di  questo  libro,  e  però,  quanto  è  al  presente,  basti  quello  che 
detto  n'è. 

«  Io  non  Paolo  sono  ».  San  Paolo  fu  del  tribo  di  Boniamin, 
e  fu  per  patria  di  Tarso  città  di  Cilicia  :  [e  avanti  che  dive- 
nisse cristiano,  fu  nelle  scienze  mondane  assai  ammaestrato,  e 

G.  Boccaccio,  Scrini  danteschi  - 1.  14 


2TO  III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMKDLA» 

fu  ferventissimo  persegfuitore  de'  cristiani.  Poi,  chiamato  da 
Dio  al  suo  servigio,  fu  mirabilissimo  dottore,  e  con  le  sue  pre- 
dicazioni molte  nazioni  converti  al  cristianesimo,  molti  pencoli 
e  molte  avversità  di  mare  e  di  terra  e  d'uomini  sostenne  per 
lo  nome  di  Cristo,  e  ultimamente,  imperante  Nerone  Cesare, 
per  lo  nome  di  Cristo  ricevette  il  martirio:  e,  percioché  era 
cittadino  di  Roma,  gli  fu  tagliata  la  testa,  e  non  fu,  come  san 
Piero,  crocefisso.  Di  costui  predisse  lacob,  molte  centinaia 
d'anni  avanti,  in  persona  di  Beniamin  suo  figliuolo,  e  del  quale 
egli  doveva  discendere  :  «  Beniamin,  lupus  rapax,  mane  devorat 
praedam  et  vespere  dividit  spolia».  Il  quale  vaticinio  apparte- 
nere a  san  Paolo  assai  chiaramente  si  vede,  percioché  esso  fu 
lupo  rapace:  e  la  mattina,  cioè  nella  sua  giovanezza,  divorò  la 
preda,  cioè  uccise  i  cristiani;  e  al  vespro,  cioè  nella  sua  età 
più  matura,  divenuto  servidore  a  Cristo,  divise  le  spoglie.]  Il 
quale  da  Dio  fu  eletto  per  conforto  della  nostra  fede. 

«  Me  degno  a  ciò  ».  Quasi  voglia  dire:  perché  io  non  sia 
Enea  né  san  Paolo,  io  potrei  per  alcun  altro  gran  merito  cre- 
dere d'esser  degno  di  venirvi,  ma  io  non  so;  e,  per  questo, 
d'esser  di  venir  degno  «  né  io  né  altri  il  crede  ». 

Appresso  questo,  conchiude  al  dubbio  suo,  dicendo:  «  Per 
che  »,  cioè  per  non  esserne  degno,  «  se  del  venire  »,  là  dove 
tu  mi  vuoi  menare,  «  io  m'abbandono  »,  cioè  mi  metto  in  av- 
ventura, «  Temo  che  la  venuta  »,  mia,  «  non  sia  folle  »,  cioè 
stolta,  in  quanto  male  e  vergogna  me  ne  potrebbe  seguire.  E 
quinci  rende  Virgilio,  al  quale  egli  parla,  attento  a  dover  guar- 
dare al  dubbio  il  quale  egli  muove,  in  quanto  dice:  «  Se' sa- 
vio, e»,  per  questo,  «intendi  me' ch'i' non  ragiono»,  cioè 
che  io  non  ti  so  dire.  —  E,  appresso  questo,  per  una  compara- 
zione liberamente  apre  l'animo  suo  dicendo:  «  E  quale  è  quei 
che  disvuol  »,  cioè  non  vuole,  «  ciò  eh 'e'  volle  »,  poco  avanti, 
«  E  per  nuovi  pehsier  »,  sopravvenuti,  «  cangia  proposta  », 
quello  che  prima  avea  proposto  di  fare,  «  Si  che  dal  cominciar 
tutto  si  toUe;  Tal  mi  fec'io  in  quella  oscura  costa»;  percio- 
ché mostra  non  fossero  ancor  tanto  andati,  che  usciti  fossero 
del  luogo  oscuro,  nel  quale  destandosi  s'era  trovato.  «  Per  che. 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  211 

pensando  »;  mostra  !a  cagione  perché  divenuto  era  tale,  quale 
è  colui  il  quale  disvuole  ciò  ch'e'  volle,  e  dice  che,  pensando 
non  fosse  il  suo  andare  pericoloso,  «  consumai  »,  cioè  finii, 
«  l'impresa  »,  che  fatta  avea  di  seguir  Virgilio,  «  Che  fu,  nel 
cominciar,  cotanto  tosta  »,  cioè  sùbita,  in  quanto  senza  troppo 
pensare  aveva  risposto  a  Virgilio,  come  nel  canto  precedente 
appare,  pregandolo  che  il  menasse. 

[Lez.  vili]  —  «  Se  io  ho  ben  la  tua  parola  intesa  ».  —  In  questa  quarta 
parte  del  presente  canto,  dimostra  l'autore  qual  fosse  la  risposta 
fattagli  da  Virgilio  :  nella  qual  discrive  come  e  da  cui  e  perché 
e  donde  Virgilio  fosse  mosso  a  dover  venire  allo  scampo  suo. 
Dice  adunque:  «  Rispuose»,  a  me,  «del  magnanimo  quell'om- 
bra »,  cioè  quell'anima  di  Virgilio,  il  quale  cognomina  «  magna- 
nimo »,  e  meritamente,  percioché,  si  come  Aristotile  nel  quarto 
della  sua  Elica  dimostra,  colui  è  da  dire  «  magnanimo  »,  il  quale 
si  fa  degno  d'imprendere  e  d'adoperare  le  gran  cose.  La  qual 
cosa  maravigliosamente  bene  fece  Virgilio  in  quello  esercizio, 
il  quale  alla  sua  facultà  s'apparteneva:  percioché  primieramente, 
con  lungo  studio  e  con  vigilanza,  si  fece  degno  di  dover  potere 
sicuramente  ogni  alta  materia  imprendere,  per  dovere  d'essa 
in  sublime  stilo  trattare;  e,  fattosene  col  bene  adoperare  degno, 
non  dubitò  d'imprenderla  e  dì  proseguirla  e  recarla  a  perfezione. 
E  ciò  si  fu  di  cantare  d'Enea  e  delle  sue  magnifiche  opere,  in 
onore  d'Ottaviano  Cesare:  le  quali  in  si  fatto  e  si  eccelso  stilo 
ne  discrisse,  che  né  prima  era  stato,  né  fu  poi  alcun  latino  poeta 
che  v'aggiugnesse,  —  «  Se  io  ho  ben  la  tua  parola  intesa  »,  cioè 
il  tuo  ragionare,  il  quale  veramente  aveva  bene  inteso,  «  L'anima 
tua  è  da  viltate  offesa»,  cioè  occupata  da  tiepidezza  e  da  pu- 
sillanimità, la  quale  non  che  le  maggiori  cose,  ma  eziando  quelle 
che  a  colui,  nel  quale  ella  si  pon,  si  convengono,  non  ardisce 
d'imprendere.  «La  qual»,  viltà,  «molte  fiate  l'uomo  ingombra», 
cioè  impedisce,  «Si  che  d'onrata  inyresa  »  [poi  fatta]  «  l'ari- 
volve»,  [daljla  sua  misera  e  tiepida  oppinione,  «Come»,  in- 
gombra, «  falso  veder  »,  parendo  una  cosa  per  un'altra  vedere 
(il  che  addiviene  per  ricevere  troppo  tosto  nella  virtù  fantastica 

j  alcuna  forma,   nella  immaginativa  subitamente  venuta),  «bestia 


212  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

quand'ombra»,  cioè  adombra,  e  temendo  non  vuole  più  avanti 
andare.  E  vuoisi  questa  lettera  cosi  ordinare:  «  la  quale  molte 
fiate  ingombra  l'uomo,  come  falso  vedere  fa  bestia,  quand'ombra, 
e  d'onorata  impresa  i'arivolve». 

Poi  seguita:  «  Da  questa  téma  »,  la  quale  tu  hai  di  venire 
là  dove  detto  t'ho,  «  accioché  tu  ti  solve  »,  cioè  sciolghi,  si 
che  ella  non  ti  tenga  più  impedito,  «Dirotti  perdi'  i'  venni,  e», 
dirotti,  «quel  ch'io  intesi,  Nel  primo  punto  che  di  te  mi  dolve», 
cioè  che  io  ebbi  compassion  di  te. 

«  Io  era  tra  color  che  son  sospesi  »,  in  quanto  non  sono  de- 
mersi  nella  profondità  dello  'nferno,  né  nella  profonda  miseria  de* 
supplici  più  gravi,  come  sono  molti  altri  dannati;  né  sono  non 
che  in  gloria,  ma  in  alcuna  speranza  di  minor  pena,  che  quella 
la  qual  sostengono.  Poi  segue  Virgilio:  ed  essendo  quivi,  «E 
donna  mi  chiamò  beata  e  bella  ».  Dove,  per  mostrare  più  degna 
colei  che  il  chiamò,  le  pone  tre  epiteti  :  prima  dice  che  era 
«donna»,  il  qual  titolo,  come  che  molte,  anzi  quasi  tutte,  oggi 
usino  le  femmine,  a  molte  poche  si  confà  degnamente;  e  di- 
mostrasi per  questo  la  condizione  di  costei  non  esser  servile. 
Dice,  oltre  a  questo,  che  ella  era  «  bella  »;  e  l'esser  bella  è  sin- 
gular  dono  della  natura,  il  quale,  quantunque  nelle  mondane 
donne  sia  fragile  e  poco  durabile,  nondimeno  da  tutte  è  ma- 
ravigliosamente disiderato;  senza  che  egli  è  pure  alcun  segno 
di  benivole  stelle  operatesi  nella  concezione  di  quella  cotale, 
che  questo  dono  riceve;  e  quasi  non  mai  sogliono  i  superiori 
corpi  questo  concedere,  ch'egli  non  sia  d'alcuna  altra  grazia 
accompagnato:  per  la  qual  cosa  paiono  più  venerabili  quelle 
persone,  che  hanno  bello  aspetto,  che  gli  altri.  Appresso  dice 
che  era  «  beata  »,  nella  qual  cosa  racchiude  tutte  quelle  cose, 
le  quali  debbano  potere  muovere  a'  suoi  comandamenti  qua- 
lunque persona  richiesta;  peroché  chi  è  beato  non  è  verisimile 
dovere  d'alcuna  cosa,  se  non  onestissima,  richiedere  alcuno; 
e  può  chi  è  beato  remunerare;  e  dé'si  credere  lui  esser  grato 
verso  chi  a'  suoi  piacer  si  dispone.  Le  quali  cose  Virgilio,  si 
come  avvedutissimo  uomo,  conoscendo,  dice:  ella  era  «Tal  che 
di  comandare  i'  la  richiesi  »;  cioè  offersimi,  come  ella  mi  chiamò, 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  213 

presto  ad  ogni  suo  comandamento.  E  ben  doveva  questa  donna 
esser  degna  di  reverenza,  quando  tanto  uomo,  quanto  Virgilio 
fu,  si  proffera  a  lei. 

Poi  segue  continuando  il  suo  dire,  e  ancora  più  degna  la 
dimostra,  dicendo:  «  Lucevan  gli  occhi  suoi  più  che  la  stella». 
Dé'si  qui  intendere  l'autore  volere  preporre  la  luce  degli  occhi 
di  questa  donna  alla  luce  di  quella  stella  eh 'è  più  lucente. 
«E  cominciommi  a  dir»,  questa  donna,  «soave  e  piana»: 
nel  qual  modo  di  parlare  si  comprende  la  qualità  dell'animo 
di  colui  che  favella  dovere  essere  riposata,  non  mossa  da  al- 
cuna passione,  e,  oltre  a  ciò,  in  questo  disegna  l'atto  dell'onesto, 
il  quale  in  ogni  suo  movimento  dee  esser  soave  e  riposato. 
«  Con  angelica  voce  »  aggiugne  un'altra  cosa,  mirabilmente  op- 
portuna nelle  donne,  d'aver  la  voce  piacevole,  né  più  sonora  né 
meno  che  alla  gravità  donnesca  si  richiede;  e  queste  cosi  fatte 
voci  fra  noi  sono  chiamate  «  angeliche  ».  E,  oltre  a  questo,  l'at- 
tribuisce Virgilio  questa  voce  in  testimonio  della  beatitudine 
di  lei,  perciooiié  estimar  dobbiamo  alcuna  cosa  deforme  non 
potere  essere  in  alcun  beato.  «  In  sua  favella»,  cioè  in  fioren- 
tino volgare,  non  ostante  che  Virgilio  fosse  mantovano.  Ed  in 
ciò  n'ammaestra  alcuno  non  dovere  la  sua  originai  favella  la- 
sciare per  alcun'altra,  dove  necessità  a  ciò  noi  costrignesse. 
La  qual  cosa  fu  tanto  all'animo  de*  romani,  che  essi,  dove 
che  s'andassero,  o  ambasciadori  o  in  altri  ufici,  mai  in  altro 
idioma  che  romano  non  parlavano;  e  già  ordinarono  che  al- 
cuno, di  che  che  nazion  si  fosse,  in  senato  non  parlasse  altra 
lingua  che  la  romana.  Per  la  qual  cosa  assai  nazioni  mandaron 
già  de'  loro  giovani  ad  imprendere  quello  linguaggio,  accioché 
intendesser  quello  e  in  quello  sapessero  e  proporre  e  ri- 
spondere. 

Ma  potrebbesi  qui  muovere  un  dubbio,  e  dire:  —  Come  sai 
tu  che  questa  donna  parlasse  fiorentino.^  —  A  che  si  può  rispon- 
dere apparire  in  più  luoghi,  in  quieto  volume.  Beatrice  essere 
stata  una  gentildonna  fiorentina,  la  quale  l'autore  onestamente 
amò  molto  tempo;  e  per  questo  comprendere  e  dire  lei  in  fio- 
rentin  volgare  aver  parlato. 


J  .4  HI  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

E  percioché  questa  è  la  primiera  volta  che  di  questa  donna 
nel  presente  libro  si  fa  menzione,  non  pare  indegna  cosa  al- 
quanto manifestare  di  cui  l'autore,  in  alcune  parti  della  presente 
opera,  intenda  nominando  lei,  conciosiacosaché  non  sempre  di 
lei  allegoricamente  favelli.  Fu  adunque  questa  donna  (secondo 
la  relazione  di  fededegna  persona,  la  quale  la  conobbe,  e  fu  per 
consanguinità  strettissima  a  lei)  figliuola  d'un  valente  uomo  chia- 
mato Folco  Portinari,  antico  cittadino  di  Firenze:  e,  come  che 
l'autore  sempre  la  nomini  Beatrice  dal  suo  primitivo,  ella  fu 
chiamata  Bice;  ed  egli  acconciamente  il  testimonia  nel  Paradiso, 
là  dove  dice:  «Ma  quella  reverenza,  che  s'indonna  Di  tutto 
me,  pur  per  B  e  per  ice  ».  E  fu  di  costumi  e  d'onestà  lau- 
devole  quanto  donna  esser  debba  e  possa,  e  di  bellezza  e  di 
leggiadria  assai  ornata;  e  fu  moglie  d'un  cavaliere  de' Bardi, 
chiamato  messer  Simone;  nel  ventiquattresimo  anno  della  sua 
età  passò  di  questa  vita,  negli  anni  di  Cristo  milleduecentono- 
vanta.  Fu  questa  donna  maravigliosamente  amata  dall'autore. 
Né  cominciò  questo  amore  nella  loro  provetta  età,  ma  nella 
loro  fanciullezza;  peroché,  essendo  ella  d'età  d'otto  anni  e 
l'autore  di  nove,  si  come  egli  medesimo  testimonia  nel  principio 
della  sua  Vita  nuova,  prima  piacque  agli  occhi  suoi.  Ed  in  questo 
amore  con  maravigliosa  onestà  perseverò  mentre  ella  visse.  E 
molte  cose  in  rima,  per  amore  ed  in  onor  di  lei  già  compose; 
e,  secondo  che  egli  nella  fine  della  sua  Vita  Nuova  scrive,  esso 
in  onor  di  lei  a  comporre  la  presente  opera  si  dispose  ;  e  come 
appare  e  qui  e  in  altre  parti,  assai  maravigliosamente  l'onora. 

—  «  O  anima  ».  Qui  cominciano  le  parole,  le  quali  Virgilio 
dice  essergli  state  dette  da  questa  donna,  nelle  quali  la  donna, 
con  tre  commendazioni  di  Virgilio,  si  sforza  di  farlosi  benivolo 
ed  ubbidiente,  dicendo  primieramente:  «cortese»,  il  che  in 
qualunque,  quantunque  eccellente  uomo  e  onorevole,  titolo  è 
da  disiderare,  percioché  in  ciascuno  nostro  atto  è  lai^devole 
cosa  l'esser  cortese;  quantunque  molti  vogliano  che  ad  altro 
non  si  riferisca  l'esser  cortese,  se  non  nel  donare  il  suo  ad 
altrui;  «mantovana»,  il  che  la  donna  dice  per  mostrare  che 
ella  il  conosca,  e  a  lui  voglia  dire  e  dica,  e  non  ad  un  altro; 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  215 

«  La  cui  fama  nel  mondo  ancora  dura  »,  cioè  persevera.  E 
questa  è  la  seconda  cosa  per  la  quale  la  donna  si  vuol  fare 
benivolo  Virgilio,  mostrandogli  lui  essere  famoso. 

[È  la  Fama  un  romore  generale  d'alcuna  cosa,  la  qual  sia 
stata  operata,  o  si  creda  essere  stata,   da  alcuno,  si  come  noi 
sentiamo  e  ragioniamo  delle  magnifiche  opere  di  Scipione  Afri- 
cano, della  laudevole  povertà  di  Fabrizio  e  della  fornicazione 
di  Didone  e  di  simigliami:   la  qual   fìnge  Virgilio,  nel  quarto 
del  suo  Eneida,  essere  stata  figliuola  della  Terra  e  sorella  di 
Geo  e  d'Anchelado,  e  lei  la  Terra,  commossa  dall'ira  degl'  iddii 
aver  partorita.    Della   qual   si  racconta  una  cotal   favola,  che 
conciofossecosaché,  per  desiderio  d'ottenere  il  regno  Olimpo 
fosse  nata  guerra  tra  i  Titani,  uomini  giganti,  figliuoli  della  Terra 
e  Giove;  si  divenne  in  questo,  che  tutti  i  figliuoli  della  Terra 
li  quali  inimicavan  Giove,  furon  dal  detto  Giove  e  dagli  altri 
iddii  occisi:  per  lo  qual  dolore  la  Terra  commossa   e   diside- 
rosa  di  vendetta,  conciofossecosaché   a    lei    non   fossero  arme 
contro  a   cosi  possenti   nemici,  accioché   con    quelle    forze,  le 
quali  essa  potesse,  alcun  male  contro  agl'iddìi  facesse,  costretto 
il  ventre  suo,  ne  mandò  fuori  la  Fama,  raccontatrice  delle  scel- 
lerate operazioni  degl'iddìi.   La  forma  della  quale  Virgilio  nel 
preallegato  libro  discrive,  e  dice: 

Fama,  maluni  quo  noti  aliud  velocms  ullum,  ecc., 

seguendo  che  ella  vive  per  movimento,  e  andando  acquista 
forze,  e  nella  prima  téma  è  piccola,  ma  poi  se  medesima  lieva 
in  alto,  e  quindi  va  su  per  lo  suolo  della  terra  e  il  suo  capo 
nasconde  tra'  nuvoli;  e  ch'ella  è  in  su  i  pie  velocissima,  e  ha 
alie  molto  ratte,  ed  è  un  mostro  orribile  e  grande;  e  quante 
penne  ha  nel  corpo  suo,  tanti  occhi  n'ha  sotto  che  sempre  veg- 
ghiano,  e  tante  lingue  e  tante  bocche  le  quali  continuamente  par- 
lano, e  tanti  orecchi  li  quali  sempre  tiene  levati;  e  vola  la  notte 
per  lo  mezzo  del  cielo  e  per  l'ombra  della  terra,  stridendo,  senza 
dormir  mai;  e  '1  di  siede  ragguardatrice  sopra  la  sommità  delle 
case,  e  spaventa  le  città  grandi:  tenace  cosi  de'  composti  mali, 
come  rapportatrice  del  vero.] 


2l6  III-COMENTO    ALLA    «  DIVLNA    COMMEDIA» 

[Ma,  se  io,  avendo  la  sua  origine  e  la  forma  e  gli  effetti  se- 
condo le  fizion  poetiche  discritte,  non  aprissi  quello  che  essi 
sotto  questa  crosta  sentano,  potrei  forse  meritamente  essere  ri- 
preso. Dico  adunque  che  gl'iddii,  per  l'ira  de'  quali  la  Terra 
si  commosse  e  turbò,  è  da  intendere  intorno  ad  alcuna  cosa 
l'operazion  delle  stelle,  le  quali  gli  antichi,  erronei,  chiamavano 
«  iddii»,  avendo  riguardo  alla  loro  eternità  e  alla  loro  integrità, 
che  alcuna  corruzione  non  ricevea.  Le  quali  stelle  e  corpi  su- 
periori, senza  alcun  dubbio  per  la  potenza  loro  attribuita  dal 
creatore  di  quelle,  adoperano  in  noi  secondo  le  disposizioni 
delle  cose  riceventi  le  loro  impressioni;  e  da  questo  avviene 
che  il  fanciullo,  o  vogliam  dire  il  giovane,  per  loro  opera  è 
aumentato,  conciosiacosaché  colui  che  invecchia  sia  diminuito, 
e  conciosiacosaché  mai  si  scostino  dalla  ragione  dell'ottimo 
e  perfetto  governatore.  Alcuna  volta  fanno  cose,  le  quali  dal 
repentino  e  falso  giudici©  de'  mortali  pare  che  abbino,  si  come 
adirati,  fatte,  come  quando  per  loro  opera  muore  un  giusto  re, 
un  felice  imperadore,  un  caro  e  opportuno  uomo  al  ben  comune, 
un  savissimo  uomo,  o  un  nobile  ed  egregio  cavaliere:  e  per 
questo,  cioè  per  lo  fare  venir  meno  i  solenni  uomini,  pare  che 
come  adirati  contro  a  loro  faccino.] 

[Dissono  li  poeti  gl'iddìi  essere  adirati,  avendo  uccisi  coloro 
li  quali  si  doveano  perpetuare  ;  ma  che  di  questo  seguita  che 
la  Terra  se  ne  commuove,  cioè  l'animoso  uomo  (percioché 
tutti  siamo  di  terra,  e  in  terra  torniamo),  e  sforzasi  d'adoperar 
quello  di  che  nasca  nome  e  "fama  di  lui,  la  quale  sia  vendi- 
catrice della  sua  futura  morte;  accioché,  quando  quello  avverrà 
che  i  corpi  superiori  facciano  venire  al  suo  fine  il  suo  mortai 
corpo,  viva  di  lui,  per  li  suoi  meriti  (eziandio  non  volendo  i 
corpi  superiori),  il  nome  suo  e  la  fama  delle  sue  operazioni, 
non  altrimenti  che  esso  vivo  fosse.  E  in  quanto  dice  questa 
nella  prima  téma  esser  piccola,  non  ce  ne  inganniamo,  percio- 
ché, quantunque  grandi  sien  l'opere  delle  quali  ella  nasce,  non- 
dimeno paiono  da  un  temore  degli  uditori  cominciare  a  spandersi. 
Poi,  in  quanto  dice  Virgilio  essa  elevarsi  ne'  venti,  niun'altra 
cosa  vuol  dire  se  non  essa  divenire  in  più  ampio  favellio  delle 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  217 

genti;  o  vogliam,  per  quel,  sentire  essa  mescolarsi  ne' ragio- 
namenti delle  genti  mezzane.  E,  in  quanto  poi  discende  nel 
suolo  della  terra,  intende  il  poeta  lei  mescolarsi  nel  vulgo;  e 
cosi,  quando  mette  il  capo  ne'  nuvoli,  dobbiamo  intendere  lei 
dovere  mescolarsi  ne'  ragionamenti  de'  prencipi  e  degli  uomini 
sublimi.  E  l'avere  l'alie  e  i  pie  veloci  assai  manifestamente  di- 
mostra il  suo  presto  trascorso  d'una  parte  in  un'altra;  e  per 
gli  occhi,  li  quali  le  discrive  molti,  sente  agli  occhi  della  Fama 
ogni  cosa  pervenire,  e  cosi  agli  orecchi.  E  lei  non  tacer  mai, 
dove  che  ella  si  favelli,  o  in  pubblico  o  in  occulto,  o  in  un 
luogo  o  in  un  altro;  lei  non  dormir  mai,  e  volar  la  notte  per 
lo  mezzo  del  cielo  o  per  l'ombra  della  terra:  non  credo  altro 
intendere  si  debbia  se  non  il  suo  continuo  andamento  di  questo 
in  quello  e,  per  li  suoi  rapportamenti  vari  e  molti,  metter  tre- 
more ne'  popoli,  e  per  conseguente  fare  guardar  le  terre  e 
alle  porti  e  sopra  le  torri  fare  stare  le  guardie  e  gli  speculatori. 
E,  percioché  essa  non  cura  di  distinguere  il  vero  dal  falso,  è 
contenta  di  rapportare  ciò  che  ella  ode.  Ma,  in  quanto  dicono 
costei  dalla  Terra  essere  generata  per  dovere  i  peccati  e  le 
disoneste  cose  degl'iddìi  raccontare,  per  alcun* altra  cosa  non 
credo  esser  stato  fìtto  se  non  per  dimostrare  le  vendette  degli 
uomini  men  possenti,  li  quali,  non  potendo  altro  fare  a'  grandi 
uomini,  s'ingegnano,  parlando  mal  di  loro,  di  farli  venire  in 
infamia,  e  per  conseguente  in  disgrazia  delle  genti.  Figliuola 
della  Terra  è  detta,  percioché  dell'opere  sole,  che  sopra  la 
terra  si  fanno,  si  genera  la  fama.  E  che  essa  non  abbia  padre 
credo  avvenire  da  questo:  per  lo  non  sapersi  donde  il  più  delle 
volte  nasca  il  principio  del  ragionare  di  quello  che  poi  fama 
diventa;  il  che  se  si  sapesse,  direbbe  l'uomo  quel  cotale  essere 
il  padre  della  fama.] 

La  qual  cosa,  quantunque  ad  ogni  uomo,  il  quale  ha  senti- 
mento, molto  piaccia,  sopra  a  tutti  gli  altri  piacque  a'  gentili, 
li  quali  non  avendo  alcuna  notizia  d<^a  beatitudine  celestiale, 
la  quale  Iddio  concede  a  coloro  li  quali  adoperan  bene,  quegli 
cotali,  li  quali  virtuosamente  adoperavano,  a  fi;. e  d'acquistar 
fama  il  facevano,  e  quella  vedersi  avere  acquistata  con  somma 
letizia  ascoltavano. 


2l8  HI  -  COMENTn    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Dunque  mostra  in  questo  la  donna  di  conoscere  da  quali 
cose  si  doveva  far  benivolo  Virgilio.  E  poi  soggiugne  la  terza, 
dicendo:  «  E  durerà  »,  questa  tua  fama,  «  mentre  il  mondo 
lontana  »,  ponendo  qui  il  presente  tempo  per  lo  futuro,  in  quanto 
dice  «  lontana  »  per  «  lontanerà  »,  cioè  si  prolungherà.  E  questo 
per  la  consonanza  della  rima  si  concede.  Ed  è  questa  terza  cosa 
quella  che  più  piace  a  coloro  li  quali  fama  acquistano,  che  essa 
dopo  la  lor  morte  duri  lunghissimo  tempo,  estimando  che  quanto 
più  dura,  più  certo  testimonio  renda  della  virtù  di  colui  che 
guadagnata  l'ha.  Ed  in  questo  la  donna  gli  compiace,  in  quanto 
gli  dice  quello  che  gli  è  grato  ad  udire;  e,  oltre  a  ciò,  dicendo 
quella  dovere  essere  perpetua,  mostra  di  credere  lui  essere  stato 
per  sua  grandissima  virtù  degno  d'eterna  fama. 

[Ma,  percioché  qui  di  questa  fama  si  fa  menzione,  e  ancora 
in  più  parti  nel  processo  se  ne  farà,  e  di  sopra  abbiamo  scritta 
la  sua  origine,  estimo  sia  commendabile  il  mostrare,  anzi 
che  più  procediamo,  che  differenza  sia  tra  onore  e  laude  e 
fama  e  gloria,  accioché,  dove  nelle  cose  seguenti  menzione  se 
ne  farà,  s'intenda  in  che  differenti  sieno;  e  questo  dico,  percio- 
ché già  alcuni  indifferentemente  posero  Tun  nome  per  l'altro, 
de'  quali  forse  furono  di  quegli  che  non  sapevano  la  differenza. 
Dico  adunque  che  «  onore  »  è  quello  il  quale  ad  alcuno  in 
presenza  si  fa,  o  meritato  o  non  meritato  che  l'abbia;  come 
che  il  meritato  sia  vero  onore  e  l'altro  non  cosi:  si  come  a 
Scipione  Africano,  il  quale  avendo  magnificamente  per  la  re- 
publica  contro  a  Cartagine  adoperato,  tornando  a  Roma,  gli 
fu  preparato  il  carro  triunfale  e  fattigli  tutti  quegli  onori  che 
al  triunfo  aspettavano,  che  eran  molti.  E  questo  era  vero  e 
debito  onore,  che  per  virtù  di  colui  che  il  riceveva  s'acqui- 
stava. A  dimostrazione  della  qual  cosa  è  da  sapere  che  Marco 
Marcello,  nel  quinto  suo  consolato,  secondo  che  dice  Valerio, 
avendo  vinto  primieramente  Clastidio,  e  poi  Seragusa  in  Sicilia, 
e  botato  in  questa  guerra  un  tempio  alla  Virtù  e  all'Onore,  fu 
per  Io  collegio  dei  pontefici  giudicato  a  due  deità  non  potersi 
un  tempio  solo  farsi  ;  percioché,  se  alcuna  cosa  miracolosa 
in  quello  avvenisse,   non    si    saprebbe  a  quale  delle  due  deità 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  2ig 

ordinare  i  sacrifici  debiti  e  le  supplicazioni.  E  perciò  fu  ordinato 
che  a  ciascuna  delle  due  deità  si -facesse  un  tempio;  li  quali 
furono  fatti  congiunti  insieme  in  questa  guisa:  che  nel  tempio 
fatto  in  reverenza  dell'Onore  non  si  poteva  entrare,  se  per  lo 
tempio  della  Virtù  non  f  andasse.  E  questo  fu  fatto  a  dare  ad 
intendere  che  onore  n^i  si  poteva  acquistare  se  non  per  ope- 
razion  di  virtù.  È,  oltre  a  questo,  fatto  onore  ad  alcuni,  li  quali 
per  loro  meriti  noi  ricevono,  ma  per  alcuna  dignità  loro  con- 
ceduta, o  per  la  memoria  de'  lor  passati,  o  forse  per  la  loro 
età:  questi  sono,  andando,  messi  innanzi,  posti  nelle  prime 
sedie,  e  in  simili  maniere  onorati.  Le  «  laude  »,  come  l'onore 
si  fa  in  presenza  a  colui  che  meritato  l'ha,  cosi  si  dicono  lui 
essendo  assente;  percioché,  se  lui  presente  si  dicessero,  non 
laude  ma  lusinghe  parrebbono.  La  «  gloria  »  è  quella  che  delie 
ben  fatte  cose  da'  grandi  e  valenti  uomini,  essendo  lor  vivi,  si 
cantano  e  si  dicono,  e  l'essere  con  ammirazione  della  moltitu- 
dine riguardati  e  mostrati  e  reveriti,  come  fu  già  Giunio  Bruto, 
avendo  cacciato  Tarquinio  re  e  liberata  Roma  dalla  sua  su- 
perbia, e  Gaio  Mario,  avendo  vinto  Giugurta  e  sconfitti  i 
cimbri  e  i  tèutoni.  «  Fama  »  è  quello  ragionare  che  lontano 
si  fa  delle  magnifiche  opere  d'alcun  valente  uomo,  e  che  dopo 
la  sua  vita  persevera  nelle  scritture  di  coloro  lì  quali  in  nota 
messe  l'hanno,  spandendosi  per  lo  mondo  e  molti  secoli  con- 
tinuando ;  come  ancora  e  udiamo  e  leggiamo  tutto  il  di  di 
Pompeo  magno,  di  Giulio  Cesare  dettatore,  d'Alessandro  re  di 
Macedonia  e  di  simiglianti.] 

[Ma  da  tornare  è  alla  intralasciata  materia.  E  dico  che,]  avendo 
questa  donna  captata  la  benivolenzia  di  Vergilio,  gli  comincia 
a  dichiarare  il  suo  disiderio  dicendo:  «L'amico  mio»,  cioè 
Dante,  il  quale  lei,  mentre  ella  visse,  come  detto  è,  assai  tempo 
e  onestamente  avea  amata;  e  però,  si  come  l'autore  nel  Pinga- 
torio  dice: 

• 

amore 

acceso  da  virtù,  sempre  altro  accese, 

sol  che  la  fiamma  sua  paresse  fuore. 


220  IlI-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMPIDIA  » 

mostra  dovere  e2:li  essere  stato  onestamente  amato  da  lei  ;  dal 
quale  onesto  amore  è  di  necessità  essere  stata  generata  onesta 
e  laudevole  amistà,  la  quale  esser  vera  non  può,  né  è  durabile, 
se  da  virtù  causata  non  è:  e  cosi  mostra  che  fosse  questa,  in 
quanto  la  donna,  di  lui  parlando,  il  chiama  «  suo  amico  ».  E  qui 
non  senza  cagione,  lasciato  stare  il  p^^prio  nome,  il  chiama 
la  donna  «  amico  »:  la  quale  è  per  dimostrare,  per  la  virtù  di  cosi 
fatto  nome,  l'autore  le  sia  molto  all'animo-  e  per  mostrare  in 
ciò  che  ella  non  venga  a  porgere  i  preghi  suoi  per  uomo  strano 
o  poco  conosciuto  da  lei.  E  aggiugne  «  e  non  della  ventura  », 
cioè  della  fortuna,  percioché  infortunato  uomo  fu  l'autore;  e 
questo  aggiugne  ella  per  mettere  compassion  di  lui  in  Virgilio, 
il  quale  intende  di  richiedere  che  l'aiuti,  percioché  degl'in- 
felici si  vuole  aver  compassione.  «  Nella  diserta  piaggia  »,  della 
qual  di  sopra  è  più  volte  fatta  menzione,  «  è  impedito  »,  dalle 
tre  bestie,  delle  quali  di  sopra  dicemmo,  «  Si  »,  cioè  tanto, 
«  nel  cammin,  che  vòlto  è  »,  a  ritornarsi  nella  oscurità  della 
valle,   «  per  paura  »,  di  quelle  bestie. 

«  E  temo  che  non  sia  già  si  smarrito,  Ch'io  mi  sia  tardi 
al  soccorso  »,  di  lui,  «  levata.  Per  quel  ch'io  ho  di  lui  nel 
cielo  udito  »,  da  Lucia.  E  pone  la  donna  queste  parole  per 
avagciare  l'andata  di  Virgilio;  e  appresso  ancora  il  sollecita 
dicendo:  «  Or  muovi,  e  con  la  tua  parola  ornata  »  (com- 
mendalo qui  d'eloquenza,  la  quale  ha  grandissime  forze  nel 
persuadere  quello  che  il  parlatore  crede  opportuno),  «  E  con 
ciò  che  è  mestiere  al  suo  campare,  L'aiuta  »,  da  quelle  bestie 
che  l'impediscono,  «si»,  cioè  in  tal  maniera,  «ch'io  ne  sia 
consolata  ». 

E,  dette  queste  parole,  manifesta  il  nome  suo,  dicendo:  «  Io 
son  Beatrice  che  ti  faccio  andare  ».  E,  detto  il  suo  nome,  gli 
dice  onde  ella  viene,  per  mandarlo  in  questo  servigio,  accio- 
ché  Virgilio  conosca  molto  calernele;  percioché  senza  gran 
cagione  non  è  il  partirsi  alcuno  de'  luoghi  graziosi  e  dilettevoli, 
e  andare  in  quelli  ne'  quali  non  è  altra  cosa  che  dolore  e  mi- 
seria. E  dice:  «  Vegno  del  luogo  »,  cioè  di  paradiso,  «  ove 
tornar  disio  ».  E  quinci  gli  apre  la  cagione  che  di  paradiso  l'ha 


IlI-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  221 

fatta  discendere  in  inferno,  dicendo:  «Amor»  [grandi  sono  le 
forze  dell'amore:  «  Aqiiae  multae  non  potuerunt  extin^uere  cha- 
ritatem  »]  «  mi  mosse»,  là  onde  io  era,  ed  egli  è  quegli  «  che 
mi  fa  parlare»  e  pregarti. 

Appresso  a  questo,  accioché  Virgilio  non  sia  tardo  all'an- 
dare, come  persona  che  guiderdone  non  aspetta  della  fatica, 
si  dimostra  verso  lui  dovere  essere  grata,  dicendo:  «  Quando 
sarò  dinanzi  al  Signor  mio  »,  cioè  a  Dio,  «  Di  te  mi  loderò 
sovente  a  Lui  »:  —  e  cosLnon  una  volta,  ma  molte,  nella  multi- 
plicazion  delle  quali  si  mostrerà  esserle  stato  gratissimo  il  ser- 
vigio da  lui  ricevuto.  E  quantunque  questo  guiderdone,  il  quale 
ella  promette,  alcuna  cosa  non  monti  alla  salute  di  Virgilio, 
pur  si  dee  credere  piacergli;  e  questo  è,  percioché  s'egli  gli 
è  a  grado  che  la  fama  di  lui  tra  gli  uomini  favelli,  quanto  mag- 
giormente si  dee  credere  essergli  caro  che  una  cosi  fatta  donna 
nel  cospetto  di  Dio  il  commendi  e  lodisi  di  lui? 

«  Tacquesi  allora  »,  detto  questo,  «  è  poi  comincia'  io  », 
a  dire,  e  (siipple)  dissi:  —  «  O  donna  di  virtù,  sola  per  cui  », 
cioè  per  cui  sola,  «  L'umana  spezie  »:  è  l'umana  generazione 
spezie  di  questo  genere  che  noi  diciamo  «  animali  »;  «  eccede», 
cioè  trapassa  di  virtù,  ed,  oltre  a  ciò,  in  tanto,  che  essi  divengono 
atti  a  cognoscere  e  cognoscono  Iddio,  il  quale  alcun  altro  ani- 
male non  cognosce;  «ogni  contento*,  cioè  ogni  cosa  contenuta, 
«  Dal  cielo,  e' ha  minor  li  cerchi  sui  »,  il  quale  è  quel  della 
luna,  che,  percioché  più  che  alcun  altro  è  vicino  alla  terra, 
è  di  necessità  minore  che  alcuno  degli  altri,  e  perciò  ha  i  suoi 
cerchi,  cioè  le  sue  circonvoluzioni,  minori,  infra'  quali  gli  ele- 
menti ed  ogni  cosa  dementata  si  contiene,  e  ancora  i  demòni 
e  l'anime  de'  dannati.  Le  quali  cose  tutte,  per  l'anima  razio- 
nale e  libera,  trapassa  l'uomo  d'eccellenza. 

«  Tanto  m'aggrada  '1  tuo  comandamento  ».  Qui  si  dimostra 
Virgilio  assai  graziosamente  disposto  al  comandamento  della 
donna,  mostrando  che  egli  non  solamente  disidcra  d'ubbidirla 
prestamente,  ma  dice:  «  Che  l'ubbidir»,  al  comandamento,  «  se 
già  fosse»,  in  atto,  «  m'è  tardi  ».  E  però  segue:  «Più  non  t'è 
uopo  aprirmi  il  tuo  talento»;  quasi  dica:  ass^i  hai  detto,  ed 
io  son  presto. 


222  III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

Ma  nondimeno  le  muove  un  dubbio,  dicendo:  «  Ma  dimmi 
la  cagion,  che  non  ti  guardi  Dallo  scender  quaggiù  in  questo 
centro  »,  pieno  di  scurità  e  di  pene  eterne.  E  chiamasi  «  centro  » 
quel  punto  il  quale  fa  quella  parte  del  sesto,  il  quale  noi  fer- 
miamo quando  alcun  cerchio  facciamo:  e  però  chiama  «  centro  » 
il  corpo  della  terra,  percioché,  avendo  riguardo  alla  grandis- 
sima larghezza  della  circunferenza  del  cielo  e  alla  piccola 
quantità  del  corpo  della  terra  posta  nel  mezzo  de'  cieli,  qui  si 
può  dire  centro  del  cielo.  «Dall'ampio  loco»,  cioè  dal  cielo, 
«  ove  tornar  tu  ardi  »,  cioè  ardentemente  disideri. 

Al  quale  Beatrice  dice  cosi  :  —  «  Da  poi  che  vuoi  saper  cotanto 
addentro  »,  cioè  si  profonda  ed  occulta  cosa,  «  Dirotti  breve- 
mente —  mi  rispose  —  Perch'i*  non  temo  di  venir  qua  entro  », 
in  questo  carcere  cieco.  «  Temer  si  dee  sol  di  quelle  cose, 
C  hanno  potenza  di  fare  altrui  male  ».  Si  come  Aristotile  nel 
terzo  dell'  Elica  vuole,  il  non  temer  le  cose  che  posson  nuo- 
cere, come  sono  i  tuoni,  gl'incendi  e'  diluvi  dell'acque,  le  ru- 
vine  degli  edifici  e  simili  a  queste,  è  atto  di  bestiale  e  di 
temerario  uomo;  e  cosi  temere  quelle  che  nuocere  non  pos- 
sono, come  sarebbe  che  l'uomo  temesse  una  lepre  o  il  volato 
d'una  quaglia  o  le  corna  d'una  lumaca,  è  atto  di  vilissimo 
uomo,  timido  e  rimesso.  Le  quali  due  estremità  questa  donna 
tocca  discretamente,  dicendo  esser  da  temere  le  cose  che  pos- 
sono nuocere.  «  Dell'altre  no  »,  cioè  quelle  «  che  non  son  po- 
derose »  a  nuocere,  e  che  non  debbon  metter  paura  nelT  uomo, 
il  qual  debitamente  si  può  dir  forte. 

E  quinci  dimostra  sé  essere  di  quei  cotali  forti,  dicendo: 
«  Io  son  da  Dio,  sua  mercé  »:  quasi  dica:  non  per  mio  me- 
rito; fatta  «  tale»,  cioè  beata,  alla  quale  cosa  alcuna  noiosa, 
quantunque  sia  grande,  non  puote  offendere;  «  Che  la  vostra 
miseria  »,  cioè  di  voi  dannati,  «  non  mi  tange  »,  cioè  non  mi 
tocca,  quantunque  io  venga  qua  entro;  «Né  fiamma  d'esto  in- 
cendio »,  il  quale  è  qui.  E  per  questa  parola  nota  quegli  del 
hmbo  essere  in  foco,  quantunque  nel  quarto  canto  l'autore 
dica  quelli,  che  nel  limbo  sono,  non  avere  altra  pena  che  di 
sospiri.   «  Non  m'assale  »,  cioè  non  mi  si  appressa. 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  223 

«  Donna  è  nel  cielo  ».  Vuole  qui  mostrare  Beatrice  non  di 
suo  proprio  movimento  mandare  Virgilio  al  soccorso  dell'autore, 
ma  con  divina  disposizione,  percioché  in  cielo  alcuna  cosa 
non  si  fa  che  dall'ordine  della  divina  mente  non  muova;  e 
perciò  vuol  mostrare  che  «  Donna  è  lassù  nel  Ciel>  che  si  com- 
piange »,  cioè  si  rammarica.  Né  è  questo  da  credere  che  in 
cielo  sia,  o  possa  essere  alcuno  rammarichio,  ma  conviene  a 
noi  da'  nostri  atti  prendere  il  modo  del  parlare  dimostrativo, 
a  fare  intendere  gli  effetti  spirituali  ;  e  percioché  l'effetto  il 
quale  segui  del  venire  Beatrice  a  Virgilio,  venne  da  una  cle- 
menzia  divina  quasi  mossa,  come  le  nostre  si  muovono,  per 
alcuno  rammarichio  ;  e  però  dice  Beatrice,  quella  donna  com- 
piangersi, cioè  mostrare  una  affezione  dell'impedimento  del- 
l'autore, come  qui  tra  noi  mostra  chi  ha  compassion  d'alcuno. 
«  Di  questo  impedimento,  ov'io  ti  mando  »,  cioè  alla  salute 
dell'autore;  «  Si  che  duro  »,  cioè  stabile  e  fermo,  «  giudicio  », 
cioè  disposizione  di  Dio,  «  lassù  »,  cioè  in  cielb,  «  frange  », 
cioè  s'apre;  e  dimostra  come  le  marine  onde,  cacciate  talvolta 
dall'impeto  d'alcun  vento,  che  vengono  insino  alla  terra  chiuse, 
e  quivi  frangendo  s'aprono:  e  cosi  sta  chiusa  ed  occulta  la 
divina  disposizione,  infìno  a  tanto  che  di  manifestarla  bisogni. 

«  Lucia  chiese  costei  »,  cioè  questa  donna  chiese  Lucia, 
«  in  suo  dimando  »,  cioè  nel  suo  priego.  Il  senso  di  questa 
lettera,  quantunque  alquanto  di  sopra  aperto  n'abbia,  non  si 
può  qui  mostrare  essere  litterale,  e  però  è  da  riserbare  quando 
si  tratterà  l'allegorico.  «  E  disse  »,  questa  donna:  —  «  Ora  ha 
bisogno  il  tuo  fedele.  Di  te  »  ;  percioché  è  in  grandissima  tri- 
bulazione,  per  la  paura  la  quale  ha  delle  tre  bestie,  che  il  suo 
cammino  impediscono;  «  ed  io  a  te  lo  raccomando  »;  —  volendo 
dire,  poiché  suo  fedele  era,  che  ella  nel  suo  scampo  s'ado- 
perasse. «  Lucia,  nemica  di  ciascun  crudele.  Si  mosse  »,  udito 
questo,  «  e  venne  al  loco  dov'io  era,  Ch'i'  mi  sedea  con  l'antica 
Rachele  ».  Rachele  fu  figliuola  di  Laoan,  fratello  di  Rebecca  mo- 
glie d'Isach.  e  fu  moglie  di  Giacob:  la  quale  storia  alquanto  più 
distesamente  si  racconterà  appresso  nel  quarto  canto  di  questo  li- 
bro. «  Disse:  —  Beatrice,  loda  »,  cioè  laudatrice,  «  di  Dio  vera  »; 


224  III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

quasi  voglia  per  questo  intendere  essere  vere,  e  non  lusinghe- 
voli né  fittizie,  le  parole  con  le  quali  Beatrice  loda  Iddio.  «  Che 
non  soccorri  quei  che  t'amò  tanto  »,  avanti  che  impedito  fosse  in 
quella  valle  tenebrosa,  «  Cli*  usci  per  te  della  volgare  schiera?  », 
cioè,  che  per  piacerti,  lasciati  i  riti  del  vulgo,  si  diede  a  co- 
stumi e  a  operazioni  laudevoli.  «  Non  odi  tu  la  pietà  »,  cioè 
l'afflizione,  «  del  suo  pianto  »,  il  quale  egli  fa  nella  diserta 
piaggia?  «  Non  vedi  tu  la  morte,  che  '1  combatte  »,  cioè  la 
crudeltà  di  quelle  bestie,  le  quali  con  la  paura  di  sé  il  com- 
battono e  conduconlo  alla  morte,  «  Su  la  fiumana  »:  qui  chia- 
ma «fiumana»  quello  orribile  luogo  nel  quale  l'autore  era  da 
quelle  bestie  combattuto,  quasi  quegli  medesimi  pericoli  e  quelle 
paure  induca  la  fiumana,  cioè  l'impeto  del  fiume  crescente,  il 
quale  è  di  tanta  forza,  che  dir  si  può  «  ove  »,  sopra  la  quale, 
«  '1  mar  non  ha  vanto?  »  —  cioè  non  si  può  il  mare  vantare 
d'essere  più  impetuoso  o  più  pericoloso  di  quella. 

«  Al  mondo  non  fùr  mai  persone  ratte  »,  cioè  fùr  sollecite, 
«  A  far  lor  prò  »,  loro  utilità,  «  ed  a  fuggir  lor  danno,  Com'io», 
sollecitamente,  «  dopo  cotai  parole  fatte.  Venni  quaggiù  »,  in 
inferno,  «del  mio  beato  scanno»,  cioè  del  luogo  mio,  là  dove 
io  in  paradiso  sedea,  «  Fidandomi  del  tuo  parlare  onesto  »;  qui 
ancora  Beatrice  onora  Virgilio,  dicendo  il  suo  parlare  essere 
onesto,  il  che  di  certi  altri  poeti  non  si  può  dire;  «  Che  onora 
te  »,  Virgilio;  e  non  solamente  te,  ma  ancora  «  e  quei  che  udito 
l'hanno»,  — e  servato  nella  mente;  percioché  l'avere  udito 
senza  averlo  servato,  e  poi  ad  esecuzione  in  alcuno  laudevole 
atto  non  messo,  non  può  avere  onorato  l'uditore.  E  mostra  ancora 
in  queste  poche  parole  precedenti  l'ardente  sua  affezione  verso 
l'autore,  acciò  per  quello  faccia  ancora  più  pronto  Virgilio  al 
soccorso  dell'autore. 

«  Poscia  che  m'ebbe  »,  cioè  Beatrice,  «  ragionato  questo  », 
che  detto  t'ho,  «  Gli  occhi  lucenti  lagrimosi  vols3  »,  per  avven- 
tura verso  il  cielo,  dove  è  qui  da  intendere  che,  detta  la  sua 
intenzione  a  Virgilio,  si  ritornò.  E  in  questo  lagrimare  ancora  più 
d'affezion  si  dimostra,  dimostrandosi  ancora  un  atto  d'amante, 
e    massimamente   di   donna,    le    quali,    come    hanno    pregato 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  225 

d'alcuna  cosa  la  quale  disiderino,  incontanente  Ingrimano,  mo- 
strando in  quello  il  disiderio  suo  essere  ardeniissimo.  Per  la 
qual  cosa  dice  Virgilio:  «  Per  che  mi  fece  del  venir  più  presto: 
E  venni  a  te  »,  nella  piaggia  diserta,  dove  tu  rovinavi  la  dove 
il  sol  tace,  «  cosi  come  ella  volse  »;  quasi  voglia  dire  che  al- 
trimenti non  sarei  venuto.  «  Dinanzi  a  quella  fiera  »,  cioè  a 
quella  lupa  ferocissima,  «  ti  levai,  Che  del  bel  monte  »,  sovra 
'1  qual  tu  vedesti  i  raggi  del  sole,  «  il  corto  andar  ti  tolse  »; 
percioché,  se  davanti  parata  non  ti  si  fosse,  in  bricve  spazio 
saresti  potuto  sopra  il  monte  essere  andato;  dove  per  lo  suo 
impedimento,  a  volervi  sii  pervenire,  ti  convien  fare  molto  più 
lungo  cammino. 

«Dunque,  che  è?»  cioè  quale  cagion'è,  «perché,  perché 
ristai?»  di  seguirmi;  e  reitera  la  interrogativa,  per  pungere  più 
l'animo  dell'uditore;  «Perché»,  cioè  per  qual  cagione,  «tanta 
viltà  »,  quanta  tu  medesimo  nelle  tue  parole  dimostri,  «  nel 
cuor  t'allelte?  »,  cioè  chiami  colla  falsa  estimazione,  la  qual  fai 
delle  cose  esteriori;  «  Perché  ardire  e  franchezza  non  hai?». 
E  massimamente:  «  Poi  che  tali  tre  donne  benedette  »,  quali 
di  sopra  detto  t'ho,  cioè  quella  donna  gentile,  e  Lucia  e  Bea- 
trice, «  Curan  di  te  »,  cioè  hanno  sollecitudine  di  te  e  pro- 
curan  la  tua  salute,  «  nella  corte  del  cielo  »,  nella  quale  sus- 
sidio non  è  mai  negato  ad  alcuno  che  umilemente  l'addomandi; 
e,  oltre  a  ciò,  «  E  '1  mio  parlar»,  al  quale  tu  dovresti  dare 
piena  fede,  se  tanto  amore  hai  portato  e  porti  alle  mie  opere 
(come  davanti  dicesti:  «  Vagliami '1  lungo  studio  e '1  grande 
amore  »,  ecc.),  «  tanto  ben  ti  promette?  »  —  cioè  di  conducerti 
salvamente  in  parte,  della  qual  tu  potrai,  se  tu  vorrai,  salire 
alla  gloria  eterna. 

«  Quale  i  fioretti  ».  Qui  dissi  cominciava  la  quinta  parte  di 
questo  canto,  nella  quale  l'autore,  per  una  comparazione,  di- 
mostra il  perduto  ardire  essergli  ritornato  e  il  primo  proponi- 
mento. Dice  adunque  cosi:  «  Quale  i  tìorctii  »,  li  quali  nascono 
per  li  prati,  «dal  notturno  gelo,  Chinati,  e  chiusi  »;  percioché, 
partendosi  il  sole,  ogni  pianta  naturalmente  ristrigne  il  vigor 
suo;  ma  parsi  questo  più  in  una  che  in  un'altra,  e  massimamente 

G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi  - 1.  15 


226  Ill-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

nei  fiori,  li  quali  per  téma  del  freddo,  tutti,  come  il  sole  comincia 
a  declinare,  si  richiudono:  «poi  che '1  sol  gì' imbianca»,  con 
la  luce  sua,  venendo  sopra  la  terra.  E  dice  «  imbianca  »,  per 
questo  vocabolo  volendo  essi  diventar  parventi,  coma  paiono  le 
cose  bianche  e  chiare,  dove  l'oscurità  della  notte  gli  teneva, 
quasi  neri  fossero,  occulti.  «  Si  drizzan  tutti  »;  percioché,  avendo 
il  gambo  loro  sottile  e  debole,  gli  fa  il  freddo  notturno  chinare, 
ma,  come  il  sole  punto  gli  riscalda,  tutti  si  drizzano,  «  aperti  in 
loro  stelo»,  cioè  sopra  il  gambo  loro.  «Tal  mi  fec'io»,  quale  i 
fioretti,  «  di  mia  virtute  stanca  »,  per  la  viltà  che  m'era  nel  cuor 
venuta  ;  «  E  tanto  buono  ardire  al  cuor  mi  corse  »,  per  li  conforti 
di  Virgilio,  «  Ch'io  cominciai  »,  a  dire,  «  come  persona  franca», 
forte  e  disposta  ad  ogni  affanno:  —  «O  pietosa  colei  »,  cioè  Bea- 
trice, «che  mi  soccorse»,  col  sollecitarti,  e  mandarti  a  me; 
«  E  tu  »,  fosti,  «cortese,  che  ubbidisti  tosto  Alle  vere  parole,  che 
ti  porse!»;  percioché,  dove  venuto  non  fossi,  io  era  veramente 
per  perire.  «Tu  m'hai  con  disiderio  il  cuor  diposto  Si  al  venir 
con  le  parole  tue  »,  cioè  con  i  tuoi  utili  conforti  e  vere  dimo- 
strazioni, «Ch'io  son  tornato  nel  primo  proposto»,  cioè  di 
seguirti.  «Or  va'^  ch'un  sol  volere  è  d'amendue».  Non  si  po- 
trebbe in  altra  guisa  bene  andare,  se  non  fosser  la  guida  e  '1 
guidato  in  un  volere.  «  Tu  duca  »,  quanto  è  nell'andare,  «  tu 
signore  »,  quanto  è  alla  preeminenza  e  al  comandare,  «  e  tu 
maestro»,  —  quanto  è  al  dimostrare;  percioché  uficio  del  mae- 
stro è  il  dimostrare  la  dottrina  e  il  solvere  de'  dubbi. 

«Cosi  gli  dissi:  e,  poi  che  mosso  fue  ».  Qui  comincia  la 
sesta  ed  ultima  parte  di  questo  canto,  nella  quale  l'autore  mostra 
come  da  capo  riprese  il  cammino  con  Virgilio.  «  Entrai  »,  con 
Virgilio,  «  per  lo  cammino  alto  »,  cioè  profondo,  «  e  Silvestro  », 
percioché  in  quello  luogo  né  albergo  né  abitazione  alcuna  si 
trovava. 


III-COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  227 

II 

Senso  allegorico 

«  Lo  p:iorno  se  n*andava  e  l'aer  bruno  »,  ecc.  È  stato  di- 
mostrato dalla  ragione,  nella  fine  del  precedente  canto,  qual. 
via  al  peccatore  tener  gli  convegna.  per  dover  salire  alla  beata 
vita  e  partirsi  della  miseria  della  tenebrosa  valle.  Per  la  qual 
dimostrazione,  essendosi  esso  messo  dietro  alla  ragione  in  cam- 
mino, per  continuarsi  alle  predette  cose,  discrive  l'autore,  nel 
principio  di  questo  secondo  canto,  l'ora  nella  quale  in  questo 
cammino  entrarono,  la  qual  dice  essere  stata  nel  principio  della 
noue.  Sono  adunque,  intorno  alla  allegoria  del  presente  canto, 
principalmente  da  considerare  tre  cose:  delle  quali  è  la  pri- 
miera qual  ragione  possa  essere  per  la  quale  esso  di  notte 
cominci  il  suo  cammino;  appresso  è  da  vedere  donde  potesse 
nascere  la  viltà,  la  qual  dimostra  nel  dubbio  il  quale  muove 
a  Virgilio;  ultimamente  è  da  vedere  qual  cagione  movesse 
Virgilio,  e  perché  del  limbo,  a  venire  nel  suo  aiuto.  Percio- 
ché,  veduto  questo,  assai  chiaramente  si  vedrd-pcr  qual  cagione 
da  lui  si  rimovessc  la  viltà  sua. 

È  adunque  intenzione  dell'autore  di  dimostrare  nella  prima 
parte,  che  dissi  essere  da  considerare,  che,  quantunque  l'uomo 
peccatore,  tócco  dalla  grazia  operante  di  Dio,  abbia  tanto  di 
conoscimento  ricevuto,  ch'egli  s'avvegga  essere  stato  nelle  te- 
nebre della  ignoranza,  e  per  quello  in  pericolo  di  pervenire 
in  morte  eterna,  e  disideri  di  ritornare  alla  via  della  verità  e 
d'acquistare  .salute,  e  per  questo  messo  si  sia  dietro  alla  guida 
della  ragione,  in  lui  da  lungo  sonno  stata  desta;  non  esser 
perciò  incontanente  tornato  nello  stato  della  grazia,  [se  altro 
non  s'adopera.  E  perciò,  accioché  in  quella  tornar  si  possa, 
si  vuole  insiememente  pregare  Iddio  col  salmista,  dicendo: 
«  Domine,  deduc  me  in  insiitia  tua:  propter  iniinicos  meos  di- 
rige iti  ccspectu  tuo  viam  vieam»\  e,  oltre  a  questo,  fare  alcune 


22S  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

altre  cose,  secondo  la  dimostrazione  della  rag:ione.  E  queste 
sono,  come  altra  volta  ho  detto,  il  conoscere  pienamente  i  di- 
fetti della  vita  passata,  e  di  quegli  pcntersi  e  dolersi,  e  ap- 
presso nelle  braccia  rimettersene  della  Chiesa,  e  al  vicario  di 
Dio  confessarsene,  disposto  a  satisfare.  E,  questo  fatto,  potrà 
veramente  credere  sé  essere  nello  stato  della  grazia  di  Dio  tor- 
nato, e  le  sue  buone  opere  essere  accetievoli  e  piacevoli  nel 
cospetto  suo  e  valevoli  alla  sua  salute.  Ma,  infino  a  tanto  che 
in  questa  grazia  non  è  il  peccatore  ritornalo,  non  può  andare 
per  la  via  della  luce,  ma  va  per  le  tenebre  notturno.  E  perciò, 
per  dovere  tosto  a  quella  grazia  pervenire,  dee  il  peccatore  in- 
gegnarsi di  fare  ogni  atto  meritorio:  far  limosine,  l'opere  della 
.misericordia,  usare  alla  chiesa,  digiunare,  orare,  e  simili  cose 
adoperare;  percioché,  quantunque  senza  lo  stato  della  grazia 
a  salute  non  vagliano,  sono  nondimeno  preparatorie  a  doversi 
più  prontamente  e  più  prestamente  menare  a  meritare  e  ad 
avere  la  divina  grazia.]  E  perciò,  quantunque  ad  averla  l'autore 
si  disponga,  percioché  ancora  non  l'ha,  ne  dimostra  il  prin- 
cipio del   suo  cammino  cominciarsi  di  notte. 

Seguita  di  vedere,  essendo  l'autore  già  entrato  dietro  alla 
ragione  in  cammino,  donde  potesse  nascere  in  esso  la  viltà 
d'animo,  la  qu.il  dimostra  nel  dubbio,  il  quale  seco  medesimo 
muove  alla  ragione:  nel  quale  assai  manifestamente  mostra  lui 
ancora  nello  stato  della  grazia  non  esser  tornato,  e  per  questo 
aver  avuto  in  lui  forza  il  sospettare  de'  consigli  della  ragione. 
Per  la  qual  cosa  in  molti  avviene  che,  in  se  medesimi  raccolti, 
contro  alle  dimostrazioni  della  ragione  disputano;  e  di  questo, 
considerata  la  nostra  fragilità,  non  ci  dobbiamo  noi  per  av- 
ventura molto  maravigliare.  E  la  ragione  può  esser  questa. 
Assai  manifesta  cosa  è,  eziandio  in  ciascun  costante  uomo,  nel 
mutamento  d'uno  stato  ad  un  altro  alquanto  gli  uomini  va- 
cillare e  stare  in  pendente,  s'è  il  migliore  o  non  è,  dello  stato 
nel  quale  si  trova,  trapassare  ad  un  altro,  o  pure  in  quel 
dimorarsi.  E  non  è  alcun  dubbio  che,  stando  l'uomo  in 
pendente,  che  ogni  piccola  sospinta  il  può  muovere  e  farlo  più 
nell'una   parte   che   nell'altra   pendere.    Avviene   adunque   che 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  229 

queo:Ii,  i  quali,  come  detto  è,  seco  talvolta  raccolti  sono,  quan- 
tunque vere  conoscano  le  dimostrazioni  della  ragione  e  santi 
i  suoi  consigli,  nondimeno  d'altra  parte,  ascoltando  le  lusinghe 
della  blanda  carne,  i  conforti  del  mondo,  le  persuasioni  del 
diavolo,  a  poco  a  poco  cacciando  della  mente  loro  il  fervor 
preso  del  bene  adoperare,  non  fermato  ancora  da  alcun  forte 
proponimento,  intiepidiscono  e  divengon  vili  e  timidi;  avvi- 
sando, per  li  conforti  de'  suoi  nemici,  sé  non  dovere  poter  ba- 
stare a  quello  che  il  bene  adoperare  e  lo  stato  della  penitenza 
richiede.  Per  la  qual  viltà,  se  da  solenne  aiuto  cacciata  non  è, 
assai  leggiermente  miseri  volgiamo  i  passi  e  nella  nostra  morte 
ci  ritorniamo.  La  qual  cosa  all'autore  avvenia,  se  le  pronte  e 
vere  dimostrazioni  della  ragione  non  l'avesser  ritenuto  e  con- 
fortato a  seguitar  l'impresa. 

Ultimamente  dissi  che  era  da  vedere  qual  cagione  movesse 
Virgilio,  e  perché  del  limbo,  a  venire  in  aiuto  dell'autore:  alla 
qual  dimostrazione  tiene  questo  ordine  l'autore.  E'  pare  essere 
assai  manifesto  che  ciascheduno,  il  quale,  dalla  grazia  operante 
di  Dio  tócco,  si  desta  e  vede  la  miseria  nella  quale  le  sue  colpe 
l'hanno  condotto,  e,  cacciate  le  tenebre  della  ignoranza,  conosce 
in  quanto  mortai  pericolo  posto  sia;  che  egli,  dopo  alcuna 
paura,  disideri  fuggire  il  pericolo  e  ricorrere  alla  sua  salute:  il 
che,  non  che  l'uomo,  ma  eziandio  ogni  altro  animale  natural- 
mente procura.  E  questo  assai  bene  apparisce  l'autore  aver  co- 
minciato a  fare  nel  principio  della  presente  opera,  in  quanto, 
desto  e  conosciuto  il  suo  malvagio  stato,  ha  cominciato  a  fug- 
gire il  pericolo,  e  mostra  di  disiderare  di  pervenire  alla  salute: 
e  ora  in  questa  parte  ne  mostra  quale  dee  essere  quello  che 
ciascuno,  il  quale  questo  disidera,  dee,  si  come  più  presto  e 
più  al  suo  bisogno  opportuno,  fare.  E  ciò  mostra  dovere  es- 
sere l'orazione;  percioché  non  si  può  cosi  prestamente  ricor- 
rere all'altre  cose  necessarie  alla  salute  come  a  quella;  e,  come 
che  ancora  questo  si  potesse,  non  r^re  ben  si  proceda,  se 
questa  non  va  avanti.  Alla  quale  eziandio  la  natura  c'induce, 
si  come  noi  per  esperienza  veggiamo,  percioché,  incontanente 
che    alcuna    cosa   sinistra   veggiamo   contro   a    noi    muoversi, 


230  III  -  co. M FINTO    ALLA    «   DIVINA    COMMEDIA» 

subitamente  preghiamo  per  lo  divino  aiuto.  La  qual  cosa  per  av- 
ventura vuol  mostrar  d'aver  fatta  l'autore  in  quelle  parole  del 
primo  canto,  dove  dice:  «  Guardai  in  alto  e  vidi  le  sue  spalle»; 
percioché  atto  è  di  coloro,  li  quali  adorano,  levare  il  viso  al 
cielo,  accioché  in  quell'atto  parte  dtUa  loro  adezione  dimo- 
strino. E  a  questo,  che  noi  oriamo  e  preghiamo  ne'  nostri  bi- 
sogni, ne  sollecita  Gesù  Cristo  nell'  Evangelio,  dove  dice:  <(. Pul- 
sa/e et  aperietur  vobis,  petite  et  dabitur  vcbis  ».  È  il  vero  che 
l'orazione  almeno  queste  due  cose  vuole  avere  annesse,  [q^.q 
e  umiltà;  percioché  chi  non  ha  fede  in  colui  il  quale  egli 
priega,  cioè  ch'egli  possa  fare  quello  che  gli  è  domandato,  non 
pare  orare,  anzi  tentare  e  schernire.  La  qual  fede  quanto  fer- 
vente e  ferma  fosse,  apparve  nella  femmina  cananea,  la  quale, 
ancora  che  non  fosse  del  popolo  di  Dio,  nondimeno  tanta  fede 
ebbe  in  Gesù  Cristo,  che  istantissimamente  il  pregò  che  libe- 
rasse la  figliuola  dal  dimonio  che  la  'nfestava;  e,  non  essendole 
da  Cristo  alcuna  cosa  risposto,  la  intera  fede  la  fece  ferma  e 
costante  di  perseverare  nel  priego  incominciato.  Alla  quale 
avendo  Cristo  risposto  che  non  si  volea  prendere  il  pane  dei 
figliuoli  e  darlo  a'  cani,  non  lasciando  per  questa  repulsa,  e 
sospignendola  la  sua  fede,  continuò  nel  pregare.  E,  avendo  af- 
fermato quello,  che  Cristo  avea  detto,  esser  vero,  disse:  —  Signor 
mio,  e  i  cani,  che  si  allevano  nella  casa,  mangiano  delle  miche  che 
caggiono  della  mensa  del  signor  loro.  —  Volendo  per  questo  dire  : 
—  Io  cognosco  che  io  non  sono  del  popol  tuo,  il  quale  tu  tieni 
per  figliuolo,  e  perciò  non  debbo  il  pane  de'  tuoi  figliuoli  avere; 
maio  sono  uno  de'  cani  allevato  in  casa  tua;  non  mi  negare 
quello  che  a'  cani  si  concede,  cioè  delle  miche  che  cag- 
giono dalla  mensa  tua.  —  La  cui  ferma  {qùq  conoscendo  Cristo, 
non  le  volle,  quantunque  de'  suoi  figliuoli  non  fosse,  ne- 
gare la  grazia  addomandata  ;  ma,  rivolto  a  lei,  disse:  —  Fem- 
mina, grande  è  la  fede  tua:  va',  e  cosi  sia  fatto  come  tu  hai 
creduto.  —  E  quella  ora  fu  dal  dimenio  liberata  la  figliuola  di  lei. 
Vuole  adunque  l'orazione  farsi  con  fede,  e  ancora,  si  come 
voi  vedete,  con  istanzia;  percioché  Cristo  vuole  alcuna  volta 
essere  sforzato,  non  perché  la  liberalità  sua  sia  minore,  o  men 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  23  r 

volentieri  faccia  l'addomandate  grazie,  ma  per  fare  la  nostra 
perseveranza  magq:iore  e  accioché  più  caramente  riceviamo 
quello  che  con  istanzia  impetriamo.  Vuole  ancora  l'orazione 
esser  umile,  percioché  alcuna  nobiltà  di  san^^ue,  né  abbondanza 
di  sustanze  temporali,  né  magnificenza  d'imperiale  o  di  reale 
eccellenza  la  potrebbe  di  terra  levare  un  attimo.  L'umiltà  sola 
è  quella  che  l'impenna,  e  falla  infine  scpra  le  stelle  volare  e 
quella  condurre  agli  orecchi  del  Signor  del  cielo  e  della  terra. 
Gran  forze  son  quelle  dell'unìiltà  nel  cospetto  di  Dio:  e  come 
che  assai  in  ciascuna  cosa  che  l'uom  vorrà  riguardare  a[)paia, 
nondimeno  mirabilmente  il  dimostrò  nella  sua  incarnazione; 
percioché  non  real  sangue,  non  età,  non  bellezza,  non  sim- 
plicità,  ma  sola  umiltà  riguardò  in  quella  Vergine,  nella  quale 
Egli,  di  cielo  in  terra  discendendo,  incarnò  e  prese  la  nostra 
umanità;  si  come  essa  medesima  Vergine  testimonia  nel  suo 
cantico,  quando  dice:  «  Rcspexit  hitmiUtateni  ancillae  suae^', 
per  che  da  questa  parola  degnamente  essa  medesima  segue: 
«  Deposuit  potentes  de  sede  et  ex  aliavi  t  hiimiles  ». 

Fece  adunque  il  nostro  autore  fedele  ed  umile  orazione  a 
Dio  per  la  salute  sua:  la  quale,  si  come  esso  medesimo  scrive, 
sali  in  cielo  nel  cospetto  di  Dio  guidata  dall'umiltà;  percio- 
ché, come  vedere  abbiam  potuto  nel  precedente  canto,  l'autore 
non  solamente  avea  cacciata  da  sé  la  superbia,  ma  avea  paura 
di  lei  e  fuggivala.  E  come  dobbiamo  noi  credere  la  pietosa  e 
divota  orazione  guidata  dall'umiltà  essere  ricevuta  in  cielo? 
Certo,  non  altrimenti  che  ricevuto  fosse  il  figliuol  prodigo  dal 
pietoso  padre.,  del  quale  il  santo  Evangelio  ne  dimostra.  Fece 
il  pietoso  padre  uccidere  il  vitello  sagginato,  fece  parare  il  con- 
vito, fece  chiamare  gli  amici,  e  con  loro  si  rallegrò  e  fece 
festa  di  avere  racquistato  il  suo  figliuolo,  il  quale  gli  pareva 
aver  perduio.  Cosi  si  dee  credere  l'onnipotente  Padre  aver 
fatto  in  cielo,  sentendo  per  la  divota  orazione  colui  alla  via 
della  verità  ritornare,  il  quale  del  tut|p  partito  se  n'era  e  ogni 
sua  grazia  avea  dispersa  e  gittata  via.  Che  festa  ancora  dob- 
biam  credere  averne  fatta  gli  angeli  di  vita  eterna?  la  letizia 
de'  quali  è  maggiore  sopra  un  peccatore  che  torni  a  penitenzia. 


232  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

che  sopra  novantanove  giusti.  Posta  dunque  l'orazione  nel  co- 
spetto di  Dio,  quivi,  dolendosi  del  malvagio  stato  di  colui  che 
la  manda,  priega;  appresso  e  quello  di  che  ella  priega  scrive 
l'autore,  dicendo  che  ella  chiede  in  sua  dimanda  Lucia  e,  come 
suo  fedele  e  che  ha  di  lei  bisogno,  a  lei  il  raccomanda.  E  cosi 
dovemo  intendere  quella  donna  gentile  essere  la  santa  orazione 
fatta  dal  peccatore,  e  in  questa  parte  dovemo  intendere  per 
Lucia  la  divina  clemenza,  la  divina  misericordia,  la  divina  beni- 
gnità, la  qual  veramente  è  nimica  di  ciascun  crudele,  percioché 
in  alcun  crudele  né  pietà  né  misericordia  si  trova  giammai. 

Appare  adunque  per  questo  che  l'orazione  dell'autore  ad- 
domandasse  misericordia,  per  la  qual  sola  noi  possiamo,  avendo 
peccato,  nella  grazia  di  Dio  ritornare  ;  percioché  egli  è  tanta 
la  indegnità  e  la  iniquità  del  peccatore  in  adoperare  contro 
a'  comandamenti  di  Dio,  che,  se  la  sua  misericordia  non  fosse, 
alcun  nostro  merito  mai  ci  potrebbe  nel  suo  amore  ritornare. 

Quinci,  per  le  cose  che  seguitano,  appare  il  Nostro  Signore 
aver  prestati  benignamente  gli  orecchi  della  sua  divinità  a' 
prieghi  fatti  dall'umile  orazione,  in  quanto  dice  l'autore  che 
Lucia,  cioè  la  divina  misericordia,  chiamò  Beatrice,  cioè  se 
medesima  dispose  a  mettere  in  atto  il  priego  ricevuto:  il  che 
appare,  in  quanto  Beatrice,  che  quivi  la  grazia  salvificante  o 
vogliam  dire  beatificante  s'intende,  alla  salute  del  pregante  si 
dispose:  il  che  dallo  intrinseco  della  divina  mente  procedette. 
Grande  è  per  certo,  come  dice  san  Gregorio,  la  virtù  della 
orazione,  la  quale,  fatta  in  terra,  adopera  in  cielo:  il  che  qui 
manifestamente  appare,  si  come  al  peccatore  è  dimostrato;  per- 
cioché la  forza  della  sua  orazione  ha  rotto  e  annullato  il  duro 
giudicio  di  Dio,  nel  quale  esso  Iddio  vuole  che  il  peccatore 
sia  punito;  e  l'umile  orazione  ha  tanto  potuto  che,  rotto  questo 
giudicio,  al  peccatore,  in  luogo  della  pena,  è  conceduta  mise- 
ricordia; e  non  solamente  misericordia,  ma  ancora  preparatagli 
e  mostratagli  la  via  da  pervenire  a  salvazione.  Che  adunque 
avviene?  Che,  per  lo  desiderio  della  salute  sua,  la  divina  bontà 
fa  che,  per  la  grazia  salvificante,  si  muove  Virgilio  del  limbo:  il 
quale  qui  si  prende  per  la  ragione,  per  la  quale  noi  siamo  delti 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  233 

«  animali  razionali  »,  o  vogliam  dire,  per  la  grazia  cooperante,  o 
vogliam  dire  l'una  e  l'altra  insieme;  conciosiacosaché  alcuno  più 
atto  luogo  in  noi  io  non  cognosca,  dove  la  grazia  cooperante 
mandatane  da  Dio  si  debba  più  tosto  ricevere  che  nella  sedia 
della  ragione;  conciosiacosaché  essa,  dopo  la  grazia  operante 
ben  ricevuta,  ogni  bene  in  noi  disponga  e  ordini,  e  con  noi 
insieme  adoperi. 

E,  a  dichiarare  come  Virgilio  del  limbo  sia  mosso,  è  da  sa- 
pere, come  già  dicemmo,  esser  due  mondi:  l'uno  si 'chiama 
il  maggiore  e  l'altro  il  minore,  si  come  ne  mostra  Bernardo 
Silvestre  in  due  suoi  libri,  de'  quali  il  primo  è  intitolato  A/e- 
gacosmo  da  due  nomi  greci,  cioè  da  «  mega  »,  che  in  latino 
viene  a  dire  «maggiore»,  e  da  ^  cosmos  ^ ,  c\\q  in  latino  viene 
a  dire  «  mondo  »  :  e  il  secondo  è  chiamato  Microcosmo ,  da  «  mi- 
eros  »,  greco,  che  in  latino  viene  a  dire  «  minore  »,  e  «  cosmos  », 
che  vuol  dire  «  mondo».  E,  ne'  detti  libri,  ne  dimostra  il  detto 
Bernardo  il  maggior  mondo  esser  questo  il  quale  noi  abi- 
tiamo, e  che  noi  generalmente  chiamiamo  «  mondo  »,  e  il  minor 
mondo  esser  l'uomo,  nel  quale  vogliono  gli  antichi,  sottilmente 
investigando,  trovarsi  tutti  o  quasi  tutti  gli  accidenti  che  nel 
maggior  mondo  sono.  Ed  è  del  maggior  mondo  quella  parte 
chiamata  «  limbo  »,  la  quale  non  ha  sopra  di  sé  altra  cosa,  che 
il  cerchio  della  circunferenza  della  terra,  o  la  estrema  super- 
ficie della  terra  che  noi  vogliam  dire.  E,  quantunque  l'autore, 
secondo  la  sentenza  litterale,  mostri  Virgilio  essere  nel  limbo, 
[cioè  nell'uno]  del  maggior  mondo,  non  è  da  intendere  che 
quindi  fosse  mossa  la  ragione  da  Beatrice,  ma  fu  mossa  dal 
limbo  del  mondo  minore,  cioè  dalla  più  eminente  parte  del- 
l'uomo, la  quale  è  il  cerebro,  sopra  il  quale  nulla  altra  cosa 
è  del  nostro  corpo,  se  non  il  cranio  e  la  cotenna  ;  pcrcioché 
in  quello  fu  da  Dio  locata  la  ragione.  E  questo,  percioché 
ad  essa  è  stata  commessa  la  guardia  di  tutto  il  corpo  nostro, 
e,  oltre  a  ciò,  il  dominio  a  dovere  regolare  i  movimenti  della 
nostra  sensualità,  si  come  ad  ottima  distinguitrice  delle  cose 
nocive  dall'utili.  E  convenevole  cosa  è  che  colui  al  quale  è 
commessa  la  guardia   d'alcuna  cosa,  che   egli   stea    nella   più 


234  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

sublime  parte  di  quella,  accioché  esso  possa  vedere  e  discernere 
di  lontano  ogni  cosa  emergente,  e  a  quelle  cose,  che  fossero 
avverse  alla  cosa  la  qual  guarda,  opporsi  e  trovar  rimedio,  per 
lo  quale  da  sé  le  dilunghi  :  la  qual  cosa  ne'  sensati  uomini  otti- 
mamente fa  la  ragione  posta  nella  superiore  parte  di  noi.  Oltre 
a  questo,  come  il  savio  re  pone  il  suo  real  solio  in  quella  parte 
del  suo  regno,  nella  qual  conosce  esser  di  maggior  bisogno  la 
sua  presenza,  accioché  per  questa  si  tolgan  via  le  sedizioni  e 
i  movimenti  inimichevoli,  fu  di  bisogno  la  ragione  esser  posta 
nel  cerebro,  percioché  quivi  è  più  di  pericolo  che  in  tutto  il 
rimanente  del  nostro  corpo.  E  la  ragione  è,  percioché  nella 
nostra  testa  son  gli  occhi,  gli  orecchi,  la  bocca  e  tutti  gli  altri 
sensi  del  corpo,  li  quali  con  ogni  istanzia  nutricano  il  regno 
della  ragione.  E  perciò,  se  loro  vicina  non  fosse,  potrebbon 
muovere  cose  assai  dannose,  dove  dalla  ragione  sono  oppresse 
e  diminuite  le  forze  loro.  E  questa  sedia  della  ragione  essere 
nel  nostro  cerebro,  e  perché  quivi,  ottimamente  sotto  maravi- 
gliosa  Azione  dimostra  Virgilio  nel  primo  (\q\V  Eneida,  dove  dice  : 

Aeoliani  vénit:  hic  vasto  rex  Aeohis  antro,  ecc., 

e,  appresso  a  questo,  in  più  altri  versi. 

È  adunque  nel  limbo,  cioè  nella  superior  parte  di  questo 
minor  mondo,  la  ragione,  e  quindi  la  muove  la  grazia  salvi- 
ficante  in  soccorso  del  peccatore.  Il  quale  movimento  non  si 
dee  altro  intendere  se  non  un  rilevarla  dallo  infimo  e  depresso 
stato  nel  quale  lungamente  tenuta  l'aveano  l'appetito  concupi- 
scibile e  irascibile,  e,  lei  sotto  i  piedi  delle  loro  scellerate  ope- 
razioni tenendo,  aveano  occupata  la  sedia  sua;  e  questo  per 
tanto  tempo,  che  essa,  non  potendo  il  suo  oficio  esercitare,  era 
tacendo  divenuta  fioca,  cioè  nell'esser  fioca  dimostrava  la  lun- 
ghezza della  sua  servitudine:  e,  cosi  rilevatala,  in  essa  pone  la 
grazia  cooperante,  e  parala  dinanzi  allo  smarrito  intelletto  del 
peccatore.  E  di  questo  non  è  alcun  dubbio  che  noi,  quante 
volte  ci  ravveggiamo  delle  nostre  disoneste  operazioni,  tante 
per  divina  grazia  ricominciamo  ad  essere  uomini,  i  quali  non 
siamo  quanto  nella  ignoranza  de'  peccati  dimoriamo;  anzi,  avendo 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  2^,5 

la  ragion  perduta,  siamo  divenuti  quc(3:li  animali  bruti,  a'  quali, 
come  altra  volta  è  detto,  sono  i  nostri  difetti  conformi.  Il  che 
se  altra  dottrina  non  ci  mostrasse,  spesse  volte  ne  '1  mostrano 
le  poetiche  fizioni,  quando  ne  dicono  alcuno  uomo  essersi  tras- 
formato in  lupo,  alcuno  in  leone,  alcuno  in  asino  o  in  al- 
cun'altra  forma  bestiale.  E  come  la  ragione  dalla  grazia  salvi- 
ficante  è  nella  sua  real  sedia  rimessa,  fatta  donna  e  consultrice 
e  aiutatrice  del  peccatore,  il  toglie  co'  suoi  ammaestramenti 
dinanzi  a*  vizi,  li  quali  gli  hanno  tolta  la  corta  salita  al  monte, 
cioè  al  luogo  della  sua  salute.  E  «  corta  »  dice,  pcrcioché 
agli  uomini,  li  quali  in  istato  d'innocenzia  vivono,  è  il  salire 
a  questo  monte  leggerissimo,  si  come  il  salmista  ne  mostra,  là 
dove  dice:  «  Qu's  asccndet  in  mouievi  Doniiiii,  aut  quis  stabit  in 
loco  sanclo  eiasf  ».  E  rispondendo  alla  domanda,  quello  n'af- 
ferma che  io  dico,  dicendo:  «  Innoceìis  inauibns  ti  vutndo  corde^ 
qui  non  accepil  in  vano  anunain  siiani,  nec  iuravit  in  dolo  proximo 
suj»\  ma  a  coloro  diventa  molto  lunga,  i  quali  ne'  peccati  mi- 
seramente vivono.  E,  oltre  a  questo,  riprende  e  morde  la  viltà 
dell'animo  di  quegli,  i  quali,  tirati  dalle  mollizie  del  mondo, 
del  divino  aiuto  mostran  di  disperarsi  ;  mostrando  loro  come, 
per  loro  [rjumile  orazione,  la  misericordia  di  Dio  e  la  grazia  sal- 
vificante  procurin  per  loro  nel  cospetto  di  Dio;  mostrando  ancora 
come  sicuramente  ad  ogni  affanno  metter  si  possano,  avendo  sé, 
cioè,  la  grazia  coopeiante,  con  loro  e  in  loro  aiuto  e  consiglio. 
Maraviglierannosi  per  avventura  alcuni,  e  diranno:  —  A  che 
era  di  bisogno  che  la  grazia  salvifìcantc  movesse  o  rilevasse 
la  ragione  nell'autore?  —  Alla  qual  domanda  è  la  risposta  pron- 
tissima. Vuole  cosi  la  ragion  delle  cose  che,  negli  atti  mo- 
rali, si  come  questo  è,  noi  non  possiamo  alcuna  cosa  bene 
adoperare  né  con  ordine  debito,  se  noi  primieramente  non 
cognosciamo  il  fine  al  qual  noi  dobbiamo  adoperare  ;  percioché 
la  notizia  di  quello  ha  a  causare  i  nostri  primi  atti,  e  di  quindi 
ad  ordinare  quegli  che  appresso  a'  pfimi  e  susseguentemente 
deono  seguire.  Come  comporrà  il  cirugico  il  suo  unguento,  o 
il  fisico  la  sua  medicina,  se  prima  il  cirugico  non  vede  il  ma- 
lore, il  fisico  l'umore  da  purgare?  Come  darà  il   nocchiere  la 


236  ni  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA» 

vela  del  suo  legno  a'  venti,  se  esso  primieramente  non  avrà 
conosciuto  e  disposto  in  qual  contrada  esso  voglia  pervenire? 
Come  farà  l'architetto  fondare  un  edificio,  o  preparar  la  materia 
da  edificarlo,  se  egli  primieramente  non  sa  che  spezie  d'edi- 
ficio debba  esser  quello  che  far  si  dee?  Conciosiacosaché  altra 
forma  e  altro  jiiaestro  voglia  un  tempio  che  un  palagio  reale, 
e  altra  forma  il  palagio  che  una  casa  cittadinesca.  È  adunque 
di  necessità  primieramente  cognoscere  il  fine,  che  noi  pognamo 
alcuno  nostro  atto  in  opera.  E  perciò,  se  ben  guarderemo,  se 
il  disiderio  del  peccatore  è  di  salvarsi,  esser  la  grazia  sal- 
vificante  causativa  di  quelle  nostre  operazioni,  le  quali  a  salute 
ci  possan  perducere;  e  di  queste  nostre  operazioni  conviene 
che  sia  dimostratrice  e  ordinatrice  la  ragione:  e  però  la  ragione 
è  la  prima  cosa  causata  dalla  grazia  salvificante,  la  quale  l'autor 
mostra  in  persona  di  Beatrice  venire  a  muover  Virgilio.  E 
questo  scendere  non  si  dee  intendere  essere  stato  attuale;  ma 
semplicemente  la  volontà  di  Dio,  provocata  dall'umile  orazione 
del  peccatore  a  misericordia,  è  causativa  di  questo  rilevamento 
della  ragione,  in  quanto  in  essa  sta  il  concedere  la  grazia  salvi- 
ficante. Adunque,  avvicinandosi  alla  conclusione,  dico  l'autore, 
per  le  riprensioni  della  ragione  in  lui  ritornata,  e  per  gli  am- 
monimenti di  lei,  avere  la  viltà,  presa  da'  malvagi  conforti  de' 
nostri  nemici,  posta  giù  e  cacciata  da  sé;  riprende,  per  lo  sano 
consiglio  della  ragione,  il  vigore  e  la  forza  smarrita,  e  nel  primo 
suo  buono  proponimento  si  ritorna,  e,  ad  ogni  fatica  per  acqui- 
star salute  disposto,  con  la  ragione  insieme  riprende  il  cammino. 
E  questa  si  può  dire  essere  interamente  l'esposizione  allegorica 
del  presente  canto.  Né  sia  alcuno  si  poco  savio,  che  creda 
queste  cose,  quantunque  mostrino  nel  descriversi  aver  certe  in- 
terposizioni di  tempo,  non  doversi  poter  fare  senza  la  dimostrata 
interposizione;  percioché  egli  e  possibile  di  muovere  la  divi- 
nità, e  d'aver  veduto  ciò  che  l'autore  dee  nello  'nferno  ve- 
dere, e  di  pervenire  alla  porta  di  purgatorio,  e  ancora  di  sa- 
lire in  cielo,  quasi  in  un  momento,  pure  che  la  contrizione  sia 
grande  e  il  fervore  della  carità  ferventissimo  e  intero,  come 
di  molti  abbiam  già  letto  essere  stato. 


CANTO  TERZO 

I 
Senso  letterale 

Lc2.  IX]  «  Per  me  si  va  nella  città  dolente  »,  ecc.  In  questo  canto  ne 
racconta  l'autore  come  alla  porta  dello  'nferno  pervenissero,  e 
come  dentro  ad  essa  fosse  da  Virgilio  menato,  e  quivi  vedesse 
i  cattivi  miseramente  afflitti,  e  ultimamente  pervenissero  al  fiume 
d'Acheronte.  E  dividesi  questo  canto  in  due  parti:  nella  prima 
mostra  come  alla  prima  porta  dello  'nferno  pervenisse,  e  dentro 
a  quella  fosse  da  Virgilio  menato;  nella  seconda  parte  discrive 
quello  che  dentro  della  porla  udisse  e  vedesse.  E  comincia  quivi; 
4c  Quivi  sospiri,   pianti  ed  alti  guai  ». 

Adunque  nella  prima  parte,  continuandosi  a  quello  che  nella 
fine  del  precedente  canto  ha  detto,  cioè  come  con  Virgilio  en- 
trasse in  cammino,  dice  dove  pervenne,  cioè  alla  prima  porta  del- 
l'entrata d' inferno;  sopra  la  qual,  dice,  vide  scritto:  «  Per  me», 
cioè  per  entro  me,  «  si  va  nella  città  dolente  »,  cioè  nella  città  di 
Dite,  dolente  in  perpetuo  per  li  dannati  spiriti  li  quali  dentro 
vi  sono;  della  qual  città,  percioché  pienamente  se  ne  scriverà 
in  questo  libro  appresso  nel  canto  ottavo,  qui  non  curo  di  dirne 
alcuna  cosa;  «  Per  me  si  va  nell'eterno  flolore  »,  al  quale  dannati 
sono  coloro  li  quali  muoiono  nell'ira  di  Dio;  «Per  me  si  va 
tra  la  perduta  gente  ».  Dice  «perduta»,  percioché  alcuna  potenza 
di  bene  adoperare  non  è  in  loro;  e  questi  cotali  meritamente 


238  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

si  posson  dir  perduti.  «  Giustizia  mosse  »,  a  farmi:  e  la  giustizia 
che  'l  mosse  fu  la  superbia  del  Lucifero,  la  quale  meritò  eterno 
supplici©;  il  quale  Iddio  volle  tanto  da  sé  dilungare,  quanto 
pili  si  potca,  e  perciò,  nel  centro  della  terra  gittatolo,  quivi  la 
sua  prigione  fece,  e  volle  quella  similmente  esser  prigione  di 
tutti  quegli  li  quali  contro  alla  sua  deità  operassero;  «il  mio 
alto  Fattore»,  cioè  Iddio;  «  Fecemi  la  divina  Potestate  »,  cioè 
Iddio  Padre,  al  quale  e  attribuita  ogni  potenza;  «La  somma 
Sapienzia  »,  cioè  il  Figliuolo,  il  quale  è  sapienza  del  Padre, 
«e'I  primo  Amore»,  cioè  lo  Spirito  santo,  il  quale  è  perfet- 
tissima carità,  igualmente  moventesi  dal  Padre  e  dal  Figliuolo. 
E  cosi  appare  questa  porta  essere  stata  fatta  dalla  Trinità  è  a 
dimostrare  che  chi  offende  in  alcuna  cosa  Iddio  offenda  queste 
tre  persone,  e  perciò  da  tutte  e  tre  essere  quello  luogo  com- 
posto, dove  gli  ofifenditori  in  perpetuo  fuoco  sono  dannati. 

«  Dinanzi  a  me  »,  porta,  «  non  fùr  cose  create  Se  non 
eterne».  Cosi  mostra  questo  luogo  essere  stato  prima  creato 
da  Dio  che  fosse  creato  l'uomo,  il  quale,  quanto  è  al  corpo, 
non  è  eterno;  e  che  fosse  creato  poi  che  fu  creato  il  cielo  e 
la  terra  e  gli  angioli,  i  quali  sono  eterni.  [E  percioché  come 
parte  degli  angioli  peccarono,  che  peccarono  prima  che  l'uomo 
fosse  fatto,  fu,  come  detto  è,  di  presente  creato  questo  luogo 
in  lor  prigione  e  supplicio;  quantunque  i  santi  tengano  questo 
aere  tenebroso  essere  pieno  di  quegli,  come  appresso  più  di- 
stesamente alquanto  si  dirà.]  E  in  quanto  l'autore  dice  qui 
«eterne  »,  favella  di  licenza  poetica  impropriamente,  come  assai 
spesso  si  fa:  percioché  l'essere  eterno  a  cosa  alcuna  non 
s'appartiene,  se  non  a  quella  la  quale  non  ebbe  principio  né 
dee  aver  fine,  e  questa  è  solo  Iddio;  gli  angioli  e  le  nostre 
anime,  e  certe  altre  creature  da  Dio  immediatamente  create,  e 
quantunque  mai  fine  aver  non  debbano,  percioché  ebber  prin- 
cipio, non  si  deono  propriamente  parlando  dire  «eterne»,  ma 
«  perpetue  ».  «  Ed  io  eterna  duro  »,  si  come  opera  creata  da  Dio 
senza  alcun  mezzo;  percioché  per  li  dottori  si  tiene  ciò,  che 
immediatamente  fu  o  sarà  creato  da  Dio,  è  eterno.  «  Lasciate 
ogni  speranza,  o  voi  ch'entrate  »,  dentro  di  me,  «  quia  in  infe7'ìio 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  239 

nulla  est  redemptiot^,  se  ciò  di  potenza  assoluta  Iddio  non  fa- 
cesse, come  fece  de'  santi  padri,  li  quali  ne  trasse  quando  già 
risuscitato  da  morte  spogliò  il  limbo. 

«  Queste  parole  »,  sopra  dette,  «  di  colore  oscuro  »,  conforme 
alla  qualità  del  luogo  nel  quale  per  quella  porta  s'andava, 
«Vid'io  scritte  al  sommo  d'una  porta»,  cioè  a  quella  per  la 
quale  in  inferno  s'entrava;  *  Perch'io  »  (suppL')  dissi:  —  «  Mae- 
stro »,  Virgilio;  e  ben  fa  qui  a  chiamarlo  «  maestro  »,  percioché 
a'  maestri  si  vogliono  muovere  i  dubbi  e  da  loro  aspettar  le 
chiarigioni;  «Il  senso  lor»,  cioè  quello  che  dir  vogliono, 
«m'è  duro»,  —  cioè  malagevole  ad  intendere. 

«  E  quegli  »,  cioè  Virgilio,  «  a  me  »  (supple)  rispose,  «  come 
persona  accorta»,  cioè  intendente:  —  «Qui»,  cioè  in  questa 
entrata,  «si  convien  lasciare  ogni  sospetto  »,  accioché  sicuro  si 
vada;  «Qui  si  convien  ch'ogni  viltà  »,  d'animo,  «sia  morta», 
cioè  cacciata  da  colui  il  quale  vuole  entrare  qua  dentro.  E  son 
queste  parole  prese  dal  sesto  d^W Eneida,  dove  la  Sibilla  dice 
ad  Enea: 

Nunc  animis  opus.  Aenea,  mine  pectore  firmo. 

«Noi  siam  venuti  al  luogo  ov'io  t'ho  detto»,  cioè  all'inferno, 
del  quale  vicino  al  fine  del  primo  canto  gli  disse;  «Che  ve- 
derai  le  genti  dolorose,  C'hanno  perduto  »,  per  li  lor  peccati, 
«il  ben  dell'intelletto  »,  —  cioè  Iddio,  il  quale  è  via,  verità  e  vita: 
[e  il  ben  dell'intelletto  è  la  verità,  per  la  quale  tutti  per  diverse 
vie  ci  fatichiamo,  e  pochi  alla  notizia  di  quella  pervengono]. 
«  E  poi  che  la  sua  mano  alla  mia  pose  Con  lieto  viso, 
ond'  io  mi  confortai  ».  Qui  assai  manifestamente  n'ammaestra 
l'autore  con  che  viso  noi  dobbiamo  mettere,  chi  ne  segue,  nelle 
dubbiose  cose;  e  dice  che  dee  esser  con  lieto,  percioché 
dal  viso  lieto  del  duca  prende  conforto  e  sicurtà  chi  segue, 
dove,  non  avendolo  lieto,  coloro  che  a  lui  riguardano  assai  leg- 
giermente impauriscono  e  diventano  fili:  come  noi  leggiamo  le 
legioni  romane,  da'  contrari  ausj)i/.i  e  dal  viso  eli  Flaminio 
consolo  turbato,  invilite,  da  Annibale  allato  al  lago  Trasimeno 
essere  state  sconfìtte.  Dice  adunque  di  sé  l'autore  che,  vedendo 


240  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

nell'entrata  di  cosi  dubbioso  luogo  lieto  Virgilio,  egli  si  con- 
fortò tutto. 

«Mi  mise  dentro  alle  segrete  cose  ».  Segrete  sono  in  quanto 
agli  occhi  mortali  manifestar  non  si  possono,  percioché  cosi  i 
tormenti,  come  i  tormentati  e  i  tormentatori  ancora  tutti,  son 
cose  spirituali  e  invisibili  a  noi,  e  quinci  segrete;  quantunque  gli 
edetti  di  quelle,  secondo  che  mostrar  si  possono  per  iscritture 
e  per  ammaestramenti  di  santi  uomini,  tutto  il  di  ci  sieno 
aperti  e  palesati. 

«Quivi  sospiri,  pianti  ed  alti  guai».  Qui  incomincia  la  se- 
conda parte  del  presente  canto,  nella  qual  dissi  che  si  discrivea 
quello  che  l'autore  nella  entrata  dello  'nferno  avea  veduto  e 
udito.  E  dividesi  questa  parte  in  sette:  percioché  nella  prima 
l'autor  pone  molti  dolorosamente  dolersi;  nella  seconda  gli 
dichiara  Virgilio  chi  questi  sieno  che  cosi  si  dolgono;  nella 
terza  discrive  l'autore  la  pena  dalla  quale  questi  son  tormen- 
tati; nella  quarta  dice  l'autore  sé  aver  vedute  molte  anime 
correre  ad  un  fiume;  nella  quinta  dice  sé  essere  a  questo 
fiume  pervenuto,  e  non  averlo  voluto  passare  dall'altra  parte 
un  nocchiere,  che  tutti  gli  altri  in  una  sua  barca  passava;  nella 
sesta  gli  apre  Virgilio  perché  Carón  non  l'ha  voluto  passare; 
nella  settima  ed  ultima  mostra  l'autore  sé,  per  un  tremor  della 
terra  e  poi  da  un  baleno,  essere  stato  vinto  e  caduto.  La  se- 
conda comincia  quivi  :  «  Ed  egli  a  me  :  —  Questo  misero  modo  »  ; 
la  terza  quivi:  «Ed  io  che  riguardai»;  la  quarta  quivi:  «E 
poi  ch'a  riguardare»;  la  quinta  quivi:  «Ed  ecco  verso  noi»; 
la  sesta  quivi:  «  Figliuol  mio,  — disse»;  la  settima  ed  ultima 
quivi:   «Finito  questo». 

Dice  adunque  cosi:  «  Quivi  »,  cioè  nel'a  prima  entrata  dello 
'nferno,  «  sospiri,  e  pianti  ».  «  Pianto  »  è  quello  che  con  ramma- 
richevoli voci  si  fa,  quantunque  il  più  i  volgari  lo  'ntendano 
ed  usino  per  quel  pianto  che  si  fa  con  lacrime.  «  E  alti  guai  »: 
questi  appartengono  ad  ogni  spezie  di  dolore  e  massimamente 
a  quello  che  con  altissime  voci  e  dolorose  si  dimostra;  «  Ri- 
sonavan  per  l'aere  senza  stelle»,  cioè  oscuro,  ed  al  cospetto 
del  cielo  chiuso,  «Perch'io,  al  cominciar,  ne  lagrimai».   Ecco 


HI  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  24I 

una  delle  faticlie  dell'animo,  la  quale  predisse  nel  comincia- 
mento  del  secondo  canto  gli  s'api)arccchiava.  «  Diverse  lingue  », 
cioè  diversi  idiomi,  per  la  diversità  delle  nazioni  dell'universo, 
le  quali  tutte  quivi  concorrono;  «orribili  favelle»,  cioè  sjia- 
ventevoli,  come  son  qui  tra  noi  quelle  de'  tedeschi,  li  quali 
sempre  pare  che  garrino  e  gridino,  quando  più  amichevolmente 
favellano;  «parole  di  dolore»,  cioè  significanti  dolore,  «ac- 
centi d'ira»;  accento  è  il  proffercre,  il  quale  facciamo  alto  o 
piano,  [acuto  o  grave  o  circunflesso  ;]  ma  qui  dice  che  erano 
d'ira,  per  la  quale  si  sogliono  molto  più  impetuosi  fare  che, 
senza  ira  parlando,  non  si  farieno  ;  «  Voci  alte  »,  per  le  punture 
della  doglia,  «e  fioche»;  suole  l'uomo  per  'o  molto  gridare 
afllocare;  «e  suon  di  man»,  come  soglion  far  le  femmine 
battendosi  a  pahne,  «con  elle»,  cioè  con  quelle  voci:  le  quali 
cose  intra  sé  diverse,  non  nielodia,  come  soglion  fare  le  vojì 
misurate,  ma  «Facevano  un  tumulto»,  cioè  una  confusione; 
«il  qual  s'aggira»;  percioché  il  luogo  è  ritondo,  ed  essendo 
da  quel  tumulto  l'aere  percosso,  e  non  avendo  alcuna  uscita, 
è  di  necessità  che  per  lo  luogo  s'aggiri  e  prenda  moto  circulare; 
«Sempre  in  quell'aria,  senza  tempo  tinta»,  cioè  mutata  i)er 
contrarietà  di  venti  o  d'altro  accidente,  «Come  la  rena  quando 
turbo  spira».  Dimostra  qui  l'autore,  per  una  breve  compara- 
zione, il  moto  di  quel  tumulto,  come  sopra  dissi,  esser  circulare, 
e  di  quella  forma  che  noi  veggiamo  talvolta  muovere  in  cerchio 
la  polvere  sopra  la  superficie  della  terra  ;  e  questo  massimamente 
avvenire,  quando  un  vento,  il  quale  si  chiama  da'  suoi  effetti 
«  turbo»,  spira.  Il  quale  non  pare  avere  alcuno  ordinato  movi- 
mento, come  gli  altri  hanno,  percioché  non  viene  da  diterminata 
parte,  ma  essendo  la  esalazion  calda  e  secca,  che  dalla  terra 
surge  in  aito,  pervenuta  alla  freddezza  d'alcun  nuvolo,  e  da 
quella  a  parte  a  parte  cacciata,  diviene  vento;  il  quale,  là  dove 
s'ingenera,  prende  moto  circulare,  e  per  questo  non  è  universale, 
anzi  è  solamente  in  quella  parte  dove  generato  è.  intanto  che 
in  una  medesima  piazza  noi  il  vedremo  in  una  parte  di  quella 
e  non  in  un'altra;  e,  percioché  la  e.'^alazione  è  a  jiarte  a  parte 
repulsa  dal  nuvolo,  il  vcggiam  noi  per  certi  intervalli  far  queste 

G.  Boccaccio,  Scrini  danteschi  - 1.  16 


242  TU  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

circulazioni  sopra  la  terra.  E  questo  vento,  come  noi  il  chia- 
miamo «  turbo  »,  Aristotile  il  chiama  «  tifone  »  nella  sua  Meteora, 
dove  chi  vuole  può  pienamente  veilere  di  questa  materia. 

«  Ed  io,  ch'avea  d'orror  »,  cioè  di  stupore,  «  la  testa  cinta  », 
cioè  intorniata;  e  questo  dice  per  lo  moto  circulare  di  quel  tu- 
multo; «Dissi:  —  Maestro,  clie  è  quel  ch'io  odo?»,  che  fa 
questo  tumulto,  «  E  che  gent'c  »,  questa,  «che  par  nel  duol  si 
vinta?  »,  — secondo  che  le  loro  voci  manifestano. 

«  Ed  egli  a  me  ».  In  questa  seconda  parte  della  sua  divi- 
sione dichiara  Virgilio  all'autore  chi  sien  costoro  de'  quali 
esso  dimantla.  «Ed  egli»,  cioè  Virgilio,  «a  me»  (supp/e) 
rispose:  —  «  Questo  misero  modo  »,  il  quale  tu  odi  e  del  quale 
tu  se' stupefatto,  «  Tengon  l'anime  triste  di  coloro.  Che  visser 
senza  infamia»,  d'alcuna  loro  malvagia  operazione,  percioché, 
quantunque  buone  non  fossero,  erano  intorno  a  si  bassa  e 
misera  materia,  che  di  se  non  davano  alcuna  cagion  di  parlare, 
e  perciò  si  può  dire  che  senza  infamia  vivessero;  «e  senza 
lodo»,  cioè  senza  fama,  perciociié,  come  del  loro  male  adope- 
rare è  detto,  il  simigliante  dir  si  può  se  alcun  bene  adoperavano. 

Ma  da  vedere  è  che  gente  questa  può  essere.  E,  se  io  estimo 
bene,  questa  mi  pare  quella  maniera  d'uomini,  li  quali  noi  chia- 
miamo «mentacaui»  o  vero  «dementi»,  li  quali,  ancora  che  ab- 
biano alcun  senso  umano,  per  molta  umidità  di  cercbro  hanno  si 
il  vigore  del  cuore  spento,  che  cosa  alcuna  non  ardiscono  d'ado- 
perare degna  di  laude,  anzi  si  stanno  freddi  e  rimessi,  ed  il  più 
del  tempo  oziosi,  quantunque  talvolta  sospinti  sieno  dal  disiderio 
di  dovere  alcuna  cosa  adoperare;  di  che  quello  segue  che  l'au- 
tore  ne  dice,  cioè  «Che  visser  senza  infamia  e  senza  lodo». 

«  Mischiate  sono  »,  queste  misere  anime,  «  a  quel  cattivo 
coro  ».  «Coro»  [si  dice  propriamente  un'adunazion  d'uomini,  li 
quali  in  figura  di  cerchio  sieno  congiunti  insieme;  o  «coro»  è 
detto  quello  luogo  nel  quale  stanno  nelle  chiese  coloro  che 
cantano,  il  quale  ha  figura  di  mezzo  cerchio:  e  qui  si  potrebbe 
prendere  per  ciascuno  di  questi  due  significati,  percioché,  con- 
siderato il  movimento  di  questi  spiriti,  il  quale  e  circulare,  come 
appresso  si  dimostrerà,  si  può  il  loro  dir  «  coro  »;  e  se  per  altro 


HI  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  243 

sipfnificato  il  vorrem  prendere,  quello  di  costoro  potrcm  dire 
«coro»,  cioè  loro  essere  ordinati  a  modo  di  coro,  ma  non  a 
cantare,  anzi  a  pianj^ere  miseramente  e  in  eterno.]  «Cattivo» 
il  ciiiama  per  la  similitudine,  la  quale  hanno  quegli  spiriti  con 
queste  anime  de*  cattivi,  le  quali  con  loro  son  mischiate;  e  in 
tanto  sono  lor  simili,  in  quanto  non  seppero  diliberare  che  farsi 
nel  tempo  della  rebellione  del  Lucifero,  ma  si  stettero  freddi 
e  timidi,  senza  diliberare  di  tenersi  con  Dio  come  doveano,  o 
di  seguire  il   Lucifero  come  non  doveano. 

«  Degli  angeli  ».  Questo  nome  angelo  è  derivato  da  un  nome 
greco,  cioè  «aj^^e/os»,  il  quale  in  latino  viene  a  dire  «nunzio»  o 
«ambasciadore»  o  «messo»:  e  percioché  essi  quello  oficio  nppo 
il  diavolo  Hanno,  cioè  d'esser  mandati,  che  appo  Iddio  fanno  i 
buoni  angeli,  quel  nome  antico  d'angeli  ritenuto  s' hanno  e 
ritengono,  quantunque  sieno  divenuti  dimòni  [e,  secondo  che 
alcun  santo  vuole,  questo  nome  non  è  loro  attribuito  giammai, 
se  non  quanto  sono  in  alcuna  conmiissione  loro  fatta  da 
Dio;  la  qual  finita,  non  si  chiama  più  angelo,  ma  spirito 
beato]. 

«  Che  non  furon  ribelli  »,  (supple)  a  Dio,  «  Né  fùr  fedeli 
a  Dio,  ma  per  sé  fòro  »:  non  tcnner  costoro  né  con  Dio  né 
col  diavolo. 

[Ed  accioché  qui  alcuno  per  men  che  bene  intendere  non 
errasse,  è  da  snpcre  non  essére  state  che  due  maniere  di  an- 
geli, si  come  il  Maestro  ne  dimostra  nel  secondo  delle  Seìitcnzìe^ 
e  di  queste  due  l'una  non  peccò,  e  però  appresso  a  Dio  si 
rimase  in  paradiso;  l'altra  che  peccò,  tutta  fu  gittata  fuori  di 
paradiso,  e  cadde,  e  questo  aere  tenebroso  propinquo  alla 
terra  riempie;  e  questo  affermano  i  santi  esserne  pieno.  E  da 
questi  talvolta  muovono  le  tempeste  e  le  impetuose  turbazioni 
che  nell'aere  sono  e  in  terra  discendono;  e  da  questi  dicono 
noi  essere  tentati  e  stimolati,  e  venire  quelle  illusioni  dalle  quali 
i  non  molto  savi  son  talvolta  beffati  e  scherniti.  Concedono 
nondimeno  talvolta  di  questi  dimòni  discenderne  in  inferno  ad 
infestare  e  tormentare  l'anime  dei  dannati;  affcrmantlo  questi 
cotali  spiriti  immondi  al  di  del  giudicio  tutti  dovere  dalla  divina 


244  111  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

potenza  essere  racchiusi  in  inferno.  Ora]  pare  qui  che  all'autor 
piaccia  questi  malvagi  anc^cli  essere  di  due  spezie  divisi:  delle 
quali  vuole  l'una  aver  men  peccato  che  l'altra,  in  quanto  mostra 
questa  spezie,  che  men  peccò,  vicina  alla  superficie  della  terra 
essere  rilegata;  [e  percioché  la  giustizia  di  Dio  secondo  più 
e  meno  punisce,  non  intende  costoro  al  di  del  giudicio  dover 
essere  da  Dio  nel  profondo  inferno  rilegati,  come  saranno  gli 
altri  che  molto  più  peccarono.] 

E  però  vuoisi  questa  lettera  che  segue  leggere  in  questo 
modo:  «  Cacciangli  i  cieli»,  da  sé;  e  segue  incontanente  la 
ragione  perché,  cioè  «per  non  esser  men  belli»;  percioché 
i  cieli  sono  bellissimi,  ed  intra  l'altre  loro  singulari  bellezze 
hanno  che  in  essi  alcuna  macula  di  colpa  non  si  truova,  percio- 
ché in  essi  alcuna  cosa  non  si  riceve  se  non  purissima,  ed  essi 
furono  purissimi  creati  da  Dio;  per  che  segue,  se  essi  ricevessero 
questa  spezie  d'angeli,  la  quale  è  viziosa,  essi  maculerebbono 
la  lor  bellezza:  e  perciò,  accioché  questo  non  avvenga,  essi 
gli  scacciano  e  dilunganli  da  loro.  «  Né  il  profondo  inferno  gli 
riceve»  [cioè  riceverà;  e  ponsi  qui  il  presente  per  lo  futuro, 
percioché,  altrimenti  leggendosi  o  intendendosi,  parrebbero  le 
spezie  degli  angeli  esser  tre,  la  qual  cosa  sarebbe  contro  alla 
cattolica  verità];  e  dice  «il  profondo»,  a  diderenza  del  luogo 
dov'è' sono  in  inferno,  che  veggiamo  gli  pone  nella  più  alta 
parte  di  quello.  E  appresso  moctra  la  cagione  perché  dal  pro- 
fondo inferno  ricevuti  non  sieno,  dicendo:  «  Ch'alcuna  gloria  », 
cioè  piacere,  «  i  rei  »,  angeli,  li  quali  manifestissimamente  fu- 
ron  ribelli,  «  avrebber  d'elli»,  — veggendoli  in  quel  medesimo 
supjìlicio  ch'essi  [saranno].  E  co.si  aj^pare  non  essere  opera 
de'  ministri  infernali  che  questi  angeli  non  sieno  nel  profondo 
inferno,  ma  della  giustizia  di  Dio,  la  quale  non  patisce  che  di 
cosa  alcuna  quegli  spiriti  maledetti  possano  avere  alleggiamento 
della  pena  loro. 

«  Ed  io  :  —  Maestro  »,  (supple)  dissi,  «  che  è  tanto  greve  », 
cioè  qual  tormento,  «A  lor,  che  lamentar  gli  fa  si  forte?  »  — 
cioè  si  amaramente.  «Rispose»,  cioè  Virgilio:  —  «  Dicerolti 
molto  breve». 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA   COMMEDIA»  245 

E  dice  cosi:  «Questi»,  cattivi,  che  tu  odi  cosi  dolersi, 
«non  hanno  speranza  di  morte»,  percioclié  manifesto  è  loro 
l'anime  essere  eterne;  «  E  la  lor  cieca  vita  »,  senza  alcuna  luce 
di  merito,  «  è  tanto  bassa  »,  cioè  tanto  depressa,  avendo  riguardo 
che  in  inferno  sieno  dannati  in  eterno,  e  su  nel  mondo  di  loro 
alcuna  memoria  non  sia,  e  quasi  sieno  come  se  stati  non  fos- 
sero; «Che  invidiosi  son  d'ogni  altra  sorte»,  di  peccatori, 
quantunque  di  gravissimi  supplici  tormentati  sieno.  Per  che  chiaro 
comprender  si  può  costoro  essere  miòerissimi,  poiché  di  cia- 
scuno, quantunque  misero,  invidiosi  sono,  conciosiacosaché 
invidia  non  si  soglia  portare  se  non  a  migliore  o  a  più  felice 
di  sé.  «  Fama  di  loro  »  [che  cosa  sia  fama,  è  mostrato  di  so- 
pra nella  esposizione  della  lettera  del  precedente  canto]  «  il 
mondo  »,  cioè  il  costume  de'  mondani,  il  quale  è  solamente 
i  segnalati  uomini  far  famosi,  «  esser  non  lassa  »,  percioché 
furono  torpenti  e  miseri  e  freddi  ;  «  Misericordia  e  giustizia 
gli  sdegna  »  ;  e  questo  percioché  le  loro  oi)ere  non  furon 
tali,  che  impetrar  misericordia  per  quelle  sapessero  o  potes- 
sero, per  la  quale  sarebbero  stati  elevati  alla  gloria  eterna; 
e  furon  si  vili  e  si  dolorose,  che  giustizia  gli  sdegna,  cioè 
non  cura  di  doverli  tra  le  più  gravi  colpe  dannare,  quan- 
tunque in  quelle  per  mentacattaggine  forse  peccassero;  ma,  si 
come  morti  senza  la  grazia  di  Dio,  gli  lascia  quivi,  come  git- 
tati  da  sé,  miseramente  dolersi,  come  miseramente  vissero.  [E 
questa  seconda  cagione  è  troppo  più  ponderosa  che  la  primiera, 
e  più  gli  prieme;  e  per  questa  si  manifesta  loro  sentire  quanto 
la  lor  vita  sia  vile.]  E  questa  è  la  cagione  perché,  come  l'altre 
anime  de'  peccatori,  non  vanno  a  passare  il  fiume  d'Acheronte, 
quantunque  nondimeno  in  inferno  sieno,  là  dove  sono.  «  Non 
ragioniam  di  lor  »  ;  quasi  voglia  dire  che  il  ragionar  di  cosi 
fatta  spezie  di  genti  è  un  perder  tempo;  «ma  guarda»,  se 
^'^^^ffrada  di  vedere  la  lor  pena,  e,  guardando,  «  passa  »  —  e 
lasciagli  stare.  E  questo  riguardare  gl?*concede  Virgilio,  non  in 
contentamento  dell'autore,  nia  in  dispetto  de'  riguardati,  li  quali 
noia  sentono,  vedendo  la  lor  miseria  essere  da  alcuno  veduta 
o  conosciuta. 


246  III  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COM.MPIDIA  » 

«Ed  io  che  riguardai»,  secondo  ni'avea  conceduto  Viri^ilio: 
e  qui  discrive  la  qualità  delia  loro  afflizione,  per  la  quale  si 
amaramente  si  dolgono:  «  vidi  una  insegna,  Che  girando  »,  cioè 
in  giro  andando,  «  correva  »,  cioè  correndo  era  portata,  «  tanto 
ratta  »,  cioè  si  velocemente,'  «  Che  d'ogni  posa  mi  pareva  in- 
degna. E  dietro  le  venia  »,  a  questa  insegna,  «  si  lunga  tratta  », 
cioè  si  gran  quantità,  «  Di  gente  »,  d'anime  state  di  gente, 
«  ch'io  non  avrei  creduto  »,  avanti  che  io  avessi  veduto  questo, 
«  Che  morte  tanta  n'avesse  disfatta  »,  cioè  uccisa.  E  dice  «  dis- 
fatta», percioché  la  morte  non  è  altro  che  la  separazione  del- 
l'anima dal  corpo,  la  quale  per  la  morte  separandosi,  resta 
questa  composizione  dell'anima  e  del  corpo,  le  quali  insieme 
fanno  l'uomo,  essere  disfatta;  percioché,  dopo  cotale  diparti- 
mento, colui,  che  prima  era  uomo,  non  è  poi  più  uomo. 

«Poscia  ch'io  v'ebbi»,  guardando,  «alcun  riconosciuto», 
il  quale  non  nomina,  percioché,  se  egli  il  nominasse,  qualche 
fama  o  infamia  gli  darebbe  (il  che  sarebbe  contro  a  quello  che 
di  sopra  ha  detto,  cioè:  «Fama  di  loro  il  mondo  esser  non 
lassa»  ecc.),  «Vidi,  e  conobbi  l'ombra  di  colui,  Che  fece  per 
viltate  il  gran  rifiuto  ».  Chi  costui  si  t'osse,  non  si  sa  assai  certo; 
ma,  per  l'operazione  la  quale  dice  da  lui  fatta,  estiman  molti 
lui  aver  voluto  dire  di  colui  il  quale  noi  oggi  abbiamo  per  santo, 
e  chiamiamlo  san  Piero  del  Morrone,  il  quale  senza  alcun  dubbio 
fece  un  grandissimo  rifiuto,  rifiutando  il  papato.  E  dicesi  lui  a 
questo  rifiuto  essere  in  questa  maniera  pervenuto,  che,  essendo 
egli  semplice  uomo  e  di  buona  vita  nelle  montagne  del  Mor- 
rone in  Abruzzo  sopra  Selmona  in  atto  eremitico,  egli  fu  eletto 
papa  in  Perugia,  appresso  la  morte  di  papa  Niccola  d'Ascoli; 
ed,  essendo  il  suo  nome  Piero,  fu  chiamato  Celestino.  La  cui 
semplicità  considerando  messer  Benedetto  Gatano  cardinale, 
uomo  avveduiissimo  e  di  grande  animo  e  disideroso  del  papato, 
astutamente  operando,  gì' incominciò  a  mostrare  che  esso  in 
pregiudicio  dell'anima  sua  tenea  tanto  oficio,  poiché  a  ciò 
sofììciente  non  si  seniia.  Alcuni  voglion  dire  ch'esso  usò  con 
alcuni  suoi  segreti  servidori,  che  la  notte  voci  s'udivano  nella 
camera  del  predetto  papa,  le  quali,  quasi  d'angeli  mandati  da 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  »  247 

Dio  fossero,  dicevano:  — Renunzia,  Celestino!  renimzia,  Cele- 
stino !  —  Dalle  quali  mosso,  ed  essendo  uomo  idiota,  ebbe  consi- 
glio col  predetto  messer  Benedetto  del  modo  del  poter  renun- 
ziare.  Il  quale  gli  disse:  —  11  modo  sarà  questo,  che  voi  farete  una 
decretale,  nella  quale  si  contenga  che  il  papa  possa  nelle  mani 
de'  suoi  cardinali  renunziare  il  papato.  —  Il  quale  come  a  doverla 
fare  il  vide  disposto,  essendo  essi  in  Napoli,  segretamente  fu 
col  re  Carlo  secondo,  re  di  Cicilia,  a  cui  stanza  il  detto  papa 
poco  davanti  avea  fatti  dodici  cardinali,  e  apertogli  l'animo 
suo,  gli  promise  d'aiutarlo  con  ogni  forza  della  Chiesa  nella 
guerra  sua  di  Cicilia,  dove  facesse  che,  rifiutando  Celestino  il 
papato,  esso  facesse  che  i  dodici  cardinali,  fatti  a  sua  stanza, 
gli  dessero  le  boci  loro  nella  elezione:  la  qual  cosa  il  re  gli 
promise.  Laonde  esso,  con  alcuni  altri  cardinali  italiani,  sotto 
certe  promessioni,  ordinato  questo  medesimo,  adoperò  che  il 
papa  pronunziò  la  legge  del  dover  potere  rinunziare  il  papato: 
e  il  di  di  santa  Lucia,  essendo  stato  cinque  mesi  e  alcun  di 
papa,  venuto  co'  papali  ornamenti  in  concistoro,  in  presenza 
de'  suoi  cardinali  pose  giù  la  corona  e  il  papale  ammanto,  e 
rifiutò  al  papato.  Di  che  poi  segui  che  la  villa  di  Natale  messer 
Benedetto  predetto  fu  eletto  papa  e  chiamato  Bonifazio  ottavo. 
Il  quale  ivi  a  poco  tempo,  pcrcioché  vedeva  gli  animi  di 
molti  inchinarsi  ad  avere  nel  detto  frate  Piero,  quantunque  ri- 
nunziato avesse,  divozione  come  in  vero  papa,  fece  il  predetto 
frate  Piero  chiamare  dal  monte  Sant'Agnolo  in  Puglia,  dove 
per  divozione  andato  n'era,  e  quindi,  secondo  che  alcuni  adcr- 
mano,  era  dis[3osto  di  passarsene  in  Ischiavonia,  e  quivi  in 
montagne  altissime  e  salvatiche  finire  in  penitenzia  i  di  suoi; 
il  fece  chiamare,  e  fecenelo  andare  alla  ròcca  di  Fumone,  e 
quivi  tennelo  mentre  visse;  ed,  essendo  morto,  il  fece  in  una 
piccola  chiesicciuola  fuori  della  ròcca,  senza  alcuno  onore  fu- 
nebre, seppellire  in  una  fossa  profondissima,  accioché  alcuno 
non  curasse  di  trarne  giammai  il  coi^o  suo. 

l'are  adunque  l'autore  qui  voleie  lui,  per  questa  viltà  d'animo, 
in  questa  parte  superiore  dello  'nferno  tra'  cattivi  esser  dannato. 
Sono  per  questo   alcuni    che  riprendono   l'autore,   dicendo  lui 


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24S  III   -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

qui  avere  errato  e  detto  contro  a  quello  articolo  che  si  canta 
nel  Simbolo,  cioè  :  «  Et  in  imam  sancfam  cathoUcmn  et  npostolicavi 
Ecclesiam  »;  in  quanto  dice  contro  a  quello  che  la  Chiesa  di  Dio 
ha  diliberato,  cioè  questo  frate  Piero  essere  santo,  ed  egli,  mo- 
strando di  non  crederlo,  il  mette  tra'  dannati.  Alla  quale  obiezione 
è  cosi  da  rispondere:  che,  quando  l'autore  entrò  in  questo 
cammino,  il  quale  ej^li  discrive,  e  nel  qual  dice  aver  veduta 
e  conosciuta  l'ombra  di  colui  che  fece  per  viltà  il  gran  rifiuto, 
questo  san  Piero  non  era  ancora  canonizzato;  percioché,  si 
come  apparirà  nel  vigesinioprimo  canto  di  questo  libro,  l'autore 
entrò  in  questo  cammino  nel  MCCCI,  e  questo  santo  uomo  fu 
canonizzato  molli  anni  dopo,  cioè  al  tempo  di  papa  Giovanni 
vigesimosecondo:  e  però,  infino  a  quel  di  che  canonizzato  fu, 
fu  lecito  a  ciascuno  di  crederne  quello  che  piti  gli  piacesse,  si 
come  è  di  ciascuna  cosa  che  dalla  Chiesa  diterminata  non  sia; 
e  per  conseguente  l'autore  non  fece  contro  al  predetto  articolo, 
ma  farebbe  oggi  chi  credesse  quello  esser  vero. 

Altri  voglion  dire  questo  cotale,  di  cui  l'autore  senza  nomi- 
narlo dice  che  fece  il  gran  rifiuto,  essere  stato  Esaù,  figliuolo 
d' Isac.  Il  quale,  essendo  primogenito  di  Isac,  come  nel  Genesi 
si  legge,  percioché  innanzi  a  lacob,  con  lui  ad  un  parto  na- 
scendo, usci  dal  ventre  della  madre;  ed  aspettando  a  lui,  per 
questa  ragione,  la  benedizione  del  padre  quando  a  morte  venisse, 
secondo  che  a  quegli  tempi  s'usava;  tornando  un  di  da  cacciare, 
ed  avendo  grandissimo  desiderio  di  mangiare,  trovò  lacob  suo 
fratello  avere  innanzi  una  minestra  di  lenti,  le  quali  la  madre 
gli  aveva  cotte,  e  domandogh'ele:  lacob  rispose  che  non  gliele 
darebbe,  se  egli  non  rifiutasse  alle  ragioni  della  sua  primoge- 
nitura e  concedessele  a  lui;  per  la  qual  cosa  Esaù,  tirato  dal- 
l'appetito del  mangiare,  rifiutò  ogni  sua  ragione  e  concedetlela 
a  lacob.  E  per  questo  voglion  dire  l'autore  intender  d'Esaù, 
e  lui  vuol  dire  aver  fatto  il  gran  rifiuto.  La  qual  cosa  né  la 
nego  né  l'adermo.  So  io  bene,  secondo  che  nel  Genesi  si  legge, 
Esaù  fu  reo  e  malizioso  e  fattivo  uomo,  e  non  fu  semplice  né 
mentacatto,  e  fu  grande  e  potente  uomo  e  padre  di  molte 
nazioni. 


Ili  -  COMENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  249 

«Incontanente»,  come  veduto  ebbi  e  riconosciuto  costui, 
«intesi»,  dalla  sua  viltà,  «e  certo  fui.  Che  questa»,  che  cosi 
correva  dietro  a  quella  insegna,  «  era  la  setta  dei  cattivi,  A 
Dio  spiacenti  ed  a'  nemici  sui»,  cioè  a' demòni;  quasi  voglia 
dire:  cotne  a  Domeneciio  piace  l'uomo  il  quale  s'esercita  sempre 
in  bene  adoperare,  «g?iia  non  sufficit  absl'uiere  a  malo,  nlsi  facìat 
quis  quod  bonnin  esl»;  cosi  dispiacciono  a' demòni  coloro  che  son 
pigri,  oziosi  e  tardi,  e  non  si  esercitano  in  male  adoperare. 

«Questi  Pciaurati  ».  Questo  vocabolo  è  disceso  dall'antico 
costume  de'  gentili,  li  quali  nelle  più  lor  cose  seguivano  gli 
augùri,  cioè  quelle  significazioni  che  dal  volato  e  dal  garrito 
degli  uccelli,  qual  buona  e  q  lal  malvagia,  secondo  le  dimostra- 
zioni di  quella  facultd,  scioccamente  prendevano;  laonde  quelli 
che  malo  augurio  avevano,  erano  chiamati  «sciagurati»;  il  qual 
vocabolo  oggi  appo  noi  suona  «sventurati».  «Che  mai»,  cioè 
in  alcun  tempo,  «  non  fùr  vivi  »,  quanto  è  ad  operazioni  spet- 
tanti ad  uomini,  li  quali  si  dican  vivere.  «  Erano  ignudi  »  :  questo 
medesimo  si  può  dire  di  tutti  i  dannati,  i  quali  non  solamente 
son  privati  di  vestimenti,  ma  di  consolazione  e  di  riposo;  «e 
stimolati  molto  »,  trafitti,  «  da  mosconi  e  da  vespe,  ch'eran  ivi  », 
cioè  in  quel  luogo.  «  Elle  »,  cioè  i  niosconi  e  le  vespe,  «  ri- 
gavan  lor  di  sangue  »,  il  quale  delle  trafitture  usciva,  «  il  volto  ». 
Chiamasi  la  faccia  dell'uomo  «volto»,  in  quanto  per  quella  il  più 
delle  volle  si  discerne  quello  che  Tuoni  vuole:  e  cosi  si  diriverà 
da  «  volo  vis»,  che  sta  per  «  volere  ».  «  Che  mischiato  di  lagrime, 
a' lor  piedi.  Da  fastidiosi  vermi  era  ricolto»,  questo  sangue 
mescolato  con  le  lagrime  de'  miseri  cattivi. 

«E  poi  che  a  riguardare».  Qui  comincia  la  quarta  parte 
della  suddivisione  della  seconda  parte  di  questo  canto,  nella 
quale,  poi  che  discritta  ha  la  pena  dei  cattivi,  dice  aver  vedute 
molte  anime  tutte  correre  ad  un  fiume.  «E  poi»,  che  veduta 
la  miseria  de'  cattivi,  «che  a  riguardare  oltre  mi  diedi»,  cioè 
più  avanti:  il  general  costume  degli  {fbmini  pone,  li  quali,  con- 
ciosiacosachc  tutti  siam  vaghi  di  veder  cose  nuove,  sempre 
oltre  alle  vedute  sospigniamo  gli  occhi;  «Vidi  gente  alla  riva 
d'un  gran  fiume.  Perch'io  dissi  :  —  Maestro  »,  a  Virgilio,  «  or  mi 


250  III  -  COMENTO   ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

concedi,  Clì'io  sappia  quali  e'  sono»,  quegli  ch'io  veggio,  «e 
qual  costume  Le  fa  di  trapassar»,  il  fiume,  «  parer  si  jMonte  », 
cioè  volenterose,  «Com'io  discerno  per  lo  fioco  lume»,  —  cioè 
per  lo  non  clìiaro  lume;  percioché,  si  come  l'esser  fioco  impe- 
disce la  chiarità  della  voce,  cosi  le  tenebre  impediscono  la  chiarità 
della  luce.  «  Ed  egli  »,  cioè  Virgilio,  «a  me»  (siipple)  rispose: 
—  «Le  cose»,  delle  quali  tu  domandi,  «ti  fien  cónte»,  cioè  ma- 
nifeste, «Quando  fermereni  li  nostri  passi»,  là  pervenuti,  «Su 
la  trista  riviera  d'Acheronte  ».  — 

Secondo  che  scrive  Pronapide  nel  suo  Profocosino,  Ache- 
ronte è  un  fiume  infernale,  il  quale  dice  che  in  una  spelunca, 
la  quale  è  nell'isola  di  Greti,  nacque  della  prima  Cerere  figliuola 
di  Celio;  e,  vergognandosi  di  venire  in  publico,  per  certe  fes- 
sure della  terra  se  ne  discese  in  inferno.  Sotto  questa  fizione 
è  da  intendere  questo:  come  altra  volta  dissi.  Titano  e  i  figliuoli 
combatterono  con  Saturno,  e  presero  lui  e  la  moglie;  per  la 
qual  cosa  Cerere,  figliuola  di  Celio,  percioché  confortato  avea 
Saturno  che  non  rendesse  il  regno  a  Titano,  temendo  di  lui,  si 
i^ggi  in  Creti,  tanto  dolente,  quanto  più  esser  poteva,  di  ciò  che 
avvenuto  era  a  Saturno,  e  quivi  si  nascose.  E  poi,  sentendo  che 
Giove  aveva  vinto  Titano,  e  liberato  Saturno  e  la  moglie  di 
prigione,  non  altrimenti  che  la  femmina  depone  il  peso  del 
ventre  suo  partorendo,  cosi  Cerere,  posto  in  questo  luogo,  dove 
occulta  dimorava,  ogni  dolore  giù  ed  ogni  amaritudine,  usci 
in  publico  lieta.  E  da  questo  dolor  posto  giù  fu  data  la  ma- 
teria alla  fi/Jone:  quasi  voglia  dire  il  dolore  essersi  tornato  al 
suo  principio,  cioè  al  luogo  del  dolore  in  inlerno.  E  questo 
discrive  in  forma  di  fiume,  a  dimostrare  la  quantità  essere  stata 
grande  del  dolore.  Ma  il  nostro  autore  gli  dà,  fingendo,  altra 
origine;  percioché,  si  come  apparirà  nel  quattordicesimo  canto 
del  presente  libro,  egli  mostra  questo  fiume  e  gli  altri  infernali 
nascere  di  gocciole  d'acqua  che  caggiono  di  fessure,  le  quali 
dice  essere  in  una  statua  di  più  metalli,  dritta  nell'isola  di  Creti: 
e  quivi   più   a   pieno  se   ne  tratterà,  e  di  questo  e  degli  altri. 

«  Allor  con  gli  occhi  vergognosi  e  bassi.  Temendo  no  '1 
mio   dir  gli    fo.sse   grave  »,   cioè   noioso,  «  Infino   al    fiume  », 


HI   -  COÙIENTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA»  251 

d'Acheronte,  «  di  parlar  mi  trassi  »,  cioè  senza  parlare  mi 
condussi. 

«Ed  ecco  verso  noi».  Questa  e  la  quinta  parte  della  sud- 
divisione del  presente  canto,  nella  quale  l'autore  mostra  un 
dimonio  venire  verso  loro  in  una  nave  e  passar  gli  altri,  e  lui 
non  aver  voluto  passare.  Ed  è  questa  parte  presa  da  Virgilio, 
dove  nel  sesto  deWE/ie.di  scrive: 

Portitor  has  horreudiis  aqiias  et  Jiumina  servai 
terribili  squalore  Charou,  ecc. 

per  ben  venturi  verso.  Dice  adunque:  «Ed  ecco  verso  noi 
venir  per  nave  Un  vecchio  bianco  per  antico  pelo»,  [il  quale 
per  altro  sarcbS)e  paruto  nero,  se  gli  anni  non  l'avessero  fatto 
divenir  canuto,  percioché  la  gente  volgare  stimano  che  il  dia- 
volo sia  nero,  percioQhé  i  dijjintori  dipingono  Domeneddio 
bianco;  ma  questa  e  sciocchezza  a  credere,  percioché  lo  spi- 
rito essendo  cosa  incorporea,  non  può  d'alcun  colore  esser  colo- 
rato;] «Gridando:  —  Guai  a  voi,  anime  prave!  »,  cioè  malvagc. 
«  Non  isjicrate  mai  veder  lo  cielo  »:  il  che  vuole  che  elle  inten- 
dano, in  perpetuo  quindi  non  dovere  uscire.  «  Io  vcgno  per 
menarvi  all'altra  riva  »,  di  questo  fiume,  «  Nelle  tenebre  eterne, 
in  caldo  e  'n  gielo.  E  tu,  che  se*  costi,  anima  viva  »,  volgendo  il 
suo  parlare  all'autore,  «Parliti  da  cotesti,  che  son  morti»;  — 
quasi  voglia  dire:  percioché  con  loro  tu  non  dei  né  puoi  pas- 
sare. «  Ma,  poi  ch'e'  vide  eh'  io  non  mi  partiva  »,  per  suo  coman- 
damento, «  Disse:  —  per  altra  via  »,  che  per  questa,  «  per  altri 
porti,  Verrai  a  piaggia,  non  qui  »,  donde  io  levo  l'altre,  «  per 
passare»,  dall'altra  parte.  «Più  lieve  legno»,  cioè  nave;  è 
«legno»  tra'  marinai  general  nome  di  qualunque  spezie  di  na- 
vilio,  e  massimamente  de'  grossi,  come  che  qui  per  la  sua  barca, 
o  per  un'altra,  lo 'ntenda  Carone;  «  convien  che  ti  porti», — 
cioè  ti  valichi. 

«E'I  duca»,  cioè  Virgilio,  «a  lui:  •- Carón  ».  Questo  Carón, 
secondo  che  Crisippo  scrisse,  fu  figliuolo  d" Èrebo  e  della  Notte 
(di  questa  favola  sarà  il  significato  nella  esposizione  allegorica) 
ed  è  posto  a  questo  uficio  di  passare  l'anime  dannate  dall'una 


252  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

riva  all'altra  d'Acheronte,  co. ne  qui  appare.  «  Non  ti  crucciare  », 
e  incontanente  soggiunge  la  cagione  per  la  quale  gli  mostra 
non  doversi  crucciare,  dicei.do:  «  Vuoisi  cosi  »,  cioè  che  costui 
vivo  vada  per  questo  regno  de*  morti,  e  dov'è*  si  vuole,  «cola, 
dove  si  puote  Ciò  che  si  vuole  »,  cioè  nella  divina  mente,  percio- 
chc  Iddio  può  ciò  che  vuole;  «  e  più  non  dimandare  »;  —  quasi 
voglia  per  questo  dirgli:  non  è  convenevole  che  a  te  si  dimostri 
la  cagione  della  volontà  di  Dio.  «  Quinci  »,  cioè  dalle  parole 
da  Virgilio  dette,  «  fùr  quete»,  cioè  quetate,  senza  alcuna  cosa 
più  dire,  «  le  lanute  gote  »,  cioè  b.irbute,  «  Del  nocchier  della 
livida  palude  ».  cioè  di  Carone.  E  chiama  ora  «  palude  »  quello 
che  di  sopra  chiama  «fiume»,  e  questo  fa  di  licenza  poetica,  per 
la  quale  spessissimamente  si  pone  un  nome  per  un  altro,  si  ve- 
ramente che  quel  cotal  nome  abbia  alcuna  convenienza  con  la 
cosa  nominata,  come  è  qui,  che  il  fiume  è  acqua  e  la  palude 
è  acqua,  e  talvolta  in  alcuna  parte  corre  il  fiume  si  piano,  che 
egli  par  non  men  tosto  palude  che  fiume.  «  Livida  »  la  chiama,  a 
dimostrazione  che  l'acqua  sia  torbida,  e  quella  torbidezza  sia 
nera  ed  oscura.  «  Che  'ntorno  agli  occhi  avea  di  fiamma  rote  », 
a  dimostrare  la  sua  ferocità  e  il  suo  furore. 

«  Ma  quelle  anime,  ch'eran  lasse  »,  per  dolore,  non  per  lun- 
ghezza di  cammino,  «  e  nude  »,  di  consiglio  e  d'aiuto;  <^  Cangiar 
colore  »,  mostrando  l'angoscia  di  fuori,  la  quale  dentro  sentivano, 
«  e  dibatterò  i  denti  »,  come  coloro  fanno  li  quali  la  febbre 
piglia,  che  innanzi  lo  'ncendio  di  quella  tremano  e  battono  i 
denti;  «Tosto  che  'nteser  le  parole  crude»,  dette  da  Carón 
di  sopra    («  Io  vegno  per  menarvi  all'altra  riva  »  ecc.). 

«  Bestemmiavano  Iddio  ».  Fa  qui  l'autore  imitare  a  quelle 
anime  il  bestiale  costume  di  molti  uomini  che,  quando  at- 
tendono o  hanno  alcuna  cosa  la  quale  loro  a  grado  non  sia, 
disperatamente  cominciano  a  bestemmiare,  quasi  per  quello  non 
altramenti  che  se  Dio  spaventassono,  si  debba  diminuire  o  mi- 
tigare la  fatica,  la  quale  aspettano  o  la  quale  lianno  :  «  e'  lor 
parenti  »,  cioè  i  padri  e  le  madri,  li  quali  principio  e  cagione 
dierono  all'esser  loro  ;  «  L'umana  spezie  »,  quasi  volessero  più 
tosto  essere  animali  bruii,  acciochè  col  corpo   si    fosse   morta 


Ili  -  COMENTO    ALLA  «  DIVINA    COMMEDIA  »  253 

ranlma  ;  «il  luocro  »,  (suf^ple)  bestemmiavano  dove  nacquero, 
<  il  tempo  »,  nel  qiial  nacquero,  «  e  '1  seme  »,  tiel  quale  nacquero, 
«  di  lor  semenza  »,  cioè  bestemtìiiavano  il  seme  di  lor  semenza, 
cioè  della  quale  seminati  furono,  «e  di  lor  nascimenti»,  cioè 
bestemmiavano  il  luogo  e  '1  tempo  di  lor  nascimenti.  «  Poi  si 
riirasser  tuite  quante  insieme»;  quinci  appare  loro  quivi  esser 
venute  sparte;  «  Forte  piangendo  alla  riva  malvagia»,  d'Ache- 
ronte, «Ch'attende  ciascun  uom,  che  Dio  non  teme»,  percio- 
ché  tutti  dichinan  quivi  coloro  che,  vivendo,  non  ebbono  temor 
di  Dio.  «  Carón  dimonio,  con  occhi  di  bragia  »,  cioè  ardenti  e 
focosi  ;  «  loro  accennando,  tuite  le  raccoglie  »,  in  su  la  sua  nave; 
«  batte  con  remo  »,  cioè  con  quel  bastone  col  quale  mena  la  sua 
nave,  il  quale  i  marinai  chiamano  «remo»,  «qualunque»,  di 
quelle  anime,   «s'adagia»,  a  sedere  o  in  altra  guisa. 

«  Come  d'autunno  »  cioè  in  quella  stagione  la  quale  noi  chia- 
miamo «autunno»,  da  mezzo  settembre  infino  a  mezzo  dicembre, 
«  sì  levan  le  foglie,  L'una  appresso  dell'altra  ».  cadendo,  «  infin 
che  '1  ramo  »,  sopra  il  quale  erano,  «  Vede  alla  terra  tutte  le 
sue  spoglie  »,  cioè  i  vestimenti,  li  quali  la  stagione  gli  ha 
fatti  cadere  da  dosso.  Ed  è  questa  comparazione  presa  da  Vir- 
gilio in  quella  parte  del  sesto  libro  ùq\V Eneida,  che  di  sopra 
dicemmo.  «  Similemente  il  mal  seme  d'Adamo»,  il  quale  fu  il 
primo  nostro  padre,  e  del  quale  noi  siamo  tutti  seme:  ma  parte 
di  questo  seme  è  buono,  si  come  sono  i  santi  uomini  e  i  ser- 
vami i  comamJamenti  di  Dio,  e  parte  n'è  malvagio,  si  come 
sono  i  peccatori,  li  quali  ostinati  nelle  loro  colpe  muoiono  nel- 
l'ira di  Dio:  e  questa  è  quella  parte  che  si  raccoglie  nella  nave 
di  Carone.  «  Gittansi  in  quel  lito  »,  cioè  d'in  su  quella  riva,  «  ad 
una  ad  una  »,  quelle  anime  dannate,  «  Per  cenni  >"^,  da  Carón 
fatti,  «com'augel»  fa  «per  suo  richiamo»,  cioè  per  lo  pasto 
mostratogli. 

«  Cosi  »,  raccolte,  «  sen  vanno  su  per  l'onda  bruna  »,  d'Ache- 
ronte, «  E  avanti  che  sien  »,  queste  #he  pur  mò  salirono,  «di 
la  »,  cioè  dall'altra  riva,  «  discese.  Anche  di  qua  »,  da  quest'altra 
parte,  «  nuova  schiera  »,  cioè  quantità  d'anime  non  ancora  sta- 
tavi, «s'aduna».   E  in  questo  dimostra  l'autore  continuamente 


254  ni  -  COMENTO    ALLA  «  DIVINA    COMMEDIA  » 

molti  morirne  sopra  il  circuito  della  terra,  de'  quali  la  mapfc^ior 
parte  muoiono  nell'ira  di  Dio,  «quia  iniilli  sunt  vocali,  pauci 
vero  ckcti  » . 

—  «  Figliuol  mio,  —  disse  ^.  In  questa  sesta  parte  della  suddi- 
visione gli  apre  Virj::ilio  la  cncrione  perché  Carón  non  l'Iia  voluto 
passare,  e  perché  quelle  anime  son  pronte  a  voler  passare  il 
fiume.  E  dice:  —  «  Fi<^liuol  mio»;  —  mostra  in  questa  parola 
Virgilio  f)aterna  afTezione  all'autore;  «  disse  il  maestro  cortese  ». 
Ben  dice  «maestro»,  percioché,  come  qui  appare,  Virgilio  gli 
solve  il  dubbio  della  dimanda  fattagli  da  lui  di  sopra,  dove 
dice:  «Maestro,  or  mi  concedi,  Ch'io  sappia»  ecc.,  e  coloro 
che  solvono  bene  i  dubbi  meritamente  si  possono  e  debbon 
esser  chiamali  «  maestri  ».  «  Cortese  »  il  chiama,  percioché  con- 
tinuo in  quello  che  al  suo  utìcio  appartenesse,  gli  fu  liberale. 
—  «Quegli»,  uomini,  o  le  loro  anime  a  dir  meglio,  «che 
muoion  nell'ira  di  Dio»,  li  quali  son  quegli  che  [senza  con- 
trizione, senza  confessione,  vcggendosi  nel  caso  della  morte,] 
consistono  pertinaci  nelle  loro  nequizie,  e  cosi,  senza  ricon- 
ciliarsi a  Dio  de'  jxccati  commessi,  si  muoiono;  [e  diconsi 
morire  nell'ira  di  Dio,  in  quanto  la  sua  grazia  racquistar  non 
hanno  voluto,  seguendo  gì' instituti  della  cattolica  Chiesa;] 
«  Tutti  convengon  »,  cioè  insiememente  vengono,  «  qui  »,  a 
questo  fiume,  «d'ogni  paese»,  di  levante  e  d'occidente  e  di 
ciascuna  altra  plaga  del  mondo,  «  e  pronti  sono  a  trapassar  lo 
rio  »,  cioè  il  fiume,  il  quale  qui  chiama  «  rio  »,  tirato  dalla  con- 
sonanza del  verso.  E  seguita  la  ragione  perché  a  questo  son 
pronti:  «  Che  la  divina  giustizia  gli  sprona»,  cioè  gli  costringe, 
«  Si  che  la  téma  »,  la  quale  hanno  delle  pene  eternali,  «  si  con- 
verte in  disio  »,  di  andar  tosto  a  quelle.  «  Quinci  »,  cioè  per  la 
nave  di  Carene,  «  non  passò  mai  anima  buona  »,  cioè  che  al 
cielo  dovesse  ritornare,  come  dèi  tu,  che  non  vieni  per  rima- 
nere. «E  però,  se  Caión  di  te  si  lagna»,  cioè  si  duole,  e 
non  ti  vuol  passare,  «  Ben  puoi  sapere  omaì  che  il  suo  dir 
suona»,  —  avendo  intesa  la  cagione  del  suo  rammarichio. 
[Lez.  xj  «Finito  questo».  Questa  è  la  settima  e  ultima  parte  della 
suddivisione  del  presente  canto,  nella  quale  l'autore  mostra  sé, 


Ili  -  COMKNTO    ALLA  «  DIVLNA    COMMEDIA  »  255 

per  un  tremore  della  terra  e  per  un  baleno,  vinto  e  caduto.  Dice 
adunque:  «  Finito  questo  »,  cioè  la  dichiarazione  fattami  da  Vir- 
gilio della  prontezza  dell'anime  a  trapassare  il  fiume,  «  la  buia», 
cioè  oscura,  «campagna».  «Campagna»  sono  luoghi  piani  e 
larghi,  i  quali  ivi  non  si  dee  credere  che  sicno,  ma  usa  il  vo- 
cabolo largamente,  auctorilate  poéiica;  e  dé'si  intendere  per  la 
qualità  di  quello  luogo  dove  vuole  dare  ad  intendere  che  era, 
qual  che  si  fosse,  o  montuoso  o  piano:   «Tremò  si  forte». 

[Ma  qui  è  da  vedere  che  volle  dire  questo  tremare,  conciosia- 
cosaché  l'autore  niente  ponga  senza  cagione;  e  perciò  è  da  sa- 
pere l'autore  in  ogni  cosa  porre  quelli  medesimi  accidenti  avvenire 
a'  dannali,  che  a  coloro  che  in  istato  di  grazia  sono,  ed  in  via 
di  penitenzia.  E  quinci,  se  noi  riguarderem  bene,  come  all'entrare 
d'ogni  cerchio  di  purgatorio  si  truova  alcun  agnolo,  il  quale, 
lietamente  cantando,  conforta  chi  sale  in  quello;  cosi  ad  ogni 
cerchio  d'inferno  si  truova  alcun  demonio,  il  quale  orribilmente 
spaventa  chi  discende  in  esso.  E  cosi  come  il  monte  del  pur- 
gatorio, quando  alcuna  anima  purgata  sale  al  cielo,  tutto  triema, 
e  tutti  gli  sj)iriii  di  quello,  sentendo  il  tremore,  ed  intendendo 
ciò  che  significa,  da  carità  mossi,  cantano  e  ringraziano  Iddio, 
che  a  sé  quella  anima  beata  chiama;  cosi  in  inferno,  come 
anime  di  nuovo  vi  caggiono,  come  dalle  trasportate  da  Carón 
feciono,  triema  tutta  la  valle  d'inferno:  per  la  qual  cosa  l'anime 
dannate,  che  ciò  sentono,  intendendo  venire  anime  ad  accrescere 
la  loro  tristizia,  tutte  oltre  al  dolore  usato  si  contristano  e  pian- 
gono.] E  cosi  l'autore  mostra  di  volere  in  questa  parte  sentire, 
come  che  non  sia  cosa  nuova,  le  parti  intrinseche  e  cavernose 
della  terra  talvolta  tremare,  per  la  revoluzione  dell'aere  che  in 
quelle  è  racchiuso  e  che  vuole  uscir  fuori. 

«Che  dello  spavento.  La  mente»,  cioè  il  ricordarmene, 
«di  sudore  ancor  mi  bagna».  Suole  talvolta  agli  uomini  subi- 
tamente spaventati,  rifuggire  dalle  parti  esteriori  dentro  al  cuore, 
sentendolo  temere,  il  sangue:  e  per  qu^to  coloro,  alli  quali  que- 
sto avviene,  rimangono  pallidi  e  deboli  e  quasi  insensibili;  ed 
esse  parti  esteriori,  premute  dalla  passione  della  paura,  mandano 
per  li  pori  fuori  talvolta  un'acqua  fredda,  la  qual  noi  diciamo 


256  in  -  COMKNTO    ALLA  «  DIVINA    COMMEDIA  » 

«  sudore  »;  e  se  tosto  le  parti  predette  non  recuperassero  il  sangue 
e  le  forze  loro,  caderebbe  l'uonio,  e  parrcbbegli  venir  meno 
come  se  egli  morisse  ;  e  forse  perseverando  il  sudore  si  mor- 
rebbe: ed  liannone  già  alcuni,  essendo  per  paura  il  sangue 
rifuggito  dentro,  perduti  o  debilitati  alcuni  membri  in  guisa  che 
mai  poi  operare  non  gli  hanno  potuti  (e  dicono  i  meno  savi 
questi  cotali  essere  stati  guasti  dal  dimenio)  e  per  avventura 
anche  se  ne  son  morti. 

«La  terra  lacrimosa»,  cioè  quella  valle  d'inferno,  o  per 
li  molti  pianti  che  in  quella  si  fanno,  o  per  l'umidita,  la  quale 
è  nella  concavità  della  terra  generata  dal  freddo,  il  quale  lia 
l'esalazioni  della  terra  calde  e  umide  risolute  in  acqua:  la  quale 
primieramente  accostata  alla  terra  fredda,  è  fatta  in  forma  di 
lacrime,    e  cosi  si  può  dire  T inferno  essere  lacrimoso. 

«  Diede»,  cioè  causò,  «  vento».  Generansi  i  venti,  secondo 
che  ad  Aristotile  piace  nel  secontlo  della  Alcteora,  d'esalazioni 
calde  e  secche  della  terra,  cacciale  sopra  da  sé  ila'  nuvoli  freddi 
o  da  alcun  freddo  che  nell'aere  sia.  Le  quali  cose  come  in 
inferno  sieno,  non  so.  Estimo  che  '1  tumultuoso  rivolgimento, 
il  quale  l'autore  vuol  mostrare  che  vi  sia,  causi  alcuno  impeto 
il  quale  muova  quello  aere,  e  l'aere  mosso  paia  vento. 

«  Che  balenò  una  luce  vermiglia  ».  Questi  non  sono  accidenti 
che  la  natura  soglia  producere  sotterra,  e  perciò  è  verisimile 
quello  movimento  dell'aere,  il  quale  ho  detto  essere  stato,  e, 
oltre  a  questo,  quello  impeto,  avere  dalle  parti  inferiori  seco 
recata  qualche  vampa  di  fuoco,  la  quale  in  forma  di  un  baleno 
apparve  all'autore.  «  La  qual  »,  luce,  «  mi  vinse  ogni  mio 
sentimento  »;  segno  è,  per  questo,  avere  quella  luce  grandissimo 
stupore  messo  nell'autore,  ed  essere  stato  tanto,  che  quello  ne 
sia  seguito  che  dice,  cioè:  «E  caddi,  come  Tuoni  cui  sonno 
piglia  ». 


in  -  COMENTo    ALLA  «  DIVINA    COMMEDIA  »  257 


II 

Senso  allegorico 


«Per  me  si  va  nella  città  dolente».  Nel  principio  del  pre- 
sente canto  si  continua  l'autore  alle  cose  dette  nella  fine  del 
precedente,  là  dove  disse,  per  le  vere  dimostrazioni  fattegli  dalla 
ragione,  sé  avere  la  viltà  dell'anima  posta  giuso  e  essersi  ri- 
tornato nel  proponimento  primo,  e  cosi,  dietro  alla  ragione, 
essere  rientrato  nel  cammino  da  dovere  poter  pervenire  allo  stato 
delia  grazia,  e  quindi  ad  eterna  salute,  come  disiderava;  e  cam- 
minando mostra  sé  alla  porta  dello  'nferno  essere  pervenuto. 
E  sono  intorno  al  senso  allegorico  di  questo  canto  da  consi- 
derare tre  cose:  la  prima  è  quello  che  l'autore  voglia  intendere 
per  questa  porta;  la  seconda,  come  si  conformi  il  supplicio  dato 
a'  cattivi  con  la  colpa  loro;  la  terza,  quello  che  l'autore  voglia 
sentire  per  lo  fiume  d'Acheronte  e  per  lo  nocchiere,  ed,  oltre 
a  ciò,  per  lo  accidente  a  lui  avvenuto:  e,  queste  vedute,  assai 
convenientemente  s'avrà  il  senso  allegorico  veduto  del  pre- 
sente canto. 

Avendo  adunque  riguardo  a  parte  delle  parole  scritte  sopra 
la  porta,  la  quale  l'autor  discrive,  e  alla  ampiezza  di  quella,  e 
similmente  all'averla  senza  alcun  serrame  trovata,  possiam  com- 
prendere quella  essere  la  via  della  morte;  conciosiacosaché  il 
Nostro  Signore  dica  nell'Evangelio:  ^"hitrate  per  angustam 
portavi,  quia  lata  et  spatiosa  vìa  est  quae  ducit  ad  perditionem, 
et  multi  simt  qui  intrant  per  eani  »;  e  cosi  per  questa  via  il 
peccato  ne  mena  a  dannazione  eterna.  Ed  è  questa  via  ampia, 
a  farne  chiari  agevol  cosa  essere  il  pacare,  e  quello  essere 
assoluto  da  ogni  strettezza  di  regola;  il  che  delle  virtù  non  av- 
viene, le  quali  sono  ristrette  e  limitate  dalli  loro  estremi.  L'essere 
senza  alcun  serrame,  ne  mostra  assai   chiaro  in  ogni  ora,    in 

G.  Boccaccio,  Scritti  danteschi  - 1.  17 


258  III  -  COMENTO    ALLA   «  DIVINA    COMMEDIA  » 

Ogni  tempo  essere  a  ciascuno,  volendo,  possibile  d'entrare  nella 
via  della  morte,  ed  andare  ad  eterna  perdizione.  Ed  ancora  si 
può  per  l'ampiezza  di  questa  porta  comprendere,  essa  in  tanta 
larghezza  distendersi,  che,  in  qualunque  parte  del  mondo  l'uomo 
pecca,  trovi  di  questa  porta  la  larga  entrata.  E  fu  aperta  questa 
dalla  superbia  dell'angiolo  malvagio,  il  quale  primieramente  ardi 
di  levare  la  fronte  contro  a  Colui  che  creato  l'avea,  né  mai 
più  si  richiuse. 

Dentro  alla  quale,  entrata  l'umana  considerazione,  dietro  a' 
passi  della  ragione,  nel  vestibulo  della  perdizione  eterna  vede 
i  cattivi  e  inerti,  come  nella  lettera  è  dimostrato,  correre  dietro 
ad  una  insegna  aggirandosi;  e  questi  essere  agramente  stimolati 
da  mosconi  e  da  vespe,  e  il  sangue  di  questi  dolenti  esser 
ricevuto  da  putridi  vermini.  Li  quali  perciò  all'entrata  della  per- 
duta vita  dimostrati  ne  sono,  accioché  da  essi  prendiamo  quanto 
abbominevole  colpa  sia  quella  della  inerzia,  veggendo  essa  non 
solamente  alla  divina  giustizia,  ma  ancora  a'  diavoli  dispiacere: 
e  per  questo  siamo  ammaestrati  a  guardarci  da  quella,  accio- 
ché in  tanta  miseria  non  divegnamo,  che  igualmente  a'  buoni 
e  a'  malvagi  siamo  odiosi.  Pare  adunque  questo  vizio  consistere 
in  una  freddezza  d'animo,  la  quale,  occupate  non  solamente  le 
potenze  intellettive,  ma  eziandio  le  sensitive,  tiene  coloro,  ne' 
quali  esso  dimora,  del  tutto  oziosi,  intanto  che,  brievemente,  ninna 
opportunità  pare  che  muover  gli  possa  ad  alcuno  atto  opera- 
tivo; e  per  questo  non  come  uomini,  ma  come  bruti  animali, 
anzi  come  vermini  putridi  e  fastidiosi,  menano  la  vita  loro.  Ed 
in  questo  pare  loro,  per  quel  che  comprender  si  possa,  sentire 
alcun  diletto,  il  quale,  percioché  da  viziosa  cagione  è  preso, 
senza  colpa  esser  non  puote.  E  però,  spenta  la  loro  sensual 
vita  e  tolta  via  la  gravezza  del  misero  corpo  consenziente  alla 
viltà  dell'animo,  avendo  quel  conoscimento  assoluti  che  perduto 
avevan  legali,  dal  vermine  della  coscienza  morsi,  e  per  quello 
conoscendo  sé  ninno  onesto  segno  nella  lor  misera  vita  aver 
seguito,  ora  senza  prò  seco  dicendo:  —  Cosi  dovremmo  aver 
fatto  ;  —  non  tardi  ne  lenti,  ma  correndo,  seguitano  quel  segno  che 
seco  eslimano  dover  vivendo  aver  seguito.  E  percioché  questo  lor 


Ili   -  COMENTO    ALLA   «   DIVINA    COMMEDIA   »  259 

vermine  non  muore,  il  seguono  in  giro,  a  dimostrare  che,  come 
nel  cerchio  non  è  alcun  principio  né  fine,  cosi  questa  lor  fatica 
non  debba  giammai  avere  requie  né  riposo.  E  a  questo  atto 
g\ì  solletica  il  vermine  della  coscienza  con  due  stimoli,  con 
mosconi  e  con  vespe,  li  quali  continuamente  li  trafiggono.  Li 
quali  mosconi  e  vespe  sono  da  intendere  per  la  memoria  di 
due  loro  singulari  miserie,  nelle  quali  nella  loro  dolorosa  vita 
presero  alcun  piacere:  le  quali  furono  l'una  nel  brutto  e  spor- 
cinoso  modo  di  vivere  che  tennero,  l'altra  nell'oziosamente 
vivere.  [E  queste  si  deono  intendere,  percioché  i  mosconi 
sono  generati  da  putredine  d'acqua  e  di  terra  corrotte,  e  questi 
intender  si  deono  la  rimembranza  della  loro  fastidiosa  vita,  la 
quale  ora  conoscono  e  dispiace  loro  e,  dispiacendo,  senza  prò 
gli  affligge  e  infesta;  si  che  assai  bene  dimostrano  confarsi  in 
questo  la  pena  con  la  colpa.  Le  vespe  s'ingenerano  dell'interiora 
dell'asino  similmente  corrotte,  e  l'asino  essere  inerte,  ozioso  e 
torpente  animale,  assai  chiaro  si  conosce  per  tutti  ;  e  però  per  le 
punture  delle  vespe,  amarissime,  assai  bene  si  dee  comprendere, 
per  quelle,  il  morso  doloroso  della  rimembranza  della  loro  ozio- 
sità, dalla  quale  sono  dolorosamente  trafitti,  come  apparir 
può  per  Io  sangue  il  quale  cade  dalle  punture.]  Il  loro  sangue 
essere  da  puzzolenti  vermini  raccolto,  ha  a  rammemorare  a 
questi  dolenti  che  il  sangue  generato  dalla  digestione  de'  cibi, 
li  quali  usarono  vivendo,  non  nutricò  e  sostenne  in  vita  corpi 
umani,  anzi  putridi  e  sozzi  vermini:  per  le  quali  cose  assai 
bene  pare  si  conformi  con  la  colpa  la  pena  di  costoro.  E  questo 
basti  de'  cattivi  aver  detto. 

Resta  a  vedere  la  terza  parte,  cioè  quello  che  l'autore  per 
lo  fiume  e  per  lo  nocchiere  e  per  lo  caso,  che  a  lui  addivenne, 
voglia  sentire.  [E,  secondo  che  io  possa  comprendere,  la  sua 
intenzione  è  di  mostrare  come  in  inferno,  oltre  al  fiume  d'Ache- 
ronte, si  discenda:  e  questo  mostra  convenirsi  fare  passando 
il  fiume,  il  quale  in  due  maniere  trapassarsi,  qui,  sotto  assai 
artificiosa  fizione,  discrive.  Delle  quali  dice  esser  la  prima  per 
la  nave  di  Carón,  nella  quale,  come  detto  è,  esso  trapassa  l'anime 
di  quegli  che  in   peccato   mortale  morti  sono.   E  però,  avanti 


26o  III  -  COMENTO    ALLA    «   DIVINA    COMMEDIA  » 

che  (iella  seconda  maniera  tocchiamo,  è  da  vedere  quello  che 
l'autore  sente  per  questo  fiume,  che  per  lo  nocchiere,  che 
per  la  nave  e  che  per  Io  remo  col  qual  dice  che  batte  qualunque 
s'adagia.] 

Vuole  adunque  per  questo  fiume  l'autore  disegnare  la  vita 
presente,  la  quale  ottimamente  dir  si  può  simile  ad  un  fiume; 
percioché,  si  come  il  fiume  corre  continuo,  sempre  declinando, 
senza  mai  in  su  ritornare;  cosi  la  nostra  vita,  dal  di  del  nostro 
nascimento,  sempre  e  con  velocissimo  corso  declina  verso  la 
morte,  senza  mai  indietro  rivolgersi.  Il  che  ci  è,  oltre  alla  con- 
tinua esperi^mza,  per  la  divina  Scrittura  mostrato,  nella  quale 
leggiamo  :  «  Omnes  morimur  et  quasi  aquae  dilabinmr  in  to'ram, 
quae  non  revertuntur  •» .  Sono,  oltre  a  ciò,  i  fiumi,  quando  per  ab- 
bondanza d'acque  e  quando  per  forza  di  venti,  tempestosi.  Il 
che  similemente  della  nostra  vita  addiviene:  percioché  alcuna 
volta  addiviene,  per  troppa  mondana  felicità,  che  noi  gonfiamo 
e  divegnamo  superbi,  e  non  ricappiendo  in  noi,  e  non  essendo 
a'  nostri  termini  contenti,  esondiamo,  e,  come  i  fiumi  in  danno 
de'  campi  vicini  talvolta  traboccano,  cosi  noi  in  danno  del  pros- 
simo e  di  noi  medesimi  trabocchiamo,  e  similemente  siamo  da 
diversi  impeti  della  fortuna  fieramente  afflitti  e  infestati  negli 
animi  nostri.  E,  come  il  fiume  volge  grandissime  pietre  nel  suo 
fondo,  cosi  noi  nel  segreto  del  nostro  petto  continuamente 
rivolgiamo  gravissime  e  noiose  sollecitudini  ;  e  né  altrimenti 
che  i  fiumi  con  le  loro  circunvoluzioni  talvolta  trangugian  le 
navi  e'  naviganti,  cosi  noi  tranghiottisce  la  circunvoluzione  de' 
peccati  e  della  bocca  infernale.  E,  accioché  io  faccia  fine  alle 
comparazioni,  come  i  fiumi  molte  afflizioni  porgono,  cosi  la 
nostra  vita  è  piena  di  tribolazioni  infinite:  per  la  qual  cosa,  per 
quel  medesimo  nome  chiamar  la  possiamo  che  questo  fiume  si 
chiama,  il  quale  è  Acheronte,  che  tanto  suona  in  latino,  quanto 
«  cosa  senza  allegrezza  »  :  la  quale  per  certo  è  del  tutto  rimossa 
dalla  presente  vita,  veggendo  non  essere  alcuno,  quantunque 
vecchio,  che  con  verità  possa  dire  sé  avere  avuto  giammai  un 
di  intero  senza  mille  angosce  più  cocenti  che  '1  fuoco.  E  sopra 
questo  fiume  è   una    nave,   nella   quale  dall'una    riva   all'altra 


Ili   -   C(iMKNT«)    ALLA   «   DIVINA    COMMKDIA  »  261 

sono  l'anime  trasportale.  [È  manifesta  cosa  di  legni  leggieri 
comporsi  le  navi,  e  quelle,  senza  molta  acqua  prendere,  sopra 
essa  dimorare];  per  la  qual  mi  pare  si  possa  sentire  le  nostre 
concupiscenze,  le  quali,  leggieri  e  mutabili,  non  altrimenti  per 
la  presente  vita  trasvolano,  che  facciano  sopra  l'onde  le  navi, 
e  seco  d'uno  appetito  in  un  altro  trasportano  coloro,  li  quali 
miseramente  disiderano,  né  prima  a  riva  gli  pongono,  che  in 
perpetua  perdizione  gli  conducono:  come  per  essa  dice  l'autore, 
che  Carón  trasportava  l'anime  in  perpetua  doglia. 

È,  appresso,  di  questa  nave  nocchiere  un  demonio  chiamato 
Carón,  bianco  per  antico  pelo,  il  quale  nella  lettera  dicemmo 
essere  stato  figliuolo  d'Erebo  e  della  Notte.  Per  lo  quale  assai 
apertamente  veder  si  puote  intendersi  il  tempo,  percioché  il 
Tempo  fu  figliuolo  d'Erebo,  cioè  del  profondo  consiglio  di  Dio, 
il  quale  creò  lui  come  l'altre  cose,  e  non  essendo  avanti  la  crea- 
zione del  mondo  alcuna  luce  sensibile  nel  mezzo  delle  tenebre, 
le  quali  avanti  la  creazion  del  mondo  erano,  produsse  lui  come 
cominciò  a  distinguer  quelle  in  di  distinti,  come  nel  principio 
del  Genesi  si  legge;  e  quinci,  perché  nelle  tenebre  prodotto 
fu,  sentirono  i  poeti  lui  essere  figliuolo  della  Notte,  cioè  delle  te- 
nebre. Il  nome  del  quale  Servio,  Sopra  l'«Eneida»  di  Virgilio, 
dice  esser  «  "^  Charoii  '  quasi  " chronos  '  »;  e  questo  vocabolo  in 
latino  viene  a  dire  tempo.  Il  quale  l'autore  dice  esser  «  bianco 
per  antico  pelo  »,  discrivendolo  dall'accidente  della  vecchiezza 
degli  uomini,  nella  quale  noi  divegnamo  canuti:  e  per  questo 
vuol  dimostrare  il  Tempo  essere  vecchio,  cioè  già  è  lungo  spazio 
slato  prodotto.  E  nel  vero  assai  è  vecchio,  percioché,  secondo  si 
comprende  in  libro  Temporum  d'Eusebio,  egli  è,  dalla  creazione 
del  mondo  infino  a  questo  anno,  perseverato  6572  anni  o  in 
quel  torno.  \l  perciò  si  pone  nocchiere  sopra  questo  fiume,  per- 
cioché dir  si  puote  il  tempo  esser  quello  che  in  sé  il  di  della 
nostra  natività  ne  riceve,  e  con  le  sue  revoluzioni,  avendone  dalla 
riva  del  nostro  nascimento  levati,  n#  mena  per  la  presente  vita, 
qual  più  e  qual  meno,  e  trasportalo  all'altra  riva,  cioè  al  di  della 
morte.  È  vero  che  egli  è  qui  posto  dall'autore  a  trapassare 
l'anime  che  muoiono  nell'ira  di  Dio,  e  ciò  non  è  senza  cagione; 


202  III  -  COMENTO    ALLA    «  DIVINA    COMMEDIA  » 

percioclìé  quelle,  che  questa  mortai  vita  finiscono  nella  grazia 
di  Dio,  non  si  dicono,  secondo  che  i  santi  dicono,  morire,  ma 
d'una  vita  trapassare  in  altra,  e  quella  essere  eterna,  nella  quale 
il  tempo  non  ha  alcuna  cosa  a  fare;  percioché  l'eternità  non 
patisce  alcuna  dimensione  di  tempo.  De'  dannati  non  si  può 
dir  cosi,  percioché  di  questa  vita  vanno  in  morte  perpetua: 
e  perciò  pare  che  il  tempo  abbia  a  determinare  con  certo  nu- 
mero d'anni  o  di  di  lo  spazio  della  presente  vita,  la  quale  per 
rispetto  della  morte  perpetua  fu  a'  dannati  morte,  in  quanto 
finirono  questa  vita,  la  quale,  quantunque  piena  d'afflizioni  e  di 
fatiche  sia,  è  nondimeno  beata  stata  a'  dannati,  per  rispetto  di 
quella  alla  quale  in  morte  perpetua  son  trapassali. 

[Ma  da  vedere  è  quello  che  intender  voglia  l'autore  per  lo 
remo  di  questo  nocchiere.  È  il  remo  un  bastone  lungo,  col 
quale  il  nocchiere  fa  muovere  la  sua  nave,  e  con  esso  la  mena 
e  dirizza  d'un  luogo  ad  un  altro.  Col  quale  remo  l'autor  dice 
questo  dimonio  battere  l'anime,  le  quali  s'adagiano  nella  sua 
nave,  intendendo  per  questo  la  sollecitudine  di  coloro  li  quali 
all'acquisto  delle  cose  temporali  son  tutti  dati;  percioché  questa 
sollecitudine,  dalla  varietà  del  tempo  e  dalla  qualità  delle  cose 
imprese  stimolata,  non  lascia  alcun  cupido  sentire  alcun  riposo, 
ma  igualmente  il  di  e  la  notte  o  in  pensieri  o  in  opera  gli 
tiene  occupati,  e  sempre  con  nuove  dimostrazioni  a  varie  ope- 
razioni gli  sospigne,  molesta  e  affligge,  in  guisa  che,  non  che 
riposo  prendere  possano,  ma  elle  non  lasciano  altrui  avere  spazio 
di  respirare.  E,  se  di  ciò  per  avventura  alcuno  esemplo  aspet- 
taste, lasciando  stare  la  sollecitudine  pastorale  de'  sommi  pon- 
tefici e  le  grandi  imprese  de'  re,  de'  principi  e  de'  signori, 
riguardate  con  l'occhio  della  mente  quelle  de'  mercatanti,  co' 
quali  noi  continuamente  siamo:  ogni  piccolo  movimento,  ora  in 
Inghilterra,  ora  in  Fiandra,  ora  in  Ispagna,  ora  in  Cipri,  ora  in 
una  parte  e  ora  in  un'altra,  sollecitando,  ricordando,  avvisando, 
li  fa  scrivere,  non  lettere,  ma  volumi  a' lor  compagni;  e  in- 
nanzi tratto  sempre  con  sospetto  l'apportate  ricevono;  ogni 
vento  gli  tien  sospesi  a'  lor  navili  ;  né  si  piccolo  remore  di 
guerra  nasce,  che  essi  incontanente  non  temano  delle  merca- 


MI   -  COMKNTO    ALLA   «  DIVINA    COMMKDIA  »  263 

tanzie  messe  in  cammino,  e  quanti  sensali  parlan  loro,  tanti 
fan  loro  mutare  animi  e  consigli.  Chi  potrebbe  esplicare  quante 
sieno  le  cose,  che  agli  avviluppati  nelle  cose  temporali  rom- 
pano, turbino,  guastino,  impediscano  i  desiderati  riposi?  Ninna 
scrittura  è  che  appieno  gli  potesse  mostrare.  E  cosi  i  dolenti, 
che  hanno  torto  il  disiderio  della  eterna  beatitudine  alle  cose  che 
perir  debbono,  sono  nella  presente  vita  in  continua  afflizione, 
e  di  qui  trapassati  alla  perpetua.] 

La  cagione  perché  questo  dimonio  niega  di  passare  l'autore, 
puote  esser  questa  :  percioché  egli  non  potrebbe  ancora  con- 
duccr  l'autore  alla  riva  opposita,  conciosiacosaché  ancora  ve- 
nuto non  sia  l'ultimo  di  dell'autore,  il  quale  ancora  vivca;  e 
appresso  sentiva  il  dimonio  l'autore  non  essere  in  disposizione 
ch'egli  volesse  passare  per  dover  di  là  dimorare,  e  perciò 
non  apparteneva  al  ministro  della  divina  giustizia,  al  quale  è 
commesso  di  trapassare  i  malvagi,  di  trapassar  similmente  quegli 
che  malvagi  non  sono  e  vanno  per  esser  buoni,  si  come  l'au- 
tore andava.  E  però  gli  dice:  —  «  Più  lieve  legno  convien  che 
ti  porti»;  —  volendo  per  questo  mostrare  che,  quando  la  colpa 
è  più  lieve,  più  lievemente  trapassi  Acheronte.  E  quelle  sono 
da  dir  più  lievi,  le  quali  talvolta  si  posson  por  giuso  (come 
puote  l'uomo,  che  vive,  por  giù  le  sue  colpe  per  la  penitenza), 
che  quelle  che  in  eterno  non  si  posson  metter  giù,  come  quelle 
sono  nelle  quali  l'uomo  si  muore.  E  non  è  da  credere  che 
attualmente  Tautorc  in  inferno  andasse,  o  che  questo  fiume  o 
questo  nocchiere  e  l'altre  cose,  che  qui  e  altrove  si  pongono, 
vi  sieno  ;  ma  conviensi  a'  nostri  ingegni  in  questa  maniera 
parlare,  accioché  essi  con  minore  difììculta  possano  dalle  cose 
attualmente  discritte  comprendere  le  spirituali,  le  quali  per  opera 
d'immaginazione  o  di  meditazione  s'intendono.  Non  ha  la  divina 
volontà  bisogno  d'alcuno  uficiale:  basta  in  lei  semplicemente  il 
volere,  e  quello  incontanente  è  mandato  ad  esecuzione,  si  come 
dice  il  salnnsta:  «  Dixit,  et  facta  sunUl  viaiidavit,  ci  creata  sunt». 
Ma  questo  noi  non  comprenderemmo,  se  in  alcuni  termini  di- 
mostrativi non  ne  fosse  posto  dinanzi  quello  che  Iddio  dispone 
e  adopera,  si  come  nelle  cose  dette  si  può  comprendere,  cioè 


204  HI   -  COMENTO    ALLA   «  DIVINA    COMMEDIA  » 

noi  vivere  ed  essere  dal  tempo  menati  alla  morte,  e  dopo 
quella,  se  male  vivati  siamo,  dannati.  [E  cosi  possiam  questa 
maniera,  del  passare  in  inferno,  dire  che  sia  per  sentenza 
diffinitiva  data  da  Dio,  si  come  da  giudice  il  quale  esser  non 
può  in  alcuna  cosa  ingannato:  e  come  quegli  cotali,  che  da 
questa  sentenza  dannati  sono,  hanno  il  fiume  valicato,  in  rem 
iudicatam  sono  trapassati,  senza  dovere  sperare  che  mai  per 
alcuna  cagione  cotal  sentenza  si  debba  o  possa  rivocare: 
quantunque  scioccamente  Origene,  per  altro  prudentissimo  e 
grandissimo  letterato  uomo,  mostrasse  di  credere  Iddio  alla 
fine  del  mondo  dovere,  non  che  d'altrui,  ma  eziandio  de'  de- 
mòni, aver  misericordia,  e  perdonar  loro  e  menarnegli  in  vita 
eterna.] 

[La  seconda  maniera  del  trapassare  in  inferno,  cioè  di  va- 
licare il  fiume  d'Acheronte,  par  che  l'autore  voglia  qui  essere 
per  una  spezie  di  sentenza,  la  quale  si  chiama  «  interlocu- 
toria »,  la  quale  nostro  Signore  dà  in  questa  forma:  che  qua- 
lunque uomo  cade  in  peccato  mortale,  sia  incontanente  messo 
nella  prigione  del  diavolo;  ma  nondimeno  esservi  con  questa 
condizione,  che,  se  egli  d'avere  commesso  quel  peccato,  per 
lo  quale  è  servo  del  diavolo  divenuto,  si  vuole  riconoscere, 
e  per  penitenza  riconciliarsi  a  Dio,  che  egli  possa  cosi  uscire 
della  detta  prigione  e  ritornare  in  sua  libertà;  e,  dove  ricono- 
scer non  si  voglia,  s'intenda  in  perpetuo  esser  dannato  a  do- 
vere stare  in  quella  prigione,  nella  quale  noi  miseri  tutto  '1  di 
caggiamo,  e  all'unghie  del  diavolo  di  nostra  volontà  la  gola 
porgiamo.  La  qual  cosa  avvenire  dìscrive  l'autore  sotto  questa 
Azione.] 

Dice  adunque  per  se  medesimo,  e  cosi  ciascuno  può  per 
se  medesimo  intendere,  che  «  La  terra  lagrimosa»,  cioè  la 
presente  vita,  la  quale  è  piena  di  lagrime  e  di  miserie,  «  diede 
vento.  Che  balenò  una  luce  vermiglia»,  cioè  uno  splendore 
grande  in  apparenza,  vano  e  fugace  si  come  è  il  vento,  il 
quale  niuno  può  né  pigliare  né  tenere  e  sempre  fugge.  E 
questo  splendore  dice  essere  stato  balenato  da  questa  cosa  vana, 
a  dimostrazione  che  dalla  vanità  delle  cose  della  presente  vita 


Ili  -  COMENTO    ALLA   «   DIVINA    COMMEDIA  »  265 

nasca  questa  luce  a  guisa  di  baleno,  il  lume  del  quale  essendo 
sùbito,  reca  seco  ammirazione,  e  poi  subitamente  si  converte 
in  nulla,  si  come  noi  reggiamo  avvenire  de'  fulgori  temporali, 
che  testé  sono  e  testé  non  sono.  Or  nondimeno  sono  appo  la 
nostra  fragilità  di  tanta  forza,  che  spesse  volte  occupano  m  tanto 
le  menti  d'alcuno,  e  con  tanta  affezione  disiderati  sono,  che, 
lasciata  la  debita  notizia  di  Dio  e  dello  splendore  eterno,  per 
qual  è  via,  e  per  li  vizi  e  per  le  malvagie  operazioni,  si  trascorre 
in  essi.  Di  che  assai  appare  a  questi  cotali  ogni  sentimento 
razionale  esser  tolto,  ed  essi  cadere  nelle  colpe  e  nelle  miserie 
del  peccato,  come  cade  colui  il  quale  è  soprappreso  dal  sonno. 
E  fa  in  questo  l'autore  debita  comparazione:  percioché,  quan- 
tunque, peccando  mortalmente,  nella  infernal  morte  si  caggia, 
nondimeno  è  questa  morte  in  tanto  sinjile  al  sonno,  in  quanto 
l'uomo  si  può  da  essa  destare  mentre  nella  presente  vita  dimora, 
si  come  nel  principio  del  seguente  canto  mostra  l'autore  d'es- 
sere stato  desto,  ma  da  grave  tuono;  la  gravità  del  qual  tuono 
possiam  dire  essere  stata  alcuna  di  quelle  cose,  con  le  quali 
davanti  nel  principio  del  primo  canto  del  presente  libro  di- 
cemmo che  Domeneddio  toccava  i  peccatori  con  la  grazia 
operante,  quando  in  alcuno  la  mandava.  E  meritamente  qui 
possiam  repetere  quello  che  nel  predetto  luogo  dicemmo,  l'autore 
per  lo  sonno  non  essersi  accorto  rome  nella  prigion  del  dia- 
volo s'entrasse,  cioè  come  si  trapassasse  il  fiume  d'Acheronte; 
ma,  destandosi  e  trovandosi  dall'altra  parte  del  fiume,  assai 
leggiermente  conoscer  si  può  la  sua  colpa  e  la  sentenza  di  Dio 
avervelo  trasportato.  E  questo  trasportamento  sarebbe  stoltizia 
a  credere  che  corporale  fosse  stato.  Fu  adunque  spirituale, 
come  spiritualmente  intender  si  dee  noi  per  lo  peccato  divenir 
servi  del  diavolo.  E,  quantunque  a  quegli,  che  in  questa  forma 
trapassano  in  inferno,  sia  licito,  volendo,  il  poterne  uscire,  non 
posson  però  uscirne  per  tornarsi  addietro  per  la  via  donde 
entrarono,  percioché  per  lo  peccai*  non  si  può  di  peccato 
uscire,  come  quegli  farebbono  che  per  quella  via  n'uscissono, 
per  la  quale  v'entrarono;  ma  conviensene  uscire  per  la  via 
opposita  al  peccato,  la  quale  nulla  altra  cosa  è  che  la  penitenza. 


266  Ili   -  COMKNTO    ALLA    «DIVINA    COMMEDIA» 

E  a  pervenire  a  questa  via  mostra  l'autore  essergli  convenuto 
tutto  l'inferno  trapassare,  e  di  quello,  per  la  parte  opposita  a 
quella  onde  v'entrò,  esserne  uscito.  E  questa  via,  se  noi  riguar- 
diani  bene,  il  conduce  a  pie  del  monte  della  penitenza,  dove 
trova  Catone,  che  a  quella  il  drizza  e  sollecita. 


FINE    DEL    PRIMO    VOLUME. 


INDICE 


I 

VITA  DI  DANTE 

I.  Proposizione p.  3 

II.  Patria  e  maggiori  di  Dante »  6 

in.        Suoi  studi »  8 

IV.  Impedimenti  avuti  da  Dante  agli  studi >  io 

V.  Amore  per  Beatrice »  io 

VI.  Dolore  di  Dante  per  la  morte  di  Beatrice >  12 

VII.  Digressione  sul  matrimonio »  14 

Vili.     Opposte  vicende  della  vita  pubblica  di  Dante      ....  »  18 

IX.  Come  la  lotta  delle  parli  lo  coiii volse >  18 

X.  Si  maledice  all'ingiusta  condanna  dell'esilio ->  20 

XI.  La  vita  del   poeta  esule  sino  alla  venuta   in   Italia  di  Ar- 

rigo settimo '!  21 

XII.  Dante  ospite  di  Guido  Novel  da  Polenta »  23 

xiii.      Sua  perseveranza  al  lavoro »  24 

XI v.      Grandezza  del  poeta  volgare.  Sua  morte -  24 

XV.  Sepoltura  e  onori  funebri »  25 

XVI.  Gara  di  poeti  per  l'epitafio  di  Dante -  26 

XVII.  Epitafio »  27 

XVIII.  Rimprovero  ai  fiorentini 27 

XIX.  Breve  ricapitolazione >  32 

XX.  Fattezze  e  costumi  di  Dante       .     ^ <  32 

XXI.  Digressione  sull'origine  della  poesia  . ■>  30 

XXII.  Difesa  della  poesia 39 

XXIII.  Dell'alloro  conceduto  ai  poeti 43 

XXIV.  Origine  di  questa  usanza >-  44 


268  INDICE 

XXV.  Carattere  di  Dante ?•  45 

XXVI.  Delle  opere  composte  da  Dante >>  48 

XXVII.  Ricapitolazione >  57 

XXVIII.  Ancora  il  sogno  della  madre  di  Dante 57 

XXIX.  Spiegazione  del  sogno '58 

XXX.  Conclusione >  03 


II 
REDAZIONI  COMPENDIOSE  DELLA  VITA  DI  DANTE 
(primo  k  secondo  compendio) 

Avvertenza p.  66 

I.           Proposizione »  67 

li.          Patria  e  maggiori  di  Dante    . »  68 

III.  Suoi  studi >  70 

IV.  Impedimenti  avuti  da  Dante  agli  studi >  71 

V.  Amore  per  Beatrice >  72 

VI.  Dolore  di  Dante  per  la  morte  di  Beatrice "  J2> 

VII.  Matrimonio  di  Dante >  74 

Vili.      Digressione  sul  matrimonio >.  75 

IX.  Cure  familiari  e  pubbliche 76 

X.  Come  la  lotta  delle  parti  lo  coinvolse »  78 

XI.  La  vita  del   poeta  esule  sino  alla  venuta  in   Italia  di  Ar- 

rigo settimo -  79 

XII.  Dante  ospite  di  Guido  Novel  da  Polenta »  80 

XIII.  Morte  di  Dante >  81 

XIV.  Gara  di  poeti  per  l'epitafio  di  Dante y>  82 

XV.  Rimprovero  ai  fiorentini 82 

XVI.  Fattezze  e  costumi  di  Dante >  83 

XVII.  Digressione  sull'origine  della  poesia >  85 

XVIII.  Che  la  poesia  è  simigliante  alla  teologia >>  87 

XIX.  Dimostrazione  della  predetta  sentenza >  88 

XIX  bis.  Perchè  i  poeti  nascondono  il  vero  sotto  Azioni       .     .     .  90 

XX.  Dell'alloro  conceduto  ai  poeti >-  91 

XXI.  Carattere  di  Dante -  94 

XXII.  La  «Vita   nuova»   e   la   «Commedia».    Incidenti   occorsi 

nella  composizione  di  questa  opera »  95 

XXIII.  Perché  Dante  compose  la  «  Commedia  »  in  volgare,  A  chi 

egli  la  dedicò »  99 

XXIV.  Altre  opere  composte  da  Dante »  100 

XXV.  Spiegazione  del  sogno  della  madre  di  Dante >>  loi 

XXVI.  Conclusione >  107 


269 


III 

COMENTO  ALLA  «DIVINA  COMMEDIA» 

Proemio p.   in 

Canto  primo: 

I.  Senso  letterale >    127 

II.  Senso  allegorico »     159 

Canto  secondo  : 

I.  Senso  letterale »    195 

II.  Senso  allegorico »    227 

Canto  terzo: 

I.  Senso  letterale »    237 

II.  Senso  allegorico -,.    257 


EDIZIONI   LATERZA 


::::i  i::e: 


(Estratto  del  Catalogo  Maggio  1918) 


SCRITTORI  D'ITALIA 

A  CURA  DI  FAUSTO  NICOLINI 

ELEGANTE     RACCOLTA     CHE     SI    COMPORRÀ    DI    OLTRE      SEICENTO     VOLUMI 
DEDICATA   A    S.  M.  VITTORIO   EMANUELE   III 


ARETINO  P.,  Carteggio  (Il  I  libro  delle  lettere),  voi.  I  (n.  53). 

(Il  II  libro  delle  lettere),  parte  I  e  II  (n.  76  e  77). 

ARIENTI  (degli)  S.,  Le  Porretane,  (n.  66). 
BALBO  C,  Sommario  della  Storia  d'Italia,  voli.  2  (n.  50,  60). 
BANDELLO  M.,  Le  novelle,  voli.  5  (n.  2,  5,  9,  17,  23). 
BARETTI  G.,  Prefazioni  e  polemiche,  (n.  13). 

—  La  scelta  delle  lettere  familiari,  (n.  26). 
BERCHET  G.,  Opere,  voi.  I:  Poesie,  (n.  18). 

Voi.  II:  Scritti  critici  e  letterari^  (n.  27). 

BLANCH  L.,  Della  scienza  militare,  (n.  7). 
BOCCACCIO  G.,  Vita  di  Dante  e  Comento  alla  Divina  Com- 
media, voli.  3  (n.  84,  85,  86). 

BOCCALINI  T.,  Ragguagli  di  Parnaso  e  Pietra  del  paragone 
politico,  voli.  I  e  II  (n.  6,  39). 

CAMPANELLA  T.,  Poesie,  (n.  70). 

CARO  A.,  Opere,  voi.  I  (n.  41). 

COCAI  M.  (T.  Folengo),  Le  maccheronee,  voli.  2  (u.  10,  19). 

Commedie  del  Cinquecento,  voli.  2  («.  25,  38). 

CUOCO  V.,  Saggio  storico  sulla  rivoluzione  napoletana  del 
1799,  seguito  dal  Rapporto  al  cittadino  Carnot,  di  Fran- 
cesco Lomonaco,  (n.  43). 

—  Platone  in  Italia,  voi.  I  (n.  74). 

DA  PONTE  L.,  Memorie,  voli.  2  (n.  81,  82). 


2  Editori  GIUS.  LATERZA   &  FIGLI  -  Bari 

DELLA   PORTA  G.  B.,  Le  commedie,  voli.  I  e  II  (n.  4,  21). 

DE  SANCTIS  F.,  Storia  della  letter.  ital.,  voli.  2  (n.  31,  32). 

Economisti  del  Cinque  e  Seicento,  (n.  47). 

FANTONI  G.,  Poesie,  (n.  48). 

Fiore  di  leggende.  Cantari  antichi  ed.  e  ord.  da  E.  Levi,  (n,  64). 

FOLENGO  T.,  Opere  italiane,  voli.  3  (n.  15,  28,  63). 

FOSCOLO  U.,  Prose,  voli.  I  e  II  (n.  42,  57). 

FREZZI  F.,  Il  Quadriregio,  (n.  65). 

GALIANI  F.,  Della  moneta,  (n.  73). 

GIOBERTI  V.,  Del  rinnovamento  civile  d'Italia,  voli.  3  (n  14, 
16,  24). 

GOZZI  C,  Memoria  inutili,  voli.  2  (n.  3,  8). 

—  La  Murfisa  bizzarra,  (n.  22). 

GUARINI  G.,  11  Pastor  fido  e  il  compendio  della  poesia  tra- 
gicomica, (n.  61). 

GUIDICCIONI  G.  -  COPPETTA  BECCUTI  F.,  Rime,  (n.  35). 

lACOPONE  (fra)  da  TODI,  Le  laude  secondo  la  stampa  fio- 
rentina del  1490,  (n.  69). 

LEOPARDI  G.,  Canti,  (n.  83). 

Lirici  marinisti,  (n.  1). 

LORENZO  IL  iMAGNIFICO,  Opere,  voli.  2  (n.  54,  59). 

MARINO  G.  B.,  Epistolario,  seguito  da  lettere  di  altri  scrit- 
tori del  Seicento,  voli.  2  (n.  20,  29). 

—  Poesie  varie,  (n.  51). 

METASTASIO  P.,  Opere,  voli.  I-IV  (n.  44,  46,  62,  68). 

Novellieri  minori  del  Cinquecento  —  G.  Parabosco  e  aS'.  Erizzo, 
(n.  40). 

PARINI  G.,  Prose,  voi.  I,  (n.  55). 

Voi.  II  (n.  71). 

Poeti  minori  del  Settecento  {Savioli,  Pompei,  Paradisi,  Cer- 
reta ed  altri)  (n.  33). 

—  {Mazza,  lìezzonico.  Pondi.  Fiorentino,  Cassoli,  Mascheroni, 
(n.  45). 

POLO  M.,  Il  Milione,  (n.  30). 

PRATI  G.,  Poesie  varie,  voli.  2  (n.  75,  78). 

Relazi(»ni  degli  ambasciatori  veneti  al  Senato,  dei  secoli  XVI, 

XVII,  XVlll,  voli.  I,  II,  IIIi-ii  (n.  36,  49,  79,  80). 
Riformatori  italiani  del  Cinquecento,  voi.  I  (n.  58). 
Rimatori  siculo- toscani,  voi.  I  (n.  72). 


Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Bari  3 

SANTA  CATERINA  DA  SIENA,  Libro  della  divina  dottrina, 
volgarmente  detto  Dialogo  della  divina  provvidenza,  (n.  34). 
STAMPA  G.  e  FRANCO  V.,  Rime,  (n.  52). 
Trattati  d'amore  del  Cinquecento,  (n.  37). 
Trattati  del  Cinquecento  sulla  donna,  (n.  56). 

VICO  G.  B.,  L'autobiografìa,  il  carteggio  e  le  poesie  varie, 

(n.  11). 

—  Le  orazioni  inaugurali,  il  De  italorum  sapientia  e  le  po- 
lemiche, (u.  67). 
VITTORELLI  I.,  Poesìe,  (n.  12). 

{) 

n            j.         .1          (in  brochure    .  L.     5.60 

Prezzo  di  ogni  volume  <    ,         .  .         ,  „\^ 

(   legati  in  tela  >      7,oO 

Si  fanno  ABBONAMENTI 

a  serie  di  dieci  volumi  de^li  «SCRITTORI  D'ITALIA» 
a  scelta  dell'acquirente. 

Prezzo  d'abbonamento:  per  l'Italia,  L.  50  per  i  volumi  in  bro- 
chure e  L.  70  per  quelli  elegantemente  legati  in  tela  e  oro;  per 
l'estero  Fr.  55  in  brochure  e  Fr.  75  legati. 


SCRITTORI  STRANIERI. 

CAMOENS  L.,  I  Sonetti,  traduzione  di  T.  Cannizzaro,  (n.  10). 
CERVANTES  M.,  Novelle,  traduzione  di  A.  Giannini,  (n.  1). 
Drammi  elisabettiani,  traduzione  di  R.  Piccoli,  (n.  9). 
ECKERMANN  G.  P.,  Colloqui  col  Goethe,  traduzione  di  E.  Do- 

NADONi,  voli.  2  i  n.  4,  6). 
ERASMO  DA  ROrrEP.DAM,   Elogio  della  pazzia  e   Dialoghi 

famigliari,   traduzione   di   vari  a  cura   di    B.   Ckock,  con  il- 

lu.strazioni  di  H.  Holbkin,    n,  8). 
GOETHE  W.,  Le  esperienze  di  Wilhelm  Meister,  traduzione 

di  R.  PisANKSCHi  e  A.  Spaini,  voli.  2  (ii.  7,  11). 
Il  Cantare  del  Cid,  con  appendice  ^i  ro/nanze,  traduzione  di 

G.  Bkutoni,  (n.  3). 

PAPARRIGOPULOS  D.,  Opere,  traduzione  di  C.  Ce.ssi,  (n.  2). 
POE  E.  A.,  Opere  poetiche  complete,  traduzione  di  Fkdkrico 
Olivero,  (n.  5). 

Prezzo  di  ogni  volume  L.  4,00,  rilegato  L.  6,50. 


Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Baki 


OPERE  DI  BENEDETTO  CROCE. 

Filosofia  dello  spirito.  —  I.  Estetica,  come  scienza  dell'espres- 
sioiie  e  linguistica  generale  (4*  edizione)     .     .     .  L.     8,— 

IL     Loo-ica  come  scienza  del  concetto  puro  (3*  edizione  rive- 
duta dall'autore) .- 7,50 

III.  Filosofia  della  pratica.  Economica  ed  etica    .     .     .     6,— 

IV.  Teoria  e  storia  della  storiografia 6,50 

Saggi  filosofici.  —  I:  Problemi  di  estetica  e  contributi  alla  sto- 
ria dell'estetica  italiana 7,— 

II.    La  filosofia  di  Giambattista  Vico 5, — 

HI.  Saogio  sullo   Hegel,   seguito    da  altri   scritti   di   storia 
della  filosofia 6, — 

IV.  Materialismo  storico  ed  Economia  marxistica.  Terza  edi- 
zione riveduta 8,50 

Scritti   di   storia   letteraria  e  politica.  —I:  Saggi  sulla  lette- 
ratura italiana  del  Seicento 6,— 

IL    La  rivoluzione  napoletana  del  1799  -  Biografie,  racconti  e 
ricerche  (3^^  edizione  aumentata) 7, — 

HI.  La  letteratura  della  nuova  Italia -Saggi  critici,  voi.  I  6,50 

IV. voi.  II 6,50 

V. voi.  Ili 6,50 

VI. voi.  IV 6,50 

VII.  I  teatri  di  Napoli  dal  rinascimento  alla  fine  del  secolo 
decimottavo 5,50 

Vili.  La  Spagna  nella  vita  italiana  durante  la  rinascenza    6,50 

IX-X.  Conversazioni  critiche.  Serie  I  e  IL  Voli.  2  .     .  20,— 

Breviario  di   estetica  (Quattro  lezioni),  ediz.  di  lusso  in  carta 
a  mano 3, — 

Gli  scritti  di  Francesco  de  Sanctis  e  la   loro  varia  fortuna, 

saggio  bibliografico 2,50 

Ogni  volume  rilegato  in  tela  e  oro  costa  L.  2,50  in  più. 


Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Bari 


CLASSICI  DELLA  FILOSOFIA  MODERNA. 

BP'.RKKT^KY  G.,  Priricipii  della  conoscenza  e  dialoghi  tra 
Hylas  e  Filonoiis,  trad.  da  G.  Paimni,  (n.  7)  .     .     L.     4,50 

BRUNO  G.,  Opere  italiane,  con  note  di  G.  Gkntilb  —  I.  Dia- 
loghi nietatisìci,  (n.  2)  (in  ristampa). 

II.  Dialoghi  morali,  (n.  6) 7, — 

—  —  HI.  Candelaio,  introd.  e  note  di  V.  Spampanato  (in  ri- 
stampa). 

CUSANO  N.,  Della  dotta  ignoranza,  testo  latino  con  note  di 
P.  Rotta,  (n.  19) 4,— 

DESCARTES  R.,  Discorso  sul  metodo  e  ]>reditazioni  filosofiche, 

traduzione  di  A.  Tilghkr,  voli.  2    (n.   16)     ...     .     12, — 

FICH  r?i  G.  A.,  Dottrina  della  scienza,  tradotta  da  A.  Tilgher, 
(n.  12) 6,- 

GIOBEJITI  V.,  Nuova  protologia,  brani  scelti  da  tutte  le  sue 
opere,  a  cura  di  .G.  Gentile,  voli.  2  (n.  15)      .     .     .     14,— 

HEGEL  G.  G.  F.,  Enciclo])edia  delle  scienze  filosofiche  in  com- 
pendio, tradotta  da  B.  Croce,  (n.  1)  (in  ristampa). 

—  Lineamenti  di  filosofia  del  diritto  ossia  Diritto  naturale  e 
scienza  dello  stato  in  compendio,  tradotta  da  F.  Mbssinko, 
(n.  18) 8,— 

HERBART  G.  F.,  Introduzione  alla  filosofia,  tradotta  da  G.  Vi- 
DOs.siCH,  (n.  4) G, — 

HOBBES  T.,  Leviatano,  tradotto  da  M.  Vinciguerra,  voli.  2 
(n.  13) 12,— 

HUMP]  D.,  Ricerche  sulF intelletto  umano  e  sui  principii  della 
morale,  tradotte  da  G.  Prezzolini,  (n.  11)     .     .     .     .     6, — 

JACOBI  F.,  Lettere  sulla  dottrina  dello  Spinoza,  (n.  21)    5, — 

KANT  E.,  (/ritica  del  giudizio,  tradotta  da  A.  Gakgiulo,  (nu- 
mero 3)  (in  ristampa). 

—  Critica  della  ragion  pratica,  trad.  da  F.  Capra  (in  ristampa). 

—  ('ritica  della  ragion  pura,  tradotta  da  G.  Gentile  e  G.  Lom- 
baroo-Radicc,  voi.  II  (n.  lO-ii)  (il  primo  in  ristampa)     6, — 

LEIBNIZ  G.  G.,  Nuovi  saggi  sulF intelletto  umano,  tradotti 
da  E.  Ckcchi,  voli.  2  (n.  8).     .     .•.     .     /^'.     .     .     .  10,— 

—  Opere  varie,  scelte  e  trad.  da  G.  Db  Ruggiero,  (n.  17)     6, — 

SCHELLING  F.,  Sistema  dell'idealismo  trascendentale,  tra- 
dotto da  M.  LosAcco,  (n.  5) 6, — 

SCHOPENHAUER  A.,  W  mondo  come  volontà  e  rappresen- 
tazione, traduzione  di  P.  Sav.j-Lopez,  voli.  2  (n.  20).  11,— 


6  Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Bari 

SPINOZA  B.,  Ethica,  testo  latino  con  note  di  G.  Gentile, 
(n.  22)      . 6,50 

VICO  G.  B.,  La  scienza  nuova,  con  note  di  F.  Nicolini,  voli.  3 
(n.  14) 25,— 

Ogni  volume  rilegato  in  tela  e  oro  costa  L.  2,50  in  più. 

FILOSOFI  ANTICHI  E  MEDIEVALI, 

ARISTOTELE,   Poetica,    traduzione,  note   e   introduzione  di 

M.  Valgimigm L.     5,50 

—  Politica,  traduzione  di  V.  Costanze 12, — 

PLATON K,  Dialoghi  -  Voi.  IV:  Eufidemo,  Protagora,  Gorgia, 
Mellone,  Ippia  maggiore,  Ippia  minore,  lane,  Meìiesseno,  tra- 
dotti da  F.  Zambaldi 8, — 

Voi.  V:  Il  Clitofonte  e  la  Repubblica,  tradotti  da  Cari.o 

OllBJSTK    ZUKKTTI 7,50 

TOMMASO  D'AQUINO,  Opuscoli  e  testi  filosofici,  scelti  ed 
annotati  da  Bruno  Nardi  (voli.  3) 18,50 


ANNO  XVI  1918 

LA  CRITICA 

RIVISTA  DI   LETTERATURA,   STORIA   E  FILOSOFIA 
(serie    seconda) 

DIRETTA    DA 

BENEDETTO  CROCE 

(Si  pubblica  il  giorno  20  di  tutti  i  mesi  dispari) 


Abbonamento  annuo:  per  V  Italia  L.  IO;  per  l'Estero  Frs.  il; 
un  fascicolo  separato  L.  2. 

L'abbonamento  decorre  dal  20  gennaio  e  si  paga  anticipato. 


Sono  disponibili  le  annate  II  e  III  (seconda  edizione),  al 
prezzo  di  lire  dieci  ciascuna  e  le  annate  VII,  Vili,  IX,  X, 
XI,  XII,  XIII,  XIV  e  XV  (1909-1917)  al  prezzo  di  lire  otto 
ciascuna.  Della  prima  annata  (1903)  è  esaurita  anche  la  se- 
conda edizione,  ma  sarà  ristampata,  come  anche  le  annate 
IV,  V  e  VI  (1 906-1908)  non  appena  si  avrà  un  numero  suffi- 
ciente di  richieste. 


Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Bari 


BIBLIOTECA  DI  CULTURA  MODERNA. 

ABIGNENTE  G.,  La  riforma  deirAmrainistrazione  pubblica 

in   Italia,  (82) L.  5,50 

ANILE  A.,  Vigilie  di  scienza  e  di  vita,  (47)  ....  3,50 
ARCOLEO  G.,  Forme  vecchie,  idee  nuove,  (28)    .     .     .     3,— 

BALFOUR  A.  J.,  Le  basi  della  fede,  (19) 3,— 

BARBAGALLO  C,  La  line  della  Grecia  antica,  (12)  .  5,— 
BARTOLI  E.,  Leggende  e  novelle  de  l'India  antica,  (74)     3,— 

BERGSON  E.,  11  riso,  (84) 3,— 

BORGOGNONI  A.,  Disciplina  e  spontaneità  nell'arte,  saggi 

letterari  raccolti   da  B.  Croce,  (60) 4, — 

CARABELLESE  F.,  Nord  e  Sud  attraverso  i  secoli,  (16)  3,— 
CARLINI  A.,  La  niente  di  Giovanni  Bovio,  (77)  .  .  .  4,— 
CARLYLE  T.,  Sartor  Resartus  (2*  edizione),  (15)     .     .     4,— 

CESSI  C,  La  poesia  ellenistica,  (56) 5, — 

CICCOTTI  E.,  Psicologia  del  movimento  socialista,  (3).     3,— 
COCCHIA  E.,  Introduzione  storica  allo  studio  della  lettera- 
tura latina,  (78) 5, — 

CROCE  B.,  Cultura  e  vita  morale,  (69) 3,— 

CUMONT  F.,  Le  religioni  orientali  nel  paganesimo  romano, 

(61) 4,- 

DE  FREYCINP:T  C,  Saggio  sulla  filosofia  delle  scienze.  Ana- 
lisi-Meccanica, (20) 3,50 

DE  GOURMONT  R.,  Fisica  dell'amore.  (Saggio  sull'istinto  ses- 
suale), (8) 3,50 

DE  LORENZO  G.,  India  e  buddhismo  antico  (3*  ediz.),  (6)  7,50 
DE  RUGGIERO  G.,  La  filosofia  contemporanea,  (59)    .     6,— 

—  Storia  della  filosofia  -  Parte  I:  La  filosofia  greca-  Due  vo- 
lumi, .89) 12,— 

DE  SANCTIS  F.,  Lettere  a  Virginia,  (87) 3,— 

DI  SORAGNA  A.,  Le  profezie  d' Isaia  figlio  d'Amoz,  (83)  5,— 
EMERSON  R.  W.,  L'anima,  la  natura  e  la  saggezza.  (Saggi), 

(49)  (in  ristampa). 
FARINELLI  A.,  11  romanticismo  in  Germania,  (41)      .     3, — 

—  Hebbel  e  i  suoi  drammi,  (62) 4, — 

FERRARELLI  G.,  Memorie  militari  del  Mezzogiorno  d'Italia, 

(45) 3,50 


8  Editori  GIUS.  LATKRZA  &  FIGLI  -  Bari 

FESTA  G.  B.,  Un   o^alateo  feiiiinìnile  italiano  del  Trecento. 

(Reo'gi rilento  e  costumi  didoiinadi  Fk.  da  Baubkrixo),  (36)  3, — 

FIORENTINO  F.,  Studi  e  ritratti  della  liiiiascenza,  (44)     5,— 

FORMICHI  C,  A(;vaj];hosa  poeta  del  Buddhismo,  (54)  .     5,— 

GALIANI  (Il   pensiero  dell'Abate)  Antologia  di   tutti  i  suoi 
scritti  editi  ed  inediti,  (29) 5, — 

GEBHART  E.,  L'Italia  mistica,  (40) 4,— 

GENTILE  G.,  Il  modernismo  e  i  rapporti  tra  religione  e  filo- 
sofia, {'Si)) 3,00 

—  Bernardino  Telesio,  (51) 2,50 

—  I  problemi  della  scolastica  e  il  pensiero  italiano,  (65)  3,50 
GIOVANNETTI  E.,  Il  tramonto  del  liberalismo,  (86)  .  3,50 
GNOLI  D.,  I  poeti  della  scuola  romana,  (63)  ....  4,— 
HEARN  L.,  Spigolature  nei  canii)i  di  Buddho,  (25)  .  .  3,50 
IMBRIANI  V.,  Studi  letterari  e  bizzarrie  satiriche,  (24)  5,— 

—  Fame  usurpate,  3'-^  ediz.  a  cura  di  B.  Ciìock,  (52)  .  4, — 
KOHLER  G.,  Moderni  problemi  del  diritto,  (33).  .  .  3,— 
LABRIOLA  A.,  Scritti  vari  di  filosofia  e  politica,   (18).  5,— 

—  Socrate,  (32) 3,— 

LACHELIKR  G.,  Psicologia  e  Metafisica,  traduzione  di  Guido 
De  RiroGiKKO,  (76) 4, — 

MARTELl^O  T.,  L'economia   jmlitica   e  la  odierna  crisi   del 
darwinismo,  (57) 5, — 

MARTIN  A.,  L'educazione  del  carattere  (2-^  ediz.),  (5).     5,— 

MATURI  S.,  Introduzione  alla  filosofia,  (60)     ....     3,50 

MICHAELIS  A.,  Un  secolo  di  scoperte  archeologiche,  (55)   5,— 

MISSIROLI  M.,  La  monarchia  socialista.  (Estr.  destra),  (72)  3, — 

MORELLI  D.  -  DALBONO  E.,  La  scuola  napoletana  di  pittura 
nel  secolo  decimonono  ed  altri  scritti  d'arte,  (75)      .     4, — 

NITTI  F.,  Il  capitale  straniero  in  Italia,  (80)      .     .  2,50 

PARODI  T.,  Poesia  e  letteratura  (81) 5,— 

PP:TRUCCELLI  della  gattina  F.,  I  moribondi  del   pa- 
lazzo Carignano,  (68) 3,50 

PUGLISI  M.,  Gesù  e  il  mito  di  Cristo,  (53)     ....     4,— 

REICII  E.,  11  successo  delle  nazioni,  (11) 3, — 

RENIER  R.,  Svaghi  critici,  (39) 5,— 

RENSI  G.,  11  genio  etico  ed  altri  saggi,  (^50)  .  ,     .     4,— 

ROIIDE  E.,  Psiche,  voli.  2  (71) 13,- 

ROMAGNOLI  E.,  Musica  e  poesia  nell'antica  Grecia,  (43)   5,— 


Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Bari  9 

ROYCE  J.,  Lo  spirito  della  filosofia  moderna,  parte  I:  Peìi- 

satori  e  problemi,  (38-i) 4,— 

Parte  II:  Prime  linee  d'un  sistema,  (38-ii)     .     .     .     4,— 

—  \jk  filosofia  della  fedeltà,  (48) 3,50 

—  11  inondo  e  l' individuo.  Parte  I  :  Le  quattro  concez.  storielle  del- 
l' Essere,  voi,  I:  Realismo,  mistic.  e  razionai,  crìtico,  (64-i)    3,50 

—  —  Parte  I,  voi.  II:  La  Quarta  Concezione,  (64-ii)  .     .     4, — 

—  —Farteli:  La  natura,  l'uomo  e  l'ordine  morale,  voi.  I:  Le 
categorie  dell'esperienza,  (64-iii) 3,50 

Parte  II,  voi.  II:  L'ordine  morale,  (64-iv)    .     .     .     3,50 

SAITTA  G.,  Le  origini  del  neo-tomismo  nel  sec.  XIX,  (58)  3,50 
SALANDRA   A.,   Politica  e    legislazione.    Saggi   raccolti   da 

G.  Fortunato,  (79) 6,— 

SALEEBY  C.  W.,  La  preoccupazione  ossia  La  malattia  del 

secolo,  (26) 4, — 

SORKL  G.,  Considerazioni  sulla  violenza,  (31)  (in  ristampa). 

SPAVENTA  B.,  La  filosofia  italiana  nelle  sue  relazioni  con 

la  filosofia  europea,  (30) 3,50 

—  Logica  e  metafisica,  (46) 5,— 

SPA\  FATA  S.,  La  politica  della  Destra,  (37)  ....  5,— 
SPINAZZOLA  V.,  Le  origini  e  il  cammino  dell'arte,  (7)  3,50 
TARI  A.,  Saggi  dr  estetica  e  metafisica,  (42)  ....  4, — 
TOMMASI  S.,  Il  naturalismo  moderno.  (Scritti  varii),  (67)  4,— 
TOXKLLI  L.,  La  critica  letteraria  italiana  negli  ultimi  cin- 
quantanni, (70) 5,— 

TREnSCHKE  E.,  La  Francia  dal  primo  Impero  al  1871. 
Saggi  tradotti  da  E.  Ruta,  voli.  2,  (85) 8,— 

—  La  Politica,  voli.  4,  (88)       25,— 

VOSSLER  K.,  Positivismo  e  idealismo  nella  scienza  del  lin- 
guaggio, traduzione   italiana  di  T.   Gnoli,    (27)     .     .     4, — 

—  La  Divina  Commedia  (studiata  nella  sua  genesi  ed  inter- 
pretata), voi.  I,  parte  I:  Storia  dello  svolgimento  religioso 
filosofico,  (34-i) 4, — 

VOSSLER  K.,  La  Divina  Commedia  -  Voi.  I,  parte  II:  Storia 
dello  svolf/imento  etico-politico,  (34-ti^ 4,— 

—  —Voi.  II,  parte  I:  La  genesi  letterali^  della  Divina  Com- 
media, (34-111) 4,— 

ZUMBINI  B.,  W.  E.  Gladstone  nelle  sue  relazioni  con  l'Ita- 
lia, (73) 5,- 

Ogni  volume  rilegato  in  tela  e  oro  costa  L.  2,50  in  più. 


lo         Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Bari 

LIBRI  D'ORO. 

I.  LHOTZKY  H.,  L'anima  del  fanciullo,  (2^  ed.)    .  L.    3,- 

II.  — Il  libro  del  matrimonio,  (2'*  ed.) 3,50 

III.  HIPPIUS  A.,  Il  Medico  dei  fancinlli  come  educatore    3,-- 

IV.  ANILE  A.,  La  salute  del  pensiero 3,50 

V.  DUBOIS  P.,  L'educazione  di  se  stesso  (in  ristampa). 

TESTI  DI  FILOSOFIA. 

CARTESIO  R-,  Discorso  sul  metodo,  tradotto  e  comentato  da 
G.  Saitta,  (n.  1) L.  2,— 

ARISTOTELE,  Dell'Anima,  passi  scelti  e  comeutati  da  V.  Fa- 
zio-Allmayer,  (n.  2)     .     .     . 3, — 

—  Il  principio  logico,  a   cura    di  A.  Carlini,  (n.  3).     .     3,— 

—  L'Etica  Nicomachea,  a  cura  di  A.  Carlini,  (n.  6)      .     3,50 
BACONE,  Novum  Organuni,  estratti  a  cura  di  V.  Fazio-All- 

mayer,  (n.  4) 2, — 

KANT  E.,  Pensiero  ed  esperienza,  a  cura  di  G.  Db  Ruggiero 

(n.  5) 2,— 

ROSMINI  A.,  11  principio  della  morale,  a  cura  di  G.  Gentile, 

(n.  7) 3,50 

COLLEZIONE  SCOLASTICA   LATERZA. 

CROCE  B.,  Breviario  d'estetica.  Quattro  lezioni,  (n.  1).     2,— 
GENTILE  G.,  Sommario  di  pedagogia  come  scienza  filosofica, 

voi.  I:  Pedagogia  generale,  {w.  2-i) 3, — 

voi.  II:  Didattica,  (n.  2-ii) 3,— 

SCORZA  G.,  Complementi  di  Geometria,  voi.  I  (n.  4-i).     3,— 

OPERE  DI  ALFREDO  ORIANL 


La  disfatta,  romanzo 

Vortice,  romanzo 

Gelosia,  romanzo 

No,  romanzo      ... 

Olocausto,  romanzo    .     »     3,00  \ 


(Ristampe) 

4.00 

Il  nemico  (due  volumi) 

L. 

7,00 

3.00 

Fuochi  di  bivacco    .     . 

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5,50 

3,00 

Ombre  di  occaso      .     . 

» 

4.00 

4.00 

La  rivolta   ideale     .     . 

» 

6,00 

Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  -  Bari  11 


OPERE   VARIE. 

ABIGNENTE  F.,  La  moglie,  romanzo L.     1,50 

AMATUCCI  A.  G.,  Dalle  rive  del  Nilo  ai  lidi  del   «Mar  no- 
stro», voi.  I:  Orieìite  e  Grecia 2,50 

voi.  II:  Cartagine  e  Roma 2,50 

—  Hellàs,  voi.  I,  (4*  edizione) 3, — 

Voi.  II,  (3*  edizione)  (esaurito). 

BAGOT  R.,  Gl'Italiani  d'oggi,  (2*  edizione)      ....     2,50 
BARDI  P.,  Grammatica  inglese,  (4*  adizione)  ....     5,50 

—  Scrittori  inglesi  dell'Ottocento 4,— 

BATTELLI  A.,  OCCHIALINI  A.,  CHELLA  S.,  La  radioatti- 
vità      8,— 

CARABELLESE  P.,  L'essere  e  il  problema  religioso  .  4,— 
CECI  G.,  Saggi  di  una   bibliografia  per  la  storia  delle  arti 

figurative  nell'Italia  meridionale 8, — 

CERVESATO  A.,  Contro  corrente 3,— 

CHIMENTI  G.,  Commercial  English  &  Correspondence  3, — 

COTUGNO  R.,  La  sorte  di  G.  B.  Vico 4,— 

—  Ricordi,  Propositi  e  Speranze 1, — 

DE  CUMIS  T..  Il  Mezzogiorno  nel  problema  militare  dello 

Stato 3,50 

DE  LEONARDIS  R.,  Occhi  sereni,  (novelle  per  giovinette)    2,50 
DE  LORENZO  G.,  Geologia  e  Geografia  fisica  dell'Italia  me- 
ridionale  2,50 

—  1  discorsi  di  Gotamo  Buddho  (2a  edizione)   ....  25,— 

DE  SANCTIS  F.,  Lettere  a  Virginia 3,— 

DI  GIACOMO  S.,  Nella  Vita,  novelle 2,50 

FI^MMARION  C,  L'ignoto  e  i  problemi  dell'anima  (esaurito). 

FORTUNATO   G.,  Il  Mezzogiorno  e  lo  Stato  italiano,  2  vo- 
lumi      5 

FUSCO  E.  M.,  Agiaia  o  il  II  libro  delle  poesie  .     .     .  6,— 
GAISBERG  S.  FRHR.,  ^tannale  del  mestatore  elettricista  per 

impianti  d'illuminazione 3,— 

GENTILE  G.,  11  carattere  storico  della  Filosofia  italiana  2,50 

KLIMPERT  R.,  Storia  della  Geometria 4,— 

LOPEZ  D.,  Canti  baresi 3,50 

LORIS  G.,  Elementi  di  diritto  commerciale  italiano     .  2,50 


12         Editori  GIUS.  LATERZA  &  FIGLI  •  Bari 

LO  RUSSO  B.,  ln&  contabilità  commerciale 5,— 

LUZZATI  R.,  Impianti  elettrici  in  Puglia  .....     0,50 
MARANELLI  C,  Dizionario  Geografico   dell'Italia  Ir- 
redenta     3,50 

MARTELLO   T.    (in   onore   di)   -   Scritti   varii   di    diversi    au- 
tori        12,— 

MASSA  T.,  Italia  e  Austria  (Estratto  del  Libro  verde)     0,60 

MEDICI  DEL  VASCELLO  L.,  Per  l'Italia 4,— 

NAPOLI  G.,  Elementi  di  musica 1,— 

NP^NCHA  P.  A.,  Applicaz.  pratiche  di  servitù  prediali  .  3,50 
NICOLINI  F.,  Gli  studi  sopra  Orazio  dell'abate  Galiani  5,— 
OLIVP]RO  F.,  Saggi  di  letteratura  inglese 5, — 

—  Studi  sul  romanticismo  inglese 4, — 

—  Sulla  lirica  di  Alfred  Tennyson 4,— 

—  Traduzioni  dalla  poesia  Anglo-Sassone 4, — 

PANTALEONI  M.,  I.  Tra  le  incognite 5,50 

—  II.  Note  in  margine  della  guerra 5,50 

PARAFAVA  F.,  Dieci  anni  di  vita  politica   italiana,   2  vo- 
lumi      10, — 

PLAUTO  M.  A.,  L'anfitrione  — Gli  asini 2,50 

—  Commedie 2,50 

RACIOPPI  G.,  Storia  dei  moti  di  Basilicata  e  delle  provincie 

contermini  nel  1860 4, — 

RAMORINO  A.,  La  Borsa;  sua  origine;  suo  funzionam.     2,— 

RICCI  E.,  Versi  e  lettere 3,— 

SABINI  G.,  Saggi  di  Diritto  Pubblico 4,— 

SEFTON-DELMER  F.,   Sommario   storico  della   letteratura 

inglese '. 6, — 

SCHURE  E.,  I  grandi  iniziati,  (3*  edizione)  (in  ristampa). 

—  Santuari  d'oriente 3,50 

SOMMA  U.j^tima  dei  terreni  a  colture  arboree.     .     .     3, — 
SPAVENTA  B.,  Introduzione  alla  critica  della  Psicologia  em- 
pirica -  Frammenti  inediti  pubblicati  da  G.  Gentile    3, — 

TIVARONI  J.,  Compendio  di  scienza  delle  finanze  .  .  5,50 
TOSO  A.,  Che  cosa  è  l'Acquedotto  Pugliese    ....     1,50 


49173 


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